L’edificio che non c’è

chiesa02Signori vi avviso, la chicca di oggi sgretolerà le certezze più solide di questa terra; il discorso è molto semplice: fino a poco tempo fa le cose, gli oggetti, gli edifici, esistevano o non esistevano… bene, da qualche tempo questo concetto non vale più. Tutto questo grazie ai due architetti Pieterjan Gijs e Arnout Van Vaerenbergh che, nel bel mezzo delle colline nei pressi della cittadina di Borgloon, in Belgio (qui la posizione precisa), hanno deciso di fare “esercizio” creando qualcosa che mandasse fuori di testa le persone.
«Caro Pieterjan, cosa ne pensi se creassimo un edifico che si può attraversare con gli occhi e che piano piano si dissolve sotto lo sguardo attonito delle persone?»
E l’altro genio che gli dà corda: «Che idea splendida Arnout! Dai, facciamolo subito!»
Ma certo, fate pure!

Reading between the lines, è un edificio/installazione artistica – quelli bravi la definiscono arte del paesaggio – a forma di chiesa, realizzato in impertinente acciaio corten poggiato su una struttura in cemento. Ora, secondo voi cosa ci può essere di più impenetrabile ed indissolubile dell’acciaio e del cemento? Ecco, come immaginavo, i grossi punti di domanda che sono comparsi sulle vostre facce la dicono lunga…

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L’acciaio per le pareti è ingegnosamente utilizzato in placche sottili posizionate orizzontalmente collegate tra loro tramite altrettante piccole colonne, sempre in acciaio, e il tutto è sorretto da un piano in cemento armato; l’edificio risulta cosi mutante a seconda dei punti di visuale: dall’alto della collina è imponente e massiccio, ad altezza uomo le pareti a poco a poco si dissolvono e si fondono con il paesaggio, dall’interno invece sembra di guardare un paesaggio astratto. L’effetto voluto (e perfettamente riuscito!) è a dir poco sconvolgente, specialmente al tramonto quando il sole, basso sull’orizzonte, penetra l’edificio assottigliando e dissolvendo ancora di più i già tenui contorni.

L’opera fa parte del progetto espositivo Z-OUT promosso dal museo di arte contemporanea della città di Hasselt e io sinceramente lo farei chiudere. Turisti medi in zona: nessuno. Mai.

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Il Singer Building

Scrivere della malinconica e affascinante storia dell’Academy Theatre mi ha spinto a rimettere mano alla bozza di un articolo che da mesi tenevo da parte. Non so bene cosa abbia fatto scattare la molla, fatto sta che ora mi tocca prendere e spostarmi idealmente dalla costa ovest degli Stati Uniti fino a quella est, oltre a fare un salto indietro nel tempo di altri trent’anni (si ringrazia l’inventore del flusso canalizzatore).

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L’edificio di cui vi parlo oggi amici è il devastante Singer Building, una maleducata struttura di 187 metri di altezza, la più alta del mondo all’epoca della sua costruzione nel 1908. Situato nel cuore di una Lower Manhattan in rapida espansione verticale, questo meraviglioso edificio in stile beaux art per decenni ha retto più che dignitosamente la concorrenza dei grattacieli che via via andavano crescendogli tutt’attorno. Come si intuisce dal nome, il palazzo fu sede della Singer, importante azienda produttrice di macchine per cucire, e parte di un complesso di edifici comprendente l’Hudson Terminal e l’Equitable Building, unico dei tre ancora esistente.

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Sul primo vale la pena soffermarsi un attimo per dire che fu concepito come terminal delle linee ferroviarie che servivano New York e New Jersey e che all’epoca della sua inaugurazione fu uno dei più grandi edifici del mondo. Negli anni ’60 l’edificio superiore venne demolito e la stazione parzialmente integrata nel mastodontico piano di riqualificazione dell’area, divenendo il terminal del World Trade Center – la porzione non integrata divenne di fatto una stazione abbandonata (qui un approfondimento), ma non è il caso di affrontare anche questo argomento ora, in quanto potenzialmente letale. Con la riedificazione degli ultimi anni, anche ciò che rimaneva venne rimosso per far spazio al nuovo Transportation Hub e quindi, con una fitta di dolore che ben potete immaginare, possiamo affermare che l’Hudson Terminal altro non fu che il nonno del futuristico snodo ferroviario di Calatrava.

