Le due facce dei Caraibi

Questa Pasqua l’ho trascorsa ai Caraibi. Quattro giorni a San Andrés, una piccola isola al largo del Nicaragua, politicamente ancora in territorio colombiano, capoluogo di un arcipelago che comprende le isole minori di Providencia e Santa Catalina, più un certo numero di minuscoli cayo che sbucano qua e là sulla barriera corallina. Mi asciugo il sudore freddo dalla fronte prima di proseguire. Lo scenario è, come potete immaginare, raccapricciante… facciamoci forza!

Primo giorno
Parto da Bogotà lasciandomi alle spalle cielo uggioso e relativo clima da rimanere tappati in casa, per volare verso la mia destinazione. In aeroporto devo farmi largo tra schiere di fan di Justin Bieber che ha tenuto un concerto in città proprio la sera prima, ma a parte questo il viaggio è tranquillo. Trascorse un paio d’ore di volo, la vista dal finestrino dell’aereo mi fa subito capire che mi trovo in un contesto completamente diverso: cielo limpido, mare turchese, onde che si infrangono sulla costa e, subito oltre, una distesa di palme come non ne ho mai viste in vita mia. Faccio in tempo a notare dall’alto qualche motorino sfrecciare sulla strada che percorre tutto il perimetro dell’isola, poi sono a terra. Non ci metto molto a comprendere che le formalità non sono il forte da queste parti. In men che non si dica scendo dall’aereo, percorro a piedi il tratto di pista che mi separa dall’edificio degli arrivi, passando allegramente tra aerei in partenza e cani randagi che sonnecchiano all’ombra di qualche bancale pronto a essere imbarcato, e pochi minuti dopo mi trovo al di fuori dell’aeroporto.
Il mio hotel si trova a dieci minuti a piedi da lì, cosa già di per sé sconcertante, non mi è mai successo infatti di poter coprire con una passeggiata la distanza tra aeroporto e albergo, ma tant’è… serve ad abituarmi al fatto che qui sia tutto a misura d’uomo.

L’isola, che dall’alto ricorda la forma di un cavalluccio marino, ha una superficie di 26 km² e alcuni centri abitati. Il principale è San Andrés (chiamato El Centro in spagnolo e North End dai nativi) e si trova nella parte settentrionale. Dall’animo decisamente turistico e poco caratteristico, questo centro racchiude in sé la stragrande maggioranza delle strutture ricettive dell’isola, oltre a essere punto di partenza per le numerose escursioni che si possono fare nei dintorni. Saltano subito all’occhio la poca cura con cui sono tenuti gli edifici e la totale anarchia rispetto al codice della strada; i principali mezzi di locomozione, oltre alle auto non tutte di ultimissima generazione, sono piccoli veicoli tipo le macchine da golf e motorini rigorosamente con due o più passeggeri a bordo, tutti senza casco… ah, ovviamente, in tutto questo i pedoni hanno pochissimi diritti, al massimo vi suonano (spessissimo) per ricordarvi che potreste finire schiacciati da un momento all’altro.

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Jonny Cay visto dal lungomare di San Andrés

In prossimità della spiaggia l’atmosfera cambia. Un lungomare di diversi chilometri e ben tenuto costeggia il litorale di sabbia bianca finissima aprendosi su scorci marini da far venire il voltastomaco, incorniciati da una ricca vegetazione tropicale. Già dai primi passi lungo l’area pedonale sono duramente provato, rischio più volte lo svenimento e la vista su Jonny Cay, il principale isolotto satellite dell’isola, non aiuta minimamente. Percorse poche centinaia di metri mi imbatto nel quartier generale dei Coonative Brothers, una cooperativa gestita da nativi dell’isola con la missione di far conoscere le bellezze locali, mantenendo un occhio di riguardo verso l’ambiente, la cultura indigena Raizal e il turismo sostenibile (ancora soltanto una pallida idea da queste parti). Decido di dargli la mia fiducia e prenoto ben due escursioni: una in barca per Cayo Acuario e Jonny Cay e una con la civa (una sorta di coloratissimo pulmino artigianale) per fare il tour dell’isola.

