La diga del Gleno

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Resti della diga del Gleno (fonte: Wikipedia)

E se vi dicessi che a pochi chilometri da Milano esiste un luogo che sembra uscito dalla saga de Il Signore degli Anelli, voi ci credereste? No? Mai, e dico MAI, dubitare delle chicche di questo blog!
Allora, prendete la vostra macchinina e dirigetevi in provincia di Bergamo, raggiungete il comune di Vilminore in Val di Scalve e da qui arrampicatevi fino al microscopico agglomerato di case chiamato Chiesa San Lorenzo in Pianezza (qui la posizione); abbandonate il mezzo nella piazzetta della chiesa e preparatevi per una bella e salutare camminata in mezzo alla natura selvaggia della Alpi bergamasche. Ah, prima di incamminarvi date un’occhiata al campanile perché c’è subito qualcosa da notare: ebbene, state guardando uno dei soli 44 orologi “alla romana” d’Italia, ovvero con il quadrante suddiviso in sei invece che in dodici ore (qui trovate qualche info in più). Inoltratevi nel viottolo che attraversa le case in pietra, aggiungetevi al gruppetto di hobbit, elfi, nani e maghi che vi sta aspettando, e incamminatevi sulla mulattiera che da lì ha inizio e che, percorrendo tutto il fianco della montagna a strapiombo sulla vallata del fiume Gleno, vi porterà fino alla meta.

Il sentiero (C.A.I. n° 411, Vilminore – Lago di Gleno) sale da 1267 fino a circa 1500 metri in poco tempo, per poi diventare praticamente pianeggiante e altamente spettacolare: la vista sulla vallata alla vostra sinistra è veramente mozzafiato; aleggia nell’aria anche un non so che di misterioso perché, a causa della conformazione fisica della mulattiera, per la maggior parte della camminata (poco più di un’ora) non si riesce a capire con chiarezza cosa si stia per palesare all’improvviso, svoltato il costone di roccia. Infatti, dopo aver raggiunto e superato un piccolo edificio in pietra incastonato tra il sentiero e la montagna, il percorso piega decisamente verso est, ma il vostro sguardo sarà catturato da quelle che in lontananza sembrano le rovine dei Cancelli di Morannon, poco prima del Regno di Mordor… viaggiatori vi devo mettere in guardia, non sarà facile distogliere il mirino dall’obbiettivo, attenzione a dove mettete i piedi da qui in poi!

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Il lago alle spalle dei resti della diga (fonte: Wikipedia)

Quello che vi sta ipnotizzando fino alla pazzia e che piano piano si avvicina a voi minaccioso è ciò che rimane della diga del Gleno, crollata improvvisamente il 1° dicembre 1923 sotto l’enorme peso dell’acqua presente nel bacino retrostante e che causò ufficialmente 356 morti, stimati forse il doppio.  A causa delle fortissime piogge verso la fine di ottobre del ’23 il lago artificiale si riempì per la prima volta, alcune avvisaglie che qualcosa stesse per andare storto si verificarono per tutto il mese successivo sotto forma di perdite, sopratutto nelle arcate centrali che non erano appoggiate sulla roccia, fino ad arrivare al cedimento completo. Alle 7:15 del primo giorno di dicembre, sei milioni di metri cubi di acqua (più detriti e fango) precipitarono nella vallata fino a riversarsi nel Lago di Iseo (una ventina di chilometri più giu!), preceduti da un terrificante spostamento d’aria e lasciandosi alle spalle solo devastazione. Ovviamente nulla da fare, tutto venne spazzato via, il disastro totale.

Il sentiero vi porterà fino a ridosso del gigantesco sbarramento e potrete passare attraverso i quasi settanta metri di squarcio da cui l’immensa quantità d’acqua è violentemente defluita… fare ciò mentre ci si rende conto che questa volta non è colpa di Godzilla, ma solo della negligenza umana vi farà rimanere in silenzio e con il naso all’insù.

