Un weekend ai Caraibi

Lo scorso weekend sono stato ai Caraibi, abbiate pietà di me e siate comprensivi se ogni tanto, nel riportarvi questa esperienza, vi sembrerò dare segni di squilibrio, grazie.

Partenza il venerdì sera dopo lavoro dall’aeroporto di Bogotà, destinazione Cartagena De Indias, nome che già di per sé evoca scenari esotici e, infatti, le aspettative non vengono deluse. Giungiamo a destinazione poco prima di mezzanotte, dopo circa un’ora di volo, e veniamo accolti da un schiaffo di caldo, porgiamo quindi l’altra guancia e ci arriva un secondo schiaffo, questa volta di umidità. Il clima freddo e piovoso dell’ultima settimana a Bogotà è immediatamente un remoto ricordo.
Cartagena non è certo una metropoli e dal piccolo aeroporto ci impieghiamo una manciata di minuti a raggiungere la nostra abitazione nel cuore della città vecchia, circondata da suggestive mura spagnole. Ci troviamo in Plaza de Bolívar, un bel posto con un sacco di piante e un sacco di via vai; nel parco che costituisce la piazza stessa c’è sempre qualcuno che balla e suona in puro stile sudamericano. Sulla piazza si affaccia l’austero Palacio de la Inquisición (per fortuna oggi solo un museo) e a due passi si trova la cattedrale e la vivace piazza della chiesa di San Pedro Claver. Dicevamo che Cartagena non è una metropoli, vero, ma ci tiene ad avere abitudini all’avanguardia: troviamo subito un supermercato aperto 24/24 dove facciamo rifornimento d’acqua.

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Il sabato è dedicato alla visita della città. Il centro storico è sicuramente la parte più bella e anche la più turistica, sin dal mattino infatti incrociamo gruppi di croceristi con tanto di adesivo del tour operator sulla maglietta (non ci giurerei, ma credo che qualcuno sfoggiasse addirittura la temutissima accoppiata sandali + calze). Le vie, molto curate, sono un susseguirsi di case in stile coloniale decorate con colori vivaci e abbellite da una rigogliosa vegetazione tropicale. Di tanto in tanto si aprono su qualche piazzetta o sono fiancheggiate da un porticato dove è possibile godere di un filo d’ombra. Un consiglio: per avere una vista d’insieme della città salite sul camminamento della cinta muraria. Profili delle chiese da una parte, profili dei grattacieli del quartiere più moderno (Bocagrande) dall’altra e mare ovunque. Io a questa vista ho cercato di eclissarmi infilandomi in uno degli antichi cannoni situati sulle mura, ma senza riuscirci: troppo stretto.
Uscendo dalle mura e andando verso il Castillo de San Felipe, ci si imbatte in un altro quartiere molto caratteristico, chiamato Getsemani. Qui, mentre la luce si fa calda e si avvicina l’ora del tramonto, perdo il lume della ragione e fotografo di tutto nei pittoreschi vicoli traboccanti di vita.

Il secondo giorno, la domenica, è dedicato a un tour in barca che dal porto di Cartagena ci porta a visitare le isole al largo della costa. Solo il pensiero mi causa affanno e fitte alla milza, ma proverò a farvi un resoconto.
Partiamo a bordo di una barca, la Negra Elisabeth, che è una sorta di grosso motoscafo e, dopo avere costeggiato il quartiere Bocagrande (che in qualche maniera mi ricorda Miami), navighiamo tra le due fortificazioni che nei secoli scorsi servivano a sorvegliare l’ingresso alla città; questo dà un’idea di quanto i pirati fossero un problema serio. Dopodiché, accompagnati dai salti di un branco di delfini, puntiamo verso il mare aperto in direzione Isla Barú dove lasciamo scendere alcuni passeggeri – qui alcuni italiani ci salutano augurandoci buona vacanza, peccato che noi non siamo in vacanza, ma fa niente – per poi ripartire, non senza aver notato le prime scandalose sfumature del mare.