La sera decido di iniziare a esplorare la cultura locale a partire dalla cucina e la scelta (suggeritami da Lonely Planet) ricade su Miss Celia O’Neill Taste, un ristorante in cui poter assaporare alcuni piatti tipici dell’isola come il Rondon (stufato a base di granchio e pesce), in un ambiente che è tutto un programma: struttura in legno scricchiolante addobbata seguendo un viscerale gusto per il trash, per cui pacchiani quadri a tema marino alle pareti, reti e pesci finti che pendono dal soffitto e luccicanti addobbi natalizi sparsi qua e là. La cena è squisita e non tardo ad accorgermi che la cordialità è una delle caratteristiche degli isolani. Sul retro del ristorante c’è un giardino e una piccola esposizione di oggetti artigianali. È chiusa, ma se tanto mi dà tanto, di sicuro non mi sono perso nessuna opera d’arte.

Le strade di San Andrés sono ricche di vita tanto di giorno quanto di sera, per cui musica alta, rumba e via vai fino a tardi. Ci metto un po’, ma alla fine prendo sonno.

Secondo giorno
Mi sveglio, alzo la tenda della mia camera che dà sull’oceano e svengo. Fatta questa premessa fondamentale, continuiamo col racconto.

Alle 9.15 sono sulla spiaggia, nei pressi della baracca di legno dipinta di giallo e verde dei Coonative Brothers dove, già dalla mattina presto e per tutto il giorno, alcune casse sistemate sul tetto pompano musica reggae a tutto volume. Partenza alle ore 9.30 a bordo di una barca chiamata Lancia Negra o Lancia Veloz (a scelta) alla volta di Cayo Acuario. Mentre lasciamo la riva, il ragazzo che fa da marinaio e guida ci spiega che le diverse sfumature del mare dipendono da alcuni fattori quali la salinità dell’acqua, il fondale sabbioso piuttosto che corallino e la profondità dello stesso, ed ecco spiegato perché il Mare dei Caraibi è anche detto Mare dei Sette Colori (vado un attimo a vomitare, scusatemi). Io rimango ipnotizzato dal susseguirsi di banchi di sabbia e coralli e perdo il senno come Ulisse attratto dalle sirene. Vengo sonoramente schiaffeggiato e mi riprendo giusto in tempo per notare il seguente spettacolo, attenti bene: allontanandosi dalla spiaggia si attraversa rapidamente un patchwork di sfumature verdi e azzurre per poi giungere in un punto in cui il fondale è interamente costituito da sabbia bianca e quindi il mare assume il tipico colore turchese, responsabile degli incubi di tantissimi viaggiatori, poi c’è la barriera corallina vera e propria. Si nota lo spumeggiare delle onde su di essa, dopodiché si apre una distesa infinita di blu.

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Verso Cayo Acuario

La barca si mantiene al di qua della barriera, proseguendo la via crucis in direzione Cayo Acuario. Nel giro di poco scorgiamo due sagome scure passare sotto la barca, la nostra guida ci spiega di cosa si tratta – ti prego non dirlo, non peggiorare la situazione, lascia perdere – e io faccio in tempo a sentire la parola mantaralla prima di svenire di nuovo. Provo a fare mente locale: quando mi è capitato di vedere una manta in libertà? MAI. Ah ecco, ne ho appena viste due! Cado in uno stato comatoso.

Quando con una secchiata d’acqua gelata in faccia riprendo coscienza, siamo ormai quasi arrivati e qui noto come purtroppo un certo tipo di turismo non faccia altro che rovinare un ambiente unico al mondo. Nelle acque davanti all’isolotto sfreccia infatti un motoscafo che traina un enorme gommone con alcune persone a bordo, il gommone si alza come una vela e le persone cercano di non cadere in acqua. Un tipo di divertimento che, se fossimo sulla riviera adriatica, potrebbe anche starci, ma personalmente eviterei queste attività in un paradiso tropicale, con un ecosistema delicato come la barriera corallina, già di per sé messo a dura prova d’assalto di migliaia di turisti, oltre al fatto che è proprio brutto da vedere e snatura il luogo stesso. Questa è solo uno delle tante cose discutibili che ho trovato in questa parte dei Caraibi, dove l’attenzione all’ambiente sembra ancora un concetto molto astratto. Peccato.

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Cayo Acuario

A un tratto noto un gruppo di persone camminare sulle acque. Mi sfrego gli occhi, sogno o son desto? Vanno avanti e indietro in mezzo al mare, ma ecco subito svelato il segreto: una parte di Cayo Acuario altro non è che una sottile lingua di sabbia adagiata su un banco di coralli, che emerge di pochi centimetri dall’acqua. Si va bene, ciao a tutti, vado a farmi di Peridon per placare la nausea. L’altra parte, raggiungibile a nuoto o a piedi visto che l’acqua arriva al massimo all’altezza della vita, è poco più che uno scoglio ricoperto di palme.