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Lo squarcio (fonte: Wikipedia)

E il Signore degli Anelli? Beh, se il giorno che decidete di andare a vedere la diga il meteo comincerà a diventare un po’ inclemente – tipo l’immagine qui sotto – non stupitevi se un uomo a cavallo con uno strano cappello in testa che dice di chiamarsi Gandalf il Grigio vi chiede indicazioni, tutto normale.

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Cancelli di Morannon, Mordor (fonte: michelegusmeri.it)

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Villa Scott a Torino

Torino è una di quelle città che, sotto una facciata apparentemente austera e compassata, riescono a nascondere chicche a dir poco sorprendenti.
Non è difficile nel capoluogo piemontese respirare l’atmosfera di un glorioso passato e, soprattutto in alcuni quartieri, le testimonianze di un’epoca d’oro sono quanto mai evidenti.
È il caso del quartiere Borgo Crimea, situato sulle colline immediatamente al di là del Po, dirimpetto al ponte Umberto I. Provate e partire da qui per un tour a piedi e vi godrete eleganti abitazioni costruite a cavallo di fine ‘800 e inizio ‘900 da famiglie nobili e alto borghesi, intente a godersi una bella vista sulla città da un luogo privilegiato e decisamente più tranquillo.
In particolare, c’è una villa che sono sicuro riuscirà a stimolare l’immaginazione dei nostri lettori più di ogni altra, ed è con una certa apprensione che ve ne parlo.
Perché dico “con una certa apprensione”? Ma perché questa villa è un sonoro schiaffo per chiunque si fermi a osservarla.

Progettata da Pietro Fenoglio, uno dei più noti architetti e interpreti del Liberty italiano, Villa Scott (dal nome del suo primo proprietario) è uno strepitoso esempio di quella che rimane – a mio modesto parere – una delle più sconvolgenti e suggestive correnti stilistiche della galassia.
La villa è un tripudio di decorazioni ed elementi tipici del Liberty, per cui aspettatevi di essere spintonati da statue e fontane, sbeffeggiati da tanto azzardate quanto armoniche volute e presi brutalmente di mira da finestre incorniciate in modo decisamente arrogante. Non aspettatevi tuttavia di trovarvi di fronte a qualcosa di esagerato o pacchiano, tutt’altro! L’aspetto più straordinario è forse proprio questo; la villa si sviluppa infatti all’interno di spazi ben ponderati e rimane discretamente celata dietro a un boschetto di alberi e una sobria cancellata in parte nascosta dall’edera.

Con la morte del primo proprietario, Villa Scott ha cambiato destinazione, divenendo sede di un collegio femminile ed è proprio in questo periodo che ha vissuto il suo “momento di gloria”, per così dire. La villa è stata infatti scelta come location per alcune scene di Profondo Rosso, uno dei film più conosciuti e apprezzati di Dario Argento, divenendo per l’occasione l’inquietante Villa del Bambino Urlante.
L’abitazione è nuovamente passata di proprietà e, successivamente a un restauro, è tornata a essere una residenza privata.

Ora una piccola nota personale. Negli ultimi mesi mi trovo a Torino per lavoro, proprio alla fine di via Mazzini, in un ufficio che si affaccia sul Po. Immaginate ora la suggestione della vista che ho davanti ogni giorno: gli alberi spogli di questo periodo dell’anno, la strada, il fiume che scorre sonnolento e i quartieri alti sulle colline al di là di esso; il tutto avvolto in una grigia nebbiolina.
Capite bene che la fantasia non può fare a meno di correre violentemente alla Villa del Bambino… ehm, a Villa Scott che da qualche parte, sono sicuro, mi sta osservando.

Lo schiaffo della settimana #12

e483e30d4309a8b4b39774d0e1603adaCari lettori, oggi vi giochiamo un tiro veramente mancino, ce ne rendiamo perfettamente conto e vi chiediamo scusa in anticipo. Il brano – lo schiaffo, per essere più precisi – di questa settimana è un pezzo del mitologico duo Simon & Garfunkel, dal titolo quanto mai eloquente di The 59th Street Bridge Song (Feelin’ Groovy).

