Signori, si prospetta un ottimo autunno!

Quest’anno ci sarà un ottimo motivo per aspettare l’arrivo dell’autunno. Anzi, due.
Dopo che la bella stagione sarà passata e l’odore di foglie bagnate riporterà alla ribalta il binomio TV + Divano, ci saranno due appuntamenti imperdibili per chiunque abbia sviluppato quel fiuto particolare per tutto ciò che, in un modo o nell’altro, riporti un po’ della magia degli anni ’80.

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21 settembre
Il primo appuntamento in realtà vi costringerà a compiere un piccolo sforzo e alzarvi dal divano per dirigervi al cinema, ma ne varrà la pena. È infatti notizia confermatissima l’arrivo nelle sale di It, adattamento del celeberrimo romanzo di Stephen King che ha reso insonni le notti di intere generazioni di lettori. Standing ovation, per favore! Chi infatti non è rimasto terrorizzato da piccolo dal ghigno di Pennywise, magistralmente interpretato da Tim Curry nella versione per il piccolo schermo prodotta all’inizio degli anni ’90? Poco importa che in realtà quella miniserie in due episodi non rendesse affatto giustizia al capolavoro del Re. Ricordo perfettamente che alle elementari It era IL terrore, protagonista indiscusso (insieme a Freddy Krueger) degli incubi dei bambini tra anni ’80 e ’90 e iconico abitatore di quello spazio polveroso che si trova sotto i loro letti.
Il film arriva a ventisette anni di distanza dalla prima trasposizione (un sacco di tempo, pensate che, per dirne una, It stesso farebbe in tempo a svegliarsi dal suo letargo nello stesso periodo) e si fa carico di aspettative altissime riassumili in due domande: sarà finalmente all’altezza della storia originale? Le immagini riusciranno almeno in parte a riportare la magia che le pagine del libro emanano?
Per ora non si può fare altro che aspettare e cercare di farsi un’idea osservando le immagini che vengono rilasciate col contagocce dagli addetti ai lavori (qui l’account Instagram di Andrés Muschietti, regista del film).
A tranquillizzare tutti ci pensa Stephen King in persona che sembra avere apprezzato il film dopo averne visionato un’anteprima, ma si sa… anche questo lascia il tempo che trova, dal momento che poi ognuno si farà la propria opinione personale.

Per quanto mi riguarda, il solo pensiero di tornare a visitare Derry con le sue strade, i suoi Barren e, soprattutto, le sue fogne, mi fa salire la febbre, mi causa sudori freddi, mi fa andare in giro come in trance, sempre evitando scrupolosamente i tombini.

31 ottobre
Il secondo appuntamento ci riporterà finalmente all’amato divano e sarà con Netflix. Ok, non prolunghiamo inutilmente l’agonia e non giriamoci troppo intorno, è già abbastanza difficile così e, comunque, avete già capito. Si tratta della seconda stagione di Stranger Things, anzi Stranger Things 2, come è stata chiamata in onore a quel gusto particolare che si aveva negli anni ‘80 nel dare titoli numerici ai sequel.
Anche qui le notizie trapelate sono pochissime, ma è bastato l’annuncio della messa in onda dei nuovi episodi per farci bloccare immediatamente le agende: non ci siamo per nessuno, richiamate più tardi.
Stranger Things è già diventato un cult per chi, come dicevamo all’inizio dell’articolo, mosso da nostalgia o gusto per il vintage, rimane rapito da tutto ciò che ruota intorno agli anni ’80. Grazie a un sapiente mix di musiche, ambientazioni, citazioni (qui uno sconvolgente video a riguardo) e scelta degli attori (sì, proprio Winona Ryder o i ragazzini con la tipica faccia da Club dei perdenti, per tornare a citare It), la serie riesce a catapultare lo spettatore direttamente nel cuore di quel decennio così prolifico per la narrativa e così emblematico per la nostra generazione. Acciuffando diversi generi, dalla fantascienza al thriller, dall’avventura all’horror, Stranger Things riesce ad essere un cocktail irresistibile e una meravigliosa illusione che quei tempi non siano poi così andati.
Ma poi vogliamo parlare del trailer? Credete che non abbiamo notato l’impertinente tuta da Ghostbusters indossata dai protagonisti?! Per piacere non scherziamo eh! Ah ecco! Questa è pura benzina sul fuoco, una fomentazione bella e buona che va a toccare le famose corde segrete e non ci fa capire più niente.