Arrivati a terra cercano di vendervi di tutto, dall’attrezzatura da snorkeling alle scarpe per poter camminare sugli scogli senza tagliarvi, io dribblo tutti e mi dirigo verso l’isolotto di palme, visibilmente più tranquillo. Attraversato il breve tratto di mare cristallino inizio a percorrerne il perimetro, interamente costituito da coralli. Qui la mia attenzione è attratta da alcune grosse barche che in lontananza luccicano al sole, incagliate sul reef… respinto l’impulso a tuffarmi per andare a vedere i relitti da vicino (non ci arriverei mai a nuoto, ma ho la febbre al solo pensiero), continuo l’esplorazione imbattendomi in un gruppo di baracche in legno orgogliosamente variopinte, dove alcuni nativi sono intenti a pulire e grigliare del pesce.

Per capire chi sono i Raizal, la popolazione indigena di queste zone, occorre fare un piccolo excursus storico. Importato sulle isole dell’arcipelago nel ‘600 dagli inglesi che necessitavano di schiavi (prelevati principalmente dalla Giamaica) per le coltivazioni di cotone e tabacco, questo popolo dal particolare idioma Creolo, fonde in sé tratti di cultura Caraibica, Inglese e Africana. Nel 1991 il governo Colombiano ha riconosciuto ufficialmente questa particolare identità, cercando di preservarne le tradizioni con una serie di leggi.
Mi fermo a curiosare le decorazioni a base di cocco, foglie di palme e ritratti di Bob Marley, poi torno sulla spiaggia. Qui lo scenario è decisamente meno idilliaco, complici probabilmente le vacanze di Pasqua, la quantità di gente che prende il sole, fa snorkeling o beve cocktail serviti nelle noci di cocco è decisamente eccessiva. Alcuni ragazzi locali tengono una piccola manta a pochi passi dalla riva per invitare la gente a farsi fotografare, pagando, in sua compagnia. La Mantaralla Lola… ah, il turista medio, se non ci fosse bisognerebbe inventarlo! Mi spingo sulla parte più estrema della lingua di sabbia ed eccomi come per magia camminare anche io sulle acque.

Arriva il momento di ripartire verso Jonny Cay, la seconda tappa della gita. Questa minuscola isola di 1 km² è coperta da una fitta vegetazione e circondata da una spiaggia di finissima sabbia bianca e banchi di corallo. La caratteristica principale di Jonny Cay è la numerosa comunità di iguane che la popolano (circa cinquecento esemplari), oltre ad altri curiosi animaletti come una piccola lucertola di un colore blu elettrico. Una volta sbarcati, abbiamo una nuova guida di nome Giorgio che ci fa strada tra le palme fino a una serie di panche colorate, il nostro punto di ritrovo. Ecco, lui è l’incarnazione dello spirito caraibico: sui cinquant’anni, Raizal, con una vistosa passione per la cultura rastafariana, indossa grossi occhiali da sole e un grande cappello morbido sotto il quale non è difficile intuire la folta massa di dreadlock. Gesticola molto e ogni movimento delle braccia è accompagnato dal tintinnio di una serie di braccialetti e ciondoli realizzati con minuscole conchiglie. Ci spiega brevemente i diversi orari ai quali farci trovare a seconda di quando desideriamo tornare a San Andrés, dopodiché chiede se qualcuno parla inglese, alzo la mano e lui inizia a rispiegarmi il tutto, al che lo interrompo dicendogli di avere già capito la spiegazione in spagnolo. “One Love!” è la risposta che ricevo. Fantastico!
Come Cayo Acuario, Jonny Cay pullula di gente ma, essendo più grande, è più facile trovare angoli in cui rilassarsi. In pochi minuti faccio il giro dell’isola, fermandomi a osservare un gruppetto di iguane, la barriera corallina che sul lato nord è davvero vicina e una serie di nuvole che dal mare aperto si avvicinano minacciose.