Notiamo che qualcuno tra voi è già fuggito a gambe levate e non possiamo certo biasimarlo. Per chi è invece rimasto, dobbiamo nostro malgrado spiegare il carico di dolore che tali parole sottintendono, ma non prima di avervi dato un paio di nozioni. La canzone, scritta da quell’indiscusso fuoriclasse di Paul Simon che l’ha interpretata e incisa in coppia con Art Garfunkel, venne pubblicata nel 1966 all’interno del loro terzo album Parsley, Sage, Rosemary and Thyme ed è tutt’oggi uno dei loro pezzi più amati.
Ma passiamo alle note dolenti. Come purtroppo il fato ha deciso, Simon & Gurfunkel sono di New York e 59th Street Bridge non è altro che un nome più colloquiale col quale indicare il ponte suà-maestà-signore-del-male Queensboro Bridge che, con i suoi 1.1325,2 metri di acciaio, bulloni e arroganza, dal 1909 collega il distretto del Queens a Manhattan, passando con sfacciata impertinenza per Roosevelt Island.

Vi possiamo garantire che è un’esperienza assolutamente gratificante passeggiare nei pressi del ponte prendendo alla lettera ciò che Simon & Garfunkel consigliano con il loro brano: rallentare, nel caos del traffico cittadino come nella vita, per apprezzare il piacere delle cose semplici come i ciottoli della strada, i fiori e, perché no, fermarsi a parlare con un lampione.

Oltre alla versione in studio di 59th Street Bridge Song (Feelin’ Groovy) che trovate di seguito, qui vi proponiamo il live dallo storico concerto di Central Park.

La montagna d’oro

Alzi la mano chi non ha mai desiderato essere nei panni di Zio Paperone e trovarsi davanti a una montagna d’oro o chi non hai mai voluto essere Lupin III per mettere gli occhi su un caveau zeppo di lingotti luccicanti… ebbene, leggendo questa chicca tremenda potrete farlo! E secondo voi qual è l’unico luogo al mondo dove può accadere una cosa simile? Las Vegas? Risposta sbagliata. New York? Esatto!

Esattamente al 33 di Liberty St. (fermata metro J e Z – Fulton Street) troverete l’ingresso piantonato da almeno un paio di terrificanti poliziotti del NYPD di un bel palazzotto di una decina di piani rivestito in quadrotti rettangolari che sembrano degli Oro Saiwa. Siete al cospetto del Federal Reserve Bank of America Building, un luogo dove – come si può capire – il denaro è di casa e sopratutto in quantità smisurate.

È vero, siamo in una delle zone più turistiche di Manhattan, i marciapiedi pullulano di esemplari di mediocris tornacense stupet (turista medio imbambolato) intenti a cercare chissà cosa e lo sconforto potrebbe assalirvi, ma non abbiate paura cari viaggiatori, non abbiate paura! Svoltate l’angolo e, al 44 di Maiden Lane una volta varcata la soglia d’ingresso, vi troverete in un’oasi di pace fuori dalle visite guidate usuali. Potrete partecipare infatti al Museum & Gold Vault Tour che la Federal Reserve Bank of America offre gratuitamente a un massimo di 25 persone per volta e che vi porterà a scoprire come è gestita e a che cosa serve non una, ma la più colossale riserva aurea monetaria del pianeta. Non so voi, ma al solo pensiero ho i brividi di freddo…

Dopo ovviamente un controllo a dir poco “accurato” di qualsiasi granello di polvere voi abbiate addosso, l’interessante visita guidata ha inizio, ma è quando scenderete sotto terra che il fiato vi si interromperà bruscamente in gola lasciandovi ansimanti per il resto del tour. Si arriva a circa 25 metri sotto il livello stradale e si fa conoscenza con l’unica entrata al caveau sotterraneo, vale a dire una gradevolissima porta in acciaio e cemento armato di 140 tonnellate e, attraversata questa (direi qualche metro di spessore), si arriva al tanto agognato deposito di Zio Paperone, al tanto bramato caveau di Lupin III e cioè alla zona di stoccaggio dei lingotti d’oro.

