Il New York Hotel, l’ultimo “appiglio” d’Europa

Signori, questa chicca infusa, come promesso la seconda derivante dal mio viaggio a Rotterdam dello scorso settembre, merita uno scenario adeguato. Siamo in quel tanto affascinate quanto disgraziato lasso temporale che va dal tardo ‘800 ai primi anni del ‘900, quando in Europa non ci siamo fatti mancare proprio nulla: una bella rivoluzione industriale – basata sull’avvento di elettricità e petrolio – che portò ricchezza smisurata solo nelle mani di pochi e per giunta sempre gli stessi, all’orizzonte la Grande Depressione, una guerra mondiale, nell’aria quella frizzantezza che assomigliava tanto ad un’epidemia di colera… diciamo che il paragone con un girone dantesco potrebbe calzare, ecco. Giungevano però voci insistenti che dall’altra parte dell’oceano Atlantico, in America, ci fosse l’essenza della felicità, della bella vita (o quantomeno dignitosa) e opportunità infinite. Queste voci portarono all’emigrazione transoceanica di circa 60 milioni di europei verso il nuovo mondo e, visto che l’American Airlines non esisteva ancora, l’unico modo per raggiungerlo era via nave, facendosi una piacevole e comoda crociera di una dozzina di giorni con tutta la famiglia! Quello di Rotterdam all’epoca era il più importante porto d’Europa (come oggi del resto) e di conseguenza divenne, nella manciata dei punti di partenza continentali, forse il più significativo. Tutto questo po’ po’ di pezzo di storia mondiale ha ovviamente lasciato delle tracce in città e, a differenza di quanto afferma il Professor Henry Walton Jones Jr., la “X” rossa indica eccome il punto dove scavare! Nel centralissimo quartiere di Kop van Zuid, che praticamente identifica per intero la penisola sulla riva sud del fiume Nieuwe Mass, infatti tutto è modernissimo tranne l’ultimo edificio prima che il molo finisca e il nome lo ha scritto in testa: Holland-Amerika Lijn, linea Olanda-America. Svenimenti di turisti medi previsti su tutta la penisola, isole comprese.

Questo splendido edificio in stile Art Nouveau, riconvertì in albergo i vecchi uffici della linea transoceanica (ecco perchè il suo nome campeggia sulla facciata principale) e da allora è conosciuto come New York Hotel. Serviva come alloggio temporaneo per gli emigranti europei che da qui partivano per in nord America e, in molti casi, la tariffa era compresa nel pacchetto di viaggio. Da sempre l’edificio fornisce ristoro nella grande sala bar/ristorante al piano terra in stile “marinaresco”, comode e spaziose camere, una terrazza, un deor per godersi il sole nei mesi estivi e un barber shop per gentiluomini nel seminterrato dove ci si poteva fare belli prima di imbarcarsi per i viaggi della speranza; oltre all’involucro sono rimasti anche moltissimi arredi dell’epoca che si possono ammirare gustandosi un buon piatto di pesce nell’attuale bistrò e il barbiere di cui sopra vive e lotta con noi ancora oggi (qui il sito ufficiale) presso il quale, se volete, potete regalarvi un taglio di capelli immersi in un’atmosfera retrò assolutamente unica.

Negli anni ’90 l’intero edificio è stato riammodernato per bene e nel 1993 nasce ufficialmente il New York Hotel come “marchio registrato” diciamo cosi, passando poi in gestione alla catena di alberghi West Cord Hotels che dal 2006 ci fa soldi a palate. Degno di nota è lo spazio antistante l’albergo, gradevolmente riqualificato in memoria degli emigranti passati di qua. I vialetti sono decorati con lettere e numeri giganti che ricordano luoghi simbolo degli Stati Uniti e un’istallazione di un artista locale raffigurante un deposito bagagli di fine ‘800. Al solo pensiero che per migliaia di persone questo edificio fu l’ultima cosa che videro del vecchio mondo mi crea dello scompiglio mentale… e al solo pensieri che probabilmente i primi manufatti umani dopo il viaggio infinito attraverso l’oceano potevano essere la Statua della Libertà e Hellis Island, lo scompiglio mentale diventa ingestibile.

