1898, nasce il primo grattacielo d’Europa

DSCN4636 Mentre il mio illustre collega di blog scandaglia la California da cima a fondo in cerca di chicche, io mi diletto con un rapido weekend a Rotterdam e ne torno stordito dalla sua architettura supermoderna; voi penserete che, ovviamente sì, ho visto strutture che mi hanno fatto sanguinare fortissimamente il naso ma, attenzione, le cose che mi hanno colpito di più sono due ed entrambe risalgono alla fine del 1800! In questo articolo ne affronterò una, l’altra me la tengo nel taschino in attesa del momento opportuno per presentarla. Rotterdam è una bellissima città di dimensioni contenute e visitabile tranquillamente a piedi in una mattina. Dopo diversi chilometri di passeggiata, mi accomodo su una panchina in riva ai canali del vecchio porto (qui la posizione corretta) e non posso fare a meno di notare alle mie spalle una meravigliosa palazzina bianca in stile art nouveau. Realizzo solo dopo qualche secondo che ho trovato per caso – nel senso che ovviamente mi ero già documentato su di essa, ma la visita era in programma per il giorno dopo – ciò che avrebbe cambiato per sempre il modo di costruire in Europa.

DSCN4715No, non sto esagerando. Con dolore vado a spiegare: quella che stavo ammirando era la Witte Huis (Casa Bianca), edificio di 43 metri costruito in acciaio e cemento e primo esempio di “grattacielo” nell’intera Europa! Già i 10 piani dell’edifico furono per l’epoca qualcosa di strabiliante, ma i progettisti, non contenti, girarono ancora di più il dito nella piaga rivestendo le facciate con impertinenti piastrelline bianco candido e aggiungendo statue e merletti un po’ ovunque. L’edificio inoltre sorgeva, e sorge tutt’ora, in prossimità dell’acqua (è a solo +1 metro sul livello del mare) e quindi su terreno molto soffice e impregnato…. poteva essere un problema? Certo che no. La fondazione su cui sorge l’edificio appoggia su 1000 pali conficcati nel terreno per renderlo più portante. In più è uno dei pochissimi edifici che inspiegabilmente sono stati risparmiati dai bombardamenti tedeschi della seconda guerra mondiale ed è inserito nella lista dei monumenti nazionali d’Olanda.

Aspettate un secondo che mi faccio strada tra i corpi dei turisti medi che ci sono qui per terra e metto tutto in ordine.

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Milano, la stazione fantasma di Corso Sempione

Oggi cari lettori torniamo a parlare di Milano perché, come già avevamo avuto modo di sottolineare, spesso si va lontano alla ricerca di chicche rischiando di non accorgersi di quelle che si hanno “in casa”. Detto questo, la nostra missione prevede comunque il giro del mondo per scovare qualsiasi cosa possa essere messo in infusione; questo per sgombrare il campo da dubbi: non ci stiamo fermando!

Anche Milano possiede ovviamente le sue chicche e quella di cui parleremo oggi ha il fascino arrogante delle cose che provengono da un’altra epoca. Se vi trovaste a passeggiare su Corso Sempione, all’altezza dell’incrocio con via Moscati (questa la posizione esatta), trovereste infatti uno strano oggetto che sbuca da un’aiuola. Nello specifico si tratta di un respingente, quegli elementi ferroviari che solitamente vengono posti alla fine dei binari tronchi per ammortizzare la frenata dei treni nel caso questi vadano “un po’ troppo lunghi”. L’oggetto in questione però è decisamente fuori luogo qui: non ci sono binari o treni, né tantomeno stazioni. Ma allora cosa succede? Quelli della Scuola di Magia si sono dimenticati di nascondere un pezzo di banchina dell’Hogwarts Express? Niente di tutto ciò.

