Rucker Park, La Mecca dello street basket

rucker05Parlare di New York è molto dura, le ferite si riaprono, sanguinano e i ricordi del viaggio fanno venire il mal di testa. Facciamoci forza l’un l’altro però e cominciamo il racconto. La spedizione questa volta ci porta ad Harlem (mamma che fitta!), profondamente Harlem, il confine con il Bronx è lì a due passi; siamo al Holcombe Rucker Park, per gli appassionati La Mecca della pallacanestro di strada.
Il playground, che prende il nome dal veterano di guerra Holcombe Rucker, ha tutto ciò che ci deve essere: la classica recinzione di rete metallica, graffiti spaziali (oppure chiamiamole opere d’arte, fa lo stesso) sul muro di cemento, gradoni spartani per assistere alle partite, gruppo di ragazzotti afroamericani che giocano a pallacanestro a un livello fuori dalla grazia di Dio, tutti attorno palazzoni color nocciola con un sacco di finestre e là dietro, sullo sfondo, il mitologico Yankee Stadium… che dire, vorrei essere seppellito qui.

Il luogo è famosissimo per la gente che intende di basket perché qui, ogni estate dal 1947, si svolge il più grande e importante torneo di street basket che si conosca, l’Holcombe Rucker Tournament, al quale partecipano le migliori squadre di New York – e di conseguenza del pianeta – con spesso e volentieri la partecipazione di qualche marziano dell’NBA del calibro di Kobe Bryant (grazie e arrivederci), Kareem Abdul-Jabbar, Julius “Doctor J” Erving, Wilt Chamberlain (Mr. 100 punti in un’unica partita di pallacanestro, si va bene ciao!) e addirittura Sua Maestà Michael Jeffrey Jordan (“…indiscutibilmente il più grande giocatore di pallacanestro di tutti tutti i tempi”, come afferma il maestro Federico Buffa).

Per raggiungere questo posto magico, non fate come il turista medio che prende la metro Linee B e D in direzione Bedford Park blvd fermata 155 street-8 Avenue e se lo trova difronte alla faccia; intraprendete piuttosto una piccola marcia di avvicinamento, un piccolo pellegrinaggio gustandovi quello che vi circonda. Salite allora sulla Linea 4 in direzione Woodlawn e abbandonate il mezzo alla fermata sopraelevata 161 street-Yankee Stadium, lasciatevi prendere a cazzotti dalla monumentale facciata del più famoso stadio d’America, mangiatevi un hamburger al fast food lì davanti, con annessa foto di rito alla strada che passa sotto la metro, oltrepassate il Macomb’s Dam Bridge (travi di ferro e bulloni arrugginiti ovunque) e senza accorgervene arriverete a destinazione.

Ah! Chicca nella chicca! La stazione dello Yankee Stadium è una strutturina in ferro facente parte della vecchia linea sopraelevata dei treni risalente al 1917 ed è la più trafficata del Bronx… sento la tempesta che gira vorticosamente, meglio concludere qui l’articolo e, per piacere, al turista medio di prima – che magari non sale a vedere il panorama dall’Empire State Building perché c’è coda – non dite nulla della stazione, tanto non serve a niente.

Davide, l’altro autore di questo blog, che in questi giorni si trova a New York (maledetto!), ha gentilmente fatto per voi il percorso descritto. Le foto le vedete nell’articolo.

Aggiornamento (scritto da Davide)
32236d4f-cfbe-4478-8414-755eb93abf24Ebbene sì, trovandomi a New York (in questo momento scrivo dalla mia stanza e sta passando un treno sferragliante sulla sopraelevata davanti alla finestra), approfittandone per fare solo per voi il pellegrinaggio descritto da Mauro con estrema sofferenza, ho pensato bene di aggiungere un’ulteriore tappa, già che c’ero. Anziché partire dallo Yankee Stadium sono sceso alla fermata della 181sima (Linea 1), ho attraversato a piedi il ponte sul fiume Harlem (vista di Manhattan in lontananza da capogiro) e in un tragico istante mi sono ritrovato nel Bronx. Qui mi sono fiondato a un indirizzo ben preciso: 1520 di Sedgwick Avenue, prima di proseguire per lo Yankee Stadium e il Rucker Park. Il motivo? Ve lo racconta Federico Buffa nel video che vedete di seguito. Roba da non dormirci la notte:

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Una gita ad Amityville

Data la piega un po’ cupa che ha preso il blog con gli ultimi articoli, vi racconto un episodio avvenuto ormai qualche anno fa, risalente alla prima volta che ho visitato New York. In quella vacanza di otto giorni, prevalentemente dedicati alla visita della città, mi sono ritagliato una mezza giornata per una gita “fuori porta”, come diremmo dalle nostre parti. Spinto da curiosità e voglia di vedere qualcosa di particolare, la scelta è ricaduta su una meta piuttosto insolita: la cittadina di Amityville. Ora, se masticate un po’ di cinema e di cultura popolare, questo nome vi riporterà alla mente una serie di film e storie legate soprattutto a una casa, secondo la leggenda tra le più infestate al mondo.