Ma torniamo al protagonista assoluto dell’articolo. Si può dire che il Singer Building, a opera dell’architetto Ernest Flagg, definì un vero standard di eleganza per i nuovi edifici a venire; i motivi decorativi e gli interni in marmo e bronzo si guadagnarono l’entusiasmo della critica e riuscirono quasi a salvare l’edificio dal suo destino.

 

Nel 1968, con la sede della Singer già trasferita da qualche anno nel più prestigioso Rockefeller Center, il grattacielo è stato purtroppo demolito per far spazio al più moderno, ma indubbiamente meno affascinante, U.S. Steel Building, conosciuto anche come One Liberty Plaza. Ci fu un tentativo di preservare il Singer Building, considerato uno degli edifici più iconici di New York, insignendolo del titolo di Historic Landmark, tentativo che però non andò a buon fine e nel 1967 iniziò lo smantellamento. Prima di passare definitivamente alla storia, il Singer Building riuscì tuttavia a togliersi la soddisfazione di stabilire un ultimo record, divenendo il più alto edificio mai demolito.

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Il Singer Building digitalmente ricostruito in una scena del film “Animali fantastici e dove trovarli” (fonte)

Il fascino dello sfortunato Academy Theatre

d6264ec6a600cbd6e140464567205baeCi sono edifici che per loro natura evocano epoche d’oro e fasti legati al passato; se per caso qualcuno di questi è anche nel frattempo caduto in disgrazia, ecco che il fascino cresce esponenzialmente, rendendolo di fatto irresistibile. Quest’oggi cari lettori toglieremo per voi la polvere del tempo da un edificio che ha dell’incredibile: l’Academy Theatre di Inglewood, in California.

Progettato da S. Charles Lee – architetto molto prolifico, soprattutto a Los Angeles –  e inaugurato nel 1939 con lo scopo di ospitare niente meno che gli Academy Awards (gli Oscar, per intenderci) questo teatro ha fin da subito iniziato a fare i conti col suo destino tutt’altro che fortunato. Risulta infatti che nessuna cerimonia di consegna delle famose statuette sia mai avvenuta al suo interno e che la destinazione d’uso negli anni si sia limitata alle anteprime di alcuni film e alla programmazione degli spettacoli legati al circuito Fox.

A dispetto di ciò l’Academy Theatre rimane tuttavia uno splendido esempio dello stile noto col nome di streamline. La facciata monumentale, le linee sinuose e gli interni lussuosi appaiono come una sfida alla Grande Depressione che negli anni della sua costruzione devastava il Paese, o forse rappresentano solo l’illusione di poterle sfuggire; illusione del tutto legittima, trovandosi nell’orbita di una città – Los Angeles – che sulle illusioni ha basato la sua stessa esistenza. A completare il tutto, la guglia avvolta da un elemento elicoidale che con un sistema di luci illumina il nome dell’edificio.

L’epoca dello sfortunato teatro termina definitivamente nel 1976 quando viene convertito in luogo di culto. Percorrendo West Manchester Boulevard a Inglewood, all’altezza dell’incrocio con Crenshaw Boulevard vi trovereste infatti di fronte all’Academy Cathedral (qui la posizione esatta), un eccentrico edificio con pacchiane decorazioni sui toni del rosa e del viola e un tabellone riportante gli appuntamenti legati alla vita pastorale. Questo è ciò che rimane dell’Academy Theatre, un edificio progettato per ospitare il più importante evento del cinema mondiale e finito per essere una delle tante chiese nella periferia di Los Angeles.

La diga del Gleno

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Resti della diga del Gleno (fonte: Wikipedia)

E se vi dicessi che a pochi chilometri da Milano esiste un luogo che sembra uscito dalla saga de Il Signore degli Anelli, voi ci credereste? No? Mai, e dico MAI, dubitare delle chicche di questo blog!
Allora, prendete la vostra macchinina e dirigetevi in provincia di Bergamo, raggiungete il comune di Vilminore in Val di Scalve e da qui arrampicatevi fino al microscopico agglomerato di case chiamato Chiesa San Lorenzo in Pianezza (qui la posizione); abbandonate il mezzo nella piazzetta della chiesa e preparatevi per una bella e salutare camminata in mezzo alla natura selvaggia della Alpi bergamasche. Ah, prima di incamminarvi date un’occhiata al campanile perché c’è subito qualcosa da notare: ebbene, state guardando uno dei soli 44 orologi “alla romana” d’Italia, ovvero con il quadrante suddiviso in sei invece che in dodici ore (qui trovate qualche info in più). Inoltratevi nel viottolo che attraversa le case in pietra, aggiungetevi al gruppetto di hobbit, elfi, nani e maghi che vi sta aspettando, e incamminatevi sulla mulattiera che da lì ha inizio e che, percorrendo tutto il fianco della montagna a strapiombo sulla vallata del fiume Gleno, vi porterà fino alla meta.