Quello che vedete amici è l’ultimo rimasuglio di una stazione ferroviaria che fino all’800 costituiva il capolinea della linea Milano-Gallarate, in seguito divenuta insufficiente con la veloce espansione della città e demolita. Rimane appunto questo unico elemento, a testimoniarne l’esistenza in un’epoca in cui la moderna rete di trasporti urbani e interurbani era ancora di là da venire.

Quella di Corso Sempione non è l’unica stazione fantasma che potete trovare a Milano, ma sarebbe una pessima idea cercarle tutte e ricavarne un tour, vero? Vero?! Bene, ci siamo capiti.

Se vi interessano altre chicche milanesi:
Milano, sulle tracce dei bombardamenti
“770”, la casa che si ripete uguale in tutto il mondo
Milano, il quartiere che non ti aspetti

Se vi interessano altre stazioni fantasma:
La vecchia stazione della City Hall a New York

Le fortezze marine Maunsell

In questo periodo sto organizzando un weekend a Rotterdam e qualche giorno fa, mentre navigavo serenamente internet alla ricerca di curiosità e notizie sulla città, Satanagoogle mi ha fatto inspiegabilmente comparire sullo schermo un’immagine tanto inquietante quanto attraente. Allora signori, per spiegarvi ciò che mi è apparso come un calcio volante in faccia, bisogna prendere una bella e generosa manciata del film Waterworld, aggiungerci un pizzico della prima trilogia di Star Wars e coprire il tutto con acqua salmastra, meglio se della foce del Tamigi, lasciando sobbollire per una settantina di anni. Il risultato saranno le sconvolgenti fortezze marine Maunsell.

Il turista medio qui non ci può arrivare perché questo non è un luogo di passaggio, ma piuttosto un posto a cui bisogna chiedere di essere portati (dalle mie ricerche non ho trovato nessuna compagnia che faccia un qualche tipo di escursione dedicata o roba simile), visto che siamo a una ventina di chilometri oltre la foce del Tamigi, in pieno Mare del Nord (qui la posizione esatta). Troppo ostile, la calza di spugna col sandalo avrebbe vita brevissima.

Ciò che si staglia in mezzo alle onde è una serie di fortezze in metallo arrugginito, sostenute da piloni in cemento che ancorano le strutture al fondale. Le costruzioni risalgono alla seconda guerra mondiale e sono state volute dalla Gran Bretagna come ulteriore difesa dagli attacchi tedeschi. Prendono il nome dal loro ideatore, l’Ingegnere Guy Maunsell e all’epoca erano per la maggior parte collegate tra loro, ovviamente armate fino ai denti, vista la loro funzione difensiva. Abbandonate dalla marina e dall’esercito intorno agli anni ’50, divennero prima sede di alcune radio pirata (le meglio conservate), poi qualcuno le battezzò addirittura Principato di Sealand, rivendicandone l’indipendenza (mai riconosciuta) dalla Gran Bretagna, per il fatto di sorgere fuori dalle acque territoriali inglesi; nel 2014 infine è stato affidato allo studio Aros Architects (gli stessi che hanno realizzato gli interni della sede londinese della Sacra Scrittura Lonely Planet!) l’ambizioso progetto di riqualificazione delle fortezze in resort di lusso per super ricchi… tutto pazzesco!

Sarà perché queste fortezze abbatterono un numero indefinito di aerei tedeschi, sarà per i bulloni arrugginiti che sbucano un po’ dappertutto, sarà perché dalle loro finestre si può pescare del pesce azzurro freschissimo, ma su di me hanno avuto un effetto ipnotico talmente forte da meritarsi un articolo sul blog.

L’edificio che non c’è

chiesa02Signori vi avviso, la chicca di oggi sgretolerà le certezze più solide di questa terra; il discorso è molto semplice: fino a poco tempo fa le cose, gli oggetti, gli edifici, esistevano o non esistevano… bene, da qualche tempo questo concetto non vale più. Tutto questo grazie ai due architetti Pieterjan Gijs e Arnout Van Vaerenbergh che, nel bel mezzo delle colline nei pressi della cittadina di Borgloon, in Belgio (qui la posizione precisa), hanno deciso di fare “esercizio” creando qualcosa che mandasse fuori di testa le persone.
«Caro Pieterjan, cosa ne pensi se creassimo un edifico che si può attraversare con gli occhi e che piano piano si dissolve sotto lo sguardo attonito delle persone?»
E l’altro genio che gli dà corda: «Che idea splendida Arnout! Dai, facciamolo subito!»
Ma certo, fate pure!