Cosa dice la storia
Come al solito, lasciando da parte suggestive fantasie, ciò che di vero è accaduto ad Amityville basterebbe da solo a ispirare un film dell’orrore. La notte tra il 12 e il 13 novembre 1974 Ronald DeFeo Jr., un ragazzo problematico della zona, uccise a colpi di fucile tutta la sua famiglia composta dai due genitori e quattro fratelli minori. Inizialmente cercò di dare la colpa a un estraneo, ma date le numerose incongruenze nella sua ricostruzione, non tardò a confessare di essere lui il colpevole, specificando però che alcune voci presenti all’interno della casa lo avrebbero spinto a compiere gli omicidi. Questo naturalmente non gli evitò la condanna all’ergastolo.
Nel dicembre del 1975, la casa situata al 112 di Ocean Avenue, venne acquistata si dice a un prezzo molto conveniente da un’altra famiglia, formata dai coniugi Lutz e i tre figli di lei. I nuovi occupanti si intrattennero però solo ventotto giorni, al termine dei quali lasciarono l’abitazione per non farvi mai più ritorno.

E qui nasce la leggenda
Cosa accadde nella casa per far scappare la famiglia Lutz? La risposta sarebbe contenuta nel libro dal titolo eloquente di The Amityville Horror, scritto da Jay Anson nel 1977, che portò il caso alla ribalta nazionale, attirando sedicenti esperti di paranormale e indagatori dell’occulto, su tutti i celebri coniugi Warren.

In breve, la casa risulterebbe infestata da tempi immemorabili. Costruita sul classico cimitero indiano – che in questo genere di storie non manca mai – e appartenuta in passato a una donna accusata di stregoneria, il 112 di Ocean Avenue non si limiterebbe a ospitare fantasmi e spiritelli dispettosi, ma sarebbe scenario di vere e proprie manifestazioni demoniache, con minacciose figure incappucciate che appaiono all’improvviso nei corridoi, volti spaventosi che vi spiano dal fuoco nel camino, occhi che vi scrutano nell’oscurità al di fuori dalle finestre, sciami di mosche che compaiono dal nulla, pareti che grondano sangue, voci inquietanti, apparizioni sovrannaturali (come il presunto fantasma di uno dei bambini vittime della carneficina del 1974, fotografato dalla troupe dei Warren) e una serie di fenomeni apparentemente inspiegabili. Questo è ciò che avrebbero sperimentato i Lutz secondo la loro versione dei fatti, che ha ispirato il libro di Anson per l’appunto, più una serie di film più o meno riusciti (personalmente vi consiglio solamente il primo del 1979, pietra miliare nel cinema horror).

Cosa dicono i fatti
Il caso di Amityville, uno dei più famosi e studiati al mondo, ha da sempre diviso appassionati di paranormale e scettici. Questi ultimi sono in realtà concordi nell’affermare che, salvo gli omicidi purtroppo realmente avvenuti ad opera di DeFeo, tutta la storia sia un’abile montatura che ancora oggi riesce a far fruttare diversi soldi con libri, pellicole e ogni sorta di approfondimento a riguardo. Di sicuro le versioni dei Lutz e degli esperti del sovrannaturale che hanno svolto indagini nella casa non reggono a una seria analisi scientifica e una semplice operazione di fact-checking è sufficiente a smontare gran parte degli assunti sui quali si basa l’intero mistero. Indagini storiche hanno poi dimostrato come il cimitero indiano e la strega altro non siano che invenzioni per aggiungere ulteriori elementi macabri alla storia. Va inoltre sottolineato come nessuno dei proprietari della casa che si sono succeduti negli anni, abbia mai riportato strani fatti avvenuti all’interno dell’abitazione. Se volete approfondire l’argomento e farvi un’opinione più chiara in merito, qui e qui trovate degli interessanti articoli a riguardo.

Torniamo alla mia esperienza
Devo ammettere che la curiosità verso un caso così affascinante era forte e non volevo lasciarmi sfuggire l’occasione di vedere la famigerata casa con i miei occhi. L’epoca delle app di navigazione sugli smartphone era ancora agli albori e ci ho messo un po’ a capire come raggiungere Amityville da New York, ma alla fine ho trovato: partenza dal piano inferiore della Penn Station (spero che Mauro, l’altro autore del blog, non legga queste righe… potrebbero riaprire in lui ferite mai del tutto rimarginate), direzione Babylon. Viaggiando verso Long Island si attraversa una serie di sobborghi e cittadine che ricordano quelle che siamo abituati a vedere nei film, il viaggio è quindi tutto sommato piacevole e in circa cinquanta minuti si giunge a destinazione.

