The Pole House, la casa sospesa

La chicca che sto per descrivere in questo articolo ha molti pregi, ma anche un grosso e purtroppo incancellabile difetto: il contesto in cui è inserita. Sfortunatamente si trova lungo la Great Ocean Road (mamma mia che male!), a mio modesto parere una delle cinque strade più belle del mondo, ed è quell’oscena highway che parte un centinaio di chilometri a sud-ovest di Melbourne, collegando la cittadina di Torquay ad Allansford, nello Stato di Victoria – Australia.

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243 chilometri che, per la maggior parte, costeggiano l’oceano e attraversano foreste pluviali, parchi nazionali, spiagge color oro… credetemi, la vostra macchina fotografica chiederà pietà; è uno dei pochi posti al mondo da cui, guardando verso l’oceano, si può vedere a occhio nudo la curvatura terrestre! Sì, perché di fronte a voi, schivando per un pelo la Nuova Zelanda, avete solo acqua per 3500 chilometri e poi il Polo Sud.

pole01Dopo aver noleggiato un’auto e preso le prime due rotonde contromano, immettetevi sulla Great Ocean Road in direzione Allansford; vi avviso, la sofferenza sarà tantissima perché ciò che il vostro cervello immagazzinerà durante il viaggio sarà qualcosa di inimmaginabile. Schivate attentamente i pullman pieni di turisti medi giapponesi (endemica specie di turista medio particolarmente aggressiva e ostile per il viaggiatore, molto rumorosa e fastidiosa) e attraversate i graziosissimi paesi costieri di Torquay, Anglesea e Aireys Inlet; più o meno a metà del territorio cittadino di Fairhaven vedrete sulla destra una costruzione che sbuca dalla vegetazione e che vagamente ricorda una sorta di torre di controllo. Un grosso pilone in cemento sostiene una casetta scura di circa un centinaio di metri quadrati, collegata al resto della collina da una sottile passerella. Molto carina, perché buona parte delle pareti perimetrali e tutti i corrimano di balcone e passerella sono completamente in vetro e questo permette una visuale privilegiata sull’oceano (e più precisamente sulla Lorne-Queenscliff Coastal Reserve). A parte lo stravagante pilone centrale di sostegno, il resto è sì molto bello, ma di ville e costruzioni sicuramente più avveniristiche di questa ce ne sono a bizzeffe. E allora la chicca si sgonfia clamorosamente? Tutto fumo e poco arrosto?

Ragazzi… RAGAZZI! Questo è il punto di partenza per far detonare la chicca!

Innanzitutto vi dico che quella che state guardando si chiama The Pole House e vi dico anche che probabilmente è la costruzione più fotografata dell’intera Great Ocean Road. Questo dovrebbe già farvi drizzare le antenne (e far tremare le gambe al turista medio); altra informazione, questa casa non è privata ma è una holiday house e quindi si può affittare per le vacanze (il vostro cervello ora è focalizzato sull’obbiettivo vero? E il turista medio fa le bolle dalla bocca). Adesso cercate un posto dove fermarvi con l’auto e fare inversione, poche centinaia di metri indietro trovate la svolta a sinistra per Yarringa Road, piccola via in salita che passa tra le basse abitazioni in legno nella zona residenziale della cittadina, percorretela quasi tutta e svoltate a sinistra su Banool Road (questi nomi di derivazione aborigena mi fanno impazzire di gioia!); proseguite fino quasi alla fine di essa e troverete il civico 60 (microscopico cartello bianco poco prima di un accesso sterrato nella boscaglia), entrate a piedi, lasciatevi alle spalle il primo fabbricato e aggrappatevi a qualcosa perché a questo punto il respiro si ferma improvvisamente! 

