Lo schiaffo della settimana #18

La pillola schiaffeggiante di oggi viene fuori proprio dal cuore dello sfarzoso e malfamato mondo dal rap; l’artista in questione è Christopher George Latore Wallace III, in arte The Notoriuos B.I.G., uno dei più grandi – nonché influenti – rapper di sempre.
Nel marzo del 1997 l’omino si trova in California per promuovere il suo secondo album, Life After Death… ‘Til Death Do Us Par, noncurante della tremenda faida che in quegli anni si è scatenata tra East e West Coast (nella quale lui è fortemente coinvolto); a mezzanotte e mezza del 9 marzo B.I.G. abbandona per il troppo affollamento la festa al Petersen Automotive Museum di Los Angeles e si siede sul sedile posteriore del gigantesco Chevy Suburban con un paio di suoi pesci pilota. La strada è affollatissima e, dopo solo una cinquantina di metri dal museo, la carovana è costretta a fermarsi; proprio in quel momento si affianca un’altra auto, il finestrino si abbassa e un afroamericano con uno smoking blu scarica quattro colpi nel torace del rapper… Wallace muore poco dopo in ospedale.

L’ultimo video musicale in cui si vede B.I.G. vivo in carne e ossa è quello della canzone Hypnotize, inserita in quel famoso secondo album che stava promuovendo e che, uscendo postumo, fu chiamato solo Life After Death.

Definita una delle migliori canzoni rap della storia, vi invitiamo ad ascoltarla senza se e senza ma, altrimenti ci vedremo costretti a chiamare un paio di amici sulla West Coast…

Annunci

L’isola di Avalon

Tor and surrounding Somerset Levels Glastonbury UK aerial view

Glastonbury Tor (fonte)

La pillola che è in infusione quest’oggi riguarda un luogo leggendario dal fascino indiscusso e, se un giorno fosse mai scovato, sarebbe a mani basse la scoperta archeologica più sensazionale della storia. Sto parlando della mitologica isola di Avalon… (pausa scenica) …luogo dove Giuseppe di Arimatea si rifugiò dopo aver raccolto nel Sacro Graal il sangue di Cristo crocifisso e dove si dice venne sepolto Re Artù di Camelot; due cosine da niente, direi!

Le teorie su dove Avalon possa realmente trovarsi sono innumerevoli e, a volte, anche molto fantasiose. Quella che mi è stata segnalata dall’archeologo di fama mondiale Dr. Henry Walton Jones Jr. in persona (non voglio vedere mani alzate per chiedere chi è costui! Potrei diventare molto scontroso!) mi ha molto incuriosito e ho deciso i metterla immediatamente in infusione.

Siamo nel sud dell’Inghilterra, poco prima che cominci la Cornovaglia e, nello specifico, nelle vicinanze della graziosa cittadina di Glastonbury; all’interno dei ruderi dell’abbazia si trova un anonimo rettangolo di pietra con cartello annesso riportante la seguente scritta: “Site of King Artur’s tomb”. Ok trovata, due foto in posa con i sandali e le calze di spugna e a posto cosi…
No ragazzi, no! Ma stiamo scherzando?! Siccome “…la X non indica mai il punto dove scavare” (cit. sempre del Dr. Jones), non è lì che dobbiamo cercare. Troppo facile.