Reading between the lines, è un edificio/installazione artistica – quelli bravi la definiscono arte del paesaggio – a forma di chiesa, realizzato in impertinente acciaio corten poggiato su una struttura in cemento. Ora, secondo voi cosa ci può essere di più impenetrabile ed indissolubile dell’acciaio e del cemento? Ecco, come immaginavo, i grossi punti di domanda che sono comparsi sulle vostre facce la dicono lunga…

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L’acciaio per le pareti è ingegnosamente utilizzato in placche sottili posizionate orizzontalmente collegate tra loro tramite altrettante piccole colonne, sempre in acciaio, e il tutto è sorretto da un piano in cemento armato; l’edificio risulta cosi mutante a seconda dei punti di visuale: dall’alto della collina è imponente e massiccio, ad altezza uomo le pareti a poco a poco si dissolvono e si fondono con il paesaggio, dall’interno invece sembra di guardare un paesaggio astratto. L’effetto voluto (e perfettamente riuscito!) è a dir poco sconvolgente, specialmente al tramonto quando il sole, basso sull’orizzonte, penetra l’edificio assottigliando e dissolvendo ancora di più i già tenui contorni.

L’opera fa parte del progetto espositivo Z-OUT promosso dal museo di arte contemporanea della città di Hasselt e io sinceramente lo farei chiudere. Turisti medi in zona: nessuno. Mai.

Il Singer Building

Scrivere della malinconica e affascinante storia dell’Academy Theatre mi ha spinto a rimettere mano alla bozza di un articolo che da mesi tenevo da parte. Non so bene cosa abbia fatto scattare la molla, fatto sta che ora mi tocca prendere e spostarmi idealmente dalla costa ovest degli Stati Uniti fino a quella est, oltre a fare un salto indietro nel tempo di altri trent’anni (si ringrazia l’inventore del flusso canalizzatore).

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L’edificio di cui vi parlo oggi amici è il devastante Singer Building, una maleducata struttura di 187 metri di altezza, la più alta del mondo all’epoca della sua costruzione nel 1908. Situato nel cuore di una Lower Manhattan in rapida espansione verticale, questo meraviglioso edificio in stile beaux art per decenni ha retto più che dignitosamente la concorrenza dei grattacieli che via via andavano crescendogli tutt’attorno. Come si intuisce dal nome, il palazzo fu sede della Singer, importante azienda produttrice di macchine per cucire, e parte di un complesso di edifici comprendente l’Hudson Terminal e l’Equitable Building, unico dei tre ancora esistente.

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Sul primo vale la pena soffermarsi un attimo per dire che fu concepito come terminal delle linee ferroviarie che servivano New York e New Jersey e che all’epoca della sua inaugurazione fu uno dei più grandi edifici del mondo. Negli anni ’60 l’edificio superiore venne demolito e la stazione parzialmente integrata nel mastodontico piano di riqualificazione dell’area, divenendo il terminal del World Trade Center – la porzione non integrata divenne di fatto una stazione abbandonata (qui un approfondimento), ma non è il caso di affrontare anche questo argomento ora, in quanto potenzialmente letale. Con la riedificazione degli ultimi anni, anche ciò che rimaneva venne rimosso per far spazio al nuovo Transportation Hub e quindi, con una fitta di dolore che ben potete immaginare, possiamo affermare che l’Hudson Terminal altro non fu che il nonno del futuristico snodo ferroviario di Calatrava.