Il sentiero (C.A.I. n° 411, Vilminore – Lago di Gleno) sale da 1267 fino a circa 1500 metri in poco tempo, per poi diventare praticamente pianeggiante e altamente spettacolare: la vista sulla vallata alla vostra sinistra è veramente mozzafiato; aleggia nell’aria anche un non so che di misterioso perché, a causa della conformazione fisica della mulattiera, per la maggior parte della camminata (poco più di un’ora) non si riesce a capire con chiarezza cosa si stia per palesare all’improvviso, svoltato il costone di roccia. Infatti, dopo aver raggiunto e superato un piccolo edificio in pietra incastonato tra il sentiero e la montagna, il percorso piega decisamente verso est, ma il vostro sguardo sarà catturato da quelle che in lontananza sembrano le rovine dei Cancelli di Morannon, poco prima del Regno di Mordor… viaggiatori vi devo mettere in guardia, non sarà facile distogliere il mirino dall’obbiettivo, attenzione a dove mettete i piedi da qui in poi!

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Il lago alle spalle dei resti della diga (fonte: Wikipedia)

Quello che vi sta ipnotizzando fino alla pazzia e che piano piano si avvicina a voi minaccioso è ciò che rimane della diga del Gleno, crollata improvvisamente il 1° dicembre 1923 sotto l’enorme peso dell’acqua presente nel bacino retrostante e che causò ufficialmente 356 morti, stimati forse il doppio.  A causa delle fortissime piogge verso la fine di ottobre del ’23 il lago artificiale si riempì per la prima volta, alcune avvisaglie che qualcosa stesse per andare storto si verificarono per tutto il mese successivo sotto forma di perdite, sopratutto nelle arcate centrali che non erano appoggiate sulla roccia, fino ad arrivare al cedimento completo. Alle 7:15 del primo giorno di dicembre, sei milioni di metri cubi di acqua (più detriti e fango) precipitarono nella vallata fino a riversarsi nel Lago di Iseo (una ventina di chilometri più giu!), preceduti da un terrificante spostamento d’aria e lasciandosi alle spalle solo devastazione. Ovviamente nulla da fare, tutto venne spazzato via, il disastro totale.

Il sentiero vi porterà fino a ridosso del gigantesco sbarramento e potrete passare attraverso i quasi settanta metri di squarcio da cui l’immensa quantità d’acqua è violentemente defluita… fare ciò mentre ci si rende conto che questa volta non è colpa di Godzilla, ma solo della negligenza umana vi farà rimanere in silenzio e con il naso all’insù.

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Lo squarcio (fonte: Wikipedia)

E il Signore degli Anelli? Beh, se il giorno che decidete di andare a vedere la diga il meteo comincerà a diventare un po’ inclemente – tipo l’immagine qui sotto – non stupitevi se un uomo a cavallo con uno strano cappello in testa che dice di chiamarsi Gandalf il Grigio vi chiede indicazioni, tutto normale.

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Cancelli di Morannon, Mordor (fonte: michelegusmeri.it)

Villa Scott a Torino

Torino è una di quelle città che, sotto una facciata apparentemente austera e compassata, riescono a nascondere chicche a dir poco sorprendenti.
Non è difficile nel capoluogo piemontese respirare l’atmosfera di un glorioso passato e, soprattutto in alcuni quartieri, le testimonianze di un’epoca d’oro sono quanto mai evidenti.
È il caso del quartiere Borgo Crimea, situato sulle colline immediatamente al di là del Po, dirimpetto al ponte Umberto I. Provate e partire da qui per un tour a piedi e vi godrete eleganti abitazioni costruite a cavallo di fine ‘800 e inizio ‘900 da famiglie nobili e alto borghesi, intente a godersi una bella vista sulla città da un luogo privilegiato e decisamente più tranquillo.
In particolare, c’è una villa che sono sicuro riuscirà a stimolare l’immaginazione dei nostri lettori più di ogni altra, ed è con una certa apprensione che ve ne parlo.
Perché dico “con una certa apprensione”? Ma perché questa villa è un sonoro schiaffo per chiunque si fermi a osservarla.