Bisogna spostarsi dal villaggio verso est per circa un chilometro e mezzo e imboccare Wellhouse Lane. Qui tra la boscaglia si comincia a intravedere qualcosa di interessante… no, non è quel turista medio che si sta per strangolare col la cartina plastificata di dimensioni sconsiderate, ma ciò che si staglia un po’ più in là. Una stranissima collina chiamata Glastonbury Tor (qui la posizione corretta), con una costruzione slanciata sulla cima – la Torre di San Michele risalente al XIV secolo – spicca in mezzo alla campagna; ehi ma poco più avanti c’è un accesso, qualche cosa nella vostra testa vi ordina di imboccarlo, vero? Questo qualche cosa ve lo spiego io cos’è: è semplicemente la possibilità concreta che noi si sia al cospetto dell’isola di Avalon! Effettivamente alcuni studi scientifici affermano che queste zone attorno all’anno 1000 erano completamente ricoperte da paludi e acquitrini derivanti da acque alluvionali facilmente navigabili, dalle quali spiccava appunto “l’isola” su cui si appoggiava il villaggio di Glastonbury e, poco più avanti, quella più piccola di Glastombury Tor, raggiungibili in alcuni periodi dell’anno addirittura in barca.
I primi cristiani vi costruirono qui un’antichissima chiesa (ormai andata perduta) e i particolari terrazzamenti sui fronti della collina sarebbero il tortuoso percorso, una specie di labirinto, che i pellegrini dovevano percorrere prima di raggiungerla; la sacralità del luogo è ancora più accentuata dal fatto che esso è attraversato da un antico sentiero – la St. Michael Ley – che collegava in linea retta  altri luoghi sacri della zona e, ancora, dalla sua appartenenza al segno dell’Acquario nello Zodiaco di Glastonbury (meglio non accennare nemmeno l’argomento perché potrebbe essere deleterio per tutti, guardatevelo in queste foto).

Sommate tutto questo al fatterello della possibile presenza del Santo Graal, portato da Giuseppe di Arimatea, descritto in principio e avete il motivo per cui dopo la battaglia di Camlann fu deciso di seppellire qui il corpo di Re Artù.

Ok adesso però ricomponiamoci, spostiamo i resti dei turisti medi che ricoprono il pavimento come colpiti da una misteriosa epidemia e ragioniamo razionalmente: come potete immaginare tutto ciò non è la verità assoluta, ma quando un sito archeologico di questo tipo si fonde con il mito e la leggenda, il suo fascino aumenta indiscutibilmente in maniera esponenziale e il viaggiatore ha il dovere di andarlo a visitare.
E poi scusate, ma quando nelle gelide giornate invernali la collina di Glastonbury Tor ritorna a essere l’isola che era, sbucando dalle nebbie inglesi, sfido chiunque a non credere a tutto ciò.

avalon05

L’isola di Avalon (fonte)

Lo schiaffo della settimana #17

hendrix

Siamo nello stato di Washington, presumibilmente nella seconda metà degli anni ’50. Un ragazzino afroamericano di nome James che suona abbastanza bene la chitarra fa un sogno nel quale la sua mamma Lucille sembra abbandonarlo; circa un paio di anni dopo la mamma se ne va sul serio, morendo prematuramente a soli 32 anni. Gli anni passano, James cresce e acquista molta dimestichezza con la musica e il canto; nella sua mente il ricordo di quel sogno è impresso indelebilmente e decide di tradurlo in melodia e parole: viene così creata una demo musicale nell’ottobre del ’67 che poi diverrà un capolavoro assoluto e sarà inserita in un album postumo, dopo la scomparsa prematura di James.

Nessuno saprà mai se quel giovanotto, dopo tutti quegli anni, compose il brano sfruttando il suo indelebile ricordo o fu solo l’effetto delle parecchie sostanze stupefacenti che aveva in corpo. L’unica cosa certa è che il brano si intitola Angel e il giovanotto si chiamava James Marshall “Jimi” Hendrix.

New York, il blackout del 1977

aftermath-blackout-1977-looting-power-failure-outage

L’inconfondibile profilo delle Twin Towers nel buio di Lower Manhattan (fonte: nydailynews.com)

Non so se quando l’elettricità tornò a illuminare New York quartiere dopo quartiere, nel tardo pomeriggio del 14 luglio 1977, ci si rese immediatamente conto che nelle venticinque ore appena trascorse qualcosa era cambiato per sempre. Probabilmente no, ma quell’evento, conosciuto come il blackout del 1977, avrebbe segnato un solco indelebile nella storia della metropoli e non solo, uno spartiacque utile a determinare un prima e un dopo.