Sceso dal treno mi sono sentito un po’ come quei turisti del macabro. Probabilmente lo ero, ma ormai ero lì e non avevo fatto la strada inutilmente quindi, cercando di dare il meno possibile l’impressione del curioso, mi sono incamminato per le ordinate vie di Amityville che si presentava come qualsiasi cittadina alle 8.30 di lunedì mattina: gli schoolbus facevano il giro degli isolati, le macchine abbandonavano velocemente le abitazioni e gli anziani passeggiavano con i cani. Giunto in Ocean Avenue potevo osservare le barche ormeggiate luccicare al sole e, salvo un’anziana signora poco dietro di me, non c’era nessuno nei paraggi. Camminando nell’aria frizzante di fine estate, mi sono perso a osservare le lunghe file di ville costose, ne ricordo una già addobbata per Halloween con un cartello che diceva “ghouls and spirits are welcome”, non accorgendomi proprio della casa per la quale ero lì… avevo superato senza notarlo il numero 112. Fatto dietrofront, evitando di distrarmi nuovamente, eccomi giunto a destinazione. Per motivi di privacy e per depistare i curiosi (come il sottoscritto), alcuni particolari della casa sono stati cambiati nel corso degli anni: la vernice scura è stata coperta da un colore chiaro, le caratteristiche finestre semicircolari sono state sostituite da più ampie aperture rettangolari e il numero civico ora è il 108. Per il resto, tutto era al proprio posto, tutto era come lo avevo immaginato; la forma del tetto, la rimessa per la barca, la veranda, forse solo un po’ più piccolo rispetto a come mostrato nelle ricostruzioni cinematografiche. Sentendomi il classico pesce fuor d’acqua e tutti gli occhi addosso, non mi sono fermato più di tanto, giusto il tempo di scattare qualche foto e notare un furgone bianco dei traslochi di fianco alla casa, segno che al di là di tutte le disavventure che hanno portato quel luogo ad avere una triste fama, la vita va avanti.

Mentre ero seduto su una panchina della stazione, aspettando il treno che mi avrebbe riportato a New York, ripensavo alla casa e ho dedicato un pensiero ai suoi abitanti, forse perché una parte di me si sentiva proprio il classico turista spintosi fin lì a curiosare senza rispetto. D’accordo, non si trattava certo di un recente episodio di cronaca nera, ma penso che una parte di me tentasse comunque di respingere un certo senso di colpa. Ho comunque un bel ricordo di quella mattinata, la città è piacevole, anche se non penso sia molto diversa da qualsiasi altro centro abitato sulla costa. Questo è quanto, nel caso vogliate fare un giro e visitare la tranquilla e a suo modo ridente Amityville, questa è stata la mia esperienza.

Le Streghe dello Sciliar

Di tutte le regioni italiane, l’Alto Adige è tra quelle che più mi affascinano. Tradizioni, sapori e una ricca cultura locale si intrecciano sullo sfondo delle Dolomiti. Non credo serva aggiungere altro: indubbiamente tra le montagne più belle del pianeta. Negli ultimi anni mi sono particolarmente legato all’area dell’Alpe di Siusi, tornando da quelle parti ogni qualvolta ne avessi avuto occasione e arrivando a considerarla una sorta di seconda casa.
Di seguito, giusto per darvi un’idea della bruttezza del posto, un video che ho realizzato per un concorso organizzato dall’ufficio marketing dell’Alpe di Siusi:

Qui, ancora più che in altri punti della regione, leggende e usanze legate alla terra sono molto radicate e sentite, contribuendo a dare a questi luoghi un tocco di magia che permea tutto nelle vicinanze. Non è raro passeggiare sui sentieri, tra i boschi o nei paesi delle valli e trovare testimonianze di come questa cultura legata ad antichi costumi sia ancora alla base del vivere comune. Se siete passati da queste parti avrete certamente notato come l’immagine della strega sia uno dei simboli ricorrenti. Non esiste luogo che non sia scenario di leggende che parlano di spiriti, creature magiche e misteriose donne dotate di strani poteri e, proprio l’altopiano dello Sciliar, emblema di questa zona, secondo le storie che vengono tramandate di generazione in generazione, sarebbe casa di queste tanto temute quanto affascinanti figure.

