Milano, il quartiere che non ti aspetti

Dopo la chicca milanese di qualche settimana fa (qui l’articolo), torniamo ad abbatterci con l’impeto dell’uragano Katrina sul capoluogo lombardo per scovare – non senza una dose di dolore – un angolo che onestamente nessuno di noi si aspetterebbe di trovare nella capitale economica del Paese.

Come in una battuta di caccia grossa, sistematevi sottovento e lentamente avvicinatevi alla preda. Ci troviamo nella centralissima zona di Piazza Cinque Giornate. Resistendo all’istinto primordiale di farvi investire da uno dei tram che vi sferragliano attorno, allontanatevi di un paio di isolati fino a giungere in via Lincoln (qui la posizione su Google Maps), una strada come tante sulla quale si affacciano basse abitazioni. Tutto sembrerebbe normale, se non fosse che inizierete letteralmente a dubitare dei vostri occhi. Cosa sono quei colori sgargianti e del tutto avulsi dal contesto meneghino? Siete nel cosiddetto quartiere Arcobaleno, un caso urbanistico la cui singolarità (almeno a queste latitudini) dovrebbe attrarre come falene gli instancabili cacciatori di chicche. E ci aspettiamo che sia così.

Pensato e costruito nella seconda metà dell’800 da una cooperativa di operai decisi a migliorare la propria qualità della vita, questo angolo di Milano avrebbe dovuto rappresentare la prima tappa di un ambizioso progetto di idealizzazione urbana, con quartieri pensati ad uso e consumo degli operai che sempre più numerosi si andavano insediando nella crescente metropoli. Un quartiere Giardino, con piccole case indipendenti e soprattutto dai prezzi accessibili, destinato alla manodopera. Purtroppo il progetto non vide mai la sua conclusione, causa problemi di reperimento fondi e due guerre mondiali scoppiate nei decenni successivi. Rimane tuttavia questo piccolo gioiello, un gruppo di case decorate con colori sgargianti in quella che sembra sia stata una sorta di competizione nell’avere la casa più bella e vivace del quartiere.

Le villette sono circondate da giardini curatissimi e vialetti acciottolati e pare che il periodo migliore per visitare il quartiere Arcobaleno sia la primavera, quando le piante in fiore incorniciano in modo perfetto questo quadro urbano.

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La libreria Acqua Alta

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Libreria “Acqua Alta” (fonte)

Ci sono molte cose che il mondo intero ci invidia e una di queste è sicuramente la città di Venezia, unica nel suo genere e sfacciatamente tra le città più belle del pianeta.

Vedo una mano alzata. Sì tu, dimmi! A Venezia però c’è troppo umido, meglio Fort Lauderdale in Florida, conosciuta anche come la Venezia d’America? Sicurezza, per piacere potete allontanarlo sgarbatamente? Grazie.

Ovviamente meglio non entrare nel merito della città in sé, perché ci vorrebbero innanzitutto quattro o cinque blog e poi i vicoli, i canali, le fondamenta sommerse, la sua architettura… troppo dolore, meglio evitare. Meglio andare nello specifico e soffermarsi sulla chicca in infusione di oggi; è un luogo seminascosto e molto particolare, che farà fuggire come lepri i turisti medi e attirerà come api al miele i viaggiatori, roba veramente demoniaca.

Sicuramente la sacra scrittura Lonley Planet nella vostra visita della città vi farà passare da Campo dei Santi Giovanni e Paolo, dove sorge l’omonima basilica (spettacolare edificio del 1300 tra i più imponenti della città, ergo imperdibile) e dove potete ammirare la strabiliante facciata rinascimentale della Scuola Grande di San Marco. Da qui inoltratevi nei vicoli verso sud, attraversate Rio de Santa Maria e cercate di individuare Calle Longa Santa Maria Formosa (cosa assolutamente non complicata per la verità); la viuzza è angusta ma riuscirete sicuramente a scorgere un portoncino verde di legno molto usurato, con una la scioccante scritta gialla Libreria Acqua Alta. Questo nome – che possiamo tranquillamente considerare una sorta di ossimoro – vi farà tintinnare i neuroni in testa, e questo è un bene. Ora i vostri sensi sono al massimo come quelli di Spiderman e potete varcare la soglia della malefica porta verde con sicurezza.