Ma torniamo al protagonista assoluto dell’articolo. Si può dire che il Singer Building, a opera dell’architetto Ernest Flagg, definì un vero standard di eleganza per i nuovi edifici a venire; i motivi decorativi e gli interni in marmo e bronzo si guadagnarono l’entusiasmo della critica e riuscirono quasi a salvare l’edificio dal suo destino.

 

Nel 1968, con la sede della Singer già trasferita da qualche anno nel più prestigioso Rockefeller Center, il grattacielo è stato purtroppo demolito per far spazio al più moderno, ma indubbiamente meno affascinante, U.S. Steel Building, conosciuto anche come One Liberty Plaza. Ci fu un tentativo di preservare il Singer Building, considerato uno degli edifici più iconici di New York, insignendolo del titolo di Historic Landmark, tentativo che però non andò a buon fine e nel 1967 iniziò lo smantellamento. Prima di passare definitivamente alla storia, il Singer Building riuscì tuttavia a togliersi la soddisfazione di stabilire un ultimo record, divenendo il più alto edificio mai demolito.

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Il Singer Building digitalmente ricostruito in una scena del film “Animali fantastici e dove trovarli” (fonte)

Il fascino dello sfortunato Academy Theatre

d6264ec6a600cbd6e140464567205baeCi sono edifici che per loro natura evocano epoche d’oro e fasti legati al passato; se per caso qualcuno di questi è anche nel frattempo caduto in disgrazia, ecco che il fascino cresce esponenzialmente, rendendolo di fatto irresistibile. Quest’oggi cari lettori toglieremo per voi la polvere del tempo da un edificio che ha dell’incredibile: l’Academy Theatre di Inglewood, in California.

Progettato da S. Charles Lee – architetto molto prolifico, soprattutto a Los Angeles –  e inaugurato nel 1939 con lo scopo di ospitare niente meno che gli Academy Awards (gli Oscar, per intenderci) questo teatro ha fin da subito iniziato a fare i conti col suo destino tutt’altro che fortunato. Risulta infatti che nessuna cerimonia di consegna delle famose statuette sia mai avvenuta al suo interno e che la destinazione d’uso negli anni si sia limitata alle anteprime di alcuni film e alla programmazione degli spettacoli legati al circuito Fox.

A dispetto di ciò l’Academy Theatre rimane tuttavia uno splendido esempio dello stile noto col nome di streamline. La facciata monumentale, le linee sinuose e gli interni lussuosi appaiono come una sfida alla Grande Depressione che negli anni della sua costruzione devastava il Paese, o forse rappresentano solo l’illusione di poterle sfuggire; illusione del tutto legittima, trovandosi nell’orbita di una città – Los Angeles – che sulle illusioni ha basato la sua stessa esistenza. A completare il tutto, la guglia avvolta da un elemento elicoidale che con un sistema di luci illumina il nome dell’edificio.

L’epoca dello sfortunato teatro termina definitivamente nel 1976 quando viene convertito in luogo di culto. Percorrendo West Manchester Boulevard a Inglewood, all’altezza dell’incrocio con Crenshaw Boulevard vi trovereste infatti di fronte all’Academy Cathedral (qui la posizione esatta), un eccentrico edificio con pacchiane decorazioni sui toni del rosa e del viola e un tabellone riportante gli appuntamenti legati alla vita pastorale. Questo è ciò che rimane dell’Academy Theatre, un edificio progettato per ospitare il più importante evento del cinema mondiale e finito per essere una delle tante chiese nella periferia di Los Angeles.