Lo spettacolo è a dir poco raggelante, davanti a voi avete un muro di centinaia di migliaia (nel 2015 erano 508.000) di barre auree luccicanti come le lucine di Natale che vi fanno diventare la pupilla a forma di $ come nei cartoni animati; la frase “il fascino del dio denaro” qui è quanto mai appropriata, la sensazione – anzi la certezza! – di avere a pochi centimetri da voi svariati miliardi di euro è da ponderare a piccole dosi perchè può dare veramente alla testa.

Quello che state guardando – e che il turista medio che passeggia 25 metri sopra di voi intento a cercare il negozio di Tiffany & Co. ignora completamente – non è nient’altro che una delle diverse riserve auree che esistono al mondo nelle quali le nazioni, e in questo caso ovviamente anche gli USA, accantonano e depositano i propri “risparmi” per prelevarli nel momento del bisogno. Oggi questo luogo sta vivendo un lento ma inesorabile declino in quanto i vari stati mondiali tendono a riportare in patria il proprio oro e quindi il valore di ciò che c’è qui dentro, pur essendo comunque gigantesco, non è più quello di una volta; il deposito dell’oro infatti cominciò qui subito dopo la seconda guerra mondiale ed ebbe il suo picco nel 1973, quando le tonnellate del prezioso minerale arrivarono a 12.000 (sì esatto, come una di quelle grosse navi container che vedete in tv su Sky!). Io progetto case di mestiere e quindi, per deformazione professionale, una domanda mi sorge spontanea: ma per sostenere un peso simile, che razza di fondazioni deve avere l’Oro Saiwa Building? Chicca nella chicca! Il caveau NON ha fondazioni, ma poggia direttamente sulla dura roccia sottomarina di Manhattan Island! Il turista medio di prima è stato sbalzato dal marciapiede dall’onda d’urto!

Ultima cosa carina del posto, se volete come souvenir potete portarvi via un sacchettino di dollari tritati ormai ritirati dal mercato… il turista medio è spacciato, anzi tritato.

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Qui trovate tutte le informazioni che vi possono servire, tranne una: l’esterno del Federal Reserve Bank of America Building è stato utilizzato nel film Il Padrino come sede della riunione dei Don… ok e poi?!

Le porte del Normandie

Quando sono venuto a conoscenza di ciò che state per leggere mi trovavo per strada, gli occhi fissi sullo schermo dello smartphone, e vi giuro che se avessi preso un lampione di cemento in pieno volto, il dolore sarebbe stato minore.

Vi anticipo che la location della chicca messa in infusione oggi non sarà per nulla d’aiuto, per cui via il dente, via il dolore come si suol dire. Ci troviamo a Brooklyn, nell’irriverente quartiere di Brooklyn Heights e per piacere non fate quella faccia, vi avevo avvisato che sarebbe stata dura.

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Ora facciamo un salto indietro di diversi decenni. Siamo nel febbraio del 1942, sempre a New York, ma questa volta nella zona dei moli. Attraccato al Pier 88 si trova l’SS Normandie, a detta di molti il più bel transatlantico che abbia mai solcato l’oceano nell’era d’oro della navigazione tra Europa e America, nonché il più grande del mondo al momento del varo. Da ore i suoi ponti sono avvolti da un incendio scoppiato durante i lavori di conversione da nave da crociera a mezzo di trasporto truppe nel conflitto mondiale (un paio di mesi prima i giapponesi avevano colpito a Pearl Harbor) e, nel cuore della notte tra il 9 e il 10 febbraio, lo scafo già ridipinto di grigio si capovolge sotto il peso dell’acqua che i battelli antincendio hanno riversato ininterrottamente nel tentativo di domare le fiamme. La gloriosa carriera del Normandie (che da nave militare avrebbe dovuto essere ribattezzato USS Lafayette) finisce qui.