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Il Lego-Brucke

La chicca di oggi è in infusione da poco, ma già sobbolle insistentemente. Un giorno nefasto e tragico il signor Martin Heuwold, professione artista di Satana, torna a casa e vede sua figlia giocare con i mattoncini Lego e, a un tratto, ha un sussulto violento! La bimba scoppia in un pianto di terrore e la moglie Ninon, vedendo le fiamme del demonio propagarsi in tutta la casa, accorre in preda al panico. «Ho visto la luceeeeee!» grida Martin, «i mattoncini Lego della piccola mi hanno ispirato: mi precipito a lavorare!». E la moglie cosa fa? Lo incoraggia a intraprendere il progetto… certo, continuiamo pure a dare corda ai matti dai, che male c’è?

Ma dove si è fiondato Heuwold, scusate? Lo sciagurato è sotto uno dei ponti della vecchia ferrovia ormai dismessa che collega i quartieri di Elberfeld e Barmen, nella città tedesca di Wuppertal (esattamente qui), con gli occhi sgranati; ha deciso di decorare la trave in calcestruzzo sulla falsa riga dei famosi mattoncini di Billund. Roba da matti.
Chiede e ottiene un incontro con l’amministrazione comunale e con l’associazione Wuppertal Bewegung, che aveva sviluppato un progetto di riqualificazione dell’intera linea ferroviaria. Il progetto piace moltissimo, ma una manina si alza in fondo alla sala e pone il seguente quesito: «si ok, ma che cosa ne pensa la Lego?». Giusto, bravo! Mettiamoli, quando servono, i bastoni tra le ruote! Nulla da fare, a Billund sono entusiasti dell’idea e anche loro approvano in pieno il progetto. Roba da matti un’altra volta!

Fonte: wikipedia.org

I lavori durano 13 giorni (qui un po’ di foto da vedere a vostro rischio e pericolo) e si concludono il 15 settembre 2011, supervisionati dalla già citata Wuppertal Bewegung, che non fa altro che applaudire sempre più fragorosamente al risultato ottenuto. Il funesto 7 ottobre 2011 il ponte viene ufficialmente inaugurato. L’effetto scenico ultimo effettivamente ha dell’incredibile, ottiene notevole interesse mediatico nazionale e internazionale e viene insignito del premio Deutscher Fassadenpreis nel 2012. Non aggiungo altro, lascio giudicare a voi, io non ce la faccio.

Fonte: wikipedia.org

Lo Stargate di fine ‘800

Oggi comunicare con una persona che sta al piano di sotto o a 5.000 km di distanza, ha praticamente lo stesso coefficiente di difficoltà e cioè zero. Ma proviamo a pensare come poteva essere a fine ‘800; probabilmente non era così raro ricevere da un turista medio deceduto ormai da giorni una comunicazione del genere: “ciao mamma, ho avuto un piccolo inconveniente durante il mio viaggio, ma credo di poterlo risolvere”. E ancora di più, immaginate che cosa poteva voler dire per i coloni inglesi insediati in Australia comunicare con i propri cari o con la madre patria… Sydney – Londra 16.983 km, esperienza quasi paranormale, direi. A questo proposito, e con immenso dolore, mi permetto di farvi notare la graziosa casetta in stile coloniale che sorge in mezzo alle palme al numero 38 di Hamersley Street a Broome nella regione del Kimberley, Australia occidentale; attualmente è di proprietà del Dipartimento di Giustizia del Governo del Western Australia e sull’erbetta che la circonda viene organizzato ormai da 25 anni un famoso mercatino di prodotti locali, ma attenzione, non fidatevi mai delle casette coloniali tra le palme! Non sono MAI quello che sembrano!

