Quella volta che ho incontrato Daniel Libeskind

DLDopo gli attentati dell’11 settembre, l’enorme area di 16 acri prima occupata dalle Twin Towers (è notte, skyline dominato dalle due torri, John Bon Jovi che canta coi capelli cotonati… ed è subito anni ’80!) fu fatta diventare dalla Lower Manhattan Development Corporation – su richiesta dei cittadini di New York – oggetto del concorso internazionale per la progettazione del masterplan di Ground Zero. Gli archistar di tutto il mondo, come una muta di Setter inglesi, hanno drizzato le orecchie e si sono abbattuti sul concorso in massa. Vince Daniel Libeskind (qui il suo sito ufficiale) con un progettino da fuoriclasse, roba da strapparsi i vestiti di dosso.

Ok, recepite queste rapide informazioni, andiamo subito al fatto.

Vengo a scoprire che il nome dell’archistar in questione rimbalza tra le colline della Brianza, più precisamente sarà ospite alla fiera di San Pancrazio a Vedano Olona (VA) e presenterà il suo libro “Breaking down, un’avventura tra architettura e vita” che racconta la sua vita, il suo rapporto con l’architettura e alcune delle sue realizzazioni più famose, tra cui appunto il masterplan dell’area del vecchio e glorioso World Trade Center (è mattina, le Twin Towers si riempiono di colletti bianchi, Michael Jakson che balla col giubbotto di pelle rossa… ed è di nuovo anni ’80!). Cioè, colui che ha schizzato l’ampliamento del Royal Ontario Museum di Toronto (googlate voi perché io non ne ho la forza) a mano libera su un tovagliolo di carta è a poco più di 45 minuti di macchina da casa mia? Non posso assolutamente farmelo scappare!

(Fonte immagini)

La tensostruttura che ospita l’evento è spaventosamente piena e a un certo punto il presidente dell’Ordine degli Architetti di Varese introduce il soggetto che come un ninja compare quasi dal nulla di nero vestito con la sua faccia simpaticamente paffuta ed un paio di stivali da cowboy ai piedi. La chiacchierata di Libeskind – un’oretta circa – è coinvolgente a livelli pazzeschi e cerco di spiegarvi il perché.
Il genio-cowboy sostiene che l’architettura è come musica e l’edificio è lo strumento, essa ha a che fare con le persone e con il vivere gli spazi creati intorno a loro (amen fratello!); concetto che serve sicuramente per capire e spiegare l’idea della diabolica forma del Museo Ebraico di Berlino di cui parla subito dopo (oddio non mi scendono più le maniche della camicia! Ah ok, è pelle di cappone) e che esplica in questa maniera:

Ho cercato di udire le voci della città, le musiche che si suonavano e che aleggiavano per le strade negli anni che hanno preceduto la guerra.

Ma a un tratto… il cuore sobbalza, la conversazione devia pericolosamente verso l’argomento per cui sono venuto, il nuovo World Trade Center (ora le maniche della camicia sono irrimediabilmente bloccate). Il racconto delle vicessitudini passate prima, durante e dopo aver vinto il concorso si abbattono su di me con violenza inaudita, gli aneddoti che Libeskind mi scaraventa contro a manciate sono impressionanti. Il suo ricordo delle visite sul luogo della tragedia (primo tra i suoi illustri colleghi a essersi addentrato in quelle che un tempo erano le fondamenta delle Torri Gemelle, convinto che scendere nelle viscere degli edifici distrutti rappresentasse un percorso ideale da compiere per comprendere a pieno il senso di quegli avvenimenti), il suo chiodo fisso di voler creare qualcosa per non dimenticare, la sua volontà di voler ascoltare chiunque avesse qualcosa da dire in merito per carpire a fondo più dettagli possibili da poter trasferire nel progetto, sono veramente commoventi.

Oltre agli ambiti commerciali, ho destinato uno spazio a luogo della memoria. Questo spazio dovrà creare un senso di connessione per non dimenticare il passato. La memoria è alla base del mio fare architettura, poiché senza di essa non sapremmo da dove veniamo, ne’ dove siamo. La memoria marca la vittoria della vita sulla morte.

La serata si conclude con il classico firmacopie; io inebetito da tutto ciò che ho ascoltato mi metto diligentemente in fila e aspetto il mio turno; quando tocca a me ho come la sensazione che stia per succedere qualcosa di eccezionale, colui che mi sta per firmare il libro è l’uomo che farà risorgere dalle ceneri il luogo forse più famoso al mondo, nella città che adoro e di cui ne ho vissuto (come tutti del resto) l’immane tragedia. Mi complimento con lui, gli stringo la mano e me ne vado, contento.

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