Di fronte a voi avrete uno strabiliante esempio di studio architettonico fortemente voluto dal progettista della casa solo ed esclusivamente allo scopo di sbalordire; ora è chiarissima la scelta dell’unico pilone centrale di sostegno e del lungo e stretto accesso dalla collina. L’elegante passerella in cemento infatti copre alla perfezione il pilastro centrale e la casa, laggiù in fondo, sembra sospesa nel vuoto! Avete presente l’ultima prova di fede che il Professor Indiana Jones deve sostenere prima di raggiungere la grotta in cui è custodito il Santo Graal nel film Indiana Jones e l’ultima crociata? Ecco l’illusione ottica è di tale livello!

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Purtroppo non ci si può accedere, ma per darvi un’idea dei meravigliosi interni della casa potete consultare qui il sito ufficiale facendo molta attenzione: le gigantesche vetrate della zona giorno e della zona notte che danno sull’oceano sconfinato sono a dir poco illegali!

Nel frattempo, il turista medio di prima purtroppo non ce l’ha fatta…

Milano, sulle tracce dei bombardamenti

Luglio 1943, Mussolini viene arrestato. Agosto 1943, per accelerare la resa dell’Italia, gli inglesi programmano un ciclo di bombardamenti che sconvolgono la città di Milano. Due cose balzano all’occhio immediatamente: 1) La rinomata cautela e ragionevolezza del popolo inglese. 2) Per Milano è l’estate più “calda” di sempre. I danni sono ingentissimi; la città ne esce pesantemente mutilata, anche in molti dei suoi pezzi pregiati, La Scala (colpita in pieno), Santa Maria delle Grazie (il Cenacolo di Leonardo rimane forzatamente e per parecchio tempo all’aperto), la Galleria (la maggior parte della copertura non esiste più), l’Ospedale Maggiore (centrato da mezza dozzina di bombe), solo per citarne alcuni. Passata la paura però i milanesi si rimboccano le maniche e cominciano la ricostruzione, lenta ma inesorabile. Tutto torna (quasi) come prima; qualche cosa a testimonianza dell’accaduto – a parte le fotografie d’epoca e i libri di scuola – è però tutt’ora rimasto, fermo immobile dove è sempre stato, basta cercarlo. Ed è qui che la chicca milanese ha inizio.

Come al solito vi farò fare una piccola marcia di avvicinamento (come già capitato per raggiungere il mitologico Rucker Park di quella città che non nominerò) perché la zona vale veramente la pena di essere assaporata per bene; subito una rassicurazione: non temete, non troverete nessun turista medio in questa zona, sono tutti in via Monte Napoleone a guardare le vetrine dei negozi oppure in Galleria Vittorio Emanuele II a spendere 25 euro per un piatto di riso con lo zafferano (perché SOLO lì si mangia il vero risotto alla milanese).

Prendete la metropolitana M1 (linea rossa) e scendete alla fermata Palestro, siamo al limite della seconda cerchia della città, grossomodo a metà strada tra il centro e la Stazione Centrale, risalendo in superficie vi troverete su Corso di Porta Venezia e dopo pochi passi in direzione nord-est sulla sinistra vi si apriranno i Giardini Pubblici Indro Montanelli; qui avete due opzioni: o svoltate a sinistra in via Palestro e dopo circa duecento metri entrare alla GAM (Galleria di Arte Moderna), oppure potete buttarvi a capofitto nel parco dove troverete ombra, fresco, il Museo Civico di Storia Naturale (un po’ obsoleto ma a me molto caro, mi ero follemente innamorato della ricostruzione a grandezza naturale del Triceratopo che c’è al suo interno) e il Planetario Ulrico Hoepli. A fine giornata, dopo esservi acculturati per bene, fatevi una bella passeggiata lungo i sentieri dei giardini pubblici fino ad arrivare all’uscita della punta nord dove vi troverete improvvisamente di nuovo nel folle caos cittadino di Piazza della RepubblicaL’area occupata dalla piazza, pur essendo molto ampia, risulta comunque estremamente intricata per via dell’incrocio di numerose vie e linee del tram che si concentrano in questo punto, una miriade di pali della luce ed elettricità sono sparsi un po’ ovunque, ma voi dovete essere molto concentrati sull’obbiettivo; facendo attenzione a non essere investiti almeno una volta ogni metro percorso, dovete portarvi dall’altra parte della piazza, dove confluisce viale Monte Santo e camminare sulle strisce pedonali che attraversano le due linee del tram.

