Lo schiaffo della settimana #17

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Siamo nello stato di Washington, presumibilmente nella seconda metà degli anni ’50. Un ragazzino afroamericano di nome James che suona abbastanza bene la chitarra fa un sogno nel quale la sua mamma Lucille sembra abbandonarlo; circa un paio di anni dopo la mamma se ne va sul serio, morendo prematuramente a soli 32 anni. Gli anni passano, James cresce e acquista molta dimestichezza con la musica e il canto; nella sua mente il ricordo di quel sogno è impresso indelebilmente e decide di tradurlo in melodia e parole: viene così creata una demo musicale nell’ottobre del ’67 che poi diverrà un capolavoro assoluto e sarà inserita in un album postumo, dopo la scomparsa prematura di James.

Nessuno saprà mai se quel giovanotto, dopo tutti quegli anni, compose il brano sfruttando il suo indelebile ricordo o fu solo l’effetto delle parecchie sostanze stupefacenti che aveva in corpo. L’unica cosa certa è che il brano si intitola Angel e il giovanotto si chiamava James Marshall “Jimi” Hendrix.

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New York, il blackout del 1977

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L’inconfondibile profilo delle Twin Towers nel buio di Lower Manhattan (fonte: nydailynews.com)

Non so se quando l’elettricità tornò a illuminare New York quartiere dopo quartiere, nel tardo pomeriggio del 14 luglio 1977, ci si rese immediatamente conto che nelle venticinque ore appena trascorse qualcosa era cambiato per sempre. Probabilmente no, ma quell’evento, conosciuto come il blackout del 1977, avrebbe segnato un solco indelebile nella storia della metropoli e non solo, uno spartiacque utile a determinare un prima e un dopo.

Ci troviamo nei tormentati anni ’70, un periodo in cui una New York martoriata da degrado e criminalità sta vivendo dolorosi cambiamenti sociali. Sono gli anni in cui il Bronx brucia di incendi dolosi che i proprietari di case ormai impossibili da rivendere appiccano nel tentativo di recuperare almeno i soldi dell’assicurazione. Interi isolati sono ridotti a cumuli di macerie e vaste aree periferiche si svuotano, mentre il resto della città non se la passa meglio, stretta alla gola da una crisi fiscale che la sta mettendo in ginocchio.
Nell’estate del 1977 un’eccezionale ondata di caldo non fa altro che peggiorare la situazione, rendendo ancora più irrequieti gli animi e aggiungendo alla crisi economica e sociale, quella energetica.
La sera del 13 luglio, due fulmini colpiscono in rapida successione una centrale elettrica a Buchanan e, successivamente, una sezione della linea che rifornisce l’area metropolitana. Nel giro di poco, il più grande generatore di New York, situato nel Queens, fortemente sovraccaricato smette di funzionare, lasciando tutti e cinque i distretti al buio.

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Le luci di emergenza illuminano lo Shea Stadium (fonte: nytimes.com)

Sono le 21.30, i Mets interrompono la partita che stanno giocando allo Shea Stadium, le stazioni televisive e radiofoniche si spengono, gli aeroporti JFK e La Guardia vengono chiusi, le linee metropolitane si fermano intrappolando migliaia di passeggeri e in men che non si dica in diversi punti della città si verificano disordini, con la polizia che cerca di arginare la massa di persone che si riversa nelle strade, saccheggiando negozi, rapinando banche e appiccando incendi. Le forze dell’ordine sono però in netta minoranza e le stesse prigioni non bastano a far fronte all’eccezionale ondata di arresti. Per l’occasione viene addirittura riaperto un vecchio carcere ormai in disuso a Lower Manhattan, inadatto ad accogliere i prigionieri e infestato dai ratti.

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Uno dei numerosi incendi appiccati durante il blackout (fonte: nydailynews.com)