Ci troviamo nei tormentati anni ’70, un periodo in cui una New York martoriata da degrado e criminalità sta vivendo dolorosi cambiamenti sociali. Sono gli anni in cui il Bronx brucia di incendi dolosi che i proprietari di case ormai impossibili da rivendere appiccano nel tentativo di recuperare almeno i soldi dell’assicurazione. Interi isolati sono ridotti a cumuli di macerie e vaste aree periferiche si svuotano, mentre il resto della città non se la passa meglio, stretta alla gola da una crisi fiscale che la sta mettendo in ginocchio.
Nell’estate del 1977 un’eccezionale ondata di caldo non fa altro che peggiorare la situazione, rendendo ancora più irrequieti gli animi e aggiungendo alla crisi economica e sociale, quella energetica.
La sera del 13 luglio, due fulmini colpiscono in rapida successione una centrale elettrica a Buchanan e, successivamente, una sezione della linea che rifornisce l’area metropolitana. Nel giro di poco, il più grande generatore di New York, situato nel Queens, fortemente sovraccaricato smette di funzionare, lasciando tutti e cinque i distretti al buio.

0713nyc-blackout-1977-2

Le luci di emergenza illuminano lo Shea Stadium (fonte: nytimes.com)

Sono le 21.30, i Mets interrompono la partita che stanno giocando allo Shea Stadium, le stazioni televisive e radiofoniche si spengono, gli aeroporti JFK e La Guardia vengono chiusi, le linee metropolitane si fermano intrappolando migliaia di passeggeri e in men che non si dica in diversi punti della città si verificano disordini, con la polizia che cerca di arginare la massa di persone che si riversa nelle strade, saccheggiando negozi, rapinando banche e appiccando incendi. Le forze dell’ordine sono però in netta minoranza e le stesse prigioni non bastano a far fronte all’eccezionale ondata di arresti. Per l’occasione viene addirittura riaperto un vecchio carcere ormai in disuso a Lower Manhattan, inadatto ad accogliere i prigionieri e infestato dai ratti.

summer-77

Uno dei numerosi incendi appiccati durante il blackout (fonte: nydailynews.com)

Chi non si è barricato in casa è fuori a cercare di sfruttare al massimo un’occasione più unica che rara, arraffando merce di qualsiasi tipo per poi riutilizzarla o rivenderla, per sopravvivere. Ciò avviene soprattutto nei cosiddetti ghetti neri, dove il blackout è la scintilla che fa esplodere una polveriera di proporzioni enormi. Anni di degrado e scelte amministrative vissute come ingiustizie non hanno fatto altro che mettere in risalto le differenze sociali. Disagio e malcontento, senso di abbandono e voglia di rivalsa risaltano come fari nella notte newyorkese e già da qualche anno costituiscono i pilastri alla base di un nuovo fenomeno chiamato Hip-Hop.
Nato nel Bronx (ne parliamo anche in questo articolo), diffondendosi poi ad Harlem e in alcune zone di Brooklyn, l’Hip-Hop è un genere musicale – ma sarebbe più esatto parlare di movimento culturale – che infiamma proprio i giovani afroamericani provenienti dalle aree più povere di New York e diventa orgoglioso contraltare alla musica Disco, propria delle classi sociali più benestanti, ma ha un grosso problema: l’attrezzatura per potercisi cimentare costa parecchio e non è alla portata di tutti.
La notte del blackout è quindi il momento ideale per potersi appropriare di console da dj, microfoni, dischi, mixer e tutto ciò che serve per produrre musica propria.