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Abbiamo accennato alla bellezza del transatlantico. Entrato in servizio a metà degli anni ’30, la sua linea era lo specchio perfetto dello stile dell’epoca e i suoi interni l’esatto tipo di ambiente in cui vi aspettereste di incontrare Jay Gatsby. Ma non tutto quel lusso è andato perduto.

Torniamo a Brooklyn e dirigiamoci verso Our Lady of Lebanon (qui l’indirizzo), una cattedrale di una certa importanza, come confermano le sue dimensioni e i ricchi ornamenti. Adesso per piacere, fate un respiro profondo, stringete la mano del vostro vicino e, facendo appello a tutte le vostre forze, avvicinatevi al portone d’ingresso. Che cosa vedete? Due grandi battenti in bronzo decorati con sei medaglioni raffiguranti città della Normandia, il tutto in un delizioso gusto rétro, vero? Bene.
normandiedoors2Cercate di scollarvi da ciò che state osservando strabiliati e muovete pochi passi malfermi per andare a controllare anche il portone laterale. Troverete altri quattro medaglioni, uno dei quali riportante una scena marittima. Sia ben chiaro che nella vita le coincidenze esistono, ma non è questo il caso. I curiosi bassorilievi e i motivi ornamentali sono stati ripescati dall’Hudson, ripuliti e messi all’asta, in quanto provenienti niente meno che dal Normandie.
Nella loro precedente vita, questi si trovavano applicati ai portali d’ingresso alla sala da pranzo di prima classe e provate a immaginare per un momento quante persone ci siano passate attraverso nel cuore dell’Atlantico, durante le serate di gala in una delle lussuose traversate del leggendario transatlantico. A me gira vorticosamente la testa e a voi?

Milano, il quartiere che non ti aspetti

Dopo la chicca milanese di qualche settimana fa (qui l’articolo), torniamo ad abbatterci con l’impeto dell’uragano Katrina sul capoluogo lombardo per scovare – non senza una dose di dolore – un angolo che onestamente nessuno di noi si aspetterebbe di trovare nella capitale economica del Paese.

Come in una battuta di caccia grossa, sistematevi sottovento e lentamente avvicinatevi alla preda. Ci troviamo nella centralissima zona di Piazza Cinque Giornate. Resistendo all’istinto primordiale di farvi investire da uno dei tram che vi sferragliano attorno, allontanatevi di un paio di isolati fino a giungere in via Lincoln (qui la posizione su Google Maps), una strada come tante sulla quale si affacciano basse abitazioni. Tutto sembrerebbe normale, se non fosse che inizierete letteralmente a dubitare dei vostri occhi. Cosa sono quei colori sgargianti e del tutto avulsi dal contesto meneghino? Siete nel cosiddetto quartiere Arcobaleno, un caso urbanistico la cui singolarità (almeno a queste latitudini) dovrebbe attrarre come falene gli instancabili cacciatori di chicche. E ci aspettiamo che sia così.

Pensato e costruito nella seconda metà dell’800 da una cooperativa di operai decisi a migliorare la propria qualità della vita, questo angolo di Milano avrebbe dovuto rappresentare la prima tappa di un ambizioso progetto di idealizzazione urbana, con quartieri pensati ad uso e consumo degli operai che sempre più numerosi si andavano insediando nella crescente metropoli. Un quartiere Giardino, con piccole case indipendenti e soprattutto dai prezzi accessibili, destinato alla manodopera. Purtroppo il progetto non vide mai la sua conclusione, causa problemi di reperimento fondi e due guerre mondiali scoppiate nei decenni successivi. Rimane tuttavia questo piccolo gioiello, un gruppo di case decorate con colori sgargianti in quella che sembra sia stata una sorta di competizione nell’avere la casa più bella e vivace del quartiere.