In Australia, nella seconda meta del diciannovesimo secolo, i governi coloniali installarono linee telegrafiche come se piovesse, per collegare le principali città loro, gli insediamenti rurali sparpagliati in mezzo al nulla più totale e gli insediamenti portuali sulle coste. Fu addirittura posato un cavo per mettere in collegamento Darwin con Adelaide (più di 7.000 km) che tagliava esattamente in due da nord a sud l’intera isola, ma a un certo punto, come capita spesso nella storia dell’uomo, interviene la pazzia che si insinua nelle menti delle persone azzerando la razionalità e si alza in piedi un tizio che dice: “Dai, dai, colleghiamo l’Australia all’Inghilterra!”. «Sì certo, è arrivato il fenomeno!» – gli rispondono – «Guarda che tra noi e Londra c’è tantissimo oceano che tu non hai idea, poi ci sono tre continenti di mezzo che si chiamano Asia, India ed Europa e poi da lì forse cominci a intravedere la Regina… »

Cable House (Fonte)

Ebbene signori, legatevi alle tubature dell’acqua come nel film Twister perché quei matti della Eastern Extension Australasia and China Telegraph Company Limited (EET Company) lo hanno fatto davvero! Il cavo partiva da Londra, passava per l’Europa, scendeva verso l’India, Singapore, Isola di Java, attraversava l’oceano Indiano, riemergeva sulla terraferma sulla costa nei pressi di Broome – più precisamente a Cable Beach, per l’appunto dove i locali giurano che ancora oggi è possibile vedere delle porzioni di cavo – per poi arrivare alla maledetta casetta coloniale di cui vi parlavo prima, che altro non era che la stazione di ricezione e di smistamento telegrafica chiamata allora Broome Cable House.

La costruzione fu eretta in pochissimo tempo grazie a un “kit di montaggio” tipo Ikea proveniente dal Regno Unito per il ferro e da Singapore per la parte in legno, il tutto corredato da una ventina di operai cinesi che in poco meno di due mesi conclusero l’edificio, trovarono il settimo simbolo e poterono attivare lo Stargate con Londra il 9 aprile 1889. La Cable House fu attiva per circa quarant’anni, fino a quando la EET Company costruì una nuova stazione di ricezione vicino Perth, collegata via cavo con l’Africa attraverso le Isole Cocos, e il traffico a Broome diminuii gradualmente per interrompersi definitivamente nel 1914. La stazione venne convertita a palazzo di giustizia nel 1921 e da allora sonnecchia all’ombra delle palme, lei e la sua insopportabile storia.

Ah, solo per dovere di cronaca, Cable Beach è un posto orribile, meglio scansarlo.

Cable Beach (Fonte)

Falkirk, la macchina infernale

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Eccoci con la prima chicca post natalizia, che non aiuta per niente a smaltire i bagordi delle feste in corso. Purtroppo siamo sempre in quella casistica di cose che vengono progettate e costruite dalla mano dell’uomo, ma guidata sicuramente da entità soprannaturali quali Satana o Zuul nel frigorifero. Questa teoria è avvalorata ancora di più dal fatto che, se Nostro Signore ha creato un dislivello di 24 metri tra i canali scozzesi di Forth and Clyde e Union, ci sarà un motivo, no? Vuol dire che i due canali NON devono essere collegati! O sbaglio? Se il Dottor Egon Spengler dice di non incrociare i flussi, non vanno incrociati punto e basta, perché contraddirlo?

Alla fine degli anni ’90 l’ente scozzese che gestisce le acque fluviali ha necessità di ripristinare la navigabilità tra Glasgow ed Edimburgo, attivata nel 1933 e poi caduta in disuso a causa del troppo dispendio di tempo e acqua. La sfida viene raccolta con spavalderia e sciaguratezza da un team di progettazione internazionale, il quale vende l’anima al demonio e si inventa la strabiliante Ruota di Falkirk (qui un po’ di info), primo e unico elevatore di barche rotante sulla faccia della terra. Vicino alla cittadina omonima (qui la posizione precisa), nella Scozia centrale, una bella mattina stranamente soleggiata arriva un signore distino che appoggia sul tavolo una valigetta. Al suo interno ci sono 84,5 milioni di sterline, 1.200 tonnellate di acciaio e 14.000 bulloni che servono a far partire uno dei progetti ingegneristici più incredibili della storia moderna.