La diga del Gleno

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Resti della diga del Gleno (fonte: Wikipedia)

E se vi dicessi che a pochi chilometri da Milano esiste un luogo che sembra uscito dalla saga de Il Signore degli Anelli, voi ci credereste? No? Mai, e dico MAI, dubitare delle chicche di questo blog!
Allora, prendete la vostra macchinina e dirigetevi in provincia di Bergamo, raggiungete il comune di Vilminore in Val di Scalve e da qui arrampicatevi fino al microscopico agglomerato di case chiamato Chiesa San Lorenzo in Pianezza (qui la posizione); abbandonate il mezzo nella piazzetta della chiesa e preparatevi per una bella e salutare camminata in mezzo alla natura selvaggia della Alpi bergamasche. Ah, prima di incamminarvi date un’occhiata al campanile perché c’è subito qualcosa da notare: ebbene, state guardando uno dei soli 44 orologi “alla romana” d’Italia, ovvero con il quadrante suddiviso in sei invece che in dodici ore (qui trovate qualche info in più). Inoltratevi nel viottolo che attraversa le case in pietra, aggiungetevi al gruppetto di hobbit, elfi, nani e maghi che vi sta aspettando, e incamminatevi sulla mulattiera che da lì ha inizio e che, percorrendo tutto il fianco della montagna a strapiombo sulla vallata del fiume Gleno, vi porterà fino alla meta.

Il sentiero (C.A.I. n° 411, Vilminore – Lago di Gleno) sale da 1267 fino a circa 1500 metri in poco tempo, per poi diventare praticamente pianeggiante e altamente spettacolare: la vista sulla vallata alla vostra sinistra è veramente mozzafiato; aleggia nell’aria anche un non so che di misterioso perché, a causa della conformazione fisica della mulattiera, per la maggior parte della camminata (poco più di un’ora) non si riesce a capire con chiarezza cosa si stia per palesare all’improvviso, svoltato il costone di roccia. Infatti, dopo aver raggiunto e superato un piccolo edificio in pietra incastonato tra il sentiero e la montagna, il percorso piega decisamente verso est, ma il vostro sguardo sarà catturato da quelle che in lontananza sembrano le rovine dei Cancelli di Morannon, poco prima del Regno di Mordor… viaggiatori vi devo mettere in guardia, non sarà facile distogliere il mirino dall’obbiettivo, attenzione a dove mettete i piedi da qui in poi!

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Il lago alle spalle dei resti della diga (fonte: Wikipedia)

Quello che vi sta ipnotizzando fino alla pazzia e che piano piano si avvicina a voi minaccioso è ciò che rimane della diga del Gleno, crollata improvvisamente il 1° dicembre 1923 sotto l’enorme peso dell’acqua presente nel bacino retrostante e che causò ufficialmente 356 morti, stimati forse il doppio.  A causa delle fortissime piogge verso la fine di ottobre del ’23 il lago artificiale si riempì per la prima volta, alcune avvisaglie che qualcosa stesse per andare storto si verificarono per tutto il mese successivo sotto forma di perdite, sopratutto nelle arcate centrali che non erano appoggiate sulla roccia, fino ad arrivare al cedimento completo. Alle 7:15 del primo giorno di dicembre, sei milioni di metri cubi di acqua (più detriti e fango) precipitarono nella vallata fino a riversarsi nel Lago di Iseo (una ventina di chilometri più giu!), preceduti da un terrificante spostamento d’aria e lasciandosi alle spalle solo devastazione. Ovviamente nulla da fare, tutto venne spazzato via, il disastro totale.

Il sentiero vi porterà fino a ridosso del gigantesco sbarramento e potrete passare attraverso i quasi settanta metri di squarcio da cui l’immensa quantità d’acqua è violentemente defluita… fare ciò mentre ci si rende conto che questa volta non è colpa di Godzilla, ma solo della negligenza umana vi farà rimanere in silenzio e con il naso all’insù.

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Lo squarcio (fonte: Wikipedia)

E il Signore degli Anelli? Beh, se il giorno che decidete di andare a vedere la diga il meteo comincerà a diventare un po’ inclemente – tipo l’immagine qui sotto – non stupitevi se un uomo a cavallo con uno strano cappello in testa che dice di chiamarsi Gandalf il Grigio vi chiede indicazioni, tutto normale.

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Cancelli di Morannon, Mordor (fonte: michelegusmeri.it)