Chi non si è barricato in casa è fuori a cercare di sfruttare al massimo un’occasione più unica che rara, arraffando merce di qualsiasi tipo per poi riutilizzarla o rivenderla, per sopravvivere. Ciò avviene soprattutto nei cosiddetti ghetti neri, dove il blackout è la scintilla che fa esplodere una polveriera di proporzioni enormi. Anni di degrado e scelte amministrative vissute come ingiustizie non hanno fatto altro che mettere in risalto le differenze sociali. Disagio e malcontento, senso di abbandono e voglia di rivalsa risaltano come fari nella notte newyorkese e già da qualche anno costituiscono i pilastri alla base di un nuovo fenomeno chiamato Hip-Hop.
Nato nel Bronx (ne parliamo anche in questo articolo), diffondendosi poi ad Harlem e in alcune zone di Brooklyn, l’Hip-Hop è un genere musicale – ma sarebbe più esatto parlare di movimento culturale – che infiamma proprio i giovani afroamericani provenienti dalle aree più povere di New York e diventa orgoglioso contraltare alla musica Disco, propria delle classi sociali più benestanti, ma ha un grosso problema: l’attrezzatura per potercisi cimentare costa parecchio e non è alla portata di tutti.
La notte del blackout è quindi il momento ideale per potersi appropriare di console da dj, microfoni, dischi, mixer e tutto ciò che serve per produrre musica propria.

Raccontano Grandmaster Caz e Disco Wiz che quando la luce si spense la sera del 13 luglio, in men che non si dica si trovarono a dover fronteggiare un’orda di persone decise a sottrar loro gli strumenti coi quali stavano suonando alcuni dischi in un parco del Bronx e che dovettero puntare una pistola per fare desistere questa gente.
Lo stesso Disco Wiz sottolinea in un’intervista che fino a quel blackout conosceva cinque crew di dj in tutta New York mentre, dopo quegli eventi, nuove crew spuntavano come funghi e se ne potevano trovare a ogni angolo della città.

Il blackout e i saccheggi legati ad esso danno una spinta decisiva alla diffusione dell’Hip-Hop, regalando di fatto a ogni giovane che aspiri a diventare dj (e che non si faccia particolari scrupoli) gli strumenti per farlo.
La corrente torna intorno alle 22.30 del 14 luglio, restituendo alla città una parvenza di normalità, ma quattromila arresti, milleseicento negozi saccheggiati, più di mille incendi e un ammontare di danni per circa trecento milioni di dollari sono un conto decisamente salato per una città già in gravi difficoltà. Si verificano alcuni decessi durante le venticinque ore di emergenza, ma incredibilmente nessuno di essi è conseguenza degli scontri.

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I grattacieli di Midtown avvolti dall’oscurità (fonte: boweryboyshistory.com)

Il blackout costa la rielezione al sindaco uscente Abraham Beame e sarà uno dei temi principali sui quali Ed Koch impernierà la sua vincente campagna elettorale, divenendo sindaco e partendo proprio dal fondo toccato quella notte per dare il via a un progressivo risanamento della città, con una lotta senza tregua alle gang di strada e, in generale, al degrado.

Quello del 1977 non è stato l’unico blackout verificatosi nella storia di New York (ce ne fu uno nel 1965 e uno nel 2010), ma è stato indubbiamente il più catastrofico considerando le condizioni precarie in cui versava la città, nonché uno degli eventi emblematici di quell’epoca di grandi tumulti che sono stati gli anni ’70. Riguardando oggi a quegli avvenimenti sembra incredibile come, nel giro di poche ore e in una eccezionale situazione di emergenza, molte cose possano essere cambiate per sempre.

 

Lo schiaffo della settimana #16

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Lo schiaffo di oggi scomoda niente po’ po’ di meno che Sir Eric Clapton, colui che è sicuramente sul podio della classifica dei migliori chitarristi di tutti i tempi. Il brano che vi proponiamo è Wonderful Tonight, singolo del 1977 inserito poi nell’album Slowhand (mamma mia che opera d’arte!) e l’aneddoto che lo riguarda è il seguente: la sera del 7 settembre 1976, Clapton e la sua moglie dell’epoca Pattie Boyd si stavano preparando per presenziare ad un evento io onore di Buddy Holly. Pattie non riusciva a decidersi e si cambiava continuamente d’abito (tipico dell’universo femminile, oserei aggiungere), Clapton ingannava l’attesa strimpellando con la chitarra e canticchiando qualche cosa… a un certo punto si spazientì e disse «Ascolta, sei meravigliosa ok? Per favore non cambiarti più. Dobbiamo andare o faremo tardi!». Stizzito scese al piano di sotto, prese la chitarra e, accecato dalla rabbia, si mise a suonare. Dieci minuti e il capolavoro era pronto.