Ispirata a non so quale maledetta diavoleria, la ruota appare come una grande elica che, sfruttando il principio di Archimede, si solleva dall’acqua del canale ruotando rispetto a un gigantesco perno centrale, portando con sé 500.000 litri di acqua con imbarcazione annessa la quale, sollevata a 24 metri di altezza sopra la ruota, si ritrova al livello del corso d’acqua successivo. La ruota è alta 35 metri e fa parte del complesso formato anche dal centro di controllo e bacino di attesa per le imbarcazioni, il tutto maledettamente simile al quartier generale degli Avengers.

Se tutto ciò non vi dovesse bastare, sappiate che all’ingresso orientale del canale Forth and Clyde (qui per l’esattezza), circa 6 chilometri più a est, un altro matto completo rispondente al nome Andy Scott – professione artista e scultore – decide che la forza e la resistenza del paesaggio, delle vie navigabili e delle comunità scozzesi devono essere celebrate con… un fiero manoscritto da lasciare ai postumi? Una stupenda collezione fotografica illustrata? No, purtroppo nulla di tutto ciò signori miei! Il meschino e miserabile Scott crea due statue equestri di acciaio (le più grandi al mondo, qui il sito ufficiale) alte 30 metri ciascuna e visibili da chilometri di distanza, raffiguranti la bestia mitologica chiamata Kelpie (cavallo di fiume).

In poco più di 6.000 metri, non una, ma ben DUE opere del demonio che segnano indelebilmente il paesaggio scozzese… ovviamente se voi e i vostri cari doveste mai trovarvi in zona meglio che ne stiate alla larga.

Kelburn Castle, il castello funky

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I viaggiatori che hanno la sventurata idea di partire alla scoperta della Scozia sono consapevoli che sicuramente troveranno due cose sul loro cammino: natura spettacolare e castelli meravigliosi, come se non ci fosse un domani. Quindi segnalarvi con questo articolo un castello da visitare nei dintorni di Glasgow non sembrerebbe una cosa molto interessante… ma mai, e dico MAI abbassare la guardia! Satana è sempre dietro l’angolo, pronto colpire coloro che anche solo per un attimo pensano di essere in salvo!

A circa 35 miglia dalla città scozzese infatti (qui la posizione precisa) si erge in tutto il suo splendore il castello di Kelburn, lì fin dal XIII secolo, appartenuto alla casata dei Boyle da quell’epoca fino ai giorni nostri. Nel 2007 quel matto furibondo che risponde al nome di Patrick Boyle Conte di Glasgow sta passeggiando nei dintorni del castello e nota che lo strato superficiale di intonaco aggiunto negli anni ’50 è abbastanza malconcio, decidendo così di farlo rimuove. Come si procede in questi casi? Si prende il telefono, si chiamano i muratori e si fa eseguire il lavoro in tutta sicurezza.

Il signor Boyle invece, sicuramente spinto dal maligno, cosa fa? Prima di partire con la demolizione decide di “dare in pasto” le pareti a un gruppetto di artisti e writers brasiliani, per farci ciò che gli passa per al testa… tutti inconsapevoli del fatto che stanno per rendere il castello unico nel suo genere. Gli indiavolati sudamericani utilizzano più di 1500 bombolette spray per realizzare un gigantesco murales che da lì a poco ottiene risonanza mondiale venendo addirittura accostato a opere di livello assoluto come quelle dei signori Banksy, Keith Haring e via discorrendo.

Il castello diventa così la perfetta fusione tra la modernità e l’assenza di regole dei murales e il rigore e l’austerità dell’architettura medioevale, tanto da farlo divenire una delle principali attrazioni di tutta la Scozia. L’opera nata come temporanea è ovviamente diventata permanente (e ci mancherebbe!), le visite guidate sono numerose (qui c’è tutto), il turista medio con le calze di spugna e i sandali viene immediatamente colto da malore appena intravede i colori da lontano e quindi direi tutto bene ciò ce finisce bene.