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Libreria “Acqua Alta” (fonte)

L’impatto è folle, la porta è come uno stargate che vi proietta in un’altra dimensione, un microcosmo fatto di libri di qualsiasi genere ed epoca, arredi stravaganti e ovviamente acqua alta. Sì, perché in fondo al locale c’è un’apertura raso acqua (indicata come uscita di emergenza…) che dà direttamente su Rio de la Tetta, che quotidianamente invade la libreria. Ma, come direte voi, e i libri? Il colpo di genio del proprietario – il sig. Luigi – è stato non alloggiare il prezioso contenuto del suo negozio su mensole o scaffali, ma direttamente all’interno di piccole gondole, canoe o simili e vasche da bagno di riciclo! Il labirinto di libri è impressionante e perdersi al suo interno con l’odore dell’umidità che fa da sottofondo è un’esperienza quasi mistica e, la sensazione che qui da qualche parte ci si possa trovare il volume di stregoneria della famosa scuola di Hogwarts o gli appunti sul Sacro Graal del professor Henry Jones Sr., diventa piano piano una certezza.

Ben presto capirete anche per quale motivo il proprietario vi farà notare con immensa fierezza il belvedere della libreria; questo è infatti un piccolo balconcino raggiungibile tramite una scaletta, dal quale si ha un punto di vista privilegiato sui canali veneziani. Ah, dimenticavo, il tutto è fatto di libri! Fidatevi, rimarrete a bocca aperta e del panorama non ve ne fregherà più nulla.

Uscendo dalla libreria potrebbero infine accadere le seguenti due cose:
1) vi sentirete profondamente appagati perché avrete trovato il libro che cercavate da tempo immemorabile.
2) vi sentirete profondamente appagati, tanto da non accorgervi nemmeno di essere andati via senza neanche una cartolina.

I bagni pubblici da 300.000 dollari

Vi dò subito un indizio sulla posizione di questa chicca: all’inizio degli anni ’80 il direttore dell’edificio adiacente al piccolo polmone verde in cui è inserita rincorse tre scienziati del paranormale, chiedendo a gran voce “Lo avete visto? Che cos’era?!”
Gli adepti hanno già capito. Per gli altri posso dire che quel direttore dirigeva una biblioteca pubblica, anzi, LA biblioteca pubblica per eccellenza. Avete già capito vero? Sentiamo. Laggiù, sì dimmi! Hyde Park? No, levati.
Tu, che mi sembri sveglio. New York? Ok, poi? Central Park? Guarda che Central Park non è l’unico parco di New York eh! Senti, toglimi una curiosità, per caso non sei salito sul Top of The Rock perché c’era coda? Ok, ho capito, levati anche tu.