Le villette sono circondate da giardini curatissimi e vialetti acciottolati e pare che il periodo migliore per visitare il quartiere Arcobaleno sia la primavera, quando le piante in fiore incorniciano in modo perfetto questo quadro urbano.

La libreria Acqua Alta

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Libreria “Acqua Alta” (fonte)

Ci sono molte cose che il mondo intero ci invidia e una di queste è sicuramente la città di Venezia, unica nel suo genere e sfacciatamente tra le città più belle del pianeta.

Vedo una mano alzata. Sì tu, dimmi! A Venezia però c’è troppo umido, meglio Fort Lauderdale in Florida, conosciuta anche come la Venezia d’America? Sicurezza, per piacere potete allontanarlo sgarbatamente? Grazie.

Ovviamente meglio non entrare nel merito della città in sé, perché ci vorrebbero innanzitutto quattro o cinque blog e poi i vicoli, i canali, le fondamenta sommerse, la sua architettura… troppo dolore, meglio evitare. Meglio andare nello specifico e soffermarsi sulla chicca in infusione di oggi; è un luogo seminascosto e molto particolare, che farà fuggire come lepri i turisti medi e attirerà come api al miele i viaggiatori, roba veramente demoniaca.

Sicuramente la sacra scrittura Lonley Planet nella vostra visita della città vi farà passare da Campo dei Santi Giovanni e Paolo, dove sorge l’omonima basilica (spettacolare edificio del 1300 tra i più imponenti della città, ergo imperdibile) e dove potete ammirare la strabiliante facciata rinascimentale della Scuola Grande di San Marco. Da qui inoltratevi nei vicoli verso sud, attraversate Rio de Santa Maria e cercate di individuare Calle Longa Santa Maria Formosa (cosa assolutamente non complicata per la verità); la viuzza è angusta ma riuscirete sicuramente a scorgere un portoncino verde di legno molto usurato, con una la scioccante scritta gialla Libreria Acqua Alta. Questo nome – che possiamo tranquillamente considerare una sorta di ossimoro – vi farà tintinnare i neuroni in testa, e questo è un bene. Ora i vostri sensi sono al massimo come quelli di Spiderman e potete varcare la soglia della malefica porta verde con sicurezza.

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Libreria “Acqua Alta” (fonte)

L’impatto è folle, la porta è come uno stargate che vi proietta in un’altra dimensione, un microcosmo fatto di libri di qualsiasi genere ed epoca, arredi stravaganti e ovviamente acqua alta. Sì, perché in fondo al locale c’è un’apertura raso acqua (indicata come uscita di emergenza…) che dà direttamente su Rio de la Tetta, che quotidianamente invade la libreria. Ma, come direte voi, e i libri? Il colpo di genio del proprietario – il sig. Luigi – è stato non alloggiare il prezioso contenuto del suo negozio su mensole o scaffali, ma direttamente all’interno di piccole gondole, canoe o simili e vasche da bagno di riciclo! Il labirinto di libri è impressionante e perdersi al suo interno con l’odore dell’umidità che fa da sottofondo è un’esperienza quasi mistica e, la sensazione che qui da qualche parte ci si possa trovare il volume di stregoneria della famosa scuola di Hogwarts o gli appunti sul Sacro Graal del professor Henry Jones Sr., diventa piano piano una certezza.

Ben presto capirete anche per quale motivo il proprietario vi farà notare con immensa fierezza il belvedere della libreria; questo è infatti un piccolo balconcino raggiungibile tramite una scaletta, dal quale si ha un punto di vista privilegiato sui canali veneziani. Ah, dimenticavo, il tutto è fatto di libri! Fidatevi, rimarrete a bocca aperta e del panorama non ve ne fregherà più nulla.

Uscendo dalla libreria potrebbero infine accadere le seguenti due cose:
1) vi sentirete profondamente appagati perché avrete trovato il libro che cercavate da tempo immemorabile.
2) vi sentirete profondamente appagati, tanto da non accorgervi nemmeno di essere andati via senza neanche una cartolina.