1898, nasce il primo grattacielo d’Europa

DSCN4636 Mentre il mio illustre collega di blog scandaglia la California da cima a fondo in cerca di chicche, io mi diletto con un rapido weekend a Rotterdam e ne torno stordito dalla sua architettura supermoderna; voi penserete che, ovviamente sì, ho visto strutture che mi hanno fatto sanguinare fortissimamente il naso ma, attenzione, le cose che mi hanno colpito di più sono due ed entrambe risalgono alla fine del 1800! In questo articolo ne affronterò una, l’altra me la tengo nel taschino in attesa del momento opportuno per presentarla. Rotterdam è una bellissima città di dimensioni contenute e visitabile tranquillamente a piedi in una mattina. Dopo diversi chilometri di passeggiata, mi accomodo su una panchina in riva ai canali del vecchio porto (qui la posizione corretta) e non posso fare a meno di notare alle mie spalle una meravigliosa palazzina bianca in stile art nouveau. Realizzo solo dopo qualche secondo che ho trovato per caso – nel senso che ovviamente mi ero già documentato su di essa, ma la visita era in programma per il giorno dopo – ciò che avrebbe cambiato per sempre il modo di costruire in Europa.

DSCN4715No, non sto esagerando. Con dolore vado a spiegare: quella che stavo ammirando era la Witte Huis (Casa Bianca), edificio di 43 metri costruito in acciaio e cemento e primo esempio di “grattacielo” nell’intera Europa! Già i 10 piani dell’edifico furono per l’epoca qualcosa di strabiliante, ma i progettisti, non contenti, girarono ancora di più il dito nella piaga rivestendo le facciate con impertinenti piastrelline bianco candido e aggiungendo statue e merletti un po’ ovunque. L’edificio inoltre sorgeva, e sorge tutt’ora, in prossimità dell’acqua (è a solo +1 metro sul livello del mare) e quindi su terreno molto soffice e impregnato…. poteva essere un problema? Certo che no. La fondazione su cui sorge l’edificio appoggia su 1000 pali conficcati nel terreno per renderlo più portante. In più è uno dei pochissimi edifici che inspiegabilmente sono stati risparmiati dai bombardamenti tedeschi della seconda guerra mondiale ed è inserito nella lista dei monumenti nazionali d’Olanda.

Aspettate un secondo che mi faccio strada tra i corpi dei turisti medi che ci sono qui per terra e metto tutto in ordine.

Milano, la stazione fantasma di Corso Sempione

Oggi cari lettori torniamo a parlare di Milano perché, come già avevamo avuto modo di sottolineare, spesso si va lontano alla ricerca di chicche rischiando di non accorgersi di quelle che si hanno “in casa”. Detto questo, la nostra missione prevede comunque il giro del mondo per scovare qualsiasi cosa possa essere messo in infusione; questo per sgombrare il campo da dubbi: non ci stiamo fermando!

Anche Milano possiede ovviamente le sue chicche e quella di cui parleremo oggi ha il fascino arrogante delle cose che provengono da un’altra epoca. Se vi trovaste a passeggiare su Corso Sempione, all’altezza dell’incrocio con via Moscati (questa la posizione esatta), trovereste infatti uno strano oggetto che sbuca da un’aiuola. Nello specifico si tratta di un respingente, quegli elementi ferroviari che solitamente vengono posti alla fine dei binari tronchi per ammortizzare la frenata dei treni nel caso questi vadano “un po’ troppo lunghi”. L’oggetto in questione però è decisamente fuori luogo qui: non ci sono binari o treni, né tantomeno stazioni. Ma allora cosa succede? Quelli della Scuola di Magia si sono dimenticati di nascondere un pezzo di banchina dell’Hogwarts Express? Niente di tutto ciò.

Quello che vedete amici è l’ultimo rimasuglio di una stazione ferroviaria che fino all’800 costituiva il capolinea della linea Milano-Gallarate, in seguito divenuta insufficiente con la veloce espansione della città e demolita. Rimane appunto questo unico elemento, a testimoniarne l’esistenza in un’epoca in cui la moderna rete di trasporti urbani e interurbani era ancora di là da venire.

Quella di Corso Sempione non è l’unica stazione fantasma che potete trovare a Milano, ma sarebbe una pessima idea cercarle tutte e ricavarne un tour, vero? Vero?! Bene, ci siamo capiti.

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