Abbiamo quindi due ottimi motivi per attendere con impazienza l’arrivo dell’autunno. E che si dia via libera alla nostalgia!

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Kata Tjuta, il cuore dell’outback australiano

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Sono d’accordo con chi sostiene che l’unico modo per superare le difficoltà che la vita ci propone sia affrontarle. È per questo motivo che in questo articolo, che per me sarà il più doloroso tra quelli finora scritti, ho deciso di parlarvi dell’Australia, o meglio, di una sua piccola parte. Sì perché se c’è un posto che mi arreca più dolore di New York, quel posto è senza ombra di dubbio il continente rosso.

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Kata Tjuta

Le persone che hanno avuto la fortuna di visitarlo mi possono senz’altro capire; continente immenso con luoghi, animali e persone unici al mondo; se esistesse un elenco di quali paesaggi sul pianeta siano legali o meno, l’Australia sarebbe assolutamente da arresto immediato. Tutina arancione, manette e via in isolamento!
Ci si trova dall’altra parte del mondo, nel cielo non c’è la Stella Polare ma la Croce del Sud, le stagioni sono invertite, l’acqua nello scarico del lavandino defluisce al contrario e, come se non bastasse, l’isola vanta 19 siti dichiarati patrimonio dell’umanità dall’UNESCO che sono di una bellezza oserei dire drammatica; tutti input che creano pesante scompiglio nel cervello di un viaggiatore.

L’ingresso alla gola del Walpa Gorge Walk

La mia permanenza nel luogo sacrilego è durata quasi un mese (oddio aiuto… ecco di nuovo quel fastidioso offuscamento della vista…) e le cose che ho visto e fatto – questa cosa mi succede inspiegabilmente solo con questo viaggio – le ricordo esattamente nei minimi dettagli come se le avessi vissute ieri; classico sintomo di chi è appeso a un filo: c’è chi vede la luce in fondo al tunnel e chi ricorda l’Australia.

All’incirca a metà del mio viaggio mi trovo a dover noleggiare un gigantesco fuoristrada per affrontare i circa 450 km di deserto sconfinato (inutile, non vi sto nemmeno a dire l’oscenità del paesaggio) che separano Alice Springs e l’Uluru-Kata Tjuta National Park (qui il sito ufficiale); il parco nazionale si trova più o meno al centro del continente australiano e ha un costo di ingresso di 25,00 dollari (australiani) a testa valevole per tre giorni e, al suo interno, si può ammirare lo strabiliante e conosciutissimo monolite Ayers Rock o Uluru in lingua aborigena. Anche se potrei scrivere pagine e pagine di ricordi e aneddoti sull’adorato “sassone”, non è di queso che voglio parlarvi, bensì di ciò che c’è a una ventina di chilometri da esso e cioè il sito di Kata Tjuta. Signore e signori un attimo di attenzione, Kata Tjuta non è famoso come Ayers Rock, ma forse è il vero gigante del cuore rosso australiano; esso infatti è una straordinaria formazione rocciosa costituita da 36 “cupole” (oggi ridotte a 28) che sbuca dal nulla più totale, si estende per più di 21 chilometri quadrati ed il suo monte più alto (Mont Olga in onore della Granduchessa di Russia Olga Wurttemberg) si eleva per ben 545 metri (quasi 200 in più di Ayers Rock!). Il percorso per arrivarci come potete immaginare è stato straziante, difronte vedevo avvicinarsi le “cupole” rosso fuoco e dallo specchietto retrovisore vedevo Uluru, ad un certo punto dal dolore ho quasi pensato di aprire la portiera e abbandonare il mezzo in corsa come si fa nei film, ma fortunatamente la razionalità ha avuto il sopravvento e ho proseguito, e meno male perché da vicino la vista è ancora più impressionate, sia per la bizzarra forma che per il colore delle rocce. Ci sono due percorsi di trekking da poter scegliere; uno è il Walpa Gorge Walk, circa 2 km di cammino in leggera salita sul fondo di una delle gole che porta ad un punto panoramico letteralmente sovrastato dalle pareti rocciose; il secondo è il Valley of the Winds Walk, anello di circa 7 km, percorso impegnativo (oltre i 36°C viene infatti chiuso) che vi porterà nel cuore delle cupole attraverso i letti dei torrenti e i punti panoramici di Karu e Karingana.