Cosa c’è di vero

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Castel Presule

Purtroppo la storia, ripulita da miti e superstizioni, racconta che agli inizi del secolo XVI e precisamente dal 1506 al 1510, nel tribunale di Fié, con sede nell’austero Castel Presule, si tennero alcuni processi che portarono alla condanna a morte di nove donne accusate di stregoneria. Erano anni bui, in cui le credenze popolari avevano la meglio sulla ragione e il pensiero razionale cedeva il passo a fantasiose interpretazioni della realtà. Si leggono negli atti del processo, custoditi oggi al Museo Nazionale di Innsbruck, testimonianze surreali secondo le quali alcune di queste donne furono viste volare sullo Sciliar nel cuore della notte, a cavallo di una scopa. Un interessante studio avrebbe portato alla luce come, con ogni probabilità, negli alimenti del tempo e in particolare nel pane, finivano alcuni tipi di semi dalle proprietà allucinogene che, naturalmente, da soli non bastano a spiegare l’accanimento nei confronti di persone socialmente emarginate, giustiziate sulla base di prove discutibili e ricostruzioni dettate più da paura e ignoranza che altro. Col passare dei secoli i fatti si fusero al mito, dando vita alla leggenda delle Streghe dello Sciliar.

Cosa dicono le leggende

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Panche delle Streghe, Bullaccia (fonte)

Secondo questi racconti, le streghe sarebbero state donne dai particolari legami col mondo del sovrannaturale. Esperte conoscitrici di piante ed erbe dalle straordinarie proprietà curative, non perfettamente integrate nella società del tempo, frequentatrici di boschi e valli impervie, dedite a misteriose adunate notturne durante le quali danzavano in compagnia del diavolo in persona. Le streghe erano anche esseri capricciosi. Salendo di notte in cima a una montagna sarebbero state in grado di evocare tempeste responsabili della distruzione dei raccolti, carestie e malessere nei villaggi sottostanti.
Proprio uno dei luoghi più famosi, in cui secondo le leggende le streghe si riunivano, si trova sulla cima del monte Bullaccia, dove antichi massi squadrati ricordano enormi sedute chiamate tutt’oggi Panche delle Streghe, dalle quali si ha tra l’altro una strepitosa vista sulla Val Gardena.

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Sedie delle Streghe, Marinzen

Altre panche si trovano qualche centinaio di metri più in basso, nei boschi che circondano l’Alpe di Marinzen. Addentrandosi nel fitto della vegetazione, si giunge a due massi dalla forma simile a due sedie, le Sedie delle Streghe per l’appunto. È molto suggestivo starsene lì, tra un forte odore di resina e sottobosco, e immaginarsi le antiche signore sedere su queste rudimentali sedie.
Un altro posto in cui lo spirito di queste storie non si è mai spento è quello in cui si trovano le cosiddette Sorgenti delle Streghe. Potete trovarlo percorrendo il sentiero che da Saltria porta al rifugio Zallinger, sull’Alpe di Siusi. Abbandonando brevemente il percorso principale e addentrandovi nel bosco troverete dei punti in cui dell’acqua solforosa zampilla dal terreno, formando delle pozze. La zona è stata arricchita da un percorso didattico che farà la gioia dei bambini.
La leggenda più inquietante riguarda il Sasso delle Streghe che si trova presso uno dei due laghetti di Fié, dove si pensa che avesse sede il patibolo su cui le malcapitate furono arse vive. Sempre addentrandovi nel bosco, troverete un enorme roccia divisa in due da un taglio preciso. Questa la descrizione che potete trovare su un pannello esplicativo:

Presso questa pietra, le streghe della zona tenevano le loro sedute e per questo si ritiene che si tratti di un luogo alquanto sinistro e sospetto…

Un tempo, a Fié allo Sciliar, esercitava la propria missione di pastore un parroco il quale, con il suo religioso fervore, si teneva in continua lotta contro il popolo delle streghe, e qualche volta, tramite la preghiera e il pronto suonare delle campane della chiesa, riusciva persino a scongiurare i temporali e le tempeste tramati dalle streghe contro il suo paese.
Una sera d’estate il parroco passeggiava nei pressi del Laghetto di Fié, quando decise di accoccolarsi tra il morbido muschio del bosco e, poco distante dal Sasso delle Streghe, riposare un’oretta. Quando il curato si risvegliò era già notte fonda e dal campanile del paese sentì rintoccare le dodici. Si udì un fracasso assordante, e il popolo delle streghe giunse a cavallo iniziando le sue danze. D’un tratto una delle donne si accorse del parroco e nel giro di un istante tutte le streghe si accanirono contro di lui. Lo seviziarono e maltrattarono fino a quando non diede più segni di vita. La mattina seguente, l’uomo venne ritrovato graffiato e mutilato accanto al Sasso delle Streghe, mentre il suo abito giaceva tutt’intorno in brandelli. Il sacerdote era stato vittima della vendetta delle streghe.