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fonte: blog.urbanlife.com

Esattamente al centro di esse, proprio sopra a un paio di gradini che ne creano una sorta di piedistallo, troverete un palo verde identico ma nello stesso tempo diverso da tutti: ebbene, se guardate attentamente potrete facilmente scorgere alcuni grossi buchi (un paio passanti da parte a pare) che ne martoriano la superficie, essi sono la conseguenza delle esplosioni degli ordigni bellici raccontati prima e che devastarono la città; questo è quello più evidente ma se cercate bene potrete trovare piccoli danni anche su altri pali in zona.

Fortunatamente in quegli anni Milano era piena di sotterranei e rifugi antiaerei allestiti per la guerra dove la gente si è potuta in qualche maniera proteggere e salvare, queste strutture erano segnalate da indicazioni e scritte sui muri dei palazzi e sono in qualche caso ancora oggi visibili (qui un esempio)

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fonte: blog.urbanlife.com

Come ultima informazione – e per farvi rendere conto della devastazione avvenuta – vorrei riportarvi questo dato: con le macerie dei bombardamenti, verso la fine degli anni quaranta è stato realizzato il bellissimo parco urbano Monte Stella (teneramente ribattezzata dai milanesi “montagnetta di San Siro”) le cui dimensioni sono 370.000 mq di prati e boschi per circa 50 metri di altezza… prendete la piramide di Micerino e moltiplicatela per 3,5.

Per smorzare un po’ di tutta questa drammaticità vi riporto che dalla sua sommità si scorge chiaramente lo stadio Giuseppe Meazza dove l’F.C. Internazionale quest’anno ha fatto una memorabile stagione calcistica condita da un record storico: 2 punti nelle ultime 8 partite (fino alla data odierna…). Eccezionale!

Europa Vs America, la sfida dei parchi sopraelevati

Inutile nasconderlo, qualsiasi grande città che si rispetti ha sul groppone zone e/o infrastrutture obsolete o ormai in disuso che sono cadute nel dimenticatoio. Alcune Amministrazioni Comunali ultimamente si stanno molto adoperando per cercare di trasformare questo problema in un punto di forza, si sono fatti e si stanno facendo sempre più analisi e progetti di recupero urbano per convertire tutto ciò in qualcosa che diventi bello, funzionale e appetibile per i propri cittadini; è partita cosi una “sfida a distanza” tra Europa e America nel convertire in maniera più spettacolare possibile queste – fino a poco tempo fa – fastidiose appendici urbane, una sorta di evoluzione. Le infrastrutture che meglio si prestano per questi progetti sono le vecchie linee ferroviarie cittadine dismesse sia per conformazione (spesso attraversano le “zone calde” delle città) che per struttura (quasi sempre sopraelevate rispetto al livello della strada e quindi lontane dal traffico)

Di esempi spettacolari ne stanno spuntando come funghi, da Rotterdam (in fase di studio) a Philadelphia (The Rail Park in fase di progetto) e Chicago (The 606 – Bloomingdale Trail di recentissima apertura); tutto però e cominciato col botto da Parigi nel 1993 con la Coulée verte René-Dumont e poi è proseguito in maniera oserei dire impertinente a New York nel 2009 con la High Line.