Ah! Quasi dimenticavo. Kata Tjuta, come l’Uluru, è un sito sacro per le tribù aborigene (che popolano il luogo da 22.000 anni), la leggenda vuole che il grande serpente sacro Wanambi viva sulla sua sommità, come viaggiatori abbiamo il dovere di portare rispetto…

Concludo dicendovi tre cose, una è una raccomandazione, la seconda è un consiglio, la terza è una considerazione.
La raccomandazione: per favore non fate come il turista medio che si presenta in magliettina e infradito… abbigliamento a cipolla (perché siamo nel deserto e l’escursione termica può punire), scarpe da trekking e acqua sono fondamentali.
Il consiglio: scegliete un posto panoramico a caso ai bordi dell’unica strada asfaltata che collega Kata Kjtua ad Ayers Rock, apritevi una bella bibita gelata, sedetevi sulla sabbia rossa ed aspettate il tramonto; non riuscirete a contare le innumerevoli tonalità di rosso che le formazioni rocciose assumeranno col passare dei minuti, lo spettacolo è a dir poco sensazionale.
La considerazione: tutto quello che vi ho raccontato mi crea veramente del dolore fisico, non posso più continuare, abbiate pietà di me.

Il Reichstag di Berlino

A maggio dello scorso anno ho visitato per la prima volta Berlino, una tre giorni in solitaria – non ci posso fare niente, ogni tanto sento la necessità di viaggiare solo – zaino in spalla e guida in tasca, alla scoperta di una città dal grande fascino.
Come molte città dal passato travagliato, Berlino non si mostra immediatamente per ciò che è, ma va scoperta un pezzo alla volta, quartiere dopo quartiere e strada per strada, cercandone la vera anima dietro ogni angolo. In poche parole, va capita.
Ecco, sulla capacità e la voglia di comprendere gli aspetti meno superficiali dei luoghi che si visitano si potrebbe aprire un capitolo a parte, ma passiamo oltre, non vorrei dedicare eccessivo spazio ad alcune categorie di viaggiatori.

Berlino è una città viva, dinamica e ricca di storia in un giusto equilibrio tra passato e contemporaneità e uno degli edifici che riassumono al meglio questa doppia natura è il Reichstag, tappa imperdibile per chiunque volesse visitare la capitale tedesca.

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Simbolo e sede del parlamento dell’impero tedesco del XIX secolo, questo edificio è stato dato alle fiamme agli albori della dittatura Nazista (non è mai stato utilizzato infatti durante il Terzo Reich, anche per via di ciò che rappresentava), bombardato durante la Seconda Guerra Mondiale e infine rimasto abbandonato per lunghi anni sull’estremo confine della Berlino Ovest. A metà degli anni ’90 l’artista Christo l’ha impacchettato in una delle sue celebri installazioni e, finalmente, all’alba del nuovo millennio al Reichstag è stato restituito il ruolo che gli compete, grazie a un profondo intervento di recupero, opera dell’architetto britannico Sir Norman Foster. Oggi è di nuovo sede del parlamento e può essere visitato dall’alto della cupola che sovrasta la sala centrale, visibile dalle numerose vetrate che simboleggiano la trasparenza della democrazia.

La mia visita (se siete interessati, ci si può prenotare qui) è iniziata molto presto, in una mattinata di sole e aria frizzante. L’imponenza dell’edificio ha messo subito a repentaglio la mia salute, provocandomi un forte sbandamento nei pressi dell’entrata, ma la parte più complicata è stata sicuramente la visita di cupola e terrazza. Non sto neanche a riportarvi la quantità di sangue che ho perso dal naso. Eccezionale la struttura di vetro e acciaio, dalla quale come dicevo è visibile l’interno del parlamento. Alla notizia che la particolare conformazione della cupola permette il riciclo d’aria in tutto l’edificio ho dovuto scappare fuori per riprendere fiato. La vista dalla terrazza è come potete intuire orrenda; si gode infatti di un panorama sulle zone e gli edifici principali di Berlino, dei quali l’ottima audioguida riassume la storia. Profondamente provato dalla visita al Reichstag ho riguadagnato il pian terreno e ho vagato in preda a delirio e febbre altissima per tutta la città.

Berlino mostra senza vergogna tutte le cicatrici dell’ultimo secolo devastante per la sua storia. Dalla dittatura Nazista alla distruzione della Seconda Guerra Mondiale, passando per la follia della divisione tra Est e Ovest. La pesante eredità ricevuta dal recente passato è tangibile in numerosi luoghi, edifici e mostre che valgono davvero la pena di essere visitati, anche per capire e apprezzare più a fondo questa nostra Europa.