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Sasso delle Streghe, Fié

Queste e altre affascinanti storie, come quella del pastore Hansel che uccise una strega col suo fucile e rimase sconvolto per anni dall’orrenda vista della strega morta o quella di Hans, garzone di San Valentino che si dice prendesse parte ai sabba delle streghe e fosse talmente forte da riuscire a lanciare enormi massi nella valle, rendono così unico e misterioso questo angolo di Alto Adige, dove le tradizioni popolari rimangono vive e vengono sapientemente tramandate ai visitatori. Oggi le streghe sono viste come figure romantiche, sagge e benevole abitatrici dei boschi, come la strega Martha, che intrattiene i bambini con le sue storie. Al di là del mito e delle leggende, credo ci sia una lezione importante da imparare e un messaggio di base, efficacemente riportato in tre lingue su un monumento presso Castel Presule:

Il Comune di Fié allo Sciliar ricorda le proprie concittadine e i propri concittadini condannati e giustiziati 500 anni fa con l’accusa di stregoneria.
La loro morte sul rogo dell’ignoranza e della superstizione sia per le generazioni future un monito contro qualsiasi forma di intolleranza ed emarginazione.

La fontana del Ángel Caído di Madrid

Amici, qui la cosa comincia a diventare seria, la chicca di questo articolo sfocia addirittura nell’esoterico, preparatevi quindi per qualsiasi evenienza, ma mi raccomando – cosa importantissima – “mai incrociare i flussi. Perché? Perché sarebbe male”.

Siamo a Madrid, esattamente nel centro geografico della Spagna, i turisti arrivano e si accalcano per contemplarne le meraviglie; per quanto mi riguarda la considero una città di tutto rispetto ma non eccezionale, diciamo che nella mia personale classifica non è nei primi posti, ma questo è un parere soggettivo. Tre cose però mi hanno particolarmente colpito: 1) Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia, il dipinto Guernica di Picasso, eccezionale! 2) Il mitologico Santiago Bernabeu. Da tifoso della F.C. Internazionale, ogni volta che lo nomino vengo assalito da panico e sudori freddi, nell’Anno Domini 2010 quando lo stellare Barcellona di Messi era la seconda squadra più forte del pianeta, ci abbiamo vinto la Champions League, 0 a 2 con doppietta di Diego Milito, Bayern a casa, sipario grazie. 3) il Parco del Retiro, uno dei tanti parchi pubblici della città. In particolar modo una zona di quest’ultimo ha suscitato in me un forte interesse ed è poi il luogo dove si trova l’esoterica chicca.

Ma andiamo con ordine, prima qualche nota tecnica. Il parco si trova in centro quindi servito benissimo dalle linee della metropolitana cittadina; la fermata dedicata è Retiro sulla Linea 2 (rossa), ma ci sono anche Ibiza ed Atocha, rispettivamente Linea 9 (lilla, a nord-est del parco) e Linea 1 (azzurra, a sud-ovest del parco). Io sono arrivato da Ibiza (Ibiza? Mare, sole, cocktail ghiacciato. Dove? Dove?) e mi sono addentrato nel parco da uno degli innumerevoli accessi da Av. de Menendez Pelayo; fischiettando percorro i gradevoli viali alberati con la classica ghiaietta bianca in terra, imbocco il viale denominato Paseo de Cuba (Cuba? Quiero bailar la salsa. Caraibi. Dove? Dove?) verso sud e a un tratto il mio rilevatore di energia psicocinetica, regalatomi tempo fa non so per quale motivo da un certo Dottor Egon Spengler, comincia a dare i numeri. Consulto le sacre scritture del viaggiatore (la Lonley Planet) e vengo a scoprire che la piazzetta che vedo di fronte a me è esattamente a 666 metri sul livello del mare di Alicante… 666, che strana coincidenza. Alzo lo sguardo e noto che nel piccolo spiazzo davanti a me troneggia una fontana con soggetto e postura quantomeno inusuali; subito spicca ai miei occhi il tono scuro e cupo dell’opera, in completo contrasto con il contesto e i sui colori accesi. Ai piedi, dell’acqua zampilla dalle bocche di una serie di esseri demoniaci e in cima svetta un angelo in posizione riversa all’indietro, il viso verso il cielo con un’espressione che è un mix tra stupore e rabbia: stupore forse per l’inaspettato sopraggiungere di un’inattesa impotenza, rabbia probabilmente perché non si trova più nel luogo in cui avrebbe voluto essere. Ebbene sì! Sono di fronte all’unico, e dico unico, monumento al mondo rappresentante colui che ha disobbedito a Dio, l’angelo caduto per eccellenza, Lucifero. Brividino lungo la schiena anche a voi vero?

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Fontana del Ángel Caído

La statua è stata realizzata da tale Ricardo Bellver y Ramón – scultore madrileno – nel 1876, ispirata al poema epico Paradiso Perduto di John Milton e dopo che fu eretta le sette sataniche di Madrid si diedero appuntamento in questo luogo per moltissimi anni, numerosi riti esoterici furono compiuti ai suoi piedi e altrettanto numerosi sacrifici animali (e non solo, si vocifera…) vennero eseguiti al suo cospetto. Il motivo per cui l’opera sia stata collocata proprio qui, nei giardini frequentati dall’allora alta borghesia spagnola, è ignoto; forse come monito proprio per queste persone a non compiere peccato perché gli inferi sono cosa di questa terra, o forse semplicemente perché il tutto rientrava nella corrente religiosa delle opere dell’artista… sta di fatto che il mio rilevatore di energia psicocinetica ha continuato a dare di matto fino a quando mi sono spostato altrove. Madrid città esoterica quindi? Magari come Torino? Ma chissà, bisognerebbe indagare e documentarsi approfonditamente; una cosa è certa, questa piccola porzione di parco lo è di sicuro.