La Coulée verte René-Dumont di Parigi (qui le info)

pp02Qui è dove è nato tutto (come spesso accade per moltissime cose nel vecchio continente…), il primo esempio di recupero di questo tipo. Chiamata anche la Promenade Plantée, è stata realizzata sul tracciato della vecchia linea ferroviaria sopraelevata Ligne de Vincennes ed è una meraviglia all’interno della seconda città più bella d’Europa (la prima a mio modestissimo parere è Caput Mundi Roma, e mi spiace anche per il resto del pianeta ma purtroppo non esiste nulla di paragonabile). Si snoda per 4,7 km, i primi 1,5 km sul poderoso Viaduc des Arts, partendo dalle vicinanze di Place de la Bastille (rimango cauto, luogo con storia a vagonate!) fino a Boulevard périphérique e possiede la particolarità che le permette di offrire allo sciagurato viaggiatore che la percorre scorci su vie e piazze del centro da farsi portare via in lettiga. La prima parte, appunto quella sul viadotto della ferrovia, scorre in mezzo alle case e la cosa incredibile è che se si allunga la mano oltre i cespugli si arriva a bussare alle finestre del terzo piano delle abitazioni e sopratutto si ha un punto osservazione privilegiato su quartiere della Gare de Lyon. La sopraelevata si conclude al meraviglioso Jardin de Reully-Paul Pernin e il percorso continua “a terra” tra tunnel e aree verdi che si aprono all’improvviso ad insaputa del viaggiatore che non può far altro che gettare la spugna ed abbandonarsi tra le braccia di cotanto orrore. Un’ulteriore informazione, ecco da dove arriva il nome Viaduc des Arts (viadotto delle arti): tutti i portici al di sotto della sopraelevata sono stati convertiti in botteghe per arti e mestieri, qui i negozietti di artigianato parigino regnano sovrani e danno bella mostra di se tra le arcate in mattoni rossi. Per gli amanti della musica invece consiglio di fare il percorso a ritroso partendo dalla tangenziale e arrivando a Place de la Bastille, da qui imboccate Rue Saint-Antoine, dopo circa 450 metri girate a sinistra in Rue Beautreillis, sedetevi per una pausa ristoratrice ad uno dei tavolini del Le Dindon en Laisse, locale assiduamente frequentato fino alla sua morte da un certo James Duglas Morrison detto Jim (se va be’ ciao eh!) il quale abitava esattamente di fronte, al civico 17, al terzo piano dell’elegante palazzina bianca che vedete.

 

La High Line di New York (sito ufficiale)

hl06È vero, ovviamente prende spunto dalla sua illustre collega appena descritta, ma qui ragazzi la meraviglia è evidente e tangibile. 2,5 km completamente sopraelevati ricavati dal percorso della West Side Line (degli anni ’30) che da Gansevoort Street arriva fino alla 34th Street e 12th Avenue, in maniera molto imprudente attraversa quindi la zona ovest del quartiere di Chelsea (per la precisione Hudson Rail Yard, West Chelsea e Gansevoort Meatpacking District)... non vi sto ad elencare l’innumerevole presenza di cose spettacolari da vedere che gravitano in questa zona perché sarebbe veramente bruttissimo e stucchevole. Sopraelevata andata in disuso dal 1980 in poi e “sopraffatta” dalla natura con flora (e fauna!) spontanea; viene acquistata a bassissimo costo dai proprietari degli edifici a cavallo della linea ferroviaria che vogliono far fruttare il loro investimento rendendo la zona edificabile, viene quindi siglato l’accordo per la demolizione dall’allora sindaco Rudy Giuliani (fine 2001). Il destino sembra segnato ma qui accade il miracolo. Piccolo passo indietro: due ragazzi, tali Joshua David e Robert Hammond, visceralmente innamorati della vecchia linea ferroviaria non si sa bene per quale motivo, nel dicembre del 1999 partecipano ad un consiglio di circoscrizione (ordine del giorno: la sopraelevata la vorremmo demolire…) nella speranza di trovare qualcuno che voglia salvare la struttura; nessuno. Non si danno per vinti ed inaugurano immediatamente la fondazione no profit “Friends of the High Line“, creano un reportage da diffondere alla cittadinanza (con foto di Joel Sternfeld da loro incaricato) e i primi consensi cominciano ad arrivare. La cosa si espande in breve tempo a macchia d’olio, gli articoli e le richieste di interviste fioccano da tutte le parti, prima a New York e poi nel resto d’America. Nel 2002 viene fatto ricorso all’accordo di demolizione e dopo circa tre anni di lavoro legale, pianificazioni e azioni politiche, l’amministrazione comunale si convince: la High Line è salva e diventerà un parco pubblico. La flora spontanea è rimasta, ma ora è ben curata, è stato progettato e realizzato un contesto di arredo urbano di grande gusto, in molti punti si possono ammirare i vecchi binari della ferrovia e l’area è tra le più frequentate della città; inutile dire che gli scorci che si vedono da questo punto di vista tanto insolito quando privilegiato è come se riempissero di calci e pugni il viaggiatore e trasformano i 2,5 km nella via crucis del Venerdì Santo. Se siete appassionati di murales, quando incrociate sotto di voi la West 25th Street mettetevi l’Hudson River alle spalle e guardate difronte a voi; vi apparirà come d’incanto e vi travolgerà con estrema violenza il meraviglioso “bacio americano” di Eduardo Kobra, riproduzione della celebre foto scattata da Alfred Eisenstaedt il 14 agosto 1945 a Times Square, in cui un’infermiera viene baciata da un soldato americano durante la parata di celebrazione della vittoria sul Giappone… i colori dell’opera incastonati tra i mattoni rossi dei palazzi… se va be’ ciao di nuovo!