Messner Mountain Museum

Se siete frequentatori dell’Alto Adige, vi sarete accorti che da qualche anno esiste una serie di musei molto particolari dedicati alla montagna. Il nome è di quelli che da soli bastano a spalancare scenari di epiche imprese destinate a restare indelebili nella storia dell’alpinismo e non solo. Messner Mountain Museum (sito internet ufficiale).
Ah, ma quel Messner? Reinhold Messner? Ebbene sì, proprio lui, abbracciamoci forte e scaliamo un ottomila in solitaria per rendere omaggio a questa vera e propria leggenda vivente.

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Reinhold Messner (fonte)

Messner Mountain Museum è un sistema museale particolarmente interessante, ideato dal mitologico (come l’unicorno o la fenice, direbbe il mio compagno di blog) alpinista, una collana composta da sei perle, sei musei sparsi per la provincia di Bolzano, ognuno dei quali volto ad approfondire un aspetto diverso della montagna e del rapporto dell’uomo con essa. Dalle ere geologiche alla storia dei grandi scalatori, dalle leggende che popolano gli ambienti montani di tutto il mondo alle culture che in essi hanno trovato la loro culla, fino ad arrivare a indagare gli aspetti più intimi e spirituali della relazione uomo-montagna.

Ci sarebbe abbastanza materiale da rimanere storditi e inebetiti, ma non è ancora finita. Tra gli eventi organizzati dai musei ce ne sono un paio da segnalare che mi costringono a letto per una lunga convalescenza. Roba da andare fuori testa. Attenti bene, prego:

1) Transumanza degli Yak con Reinhold Messner (dettagli). Sì, d’accordo.
2) Dialoghi attorno il fuoco con Reinhold Messner (dettagli). Sì, va bene, bravi e poi? Basta?

Non aggiungo altro perché sono già molto provato.

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I sei musei del circuito MMM: Firmian, Dolomites, Juval, Ortles, Ripa e Corones (fonte)

Dei sei musei (mi sono già fissato l’obiettivo di vederli tutti), ad oggi sono riuscito a visitare quello di Ripa, realizzato all’interno del castello di Brunico. Titolo della mostra permanente: L’eredità delle montagne.
Nel suggestivo ambiente risalente al tredicesimo secolo, viene ripercorsa la storia dei popoli che hanno abitato le zone montane del pianeta, in una convivenza spesso dura, ma dall’enorme fascino. Gli oggetti e i reperti che arredano le austere sale del museo rendono in maniera assolutamente efficace il concetto di sopravvivenza ai piedi delle vette.

Sol chi è disposto a muoversi e partire vince la consuetudine inceppante – Hermann Hesse
Citazione esposta in una delle sale del museo

Ho trovato particolarmente affascinanti le aree dedicate all’Himalaya (oddio, ecco che inizia la tachicardia, comincio a sudare freddo), con simboli, manufatti e musiche provenienti dalle popolazioni che vivono sul tetto del mondo. Nella sala nominata Nirvana, ricavata all’interno di una torre del castello, credo di avere perso il senso del tempo e aver sofferto di forti allucinazioni. Commovente.

A questo punto mi vedo costretto ad affrontare un argomento molto delicato, la dolorosissima spina nel fianco di tutta la questione. Il design dei musei è curato in ogni dettaglio, ma ce n’è uno che dal punto di vista realizzativo spicca su tutti, l’ultimo a essere completato, vale a dire il museo di Plan de Corones.

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Il museo di Plan de Corones (fonte)

Progettato dall’architetto di fama mondiale Zaha Hadid, questo edificio sorge sulla cima di un altopiano dalla spettacolare vista sulle Dolomiti ed è letteralmente inserito nella roccia, vera protagonista dell’esposizione intitolata L’alpinismo tradizionale.
Le forme sinuose e armoniche, tipiche dell’opera di Zaha Hadid, unite ai temi trattati nella mostra, saranno sicuramente un cocktail micidiale che mi provocherà indicibili sofferenze, ma metterò volentieri a repentaglio la mia salute fisica e mentale nel momento in cui farò appello a tutte le mie forze e salirò a Plan de Corones.