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Fontana del Angél Caído, particolare (fonte)

La Mortuary Station di Sydney

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Con il suo titolo di capitale “morale” dell’Australia, Sydney è una delle città più belle del mondo, da me visitata con estrema sofferenza qualche anno fa… esperienza mistica direi. I ricordi mi assalgono con violenza, ho i crampi ai polpacci ma non devo cedere al dolore e portare a termine l’articolo, qualsiasi cosa succeda.
Volete che una città del genere non abbia le proprie chicche? Ovviamente ce le ha, e anche in quantità! In questo articolo ve ne svelo una ma, come al solito, dovete abbandonare l’orda di turisti medi con i sandali di gomma e le calze di spugna che fanno i selfie davanti all’Opera House e non sanno nemmeno da dove derivi la sua forma.
Siamo nel quartiere Chippendale, diciamo un paio di chilometri a sud dell’Harbour Bridge (che, sempre per il turista medio, è solo il luogo da cui sparano i fuochi d’artificio a Capodanno e non il ponte in acciaio più largo e pesante del mondo, ispirato al Hell Gate Bridge di New York) per capirci, praticamente poco dietro la Central Station. All’uscita della stazione – a cui arrivano quasi tutte le linee della metropolitana della città, fermata mortuary station 05Central appunto – sulla destra avete un grazioso edificio rosso in mattoni di 8 piani che ospita l’ostello Wake Up! Sydney (la mia “base” per la permanenza in città, consigliatissimo! Qui tutte le info, se vi interessa), salutate con la manina la graziosa receptionist e prendete a sinistra Lee Street che dopo qualche decina di metri diventa Regent Street; pochi minuti e vi troverete a costeggiare un misterioso quanto austero edificio in pietra arenaria color biscotto perfettamente conservato che sembra una chiesa, ma non lo è. L’edifico è in stile gotico, di dimensioni contenute e per qualche strano motivo dà una sensazione di quiete… eterna oserei dire; signore e signori siete infatti di fronte alla Regent Street Railway Station in arte Mortuary Station (qui la posizione). La piccola stazione ferroviaria è stata inaugurata nel 1869 e fino alla seconda guerra mondiale era il punto di partenza dei treni funerari diretti al cimitero di Rookwood, infatti, se salite i gradini e oltrepassate il primo edificio ottagonale a punta, vi troverete in una vera e propria stazione ferroviaria con un unico binario che va verso l’unica direzione possibile: il camposanto. A causa dei molteplici problemi sanitari dell’epoca e dell’ancora poco spazio in città, i corpi venivano gentilmente accomodati negli scomparti dei treni con il biglietto pagato – probabilmente era una sorta di tassa da versare per il trasporto al cimitero, ma prendetela con le pinze, non ho trovato conferme da nessuna parte – e venivano portati a Rookwood senza possibilità di fermate, ovviamente; sul treno c’era posto pure per i vivi, i parenti infatti potevano scegliere di accompagnare il proprio caro fino a destinazione e spesso le celebrazioni funebri cominciavano addirittura in carrozza. Dopo la seconda guerra mondiale, con l’avvento delle strade e della automobili, il servizio fu interrotto.

mortuary station 03L’edifico cambiò diverse volte destinazione d’uso, da movimentazione bestiame a centro di spedizione pacchi, fino più o meno agli anni ’80, quando venne aperto un ristorante con scarso successo; dopo pochi anni tutto venne chiuso causa il non gran interesse da parte della gente a banchettare allegramente dove un tempo venivano caricati i cadaveri… come biasimarli. Oggi, grazie al Permanent Conservation Order (qui i dettagli) l’edificio è al suo antico splendore, le cancellate in ferro battuto sono perfette, i dettagli gotici sono splendenti e i giardini retrostanti sono stati restaurati recentemente; esso è utilizzato come sede occasionale per eventi di importanza cittadina. Per dovere di cronaca concludo dicendovi che il cimitero di Rookwood è talmente grande che l’amministrazione comunale di Sydney ha assegnato ad esso un codice di avviamento postale dedicato… uuuh guarda quanti turisti medi svenuti per terra!