Vorrei concludere con un monito. Attenzione perché secondo quanto si legge da un articolo dell’Internazionale quegli spacconi di Singapore hanno appena approvato il loro personale progetto di un recupero del genere. Anche qui si tratta di una vecchia linea ferroviaria, ma questa volta i chilometri sono 23… come al solito esagerati ‘sti asiatici.

Quella volta che ho incontrato Daniel Libeskind

DLDopo gli attentati dell’11 settembre, l’enorme area di 16 acri prima occupata dalle Twin Towers (è notte, skyline dominato dalle due torri, John Bon Jovi che canta coi capelli cotonati… ed è subito anni ’80!) fu fatta diventare dalla Lower Manhattan Development Corporation – su richiesta dei cittadini di New York – oggetto del concorso internazionale per la progettazione del masterplan di Ground Zero. Gli archistar di tutto il mondo, come una muta di Setter inglesi, hanno drizzato le orecchie e si sono abbattuti sul concorso in massa. Vince Daniel Libeskind (qui il suo sito ufficiale) con un progettino da fuoriclasse, roba da strapparsi i vestiti di dosso.

Ok, recepite queste rapide informazioni, andiamo subito al fatto.

Vengo a scoprire che il nome dell’archistar in questione rimbalza tra le colline della Brianza, più precisamente sarà ospite alla fiera di San Pancrazio a Vedano Olona (VA) e presenterà il suo libro “Breaking down, un’avventura tra architettura e vita” che racconta la sua vita, il suo rapporto con l’architettura e alcune delle sue realizzazioni più famose, tra cui appunto il masterplan dell’area del vecchio e glorioso World Trade Center (è mattina, le Twin Towers si riempiono di colletti bianchi, Michael Jakson che balla col giubbotto di pelle rossa… ed è di nuovo anni ’80!). Cioè, colui che ha schizzato l’ampliamento del Royal Ontario Museum di Toronto (googlate voi perché io non ne ho la forza) a mano libera su un tovagliolo di carta è a poco più di 45 minuti di macchina da casa mia? Non posso assolutamente farmelo scappare!