Che dire, prendetevi del tempo e visitate uno dei Messner Mountain Museum. Ve ne pentirete, ma è il destino di tutti noi.

Star Wars, il vero salvatore della galassia

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Allora, per gli appassionati di cinema e fantascienza siamo di fronte non ad una saga, ma ad un’entità soprannaturale, un capolavoro assoluto con personaggi che hanno segnato per sempre la storia della cinematografia mondiale e non solo, visto che nella galassia in cui sono ambientati gli episodi sono presenti decine e decine di pianeti (se avete un po’ di tempo Wikipedia qui esaudisce la vostra sete di sapere).

Una piccola digressione: esistono purtroppo persone che fanno confusione tra Star Trek e Star Wars per esempio o, peggio ancora, che non ne hanno mai visto nemmeno un episodio… ecco, per piacere prima di leggere l’articolo, mi raccomando RIPETIZIONE! La matematica, i congiuntivi e la saga di Star Wars!

Per quanto mi riguarda, posso affrontare l’argomento solo sotto stretta sorveglianza medica (Dottore mi scusi posso spostare l’ago della flebo? Mi fa male quando schiaccio “shift” per fare le maiuscole…) perché non sono appassionato, mi definirei più un adulatore della saga; adoro i primi tre film di fine anni ’70 inizio ’80 (poesia), un po’ meno i successivi dal ’99 al 2005 – che ritengo sì belli, vanno visti, ma si poteva fare di meglio – e poi sono andato completamente fuori di testa per Episodio VII e Rogue One, fatti sotto la guida niente po’ po’ di meno che “The Walt Disney Company” (il fatto che Mickey Mouse abbia fatto un bonifico di 4 miliardi di dollari a George Lucas mi fa venire le gambe molli).

I personaggi sono molti, ovviamente tutti amiamo Luke Skywalker, Chewbacca e Han Solo (Harrison Ford, Indiana Jones, Blade Runner… si va be’ ciao), ma nessuno regge il confronto con lui, il più terrificante cattivo della storia del cinema, Sua Maestà Darth Vader.

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Ucraina, Odessa, statua di Darth Vader

All’anagrafe Anakin Skywalker, in Italia Dart Fener o Lord Fener, comincia benissimo diventando in poco tempo un potente Jedi. Dopodiché si converte al male… il ribelle… affascinantissimo! Facciamo un sondaggio: carnevale appena passato, esiste il costume da Luke Skywalker? No. Da Darth Vader? Sì. È più spettacolare la spada laser azzurra o rossa? Ovviamente rossa. È più figo Joda (basso, peloso e con le orecchie a punta) o Darth Vader (alto, mascherato, mantello e completo neri elegantissimi)? Non c’è bisogno che rispondiate. Chi può vantare la propria effigie sulla facciata della cattedrale dei Santi Pietro e Paolo di Washington? Lui (tutto vero, guardate qui). Da chi Marty McFly prende spunto per convincere suo padre a corteggiare Lorraine? Chewbacca? Non credo proprio! In più è uno dei pochissimi personaggi (insieme a C-3PO e R2-D2) che appaiono in tutti gli otto film fatti fino ad ora (fisicamente in sette e come “ideale da seguire” in uno, Episodio VII).
Aggiungo un’ulteriore riflessione. Pensateci bene, la saga in fondo si basa sulla storia odio/amore tra un padre da un passato non del tutto “lineare” e suo figlio. Il padre vuole che il figlio segua e viva secondo i suoi ideali, il figlio invece vuole la pace e l’amore – concetto guarda caso esploso e tanto in voga tra i giovani degli anni ’70, epoca in cui nasce la prima trilogia – e alla fine, attraverso il dolore, avviene la redenzione del primo e la riappacificazione tra i due. Solamente con la conversione al bene in punto di morte di Anakin la galassia viene salvata, senza ciò, l’intera storia avrebbe avuto un finale alternativo.
Sommando tutti questi fattori vi troverete di fronte al vero protagonista della saga e a colui che è in realtà il vero salvatore della galassia, risparmiata quando si trovava ormai a un passo dal convertirsi al suo immenso potere maligno.

Dottore ho finito, posso togliere la flebo?

Rhyolite, la città fantasma alle porte della Death Valley

Torniamo a scrivere di viaggi e, per farlo, ci spostiamo nuovamente negli USA – terra di perdizione e svenimento – questa volta nel profondo ovest, in uno dei luoghi più emblematici del mito americano, tra paesaggi sconfinati e storie di conquista ormai dimenticate nella polvere del deserto californiano.