Come capita spesso agli artisti, Eric Clapton non era molto soddisfatto del risultato, voleva buttare tutto nella spazzatura. La prima volta che venne suonata in pubblico fu a casa del mitologico e ormai ultra centenario chitarrista dei Rolling Stones Ronnie Wood e il successo fu clamoroso. Sempre colpa delle donne…

Vi proponiamo una versione live da accapponare la pelle.

Lo schiaffo della settimana #15

ArtboardCari lettori, oggi è proprio il caso che vi allacciate le cinture prima di leggere la chicca messa in infusione per voi. Fatto? Bene, si parte.

Stiamo entrando in un campo di asteroidi e la nostra navicella spaziale rischia seriamente di finire polverizzata più e più volte. Il brano di oggi è dei Queen (SBAM) e proviene dritto dritto da uno dei loro album più famosi, universalmente riconosciuto tra i migliori di tutti i tempi: parliamo di A Night at the Opera (SBAM).
Con pietre miliari del calibro di Bohemian Rhapsody e Love of my life è difficile concentrarsi su altro, ma seguiteci e non ne rimarrete delusi.
Incastonata tra perle assolute, c’è una piccola pietra preziosa rispondente al nome di ‘39, una ballata folk dal ritmo coinvolgente, piuttosto atipica rispetto al resto della produzione della band britannica.
Innanzitutto vi preghiamo di notare il primo fatto sconvolgente, chiaro come il sole e altrettanto accecante: nel conto delle canzoni scritte e pubblicate fino al quel momento dai Queen, questa è esattamente la trentanovesima, ed ecco spiegato il titolo.
Tutto bene lì dietro? Se dovete vomitare i sacchetti si trovano nello schienale del seggiolino di fronte a voi. Proseguiamo.
Di cosa parla ‘39, scritta da Brian May? A una prima analisi si capisce che il testo racconta di un gruppo di volontari partiti per una sorta di missione e, facilmente tratti in inganno dal titolo, verrebbe da pensare che si tratti di soldati che vadano a combattere la seconda guerra mondiale. Non è esatto.
In realtà la ballata ha un’anima più fantascientifica. I volontari altro non sono che astronauti che vanno alla ricerca di un nuovo mondo in cui poter vivere e che, una volta tornati sulla terra, la trovano invecchiata di secoli, scoprendo che i propri cari sono morti. Ma da dove proviene un testo così strambo?
La risposta è da ricercare sotto l’audace capigliatura del chitarrista e precisamente nella sua mente, sempre affascinata dai grandi quesiti scientifici.
Prima di intraprendere la carriera con i Queen, Brian May ebbe infatti il tempo di laurearsi in fisica e da una parte ‘39 potrebbe essere una metafora proprio della scelta di abbandonare la sicurezza del proprio “pianeta” per affrontare l’ignoto e la vastità di una vita da rockstar. Ma c’è dell’altro.
Da un’altra parte infatti occorre ricordare che lo spazio è da sempre una passione per May, tanto da proseguire gli studi e laurearsi in astrofisica dopo la morte di Freddie Mercury, in un periodo di pausa dalla propria carriera. E qui arriva a nostro avviso l’aspetto più sconvolgente di tutti. Esiste un paradosso, riconducibile al campo della teoria della relatività di Einstein, conosciuto come Paradosso dei Gemelli, secondo il quale tra la terra e una navicella che viaggia nello spazio vi sia una sostanziale differenza nella velocità alla quale il tempo scorre.
Non è da escludere che Brian May, affascinato da questa teoria ne sia rimasto influenzato nella stesura del brano. Per cui i protagonisti della canzone rimangono lontani da casa per un periodo relativamente breve, ma che sulla terra si sia tradotto in secoli.
Lo sappiamo, vi sentite frastornati e inebetiti, lo capiamo. Tra poco rientreremo nell’orbita terreste, apriremo i paracaduti e in men che non si dica verremo recuperati da qualche parte nel Pacifico.

Alla prossima.

Lo schiaffo della settimana #14

ArtboardOttava traccia dell’album omonimo del 1970, il brano è la meravigliosa The man who sold the world.

Il brano, che non ha assolutamente bisogno di presentazioni, ai più è conosciuto per la riuscitissima cover suonata da Kurt Cobain e compagni in un concerto unplugged a New York. Poche cose da dire in merito, degno di nota invece è ciò che dichiara David Bowie in un’intervista del 2000:«… quando suono The man who sold the world ci sono sempre un sacco di ragazzini che mi dicono “È fantastico che tu faccia una canzone dei Nirvana” e io penso “fottetevi, piccoli segaioli”». Parole sante Maestro!