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Playa Blanca, Isla Barú

Ci dirigiamo verso Isla Grande dove durante una breve sosta tecnica ci si avvicina un’imbarcazione il cui proprietario ci tenta con degli aperitivi a base di camarones appena pescati. Siamo seri, devo veramente cercare di descrivervi il profumo? Lasciamo perdere che è meglio. Faccio appello a tutte le mie forze e decido di conservare l’appetito per l’ora di pranzo. Nei pressi di Isla Grande iniziamo anche a notare costruzioni in stato di abbandono, alcune delle quali nemmeno terminate. Ci spiega la guida che, essendo stata dichiarata la zona parco naturale in cui è presente tra l’altro un particolare tipo di corallo, è stato revocato il permesso di edificare. Come risultato rimangono queste strutture in cemento che attendono solo di essere ricoperte dalla vegetazione.
Lasciando alle spalle l’isola, riprendiamo la navigazione verso il vero tasto dolente di tutta la faccenda, vale a dire Islas del Rosario. Queste minuscole isole, alcune delle quali poco più che scogli, hanno la faccia tosta di trovarsi in un punto in cui il mare diventa sfacciatamente cristallino, un’oscenità di sfumature fluorescenti e tinte disgustosamente turchesi. Uno spettacolo raccapricciante che, per i forti di stomaco, ho deciso di mostrare di seguito.

Non ci metto molto a dedurre che Islas del Rosario portano questo nome per via del fatto che avvicinandosi ad esse non si può fare a meno che recitare il Santo Rosario in preda a crisi mistica.
La Negra Elisabeth fende imperterrita i flutti e si dirige verso la più grande delle isole (che grande non è), interamente occupata da un oceanario popolato da alcune delle specie marine tipiche della zona. Completa il tutto una serie di moli che, con un sistema di reti, forma delle piscine naturali in cui sono tenuti gli animali più grossi, come squali, coccodrilli e delfini. Permettetemi due piccole postille: 1) il momento del pranzo degli squali è qualcosa di sconvolgente. 2) i delfini saltano svariati metri sopra il pelo dell’acqua, mentre le reti fuoriescono di pochi centimetri. Non c’è dubbio che stiano lì solo per mangiare gratis. Fine della digressione.
Ci fermiamo un’ora all’oceanario per poi ripartire verso Isla Grande, non prima però di essere passati di fianco a due isole collegate da un ponte, un tempo lussuosa proprietà di un certo Pablo Escobar. A Isla Grande pranziamo in un contesto orripilante: sotto una struttura con tetto di paglia, circondati da una parte dal mare di un colore inguardabile e dall’altra da uno stormo di fenicotteri rosa.
A questo punto manca solo di visitare Isla Barú e la famosa Playa Blanca, quindi, dopo avere finito un piatto di pescado, recuperiamo un paio di vacanzieri a Isla del Pirata e puntiamo verso l’ultima tappa del tour. Io comunque dopo aver sentito in mattinata la guida parlare di isola del tesoro e aver visto Isla del Pirata, ho una visione di Willy l’Orbo e di tutti i Goonies al completo che mi fanno “ciao” tra le onde.
Superato anche questo momento di blackout arriva finalmente il momento di spiaggiarsi a Playa Blanca. Questa a dire il vero è forse la parte meno entusiasmante della gita perché la striscia di sabbia è davvero affollatissima di domenica pomeriggio. A rendere la situazione ancora più estrema, barche e moto d’acqua che sfrecciano a pochi metri da riva facendo lo slalom tra i bagnanti (faccio subito un rapido calcolo di quale debba essere il numero di nuotatori investiti ogni anno) con conseguente odore di nafta che mi riporta di colpo alle trafficate strade cittadine. Nonostante questi inconvenienti la spiaggia non è niente male con costruzioni in paglia a sottolineare l’ambiente caraibico, una zona paludosa appena dietro la linea degli alberi dalla quale si alzano uccelli di ogni forma e colore e, per finire, la sabbia stessa molto fine e chiara.
Ci fermiamo per un paio d’ore prima di ripartire, solo che siamo leggermente in ritardo e il mare ora è un po’ mosso, così il capitano decide di spingere un pochino e il viaggio di ritorno si trasforma come per magia in un’esperienza toccante. In più di un’occasione ho avuto la sensazione di decollare con la barca. Alla fine rientriamo a Cartagena sani e salvi.

Mentre siamo sul terrazzino di casa ad aspettare che arrivi il taxi che ci riporterà in aeroporto, nella luce calda del tardo pomeriggio una serie di pappagalli volteggiano a pochi metri da noi appoggiandosi sulle palme dei giardini circostanti. Qui svengo e mi risveglio qualche ora dopo a Bogotà.

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