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Jonny Cay, tempesta in arrivo

Quando faccio ritorno al punto di ritrovo il tempo sta rapidamente peggiorando. Si è alzato un forte vento che scompiglia le palme e i nuvoloni non promettono niente di buono: tempesta tropicale in arrivo. Lo spettacolo è affascinante, quando velocemente guadagniamo la riva i colori mi colpiscono come uno schiaffo in pieno volto; mare fluorescente, cielo scuro con squarci improvvisi di sole e, in lontananza, le onde che si abbattono furiose sulla barriera corallina alzando spruzzi di diversi metri. Nella confusione generale, riesco a salire su una piccola barca e a lasciare Jonny Cay. La traversata è breve ma intensa, l’acqua ci colpisce da tutti i lati e, tra onde e pioggia che nel frattempo ha iniziato a cadere, in breve siamo inzuppati. Osservo esterrefatto il bambino tuttofare, aiutante del capitano della lancia, che in tutto questo se ne sta impassibile semisdraiato sulla prua dell’imbarcazione. Eroico!

Come ogni tempesta tropicale che si rispetti, anche questa dura poco. Nel giro di un’ora torna a splendere il sole e San Andrés si ripopola di gente, sul lungomare i turisti passeggiano e i locali ascoltano reggae a volumi improponibili, sulla spiaggia si prende il sole e in mare sfrecciano moto d’acqua e kite surf. Il posto dal quale preferisco godermi il tramonto è una piccola porzione di terra che si allunga in mare per qualche decina di metri. Qui lo sciabordio delle onde, i granchi che passeggiano sugli scogli e la brezza marina creano un mix letale. Puntualmente perdo i sensi e non li riprendo fino al giorno seguente.

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Terzo giorno
È sempre un’esperienza traumatica svegliarmi sull’isola, fare un’abbondante colazione locale cucinata al momento dalle cuoche dell’hotel – che non concepiscono come io possa non parlare lo spagnolo – percorrere i due passi che mi separano dal lungomare e lasciarmi spettinare dal vento che da queste parti soffia sempre intensamente. Non dimentichiamoci che dopotutto ci troviamo in mezzo al mare.

Il terzo giorno lo dedico alla visita dell’entroterra, per cui metto un paio di scarpe comode, faccio scorta d’acqua e parto da San Andrés per esplorare quanto più possibile, rigorosamente a piedi!

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La Loma, vista su Cayo Acuario

Allontanandomi di qualche isolato dalla zona più turistica mi accorgo subito come tutto cambi. Gli omologati alberghi e palazzi di cemento lasciano spazio a piccole casette che, sotto uno strato di incuria, lasciano intravvedere un piacevole stile coloniale. La strada che esce dal centro abitato è in salita e il caldo si fa sentire visto che, abbandonata la costa, anche il vento cala. Lo spettacolo però è mozzafiato: tra le macchie di vegetazione tropicale si aprono scorci sul mare circostante, con tutte le relative sfumature da mal di testa. Dopo un’ora di cammino, sempre sul ciglio di una strada asfaltata e tutto sommato ben tenuta, con lunghi tratti di marciapiede, arrivo a La Loma, il secondo villaggio dopo North End, che dall’alto domina l’isola. Qui, sopra una collina, sorge la Primera Iglesia Bautista, la più antica chiesa di San Andrés (1847, ricostruita nel 1896).

Dopo una breve sosta alla chiesa in legno di pino dell’Alabama (qualcuno ha detto Forrest Gump?), mi rimetto in cammino. La strada passa tra le file di case dei Raizal, gli autentici isolani. Purtroppo le condizioni in cui vivono non sono il massimo, le case sono sempre decorate con colori vivaci, ma spesso versano in pessimo stato e sono pericolanti, mentre tutt’intorno regnano trascuratezza e sporcizia. È comunque una delle zone meno toccate dal turismo e, in effetti, qui di turisti non se ne vedono.

Dopo circa un quarto d’ora, sulla destra una ripidissima strada in discesa segna l’inizio del percorso che porta a Big Pond, una laguna circondata da una fitta vegetazione e popolata da una piccola colonia di caimani. Il caldo e l’umidità non permettono di fermarsi a lungo, ma vale la pena fare una deviazione prima di continuare l’esplorazione.

Riguadagnata la strada principale, raggiungo l’agglomerato di case di Barrack dove ci sono alcuni alberghi, che arrivando da una zona non proprio benestante, appaiono lussuosissimi, oltre a un inaspettato giardino botanico. A due ore dalla partenza mi trovo di nuovo in riva al mare, a metà della costa orientale. Qui non c’è spiaggia e i relitti delle barche rimaste incagliate sulla barriera corallina sono cosi vicini che sembra di poterli toccare. L’inseparabile Lonely Planet indica che da queste parti è ideale fare snorkeling ma, forse per l’orario più ideale per il pranzo che per le immersioni, incontro solamente due turisti inglesi che mi chiedono una foto. Mi incammino verso nord e in poco tempo raggiungo San Luis, che consiste in file di case coloratissime e strutture ricettive nei pressi di quella che è una delle più belle spiagge dell’isola: Rocky Cay, dal nome di un cayo che si trova difronte.