Villa Scott a Torino

Torino è una di quelle città che, sotto una facciata apparentemente austera e compassata, riescono a nascondere chicche a dir poco sorprendenti.
Non è difficile nel capoluogo piemontese respirare l’atmosfera di un glorioso passato e, soprattutto in alcuni quartieri, le testimonianze di un’epoca d’oro sono quanto mai evidenti.
È il caso del quartiere Borgo Crimea, situato sulle colline immediatamente al di là del Po, dirimpetto al ponte Umberto I. Provate e partire da qui per un tour a piedi e vi godrete eleganti abitazioni costruite a cavallo di fine ‘800 e inizio ‘900 da famiglie nobili e alto borghesi, intente a godersi una bella vista sulla città da un luogo privilegiato e decisamente più tranquillo.
In particolare, c’è una villa che sono sicuro riuscirà a stimolare l’immaginazione dei nostri lettori più di ogni altra, ed è con una certa apprensione che ve ne parlo.
Perché dico “con una certa apprensione”? Ma perché questa villa è un sonoro schiaffo per chiunque si fermi a osservarla.

Progettata da Pietro Fenoglio, uno dei più noti architetti e interpreti del Liberty italiano, Villa Scott (dal nome del suo primo proprietario) è uno strepitoso esempio di quella che rimane – a mio modesto parere – una delle più sconvolgenti e suggestive correnti stilistiche della galassia.
La villa è un tripudio di decorazioni ed elementi tipici del Liberty, per cui aspettatevi di essere spintonati da statue e fontane, sbeffeggiati da tanto azzardate quanto armoniche volute e presi brutalmente di mira da finestre incorniciate in modo decisamente arrogante. Non aspettatevi tuttavia di trovarvi di fronte a qualcosa di esagerato o pacchiano, tutt’altro! L’aspetto più straordinario è forse proprio questo; la villa si sviluppa infatti all’interno di spazi ben ponderati e rimane discretamente celata dietro a un boschetto di alberi e una sobria cancellata in parte nascosta dall’edera.

Con la morte del primo proprietario, Villa Scott ha cambiato destinazione, divenendo sede di un collegio femminile ed è proprio in questo periodo che ha vissuto il suo “momento di gloria”, per così dire. La villa è stata infatti scelta come location per alcune scene di Profondo Rosso, uno dei film più conosciuti e apprezzati di Dario Argento, divenendo per l’occasione l’inquietante Villa del Bambino Urlante.
L’abitazione è nuovamente passata di proprietà e, successivamente a un restauro, è tornata a essere una residenza privata.

Ora una piccola nota personale. Negli ultimi mesi mi trovo a Torino per lavoro, proprio alla fine di via Mazzini, in un ufficio che si affaccia sul Po. Immaginate ora la suggestione della vista che ho davanti ogni giorno: gli alberi spogli di questo periodo dell’anno, la strada, il fiume che scorre sonnolento e i quartieri alti sulle colline al di là di esso; il tutto avvolto in una grigia nebbiolina.
Capite bene che la fantasia non può fare a meno di correre violentemente alla Villa del Bambino… ehm, a Villa Scott che da qualche parte, sono sicuro, mi sta osservando.

Lo schiaffo della settimana #13

ArtboardA volte capita che una canzone nata come cover, reinterpretazione, di un’altra, riesca talmente bene da surclassare l’originale. Mi rendo conto di avventurarmi nel campo dei gusti personali, ma a mio avviso la versione di Hurt – brano dei Nine Inch Nails – rieseguita da Johnny Cash, possiede una potenza tale da rientrare a pieno titolo in questa categoria di canzoni.

L’inconfondibile voce di Cash e un arrangiamento essenziale, accompagnati da un videoclip fortemente evocativo della vita della leggenda in questione, sono un mix a cui è impossibile resistere. Pochi mesi dopo l’uscita di Hurt come singolo, Johnny Cash muore, rendendo di fatto questa intensa interpretazione il proprio testamento musicale.

Pare che lo stesso Trent Reznor, autore del brano, con ancora la guancia dolorante per lo schiaffo ricevuto dal primo ascolto della cover, abbia dichiarato: «Non è più la mia canzone, è diventata la sua». Amen, fratello!