Raccontano Grandmaster Caz e Disco Wiz che quando la luce si spense la sera del 13 luglio, in men che non si dica si trovarono a dover fronteggiare un’orda di persone decise a sottrar loro gli strumenti coi quali stavano suonando alcuni dischi in un parco del Bronx e che dovettero puntare una pistola per fare desistere questa gente.
Lo stesso Disco Wiz sottolinea in un’intervista che fino a quel blackout conosceva cinque crew di dj in tutta New York mentre, dopo quegli eventi, nuove crew spuntavano come funghi e se ne potevano trovare a ogni angolo della città.

Il blackout e i saccheggi legati ad esso danno una spinta decisiva alla diffusione dell’Hip-Hop, regalando di fatto a ogni giovane che aspiri a diventare dj (e che non si faccia particolari scrupoli) gli strumenti per farlo.
La corrente torna intorno alle 22.30 del 14 luglio, restituendo alla città una parvenza di normalità, ma quattromila arresti, milleseicento negozi saccheggiati, più di mille incendi e un ammontare di danni per circa trecento milioni di dollari sono un conto decisamente salato per una città già in gravi difficoltà. Si verificano alcuni decessi durante le venticinque ore di emergenza, ma incredibilmente nessuno di essi è conseguenza degli scontri.

blackout

I grattacieli di Midtown avvolti dall’oscurità (fonte: boweryboyshistory.com)

Il blackout costa la rielezione al sindaco uscente Abraham Beame e sarà uno dei temi principali sui quali Ed Koch impernierà la sua vincente campagna elettorale, divenendo sindaco e partendo proprio dal fondo toccato quella notte per dare il via a un progressivo risanamento della città, con una lotta senza tregua alle gang di strada e, in generale, al degrado.

Quello del 1977 non è stato l’unico blackout verificatosi nella storia di New York (ce ne fu uno nel 1965 e uno nel 2010), ma è stato indubbiamente il più catastrofico considerando le condizioni precarie in cui versava la città, nonché uno degli eventi emblematici di quell’epoca di grandi tumulti che sono stati gli anni ’70. Riguardando oggi a quegli avvenimenti sembra incredibile come, nel giro di poche ore e in una eccezionale situazione di emergenza, molte cose possano essere cambiate per sempre.

 

Lo schiaffo della settimana #16

clapton

Lo schiaffo di oggi scomoda niente po’ po’ di meno che Sir Eric Clapton, colui che è sicuramente sul podio della classifica dei migliori chitarristi di tutti i tempi. Il brano che vi proponiamo è Wonderful Tonight, singolo del 1977 inserito poi nell’album Slowhand (mamma mia che opera d’arte!) e l’aneddoto che lo riguarda è il seguente: la sera del 7 settembre 1976, Clapton e la sua moglie dell’epoca Pattie Boyd si stavano preparando per presenziare ad un evento io onore di Buddy Holly. Pattie non riusciva a decidersi e si cambiava continuamente d’abito (tipico dell’universo femminile, oserei aggiungere), Clapton ingannava l’attesa strimpellando con la chitarra e canticchiando qualche cosa… a un certo punto si spazientì e disse «Ascolta, sei meravigliosa ok? Per favore non cambiarti più. Dobbiamo andare o faremo tardi!». Stizzito scese al piano di sotto, prese la chitarra e, accecato dalla rabbia, si mise a suonare. Dieci minuti e il capolavoro era pronto.

Come capita spesso agli artisti, Eric Clapton non era molto soddisfatto del risultato, voleva buttare tutto nella spazzatura. La prima volta che venne suonata in pubblico fu a casa del mitologico e ormai ultra centenario chitarrista dei Rolling Stones Ronnie Wood e il successo fu clamoroso. Sempre colpa delle donne…

Vi proponiamo una versione live da accapponare la pelle.