01_DSC_0697Quando nel 2015 ho fatto un tour nel raccapricciante ovest degli Stati Uniti, la Death Valley (o Valle della Morte, se preferite) rappresentava una tappa ovviamente imperdibile e, una volta lì, non ho potuto certo esimermi dal percorrere una manciata di miglia in più per visitare una delle ghost town che spuntano qua e là, dovunque un tempo ci fosse un insediamento minerario. È proprio questo il caso di Rhyolite, una cittadina che nel suo massimo splendore agli inizi del ‘900 arrivava a contare qualche migliaio di abitanti e una serie di attività fiorenti.

La storia
Rhyolite ha conosciuto un rapido sviluppo nei primissimi anni del ‘900 grazie all’estrazione di oro e minerali preziosi dall’adiacente miniera. Molte persone, tante provenienti da San Francisco, si spostarono nell’area al limitare della Death Valley per cercare fortuna o avviare semplicemente la propria attività commerciale e, per qualche anno, Rhyolite fu un centro di tutto rispetto. Il periodo d’oro (è proprio il caso di dirlo) non durò però a lungo. Il ricco filone si esaurì rapidamente e nessuno volle più investire nella cittadina che nel girò di poco tempo si svuotò, trasformandosi in una città fantasma.

Rhyolite nel 1909 (fonte)

Visitare Rhyolite
Le rovine di Rhyolite si trovano, come accennato, nei pressi della Death Valley, a una cinquantina di minuti da Zabriskie Point (sì, il leggendario luogo, lasciamo perdere per piacere). Dovrete uscire dal parco (a differenza di altri parchi nazionali non c’è il casello) e attraversare il confine con il Nevada, percorrendo quella che è una strada tranquilla, non fosse per la continua tachicardia provocata da paesaggi a dir poco surreali. La meta si trova in una zona rialzata rispetto alla depressione del terreno che vi sarete lasciati alle spalle ed è circondata da basse colline scure.
Gli edifici che troverete sono pochi e spiccano sul terreno brullo. Da segnalare la scuola, la banca e la singolare casa di un tale Tom Kelly, costruita con 51.000 bottiglie di birra. La visita prosegue con l’emporio dei fratelli Porter, di cui rimane solo la facciata, e un caboose della Union Pacific (un giorno troverò la forza per parlarvi dell’incredibile mondo delle ferrovie americane… da strapparsi i capelli!) portato lì negli anni ’30 per essere utilizzato come stazione di servizio; non ho parole per descrivere la pelle di cappone che ho avuto nel curiosare al suo interno.

Rhyolite era servita da una ferrovia ora scomparsa e la stazione, che negli anni del declino è stata anche un casinò, rimane uno degli edifici meglio conservati, circondata da una rete metallica e alcuni Joshua Tree, i tipici alberi del deserto. Un altro edificio degno di nota era un secondo emporio, purtroppo raso al suolo da un incendio nel 2014, sviluppatosi dopo che la caratteristica costruzione in legno è stata colpita da un fulmine.

La città è anche sede di alcune installazioni artistiche apparse nel corso degli anni. Famosa L’Ultima Cena dell’artista belga Albert Szukalski che nel 1984 ha riproposto in forma di scultura l’opera vinciana, popolandola di fantasmi, personaggi quanto mai intonati alla desolazione del luogo.

Inutile tentare di descrivere lo stato di sofferenza psicofisica causatomi della visita, provare per credere! A Rhyolite si assapora tutto, dagli echi della corsa all’oro alla sospensione del tempo in un paesaggio primordiale e inospitale, sotto un cielo incredibilmente azzurro e vasto. Il panorama verso la Death Valley si estende a perdita d’occhio e gli unici segni di vita sono le macchine sulle strade che da lì appaiono come lunghi graffi sul terreno rovente.

Ora vado, rivangare queste esperienze mi provoca sempre un senso di nausea e mal di ossa. Credo che mi metterò sotto le coperte in attesa che passi. Alla prossima.

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Rhyolite, vista in direzione sud. Sulla destra ciò che resta della scuola.