Allora, siamo a Midtown (Manhattan) e stiamo parlando del mitologico Bryant Park (beh, direi che è il mio preferito e che mi sento poco bene…), con la Public Library alle sue spalle (no, non va proprio bene, meglio che mi corichi un po’…); nella bella forma rettangolare del parco – siamo nell’angolo nord-est sul lato della 42sima – subito dietro la biblioteca sorge un edificio in stile beaux-arts che non molti sanno ospitare da sempre bagni pubblici. Per ragioni che potete ben comprendere, questi luoghi non brillano mai né per comfort né tantomeno per eleganza e qui è intervenuta, come Batman quando scorge il batsegnale, la Bryant Park Corp. (qui il sito ufficiale) per sistemare un po’ la situazione, data l’importanza del contesto. Ci sono voluti diversi sopralluoghi da parte dei progettisti nei bagni dei lussuosi alberghi della zona, circa tre mesi di lavoro e la bellezza di 300.000 dollari per concepire e concludere l’opera. Il risultato? Illuminazione di design, arredo e rivestimenti sceltissimi, sanitari auto-pulenti, quadri alle pareti, musica classica in filodiffusione e fiori freschi tutte le mattine. L’accesso è libero senza alcuna restrizione, i bagni sono aperti in concomitanza all’apertura del parco e si stima che circa un milione di persone l’anno – circa tremila al giorno – usufruiranno del servizio, infinitamente più del bagno di casa vostra.
Ma poi ragazzi, immaginate questo scenario: siete al limite della vostra “capacità idrica”, regolate il livello in una toilette di lusso, vi ordinate una bella bibita ghiacciata e vi godete l’ombra seduti sulle graziose sedie verdi in legno del parco, circondati dai grattacieli di Midtown (a pochissimi passi da lì gli iconici Chrysler ed Empire State Building, più questo che avevamo già avuto modo di presentare)… eccezionale!

Ah! Ultime tre cose:
1) Le maledette nonché ipnotiche seggioline verdi disseminate nel parco sono acquistabili online. Con dolore qui vi metto il sito.
2) Quei due meravigliosi palazzi di vetro e acciaio che vi luccicano di fronte e che vi lasciano senza fiato sono la Salesforce Tower e la Bank of America Tower (conosciuta anche col nome di One Bryant Park).
3) L’indizio iniziale era ovviamente un riferimento al film Ghostbusters del 1984.

Un grazie particolare agli amici Valentina e Simone che si sono coraggiosamente immolati per scattare le fotografie che vedete. Il vostro sacrificio non sarà stato vano.

 

“770”, la casa che si ripete uguale in tutto il mondo

Spesso, scrutando come l’occhio di Sauron ogni angolo del pianeta alla spasmodica ricerca di chicche da mettere in infusione, si finisce per trascurare le cose più a portata di mano. Ma se queste chicche credono di essere al sicuro, trovandosi troppo vicine per essere scovate, si sbagliano di grosso!
Non indugiamo oltre cari amici e scagliamoci con tutto l’impeto del caso sulla protagonista del prossimo articolo, che si trova a una manciata di chilometri dal nostro perfido raggio d’azione, vale a dire a Milano.

Vi sarà capitato di passeggiare nei pressi di Porta Venezia, guardando distrattamente il panorama cittadino attorno a voi, oppure ci sarete passati di corsa, intenti a sbrogliarvi dal traffico per raggiungere l’ufficio. Comunque sia, pochi dedicano più di una distratta occhiata a un particolare edificio nascosto in una delle vie che corrono ortogonali tra loro (qui l’esatta posizione). Si tratta di una costruzione dall’aspetto austero e vagamente opulento, incastrata tra due edifici nel classico stile milanese. Possibile che questa casa rappresenti la chicca che stiamo cercando? La risposta è inesorabilmente !

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Via Carlo Poerio, 35 – Milano (fonte)

La sua origine risale agli anni ’40 del secolo scorso, quando una famiglia di ebrei – i Lubavitcher – migrò oltreoceano stabilendosi a Brooklyn (ahia! Ecco la solita fitta di dolore, puntuale e implacabile come sempre), in un palazzo neogotico utilizzato sia come residenza che come sinagoga, scuola ebraica e centro comunitario (qui la posizione). Dato il continuo espandersi dell’attività, negli anni successivi alcuni membri della famiglia aprirono altri centri simili al primo, prestando sempre attenzione a replicare la struttura originale nelle sue caratteristiche salienti, in svariate città del mondo. Perciò vi capiterà di trovare lo stesso curioso edificio a New York, Los Angeles, New Brunswick, Montreal, San Paolo, Buenos Aires, Melbourne, Gerusalemme, Tel Aviv, Haifa e Milano, per l’appunto (qui potete vederle ritratte dai fotografi Andrea Robbins e Max Becher).