Progettata da Pietro Fenoglio, uno dei più noti architetti e interpreti del Liberty italiano, Villa Scott (dal nome del suo primo proprietario) è uno strepitoso esempio di quella che rimane – a mio modesto parere – una delle più sconvolgenti e suggestive correnti stilistiche della galassia.
La villa è un tripudio di decorazioni ed elementi tipici del Liberty, per cui aspettatevi di essere spintonati da statue e fontane, sbeffeggiati da tanto azzardate quanto armoniche volute e presi brutalmente di mira da finestre incorniciate in modo decisamente arrogante. Non aspettatevi tuttavia di trovarvi di fronte a qualcosa di esagerato o pacchiano, tutt’altro! L’aspetto più straordinario è forse proprio questo; la villa si sviluppa infatti all’interno di spazi ben ponderati e rimane discretamente celata dietro a un boschetto di alberi e una sobria cancellata in parte nascosta dall’edera.

Con la morte del primo proprietario, Villa Scott ha cambiato destinazione, divenendo sede di un collegio femminile ed è proprio in questo periodo che ha vissuto il suo “momento di gloria”, per così dire. La villa è stata infatti scelta come location per alcune scene di Profondo Rosso, uno dei film più conosciuti e apprezzati di Dario Argento, divenendo per l’occasione l’inquietante Villa del Bambino Urlante.
L’abitazione è nuovamente passata di proprietà e, successivamente a un restauro, è tornata a essere una residenza privata.

Ora una piccola nota personale. Negli ultimi mesi mi trovo a Torino per lavoro, proprio alla fine di via Mazzini, in un ufficio che si affaccia sul Po. Immaginate ora la suggestione della vista che ho davanti ogni giorno: gli alberi spogli di questo periodo dell’anno, la strada, il fiume che scorre sonnolento e i quartieri alti sulle colline al di là di esso; il tutto avvolto in una grigia nebbiolina.
Capite bene che la fantasia non può fare a meno di correre violentemente alla Villa del Bambino… ehm, a Villa Scott che da qualche parte, sono sicuro, mi sta osservando.

Lo schiaffo della settimana #12

e483e30d4309a8b4b39774d0e1603adaCari lettori, oggi vi giochiamo un tiro veramente mancino, ce ne rendiamo perfettamente conto e vi chiediamo scusa in anticipo. Il brano – lo schiaffo, per essere più precisi – di questa settimana è un pezzo del mitologico duo Simon & Garfunkel, dal titolo quanto mai eloquente di The 59th Street Bridge Song (Feelin’ Groovy).

Notiamo che qualcuno tra voi è già fuggito a gambe levate e non possiamo certo biasimarlo. Per chi è invece rimasto, dobbiamo nostro malgrado spiegare il carico di dolore che tali parole sottintendono, ma non prima di avervi dato un paio di nozioni. La canzone, scritta da quell’indiscusso fuoriclasse di Paul Simon che l’ha interpretata e incisa in coppia con Art Garfunkel, venne pubblicata nel 1966 all’interno del loro terzo album Parsley, Sage, Rosemary and Thyme ed è tutt’oggi uno dei loro pezzi più amati.
Ma passiamo alle note dolenti. Come purtroppo il fato ha deciso, Simon & Gurfunkel sono di New York e 59th Street Bridge non è altro che un nome più colloquiale col quale indicare il ponte suà-maestà-signore-del-male Queensboro Bridge che, con i suoi 1.1325,2 metri di acciaio, bulloni e arroganza, dal 1909 collega il distretto del Queens a Manhattan, passando con sfacciata impertinenza per Roosevelt Island.

Vi possiamo garantire che è un’esperienza assolutamente gratificante passeggiare nei pressi del ponte prendendo alla lettera ciò che Simon & Garfunkel consigliano con il loro brano: rallentare, nel caos del traffico cittadino come nella vita, per apprezzare il piacere delle cose semplici come i ciottoli della strada, i fiori e, perché no, fermarsi a parlare con un lampione.

Oltre alla versione in studio di 59th Street Bridge Song (Feelin’ Groovy) che trovate di seguito, qui vi proponiamo il live dallo storico concerto di Central Park.

La montagna d’oro

Alzi la mano chi non ha mai desiderato essere nei panni di Zio Paperone e trovarsi davanti a una montagna d’oro o chi non hai mai voluto essere Lupin III per mettere gli occhi su un caveau zeppo di lingotti luccicanti… ebbene, leggendo questa chicca tremenda potrete farlo! E secondo voi qual è l’unico luogo al mondo dove può accadere una cosa simile? Las Vegas? Risposta sbagliata. New York? Esatto!