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Spiaggia di Rocky Cay

Palme impertinenti che si protendono verso il mare regalando un po’ d’ombra alla spiaggia bianchissima, insomma, il classico panorama che ci si aspetta di trovare ai Caraibi. Rimango un po’ di tempo a gironzolare tra la vegetazione e la spiaggia, godendomi il rumore delle onde e ritrovando finalmente un po’ di aria prima di terminare la mia escursione. Ci metto in tutto tre ore a percorrere l’anello che da San Andrés porta a La Loma, Big Pond, Barrack, San Luis e infine ancora a San Andrés. Alla fine ho una leggerissima fame, quindi mi fiondo con una forza da sfondare le vetrine nella prima paninoteca che trovo e lì mi dedico a riacquistare le energie, per così dire.

Ritenendomi soddisfatto della spedizione nell’entroterra isolano, il pomeriggio mi dedico a prendere il sole e a ingannare il tempo sulla spiaggia, dimenticandomi clamorosamente che se fisso troppo a lungo i colori del mare perdo conoscenza. E così accade. Quando mi riprendo è ormai sera e sono di un colore rosso tendente al fucsia.

La sera decido di provare un altro ristorante, sempre consigliato dalla mia guida: Restaurante La Regatta. Questo incantevole (e abbastanza costoso) locale si trova vicino al Molo Portofino (eh sì, come da noi, anche qui c’è l’usanza di dare ai posti nomi esotici) e consiste in una lunga passerella che termina in una sorta di palafitta sul mare. La cena, ovviamente a base di pescado del día e vino bianco cileno (consigliatissimo), è squisita e mi godo l’ambiente illuminato da vecchie lanterne, decorato con ogni sorta di oggetto a tema marino; questa volta tralasciando il gusto per il trash. Finito di cenare, mentre mi avvio verso l’uscita del ristorante, noto con la coda dell’occhio una sagoma sospetta farsi avanti tra i pesci che nuotano proprio sotto le assi di legno del pontile: signore e signori, un’altra manta! Svengo, picchio la testa sulla balaustra e cado in mare. Che ci volete fare, non riesco proprio ad abituarmi alla vista di questi animali. Privo di sensi, vado alla deriva tutta la notte, venendo recuperato da alcuni pescatori alle prime luci dell’alba.

Quarto giorno
È arrivato il momento di partire per il tour a bordo della civa, il coloratissimo bus artigianale, in pratica un pickup sul quale è stata costruita una struttura in legno con alcune panche per sedersi. Dopo aver visitato alcuni isolotti nei paraggi e averne percorso a piedi una buona parte, concludo la visita di San Andrés facendo il giro completo del suo litorale.
Si parte dal Molo Portofino e, accompagnati dall’immancabile musica reggae e latinoamericana, lasciamo El Centro percorrendo la costa ovest in direzione sud, file di case da una parte e mare dall’altra. In questo punto non c’è spiaggia e le onde si infrangono su grossi banchi di corallo. La guida ci ricorda che sono estremamente taglienti, una caduta su di essi potrebbe risultare addirittura fatale. Io sono già in un lago di sangue.

Arriviamo alla prima tappa del tour: la Cueva de Morgan. Avevo letto recensioni non propriamente entusiaste di questo posto, la cui fama ruota intorno al leggendario pirata Morgan. Storicamente l’isola ha fornito un punto d’appoggio per le scorribande del pirata che su incarico del governo Inglese, interessato a mantenere l’egemonia sulle isole di San Andrés e Providencia, assaltava e depredava le navi che si trovavano a navigare in quelle acque, spagnole e olandesi soprattutto. La Cueva altro non è che una caverna utilizzata da Morgan per nascondere i suoi bottini, dei quali solo una minima parte andava in tributo agli inglesi e, secondo una leggenda, una parte di questo tesoro si troverebbe ancora al suo interno. Tutt’intorno si sono andate ammassando alcune discutibili strutture che hanno trasformato il luogo in una pacchianata per turisti: grotte finte, galeoni che assomigliano a quelli dei parco giochi, scheletri e manichini particolarmente brutti sistemati un po’ ovunque.