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La casa a Brooklyn (fonte)

Concludiamo con una chicca nella chicca: dato che nella cultura ebraica la numerologia è molto importante, è curioso sottolineare che la casa è universalmente conosciuta come “770”, dall’indirizzo dell’edificio a Brooklyn (770 Eastern Parkway) e che lo stesso numero abbia un significato ben preciso. Secondo la gematria infatti, questi numeri significano Paratzta, una parola traducibile con rompere le barriere, aprire una breccia.

La chiesetta greco-ortodossa ai piedi delle Twin Towers

Tutti sanno che dopo l’11 settembre 2001, del vecchio World Trade Center di New York non rimaneva praticamente nulla. Le due torri gemelle collassate sugli edifici sottostanti hanno ridotto l’area nel cuore di Lower Manhattan a un ammasso di detriti e scheletri di palazzi in fiamme.
Ciò che pochi sanno è che tra le costruzioni devastate dal crollo dei due grattacieli ce n’era anche una di carattere religioso, la chiesa greco-ortodossa di San Nicola.

03trade_450L’edificio, risalente all’800, venne convertito in chiesa solo novant’anni più tardi e incredibilmente sopravvisse al mastodontico piano di riqualificazione che interessò l’area a metà degli anni ’60, con la costruzione del complesso del World Trade Center. La chiesetta di San Nicola rimase quindi intatta ai piedi delle Twin Towers per oltre ventotto anni, un puntino bianco ai piedi degli edifici più imponenti di New York, fino alla mattina dell’11 settembre 2001 quando il crollo della torre sud la seppellì. Pochissimi oggetti furono rinvenuti dal sito della chiesa, tra cui qualche candelabro contorto, una bibbia bruciacchiata e qualche icona sacra e per anni si ha avuto la sensazione che l’edificio di culto non sarebbe stato rimpiazzato.

Fortunatamente negli ultimi mesi è possibile notare, più o meno nella stessa posizione, in un angolo del nuovissimo Liberty Park, un edificio in costruzione che va rapidamente prendendo la forma di una chiesa. Si tratta della nuova chiesa greco-ortodossa di San Nicola, ad opera di Santiago Calatrava, già autore del sorprendente World Trade Center Transportation Hub, la stazione di collegamento tra diverse linee ferroviarie e metropolitane che si intersecano proprio sotto il complesso di grattacieli.

La chiesa avrà un aspetto totalmente diverso rispetto a quello che aveva in passato, a sottolineare ancora una volta l’idea che ciò che è andato perduto non potrà essere sostituito, idea alla base di tutto il masterplan di ricostruzione di Ground Zero.
Un nuovo edificio quindi che, a giudicare dallo stato dei lavori, non tarderà a essere completato e aperto al pubblico.

Se vi interessano altri articoli riguardanti l’11 settembre, abbiamo scritto sull’argomento anche qui e qui.

L’appartamento segreto della Tour Eiffel

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Lo sappiamo, è passato un po’ di tempo dall’ultimo articolo pubblicato, la lunga intervista a Raffaele Minichiello, ma sinceramente dopo un incontro del genere avevamo bisogno di una pausa per ponderare e recuperare il bandolo della matassa… due settimane sabbatiche sono un tempo sufficiente. Non preoccupatevi comunque, non vi libererete mai di noi.

Questa nuova chicca pronta ad andare in infusione riguarda uno dei posti più famosi e conosciuti del mondo, visitato ogni anno da milioni di persone, ed è proprio lì che si nascondono i segreti, sotto il naso di tutto il mondo. Fantastico, è proprio ciò che cerchiamo!