(Fonte immagini)

La tensostruttura che ospita l’evento è spaventosamente piena e a un certo punto il presidente dell’Ordine degli Architetti di Varese introduce il soggetto che come un ninja compare quasi dal nulla di nero vestito con la sua faccia simpaticamente paffuta ed un paio di stivali da cowboy ai piedi. La chiacchierata di Libeskind – un’oretta circa – è coinvolgente a livelli pazzeschi e cerco di spiegarvi il perché.
Il genio-cowboy sostiene che l’architettura è come musica e l’edificio è lo strumento, essa ha a che fare con le persone e con il vivere gli spazi creati intorno a loro (amen fratello!); concetto che serve sicuramente per capire e spiegare l’idea della diabolica forma del Museo Ebraico di Berlino di cui parla subito dopo (oddio non mi scendono più le maniche della camicia! Ah ok, è pelle di cappone) e che esplica in questa maniera:

Ho cercato di udire le voci della città, le musiche che si suonavano e che aleggiavano per le strade negli anni che hanno preceduto la guerra.

Ma a un tratto… il cuore sobbalza, la conversazione devia pericolosamente verso l’argomento per cui sono venuto, il nuovo World Trade Center (ora le maniche della camicia sono irrimediabilmente bloccate). Il racconto delle vicessitudini passate prima, durante e dopo aver vinto il concorso si abbattono su di me con violenza inaudita, gli aneddoti che Libeskind mi scaraventa contro a manciate sono impressionanti. Il suo ricordo delle visite sul luogo della tragedia (primo tra i suoi illustri colleghi a essersi addentrato in quelle che un tempo erano le fondamenta delle Torri Gemelle, convinto che scendere nelle viscere degli edifici distrutti rappresentasse un percorso ideale da compiere per comprendere a pieno il senso di quegli avvenimenti), il suo chiodo fisso di voler creare qualcosa per non dimenticare, la sua volontà di voler ascoltare chiunque avesse qualcosa da dire in merito per carpire a fondo più dettagli possibili da poter trasferire nel progetto, sono veramente commoventi.

Oltre agli ambiti commerciali, ho destinato uno spazio a luogo della memoria. Questo spazio dovrà creare un senso di connessione per non dimenticare il passato. La memoria è alla base del mio fare architettura, poiché senza di essa non sapremmo da dove veniamo, ne’ dove siamo. La memoria marca la vittoria della vita sulla morte.

La serata si conclude con il classico firmacopie; io inebetito da tutto ciò che ho ascoltato mi metto diligentemente in fila e aspetto il mio turno; quando tocca a me ho come la sensazione che stia per succedere qualcosa di eccezionale, colui che mi sta per firmare il libro è l’uomo che farà risorgere dalle ceneri il luogo forse più famoso al mondo, nella città che adoro e di cui ne ho vissuto (come tutti del resto) l’immane tragedia. Mi complimento con lui, gli stringo la mano e me ne vado, contento.

Las Palmitas, il murales più grande del mondo

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Las Palmitas (foto: Germen Crew)