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Le due facce dei Caraibi

Questa Pasqua l’ho trascorsa ai Caraibi. Quattro giorni a San Andrés, una piccola isola al largo del Nicaragua, politicamente ancora in territorio colombiano, capoluogo di un arcipelago che comprende le isole minori di Providencia e Santa Catalina, più un certo numero di minuscoli cayo che sbucano qua e là sulla barriera corallina. Mi asciugo il sudore freddo dalla fronte prima di proseguire. Lo scenario è, come potete immaginare, raccapricciante… facciamoci forza!

Primo giorno
Parto da Bogotà lasciandomi alle spalle cielo uggioso e relativo clima da rimanere tappati in casa, per volare verso la mia destinazione. In aeroporto devo farmi largo tra schiere di fan di Justin Bieber che ha tenuto un concerto in città proprio la sera prima, ma a parte questo il viaggio è tranquillo. Trascorse un paio d’ore di volo, la vista dal finestrino dell’aereo mi fa subito capire che mi trovo in un contesto completamente diverso: cielo limpido, mare turchese, onde che si infrangono sulla costa e, subito oltre, una distesa di palme come non ne ho mai viste in vita mia. Faccio in tempo a notare dall’alto qualche motorino sfrecciare sulla strada che percorre tutto il perimetro dell’isola, poi sono a terra. Non ci metto molto a comprendere che le formalità non sono il forte da queste parti. In men che non si dica scendo dall’aereo, percorro a piedi il tratto di pista che mi separa dall’edificio degli arrivi, passando allegramente tra aerei in partenza e cani randagi che sonnecchiano all’ombra di qualche bancale pronto a essere imbarcato, e pochi minuti dopo mi trovo al di fuori dell’aeroporto.
Il mio hotel si trova a dieci minuti a piedi da lì, cosa già di per sé sconcertante, non mi è mai successo infatti di poter coprire con una passeggiata la distanza tra aeroporto e albergo, ma tant’è… serve ad abituarmi al fatto che qui sia tutto a misura d’uomo.

L’isola, che dall’alto ricorda la forma di un cavalluccio marino, ha una superficie di 26 km² e alcuni centri abitati. Il principale è San Andrés (chiamato El Centro in spagnolo e North End dai nativi) e si trova nella parte settentrionale. Dall’animo decisamente turistico e poco caratteristico, questo centro racchiude in sé la stragrande maggioranza delle strutture ricettive dell’isola, oltre a essere punto di partenza per le numerose escursioni che si possono fare nei dintorni. Saltano subito all’occhio la poca cura con cui sono tenuti gli edifici e la totale anarchia rispetto al codice della strada; i principali mezzi di locomozione, oltre alle auto non tutte di ultimissima generazione, sono piccoli veicoli tipo le macchine da golf e motorini rigorosamente con due o più passeggeri a bordo, tutti senza casco… ah, ovviamente, in tutto questo i pedoni hanno pochissimi diritti, al massimo vi suonano (spessissimo) per ricordarvi che potreste finire schiacciati da un momento all’altro.

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Jonny Cay visto dal lungomare di San Andrés

In prossimità della spiaggia l’atmosfera cambia. Un lungomare di diversi chilometri e ben tenuto costeggia il litorale di sabbia bianca finissima aprendosi su scorci marini da far venire il voltastomaco, incorniciati da una ricca vegetazione tropicale. Già dai primi passi lungo l’area pedonale sono duramente provato, rischio più volte lo svenimento e la vista su Jonny Cay, il principale isolotto satellite dell’isola, non aiuta minimamente. Percorse poche centinaia di metri mi imbatto nel quartier generale dei Coonative Brothers, una cooperativa gestita da nativi dell’isola con la missione di far conoscere le bellezze locali, mantenendo un occhio di riguardo verso l’ambiente, la cultura indigena Raizal e il turismo sostenibile (ancora soltanto una pallida idea da queste parti). Decido di dargli la mia fiducia e prenoto ben due escursioni: una in barca per Cayo Acuario e Jonny Cay e una con la civa (una sorta di coloratissimo pulmino artigianale) per fare il tour dell’isola.

La sera decido di iniziare a esplorare la cultura locale a partire dalla cucina e la scelta (suggeritami da Lonely Planet) ricade su Miss Celia O’Neill Taste, un ristorante in cui poter assaporare alcuni piatti tipici dell’isola come il Rondon (stufato a base di granchio e pesce), in un ambiente che è tutto un programma: struttura in legno scricchiolante addobbata seguendo un viscerale gusto per il trash, per cui pacchiani quadri a tema marino alle pareti, reti e pesci finti che pendono dal soffitto e luccicanti addobbi natalizi sparsi qua e là. La cena è squisita e non tardo ad accorgermi che la cordialità è una delle caratteristiche degli isolani. Sul retro del ristorante c’è un giardino e una piccola esposizione di oggetti artigianali. È chiusa, ma se tanto mi dà tanto, di sicuro non mi sono perso nessuna opera d’arte.