La diga del Gleno

gleno01

Resti della diga del Gleno (fonte: Wikipedia)

E se vi dicessi che a pochi chilometri da Milano esiste un luogo che sembra uscito dalla saga de Il Signore degli Anelli, voi ci credereste? No? Mai, e dico MAI, dubitare delle chicche di questo blog!
Allora, prendete la vostra macchinina e dirigetevi in provincia di Bergamo, raggiungete il comune di Vilminore in Val di Scalve e da qui arrampicatevi fino al microscopico agglomerato di case chiamato Chiesa San Lorenzo in Pianezza (qui la posizione); abbandonate il mezzo nella piazzetta della chiesa e preparatevi per una bella e salutare camminata in mezzo alla natura selvaggia della Alpi bergamasche. Ah, prima di incamminarvi date un’occhiata al campanile perché c’è subito qualcosa da notare: ebbene, state guardando uno dei soli 44 orologi “alla romana” d’Italia, ovvero con il quadrante suddiviso in sei invece che in dodici ore (qui trovate qualche info in più). Inoltratevi nel viottolo che attraversa le case in pietra, aggiungetevi al gruppetto di hobbit, elfi, nani e maghi che vi sta aspettando, e incamminatevi sulla mulattiera che da lì ha inizio e che, percorrendo tutto il fianco della montagna a strapiombo sulla vallata del fiume Gleno, vi porterà fino alla meta.

Il sentiero (C.A.I. n° 411, Vilminore – Lago di Gleno) sale da 1267 fino a circa 1500 metri in poco tempo, per poi diventare praticamente pianeggiante e altamente spettacolare: la vista sulla vallata alla vostra sinistra è veramente mozzafiato; aleggia nell’aria anche un non so che di misterioso perché, a causa della conformazione fisica della mulattiera, per la maggior parte della camminata (poco più di un’ora) non si riesce a capire con chiarezza cosa si stia per palesare all’improvviso, svoltato il costone di roccia. Infatti, dopo aver raggiunto e superato un piccolo edificio in pietra incastonato tra il sentiero e la montagna, il percorso piega decisamente verso est, ma il vostro sguardo sarà catturato da quelle che in lontananza sembrano le rovine dei Cancelli di Morannon, poco prima del Regno di Mordor… viaggiatori vi devo mettere in guardia, non sarà facile distogliere il mirino dall’obbiettivo, attenzione a dove mettete i piedi da qui in poi!

gleno04

Il lago alle spalle dei resti della diga (fonte: Wikipedia)

Quello che vi sta ipnotizzando fino alla pazzia e che piano piano si avvicina a voi minaccioso è ciò che rimane della diga del Gleno, crollata improvvisamente il 1° dicembre 1923 sotto l’enorme peso dell’acqua presente nel bacino retrostante e che causò ufficialmente 356 morti, stimati forse il doppio.  A causa delle fortissime piogge verso la fine di ottobre del ’23 il lago artificiale si riempì per la prima volta, alcune avvisaglie che qualcosa stesse per andare storto si verificarono per tutto il mese successivo sotto forma di perdite, sopratutto nelle arcate centrali che non erano appoggiate sulla roccia, fino ad arrivare al cedimento completo. Alle 7:15 del primo giorno di dicembre, sei milioni di metri cubi di acqua (più detriti e fango) precipitarono nella vallata fino a riversarsi nel Lago di Iseo (una ventina di chilometri più giu!), preceduti da un terrificante spostamento d’aria e lasciandosi alle spalle solo devastazione. Ovviamente nulla da fare, tutto venne spazzato via, il disastro totale.

Il sentiero vi porterà fino a ridosso del gigantesco sbarramento e potrete passare attraverso i quasi settanta metri di squarcio da cui l’immensa quantità d’acqua è violentemente defluita… fare ciò mentre ci si rende conto che questa volta non è colpa di Godzilla, ma solo della negligenza umana vi farà rimanere in silenzio e con il naso all’insù.

gleno02

Lo squarcio (fonte: Wikipedia)

E il Signore degli Anelli? Beh, se il giorno che decidete di andare a vedere la diga il meteo comincerà a diventare un po’ inclemente – tipo l’immagine qui sotto – non stupitevi se un uomo a cavallo con uno strano cappello in testa che dice di chiamarsi Gandalf il Grigio vi chiede indicazioni, tutto normale.

gleno03

Cancelli di Morannon, Mordor (fonte: michelegusmeri.it)

Lo schiaffo della settimana #15

ArtboardCari lettori, oggi è proprio il caso che vi allacciate le cinture prima di leggere la chicca messa in infusione per voi. Fatto? Bene, si parte.