I murales sono materia controversa, c’è chi li considera opere d’arte, chi invece li vede solo come una maniera di deturpare la cosa pubblica (o anche privata) e il paesaggio; personalmente sono sicuro di appartenere alla prima categoria perché appena ne vedo uno mi compare il sintomo della foto compulsiva, li considero vere e proprie opere d’arte a cielo aperto, ne vado pazzo. È chiaro che se il Picasso della bomboletta si sveglia una mattina e decide “firmare” una parte di facciata del Colosseo o il Duomo di Milano e beh… il disegno può essere il più bello dell’universo ma passo immediatamente nella seconda categoria, sia chiaro. Esempi eclatanti da far venire la pelle di cappone nel modo ce ne sono tantissimi, ne cito solo alcuni: il Barrio del Carmen a Valencia (città che da sola vale un articolo intero!), il quartiere di Wynwood a Miami (mare dei Caraibi? Orribile posto) oppure il leggendario 5 Pointz del Queens a New York (ma cosa ve lo dico a fare, dai…). Anche in Italia abbiamo esempi addirittura illustri; a Pisa per esempio, sulla parete della canonica della chiesa di Sant’Antonio Abate, niente po’ po’ di meno che Mr. Keith Haring ha realizzato nel 1989 la sua opera più grande d’Europa (180 mq) denominata Tuttomondo.
Ma qui ora arriva la chicca, una di quelle da tenersi alle sedie per evitare di cadere (o di volare via, a scelta)… ci dobbiamo spostare nel Messico centro-meridionale e più precisamente a Pachuca. Città come ce ne sono tante, con situazioni al limite della legalità, niente di particolare da segnalare se non che nel giugno 2015, col fine di donare agli abitanti un senso di appartenenza e comunità e per sensibilizzare i più giovani all’arte, il gruppo di artisti messicani chiamato Germen Crew (qui il loro profilo Instagram) ha deciso di sposare la lodevole iniziativa del governo e cimentarsi nell’impresa titanica di realizzare il più grande murales della terra. Ma attenzione, quando dico grande intendo veramente molto grande, ma quando dico veramente molto grande intendo che per apprezzarlo al meglio bisogna allontanarsi di un qualche centinaio di metri. I folli – o geniali – giovanotti hanno pensato bene di prendere l’intero quartiere di Las Palmitas e di usarlo come “sfondo” per la loro opera; effettivamente il luogo si prestava perché parliamo di una zona che fino a un paio di anni fa era formata da 209 case trasandate dal colore indefinito e anonimo abbarbicate su una collina. Gli artisti hanno coinvolto circa duemila persone della comunità e dopo innumerevoli ore di lavoro hanno trasformato più o meno 20mila metri quadrati di cemento e mattoni nel primo ed unico barrio magico del Messico. Si dice che la magia prosegua camminando nei vicoli dove la sinuosa gigantesca opera d’arte ha preso forma e dove i colori usati risultano in ordine ed armonia… ma questo ve lo potrò confermare solo quando ci andrò di persona.

Oops, piccolo scherzo, la foto di inizio articolo è in bianco e nero, questa sotto è la versione a colori.

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Las Palmitas (foto: Germen Crew)

American Radiator Building

Ogni tanto vado in fissa per qualcosa, non ci posso fare niente. Un attimo prima tutto scorre liscio e un attimo dopo mi ritrovo lanciato in convulse ricerche di informazioni, immagini e aneddoti su ciò che per qualche oscura ragione ha appena catturato la mia attenzione. Basta poco, un’idea, una suggestione per far scattare la scintilla. Di più non riesco a dirvi, spero che capiate cosa intendo, altrimenti come spiegare l’esistenza di questo blog?

Una delle ultime fissazioni è stata quella per l’American Radiator Building. Questo bizzarro grattacielo sorge nel cuore di Manhattan – e quando dico “cuore di Manhattan” intendo il posto, secondo il mio umile parere, più bello e suggestivo di tutta Midtown, conosciuto dai mortali col nome di Bryant Park (*) – ed è un tripudio di Art Déco, di quelli che ti prendono a schiaffi e ti riportano trascinandoti per le orecchie all’epoca d’oro della Grande Mela, tra grattacieli e signore impellicciate che vanno a teatro prima e per locali poi, magari tacchettando sui marciapiedi bagnati dalla pioggia. Io l’American Radiator Building lo immagino così, tra sbuffi di vapore, a fare da sfondo a queste scene d’altri tempi.

Costruito nel 1924 per la American Radiator Company, l’edificio, alto 103 metri, presenta un eccentrico rivestimento di mattoni neri (a simboleggiare il carbone) e dorati (a simboleggiare il fuoco), un vero inno alla granitica fiducia nella velocità del progresso, tanto in voga nella prima metà del secolo scorso. Sul finire degli anni ‘90 è stato convertito in hotel, rispettando rigide norme in quanto facente parte del National Register of Historic Places (una cosa da niente, insomma), riuscendo a mantenere comunque inalterato il suo immenso fascino.

Sono totalmente rapito dalle forme del grattacielo e messo a dura prova dai continui collegamenti che la mia mente crea con universi letterari e cinematografici. Dai, non ditemi che non sembra anche a voi, in una delirante visione, di attraversare Bryant Park, percorrere la Quarantesima Ovest ed entrare nell’atrio del Bryant Park Hotel. Qui prendere una stanza, raggiungerla in ascensore e una volta entrati aprire il mini bar dove, dal fondo del frigorifero, sentite distintamente una voce chiamare “Zuul!”.