Quella volta che ho incontrato Fonzie

Non ricordo precisamente quando, è stato non molto tempo fa, facevo noiosamente zapping con un occhio aperto e uno chiuso perché l’ora era tarda, ad un certo punto sento sommessamente una musica… proveniente da lontano nel tempo… penso: ok sto sognando, è ora di andare a letto. Invece poi, aprendo pure l’altro occhio, vedo anche le immagini e la musica si fa nitida. Dopo pochi secondi mi rendo conto che quella che sto guardando e ascoltando è la riconoscibilissima e mitologica (come l’unicorno o come la fenice) sigla della serie tv culto degli anni ’70 Happy Days! E c’è dell’altro, la didascalia della tv riporta la dicitura “puntata n.1“.

Pun-ta-ta nu-me-ro 1? Ho capito bene? Ora la mia attenzione è al massimo, sono praticamente in piedi sul divano.

Per descrivervi la straordinarietà dell’evento, vi posso dire che in questo episodio è presente addirittura il fratello maggiore di Richie Cunningham, Chuck, e Fonzie (per piacere venti secondi di religioso raccoglimento, grazie) ha ancora il giubbotto chiaro invece che scuro. Guardo la puntata non capendo molto perché stordito dall’evento e, con il classico sintomo da stress estremo dell’ingrigimento dei capelli, mi sovviene quella volta quando ho (anzi abbiamo, sia io che Davide l’altro autore di questo blog) avuto l’occasione di incontrare l’attore che interpretava appunto Arthur Fonzarelli, la leggenda vivente Mr. Henry Winkler.

Scopro per caso che l’Eroe (da adesso e per tutto l’articolo Henry Winkler sarà chiamato così) scrive libri e che sarebbe venuto a Milano e dintorni per la promozione. Dai ragazzi, guardiamoci in faccia e non neghiamo l’evidenza, TUTTI sulla terra conoscono il Papa e Fonzie, TUTTI ne siamo fans sfegatati; senza indugiare mi segno la data sul calendario e mi riprometto di fiondarmi come se non ci fosse un domani ad incontrarlo.

Henry Winkler, come detto, presentava un libro per ragazzi facente parte di una collana ispirata alle sue esperienze di vita (qui il link al sito della casa editrice); egli ha in effetti scoperto solo da adulto la propria dislessia ed oggi con questi libri cerca di spiegarla ai più giovani. Ad un tratto l’Eroe arriva sulle note del tema di Happy Days, suonato dalla banda del paese e, a bordo della sua biga dorata trainata da una coppia di memorabili destrieri candidi, apre la folla come Mosè sul Mar Rosso; la serata comincia, lui parla, spiega ed interagisce scandendo il tutto in un inglese avvolgente e ipnotico, io sono completamente rapito dall’argomento ma sopratutto dal suo enorme carisma. Henry ha spiegato la nascita del protagonista dei libri, Hank Zipzer, un ragazzo con difficoltà a scuola ma allo stesso tempo geniale ed ironico, questo per sfatare ogni dubbio sull’intelligenza dei ragazzi affetti da questo particolare disturbo dell’apprendimento. Ha proseguito raccontando la sua testardaggine nel voler scrivere la collana pur avendo limiti oggettivi dovuti al disturbo (es. la necessità di appoggiarsi ad un vero e proprio team di “scrivani” che dovevano riportare su carta ciò che lui dettava) oppure delle ricerche approfondite su quale fossero il font e la tipologia di impaginazione adatti a scrivere un libro fruibile anche dai dislessici. La serata scorre gradevolmente verso la conclusione e una cosa ve la devo confidare: tutto ciò che vi ho raccontato mi è stato riportato da terzi perché io purtroppo dopo la frase “hello everyone, I’m Henry” credo di aver risposto “si ovviamente lo sappiamo” e poi basta… buio… il fatto di avere davanti a me un idolo assoluto ha purtroppo compromesso il resto.

Tutto è tornato nitido quando è stato il momento di mettersi in fila per l’autografo e la stretta di mano; lacrimante mi sono fatto largo tra la gente (c’era veramente una marea di persone costipata nella sala!) e sono arrivato in prossimità dell’Idolo, gli ho allungato il libro, gli ho stretto la mano e fatto la foto obbligatoria. Fatto questo, ancora scosso dall’incontro con Fonzie di Happy Days in carne ed ossa, mi convinco ad andarmene, vado al parcheggio, salgo sulla mia Buick Roadmaser cabrio del ’51 e mi dirigo verso Arnold’s a mangiare un hamburger.

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Henry Winkler alla presentazione del libro “Hank Zipzer e le cascate del Niagara”