Esattamente al 33 di Liberty St. (fermata metro J e Z – Fulton Street) troverete l’ingresso piantonato da almeno un paio di terrificanti poliziotti del NYPD di un bel palazzotto di una decina di piani rivestito in quadrotti rettangolari che sembrano degli Oro Saiwa. Siete al cospetto del Federal Reserve Bank of America Building, un luogo dove – come si può capire – il denaro è di casa e sopratutto in quantità smisurate.

È vero, siamo in una delle zone più turistiche di Manhattan, i marciapiedi pullulano di esemplari di mediocris tornacense stupet (turista medio imbambolato) intenti a cercare chissà cosa e lo sconforto potrebbe assalirvi, ma non abbiate paura cari viaggiatori, non abbiate paura! Svoltate l’angolo e, al 44 di Maiden Lane una volta varcata la soglia d’ingresso, vi troverete in un’oasi di pace fuori dalle visite guidate usuali. Potrete partecipare infatti al Museum & Gold Vault Tour che la Federal Reserve Bank of America offre gratuitamente a un massimo di 25 persone per volta e che vi porterà a scoprire come è gestita e a che cosa serve non una, ma la più colossale riserva aurea monetaria del pianeta. Non so voi, ma al solo pensiero ho i brividi di freddo…

Dopo ovviamente un controllo a dir poco “accurato” di qualsiasi granello di polvere voi abbiate addosso, l’interessante visita guidata ha inizio, ma è quando scenderete sotto terra che il fiato vi si interromperà bruscamente in gola lasciandovi ansimanti per il resto del tour. Si arriva a circa 25 metri sotto il livello stradale e si fa conoscenza con l’unica entrata al caveau sotterraneo, vale a dire una gradevolissima porta in acciaio e cemento armato di 140 tonnellate e, attraversata questa (direi qualche metro di spessore), si arriva al tanto agognato deposito di Zio Paperone, al tanto bramato caveau di Lupin III e cioè alla zona di stoccaggio dei lingotti d’oro.

Lo spettacolo è a dir poco raggelante, davanti a voi avete un muro di centinaia di migliaia (nel 2015 erano 508.000) di barre auree luccicanti come le lucine di Natale che vi fanno diventare la pupilla a forma di $ come nei cartoni animati; la frase “il fascino del dio denaro” qui è quanto mai appropriata, la sensazione – anzi la certezza! – di avere a pochi centimetri da voi svariati miliardi di euro è da ponderare a piccole dosi perchè può dare veramente alla testa.

Quello che state guardando – e che il turista medio che passeggia 25 metri sopra di voi intento a cercare il negozio di Tiffany & Co. ignora completamente – non è nient’altro che una delle diverse riserve auree che esistono al mondo nelle quali le nazioni, e in questo caso ovviamente anche gli USA, accantonano e depositano i propri “risparmi” per prelevarli nel momento del bisogno. Oggi questo luogo sta vivendo un lento ma inesorabile declino in quanto i vari stati mondiali tendono a riportare in patria il proprio oro e quindi il valore di ciò che c’è qui dentro, pur essendo comunque gigantesco, non è più quello di una volta; il deposito dell’oro infatti cominciò qui subito dopo la seconda guerra mondiale ed ebbe il suo picco nel 1973, quando le tonnellate del prezioso minerale arrivarono a 12.000 (sì esatto, come una di quelle grosse navi container che vedete in tv su Sky!). Io progetto case di mestiere e quindi, per deformazione professionale, una domanda mi sorge spontanea: ma per sostenere un peso simile, che razza di fondazioni deve avere l’Oro Saiwa Building? Chicca nella chicca! Il caveau NON ha fondazioni, ma poggia direttamente sulla dura roccia sottomarina di Manhattan Island! Il turista medio di prima è stato sbalzato dal marciapiede dall’onda d’urto!

Ultima cosa carina del posto, se volete come souvenir potete portarvi via un sacchettino di dollari tritati ormai ritirati dal mercato… il turista medio è spacciato, anzi tritato.

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Qui trovate tutte le informazioni che vi possono servire, tranne una: l’esterno del Federal Reserve Bank of America Building è stato utilizzato nel film Il Padrino come sede della riunione dei Don… ok e poi?!