Stiamo entrando in un campo di asteroidi e la nostra navicella spaziale rischia seriamente di finire polverizzata più e più volte. Il brano di oggi è dei Queen (SBAM) e proviene dritto dritto da uno dei loro album più famosi, universalmente riconosciuto tra i migliori di tutti i tempi: parliamo di A Night at the Opera (SBAM).
Con pietre miliari del calibro di Bohemian Rhapsody e Love of my life è difficile concentrarsi su altro, ma seguiteci e non ne rimarrete delusi.
Incastonata tra perle assolute, c’è una piccola pietra preziosa rispondente al nome di ‘39, una ballata folk dal ritmo coinvolgente, piuttosto atipica rispetto al resto della produzione della band britannica.
Innanzitutto vi preghiamo di notare il primo fatto sconvolgente, chiaro come il sole e altrettanto accecante: nel conto delle canzoni scritte e pubblicate fino al quel momento dai Queen, questa è esattamente la trentanovesima, ed ecco spiegato il titolo.
Tutto bene lì dietro? Se dovete vomitare i sacchetti si trovano nello schienale del seggiolino di fronte a voi. Proseguiamo.
Di cosa parla ‘39, scritta da Brian May? A una prima analisi si capisce che il testo racconta di un gruppo di volontari partiti per una sorta di missione e, facilmente tratti in inganno dal titolo, verrebbe da pensare che si tratti di soldati che vadano a combattere la seconda guerra mondiale. Non è esatto.
In realtà la ballata ha un’anima più fantascientifica. I volontari altro non sono che astronauti che vanno alla ricerca di un nuovo mondo in cui poter vivere e che, una volta tornati sulla terra, la trovano invecchiata di secoli, scoprendo che i propri cari sono morti. Ma da dove proviene un testo così strambo?
La risposta è da ricercare sotto l’audace capigliatura del chitarrista e precisamente nella sua mente, sempre affascinata dai grandi quesiti scientifici.
Prima di intraprendere la carriera con i Queen, Brian May ebbe infatti il tempo di laurearsi in fisica e da una parte ‘39 potrebbe essere una metafora proprio della scelta di abbandonare la sicurezza del proprio “pianeta” per affrontare l’ignoto e la vastità di una vita da rockstar. Ma c’è dell’altro.
Da un’altra parte infatti occorre ricordare che lo spazio è da sempre una passione per May, tanto da proseguire gli studi e laurearsi in astrofisica dopo la morte di Freddie Mercury, in un periodo di pausa dalla propria carriera. E qui arriva a nostro avviso l’aspetto più sconvolgente di tutti. Esiste un paradosso, riconducibile al campo della teoria della relatività di Einstein, conosciuto come Paradosso dei Gemelli, secondo il quale tra la terra e una navicella che viaggia nello spazio vi sia una sostanziale differenza nella velocità alla quale il tempo scorre.
Non è da escludere che Brian May, affascinato da questa teoria ne sia rimasto influenzato nella stesura del brano. Per cui i protagonisti della canzone rimangono lontani da casa per un periodo relativamente breve, ma che sulla terra si sia tradotto in secoli.
Lo sappiamo, vi sentite frastornati e inebetiti, lo capiamo. Tra poco rientreremo nell’orbita terreste, apriremo i paracaduti e in men che non si dica verremo recuperati da qualche parte nel Pacifico.

Alla prossima.