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La Cueva d Morgan, Museo

Apprezzo un minuscolo museo in cui una guida in costume da pirata racconta brevemente la storia di Henry Morgan e alcune chicche sulla sua vita, come ad esempio il fatto che pare abbia avuto quarantotto mogli e circa centoventi figli. Ci informa che l’80% degli oggetti esposti sono autentici e mi perdo a osservare pugnali, spade, uncini per sostituire mani mozzate e alcune dimostrazioni di come si usava nascondere i tesori in forzieri pieni, tra le altre cose, di serpenti e animali velenosi. C’è anche un piccolo museo dedicato alla coltivazione del cocco e alcune baracche davanti alle quali donne locali si esibiscono in balli tradizionali. La Cueva de Morgan vera e propria si trova in un avvallamento del terreno e si raggiunge scendendo alcuni gradini che passano tra radici di grossi alberi. A causa del suo collegamento diretto con il mare la grotta è allagata, ma ci si può comunque fermare a osservarla dalla sua entrata. Ha una larghezza di trenta metri e una profondità di centoventi.

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La Cueva de Morgan

Risalgo sulla civa e proseguo il tragitto alla volta di West View, destinazione La Piscinita. Questo nome, che da solo evoca scenari da incubo, indica uno dei posti più famosi dell’isola: una scogliera che si affaccia direttamente su una porzione di mare esageratamente cristallina in cui miriadi di pesci nuotano tra i coralli… uno spettacolo disgustoso!

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La Piscinita

Purtroppo anche La Piscinita è vittima di un certo modo di concepire il turismo ed ecco che appaiono un trampolino, uno scivolo che finisce direttamente in mare, più una serie di piattaforme in plastica galleggianti, che fanno da base per alcune immersioni con caschi trasparenti riforniti di ossigeno tramite lunghi tubi di gomma gialla. Va bene che il turismo è importante, ma snaturare questo piccolo gioiello, non credo sia stata un’idea geniale. A ridare un tocco di autenticità ci pensano alcuni ragazzotti raizal che, incuranti dei turisti, tra un tuffo e l’altro si intrattengono fumando sigarette diciamo non esclusivamente a base di tabacco.

Ripartiamo da West View e ci dirigiamo verso la punta meridionale di San Andrés, dove c’è la terza e ultima tappa del tour. Grazie a una particolare conformazione degli scogli, in condizioni particolari di vento e onde, l’acqua del mare viene risucchiata in una sorta di geyser in grado di produrre spruzzi alti fino a venti metri. Questo foro sulle rocce è chiamato Hoyo Soplador ed è forse la più grande delusione di tutta l’isola. Non tanto perché il mare è piuttosto calmo e tutto ciò che riesce a creare sono solo inquietanti getti d’aria, ma perché il posto, di per sé molto bello, è stato rovinato senza pietà. E quando dico “senza pietà”, intendo dire che a non più di due metri di distanza dal geyser, qualcuno ha avuto il coraggio di piastrellare direttamente sulla scogliera e costruire dei negozi di souvenir. Bacchettate sulle mani!
Intendo proprio questo quando parlo di due facce dei Caraibi. Ci troviamo in ambienti di una bellezza assoluta, ma la totale mancanza di sensibilità è riuscita a fare dei danni inimmaginabili. L’incuria, la totale dedizione al turismo invadente e dannoso, rischiano di rovinare per sempre questi paradisi naturali. Qualcuno che timidamente parla di ridurne l’impatto c’è ma, come dicevo all’inizio dell’articolo, sembra un concetto ancora troppo astratto. Speriamo che qualcosa riesca effettivamente a cambiare.

Abbastanza rammaricato dalla baracconata sopra Hoyo soplador, salgo a bordo della civa e in poco tempo ritorniamo a San Andrés, risalendo tutta la costa est, fiancheggiando foreste di palme, macchie di vegetazione incredibilmente rigogliosa e tratti di mare da perderci il sonno per intere settimane. In particolare mi colpisce un punto in cui il fondale, appena oltre la barriera corallina, diventa subito molto profondo e l’acqua è di un blu intenso. Ci spiega la guida che queste acque sono infestate dagli amici tiburones.

Finito il tour ho il tempo di mangiare e tornare in albergo per fare check-out: è giunto il momento di tornare a Bogotà e nel pomeriggio, caratterizzato da un’altra tempesta tropicale, raggiungo l’aeroporto, sempre sconvolto dal fatto di metterci non più di dieci minuti a piedi.

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