(*) Bryant Park. Posto assolutamente illegale e da evitare, osceno e raccapricciante. Ne ho parlato solo ed esclusivamente per esigenze narrative, ma non tornerò mai più sull’argomento, nemmeno sotto tortura. Una delle pagine più dolorose della mia breve carriera di viaggiatore.

Il Reichstag di Berlino

A maggio dello scorso anno ho visitato per la prima volta Berlino, una tre giorni in solitaria – non ci posso fare niente, ogni tanto sento la necessità di viaggiare solo – zaino in spalla e guida in tasca, alla scoperta di una città dal grande fascino.
Come molte città dal passato travagliato, Berlino non si mostra immediatamente per ciò che è, ma va scoperta un pezzo alla volta, quartiere dopo quartiere e strada per strada, cercandone la vera anima dietro ogni angolo. In poche parole, va capita.
Ecco, sulla capacità e la voglia di comprendere gli aspetti meno superficiali dei luoghi che si visitano si potrebbe aprire un capitolo a parte, ma passiamo oltre, non vorrei dedicare eccessivo spazio ad alcune categorie di viaggiatori.

Berlino è una città viva, dinamica e ricca di storia in un giusto equilibrio tra passato e contemporaneità e uno degli edifici che riassumono al meglio questa doppia natura è il Reichstag, tappa imperdibile per chiunque volesse visitare la capitale tedesca.

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Simbolo e sede del parlamento dell’impero tedesco del XIX secolo, questo edificio è stato dato alle fiamme agli albori della dittatura Nazista (non è mai stato utilizzato infatti durante il Terzo Reich, anche per via di ciò che rappresentava), bombardato durante la Seconda Guerra Mondiale e infine rimasto abbandonato per lunghi anni sull’estremo confine della Berlino Ovest. A metà degli anni ’90 l’artista Christo l’ha impacchettato in una delle sue celebri installazioni e, finalmente, all’alba del nuovo millennio al Reichstag è stato restituito il ruolo che gli compete, grazie a un profondo intervento di recupero, opera dell’architetto britannico Sir Norman Foster. Oggi è di nuovo sede del parlamento e può essere visitato dall’alto della cupola che sovrasta la sala centrale, visibile dalle numerose vetrate che simboleggiano la trasparenza della democrazia.

La mia visita (se siete interessati, ci si può prenotare qui) è iniziata molto presto, in una mattinata di sole e aria frizzante. L’imponenza dell’edificio ha messo subito a repentaglio la mia salute, provocandomi un forte sbandamento nei pressi dell’entrata, ma la parte più complicata è stata sicuramente la visita di cupola e terrazza. Non sto neanche a riportarvi la quantità di sangue che ho perso dal naso. Eccezionale la struttura di vetro e acciaio, dalla quale come dicevo è visibile l’interno del parlamento. Alla notizia che la particolare conformazione della cupola permette il riciclo d’aria in tutto l’edificio ho dovuto scappare fuori per riprendere fiato. La vista dalla terrazza è come potete intuire orrenda; si gode infatti di un panorama sulle zone e gli edifici principali di Berlino, dei quali l’ottima audioguida riassume la storia. Profondamente provato dalla visita al Reichstag ho riguadagnato il pian terreno e ho vagato in preda a delirio e febbre altissima per tutta la città.

Berlino mostra senza vergogna tutte le cicatrici dell’ultimo secolo devastante per la sua storia. Dalla dittatura Nazista alla distruzione della Seconda Guerra Mondiale, passando per la follia della divisione tra Est e Ovest. La pesante eredità ricevuta dal recente passato è tangibile in numerosi luoghi, edifici e mostre che valgono davvero la pena di essere visitati, anche per capire e apprezzare più a fondo questa nostra Europa.