Il luogo in questione si chiama Tour Eiffel e direi che non ha bisogno né di presentazione né di commento, non voglio sentire nessun turista medio affermare che si tratta solo di un ammasso di ferraglia incompleta e stridente con il contesto o, peggio ancora, che sarebbe stato meglio se dopo l’Expo del 1889 l’avessero smontata come previsto. La struttura è indiscutibilmente un capolavoro di metallo divenuto il simbolo della città, della Francia e di un’intera epoca, punto.
Si? Tu turista medio laggiù in fondo con la mano alzata, vuoi dire qualcosa? No, vero? Ah ecco!

Per vedere ciò che vi sto per raccontare dovrete armarvi di tanta pazienza per affrontare le inevitabili code che portano ai meravigliosi ascensori panoramici fino al terzo piano della torre, oppure avere ottimo fiato e salire i 1665 scalini fino alla sommità (qui il sito ufficiale in italiano con tutte le informazioni); inutile dire che da lassù la vista è a dir poco eccezionale, Trocadéro da una parte, Champs de Mars dall’altra, tutta la città con la sua secolare storia e architettura è ai vostri piedi (stiamo camminando a quasi 300 metri di altezza!). Dopo aver fatto le foto d’obbligo date tregua alla vostra povera macchina fotografica e guardate attraverso i vetri che avete alle vostre spalle: noterete un laboratorio meteorologico, uno per l’astronomia, uno per lo studio della fisiologia e poi un quarto spazio gradevolmente arredato con figure in abiti della fine del ‘800 che discutono di qualche cosa. La chicca è proprio davanti ai vostri occhi cari amici, state guardando all’interno del Bureau de Gustave Eiffel, l’appartamento/ufficio segreto del famoso ingegnere.

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La piccola suite incastonata tra le travi della torre è molto accogliente e curata nei minimi dettagli; divanetti di velluto e arredi in legno dell’epoca sono ben disposti su eleganti tappeti, la carta da parati con tonalità calde e la luce soffusa conferiscono un tocco misterioso a questo locale, in cui Gustave Eiffel era solito ospitare l’elite francese e gli illustri collegi, godendo di una vista spettacolare sulla città, mentre si discuteva di progetti e molto altro.

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Le statue di cera al suo interno – devo dire molto realistiche – rappresentano infatti un’amichevole conversazione tra Eiffel e Mr. Thomas Edison, più una copia del fonografo che quest’ultimo inventò e presentò durante la stessa esposizione universale. Se solo quelle pareti potessero parlare!
Non ho trovato conferma da fonti ufficiali, ma sembra proprio che il piccolo gioiello sia da poco aperto al pubblico e non più ammirabile solo da dietro un vetro. Ho invece la certezza che molti turisti medi si siano incatenati ai piedi della torre per protesta contro il fatto che il piccolo locale non sia stato trasformato in un negozietto di souvenir e calamite per il frigorifero.

Sempre tu, turista medio con la manina alzata là in fondo, dimmi. La Tour Eiffel sarebbe la chiara rappresentazione di una piramide e l’appartamento in questione ricondurrebbe all’occhio che tutto vede, elementi tipici della simbologia massonica? Come seguace del divulgatore scientifico per eccellenza Sua Maestà Piero Angela, faccio finta di non aver sentito. Altre domande?

The Pole House, la casa sospesa

La chicca che sto per descrivere in questo articolo ha molti pregi, ma anche un grosso e purtroppo incancellabile difetto: il contesto in cui è inserita. Sfortunatamente si trova lungo la Great Ocean Road (mamma mia che male!), a mio modesto parere una delle cinque strade più belle del mondo, ed è quell’oscena highway che parte un centinaio di chilometri a sud-ovest di Melbourne, collegando la cittadina di Torquay ad Allansford, nello Stato di Victoria – Australia.