Le strade di San Andrés sono ricche di vita tanto di giorno quanto di sera, per cui musica alta, rumba e via vai fino a tardi. Ci metto un po’, ma alla fine prendo sonno.

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Quella volta che ho incontrato Daniel Libeskind

DLDopo gli attentati dell’11 settembre, l’enorme area di 16 acri prima occupata dalle Twin Towers (è notte, skyline dominato dalle due torri, John Bon Jovi che canta coi capelli cotonati… ed è subito anni ’80!) fu fatta diventare dalla Lower Manhattan Development Corporation – su richiesta dei cittadini di New York – oggetto del concorso internazionale per la progettazione del masterplan di Ground Zero. Gli archistar di tutto il mondo, come una muta di Setter inglesi, hanno drizzato le orecchie e si sono abbattuti sul concorso in massa. Vince Daniel Libeskind (qui il suo sito ufficiale) con un progettino da fuoriclasse, roba da strapparsi i vestiti di dosso.

Ok, recepite queste rapide informazioni, andiamo subito al fatto.

Vengo a scoprire che il nome dell’archistar in questione rimbalza tra le colline della Brianza, più precisamente sarà ospite alla fiera di San Pancrazio a Vedano Olona (VA) e presenterà il suo libro “Breaking down, un’avventura tra architettura e vita” che racconta la sua vita, il suo rapporto con l’architettura e alcune delle sue realizzazioni più famose, tra cui appunto il masterplan dell’area del vecchio e glorioso World Trade Center (è mattina, le Twin Towers si riempiono di colletti bianchi, Michael Jakson che balla col giubbotto di pelle rossa… ed è di nuovo anni ’80!). Cioè, colui che ha schizzato l’ampliamento del Royal Ontario Museum di Toronto (googlate voi perché io non ne ho la forza) a mano libera su un tovagliolo di carta è a poco più di 45 minuti di macchina da casa mia? Non posso assolutamente farmelo scappare!

(Fonte immagini)

La tensostruttura che ospita l’evento è spaventosamente piena e a un certo punto il presidente dell’Ordine degli Architetti di Varese introduce il soggetto che come un ninja compare quasi dal nulla di nero vestito con la sua faccia simpaticamente paffuta ed un paio di stivali da cowboy ai piedi. La chiacchierata di Libeskind – un’oretta circa – è coinvolgente a livelli pazzeschi e cerco di spiegarvi il perché.
Il genio-cowboy sostiene che l’architettura è come musica e l’edificio è lo strumento, essa ha a che fare con le persone e con il vivere gli spazi creati intorno a loro (amen fratello!); concetto che serve sicuramente per capire e spiegare l’idea della diabolica forma del Museo Ebraico di Berlino di cui parla subito dopo (oddio non mi scendono più le maniche della camicia! Ah ok, è pelle di cappone) e che esplica in questa maniera:

Ho cercato di udire le voci della città, le musiche che si suonavano e che aleggiavano per le strade negli anni che hanno preceduto la guerra.

Ma a un tratto… il cuore sobbalza, la conversazione devia pericolosamente verso l’argomento per cui sono venuto, il nuovo World Trade Center (ora le maniche della camicia sono irrimediabilmente bloccate). Il racconto delle vicessitudini passate prima, durante e dopo aver vinto il concorso si abbattono su di me con violenza inaudita, gli aneddoti che Libeskind mi scaraventa contro a manciate sono impressionanti. Il suo ricordo delle visite sul luogo della tragedia (primo tra i suoi illustri colleghi a essersi addentrato in quelle che un tempo erano le fondamenta delle Torri Gemelle, convinto che scendere nelle viscere degli edifici distrutti rappresentasse un percorso ideale da compiere per comprendere a pieno il senso di quegli avvenimenti), il suo chiodo fisso di voler creare qualcosa per non dimenticare, la sua volontà di voler ascoltare chiunque avesse qualcosa da dire in merito per carpire a fondo più dettagli possibili da poter trasferire nel progetto, sono veramente commoventi.

Oltre agli ambiti commerciali, ho destinato uno spazio a luogo della memoria. Questo spazio dovrà creare un senso di connessione per non dimenticare il passato. La memoria è alla base del mio fare architettura, poiché senza di essa non sapremmo da dove veniamo, ne’ dove siamo. La memoria marca la vittoria della vita sulla morte.

La serata si conclude con il classico firmacopie; io inebetito da tutto ciò che ho ascoltato mi metto diligentemente in fila e aspetto il mio turno; quando tocca a me ho come la sensazione che stia per succedere qualcosa di eccezionale, colui che mi sta per firmare il libro è l’uomo che farà risorgere dalle ceneri il luogo forse più famoso al mondo, nella città che adoro e di cui ne ho vissuto (come tutti del resto) l’immane tragedia. Mi complimento con lui, gli stringo la mano e me ne vado, contento.