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243 chilometri che, per la maggior parte, costeggiano l’oceano e attraversano foreste pluviali, parchi nazionali, spiagge color oro… credetemi, la vostra macchina fotografica chiederà pietà; è uno dei pochi posti al mondo da cui, guardando verso l’oceano, si può vedere a occhio nudo la curvatura terrestre! Sì, perché di fronte a voi, schivando per un pelo la Nuova Zelanda, avete solo acqua per 3500 chilometri e poi il Polo Sud.

pole01Dopo aver noleggiato un’auto e preso le prime due rotonde contromano, immettetevi sulla Great Ocean Road in direzione Allansford; vi avviso, la sofferenza sarà tantissima perché ciò che il vostro cervello immagazzinerà durante il viaggio sarà qualcosa di inimmaginabile. Schivate attentamente i pullman pieni di turisti medi giapponesi (endemica specie di turista medio particolarmente aggressiva e ostile per il viaggiatore, molto rumorosa e fastidiosa) e attraversate i graziosissimi paesi costieri di Torquay, Anglesea e Aireys Inlet; più o meno a metà del territorio cittadino di Fairhaven vedrete sulla destra una costruzione che sbuca dalla vegetazione e che vagamente ricorda una sorta di torre di controllo. Un grosso pilone in cemento sostiene una casetta scura di circa un centinaio di metri quadrati, collegata al resto della collina da una sottile passerella. Molto carina, perché buona parte delle pareti perimetrali e tutti i corrimano di balcone e passerella sono completamente in vetro e questo permette una visuale privilegiata sull’oceano (e più precisamente sulla Lorne-Queenscliff Coastal Reserve). A parte lo stravagante pilone centrale di sostegno, il resto è sì molto bello, ma di ville e costruzioni sicuramente più avveniristiche di questa ce ne sono a bizzeffe. E allora la chicca si sgonfia clamorosamente? Tutto fumo e poco arrosto?

Ragazzi… RAGAZZI! Questo è il punto di partenza per far detonare la chicca!

Innanzitutto vi dico che quella che state guardando si chiama The Pole House e vi dico anche che probabilmente è la costruzione più fotografata dell’intera Great Ocean Road. Questo dovrebbe già farvi drizzare le antenne (e far tremare le gambe al turista medio); altra informazione, questa casa non è privata ma è una holiday house e quindi si può affittare per le vacanze (il vostro cervello ora è focalizzato sull’obbiettivo vero? E il turista medio fa le bolle dalla bocca). Adesso cercate un posto dove fermarvi con l’auto e fare inversione, poche centinaia di metri indietro trovate la svolta a sinistra per Yarringa Road, piccola via in salita che passa tra le basse abitazioni in legno nella zona residenziale della cittadina, percorretela quasi tutta e svoltate a sinistra su Banool Road (questi nomi di derivazione aborigena mi fanno impazzire di gioia!); proseguite fino quasi alla fine di essa e troverete il civico 60 (microscopico cartello bianco poco prima di un accesso sterrato nella boscaglia), entrate a piedi, lasciatevi alle spalle il primo fabbricato e aggrappatevi a qualcosa perché a questo punto il respiro si ferma improvvisamente! 

Di fronte a voi avrete uno strabiliante esempio di studio architettonico fortemente voluto dal progettista della casa solo ed esclusivamente allo scopo di sbalordire; ora è chiarissima la scelta dell’unico pilone centrale di sostegno e del lungo e stretto accesso dalla collina. L’elegante passerella in cemento infatti copre alla perfezione il pilastro centrale e la casa, laggiù in fondo, sembra sospesa nel vuoto! Avete presente l’ultima prova di fede che il Professor Indiana Jones deve sostenere prima di raggiungere la grotta in cui è custodito il Santo Graal nel film Indiana Jones e l’ultima crociata? Ecco l’illusione ottica è di tale livello!

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Purtroppo non ci si può accedere, ma per darvi un’idea dei meravigliosi interni della casa potete consultare qui il sito ufficiale facendo molta attenzione: le gigantesche vetrate della zona giorno e della zona notte che danno sull’oceano sconfinato sono a dir poco illegali!

Nel frattempo, il turista medio di prima purtroppo non ce l’ha fatta…