Cannon Beach, la spiaggia dei Goonies

Va bene, non giriamoci troppo attorno e veniamo subito al dunque: questa chicca farà molto male per cui, se non ve la sentite, vi invitiamo ad abbandonare immediatamente la pagina e a stare tranquilli: non sarete giudicati per questo.
Allora, se come noi fate parte della generazione dei nati negli anni ’80, vi sarà bastato leggere il titolo di questo articolo per essere colti da vertigini, dolore alle ossa, mancanza d’ossigeno e da un diffuso, lancinante e persistente senso di nostalgia. È normale ragazzi, niente che non abbiamo già provato anche noi sulla nostra pelle.

Il guaio è che in questo periodo abbiamo preso la malsana abitudine di parlare di posti conosciuti anche per essere stati location di film famosi. E qui dovrete munirvi di tutto il coraggio di cui siete capaci, perché andiamo a tirare in ballo uno dei film più illegali mai concepiti dall’uomo e quindi fondamentali per la nostra infanzia, vale a dire I Goonies.
Scenario: Stati Uniti occidentali, nello specifico l’Oregon, dove l’autunno arriva molto presto. Cittadina (Astoria) che si affaccia sulla foce del fiume Columbia poco prima che si tuffi nel Pacifico, nuvole basse e pioggerellina insistente. Avete un k-way giallo canarino da indossare? Ok, bravi, io intanto vado un attimo in bagno a cercare di vomitare, magari mi libero di questa sensazione di nausea.

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Astoria, Oregon

Dando per scontato che avrete visto il film almeno un centinaio di volte, vi ricorderete che, a fare da sfondo alla caccia al tesoro, c’è una spiaggia con grandi formazioni rocciose che si innalzano a pochi metri dalla riva e dove, alla fine dell’avventura, i ragazzi si riuniscono alle loro famiglie, mentre la nave di Willy l’Orbo prende il largo. No, niente da fare, devo andare a rimettere di nuovo…

Eccomi, scusate, sono veramente costernato.

Dicevamo, la suddetta spiaggia ovviamente esiste realmente ed è una delle più famose degli Stati Uniti. Stiamo parlando di Cannon Beach (qui e qui un paio di siti internet), che dà il nome all’omonima città (Wikipedia parla di 1.705 abitanti… mi ci trasferirei subito!), non lontano dalla più grande e importante Astoria (9.802… sono pronto a diventare il numero 9.803).

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Cannon Beach vista da Ecola State Park

Cannon Beach è situata immediatamente a sud di Ecola State Park (qui il sito ufficiale), un parco nazionale con viste mozzafiato su un tratto di costa caratterizzato da alte scogliere e foreste di sempreverdi, dove l’oceano, la nebbia e il sole che filtra attraverso di essa, creano un panorama mai uguale a sé stesso e che vale assolutamente la pena di vedere almeno una volta nella vita.

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Cannon Beach in una scena del film

Già così mi sento come un pugile che si trova all’angolo, ma il colpo del k.o. mi arriva dalla più grande e riconoscibile formazione rocciosa di questo scenario apocalittico, uno scoglio conosciuto col nome di Haystack Rock. Arrogantemente piazzato tra i flutti che si infrangono su Cannon Beach, questo monolite di settantadue metri d’altezza è raggiungibile a piedi dalla spiaggia e fa da guardia a flotte di surfisti che percorrendo la mitologica Highway 101 raggiungono questo tratto di Pacifico per esibirsi in evoluzioni fuori dalla grazia di Dio.

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Haystack Rock

Astoria, Cannon Beach e i dintorni di Ecola State Park sono stati l’ambientazione anche di altri film sfacciatamente anni ’80 e ’90, tra cui Corto Circuito, Free Willy, Point Break e Un poliziotto alle elementari. Andate pure a controllare, ritroverete le stesse ambientazioni in cui i ragazzini di Goon Docks si gettano alla ricerca di un antico tesoro scomparso.

Bene ragazzi, io mi fermerei qui. I medici sconsigliano di affrontare certi argomenti e, se proprio non si può farne a meno, bisogna limitare il più possibile l’esposizione a queste situazioni potenzialmente letali.

Grazie per essere stati con noi, mi metto in malattia…

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Devils Tower, la torre del Diavolo

Bentrovati cari lettori, la chicca che sto per mettere in infusione mi porta indietro nel tempo, a un’estate di qualche anno fa. Avete presente quelle lunghe serate afose in cui, sfiancati dal caldo, si rimane a oziare sul divano cimentandosi in uno zapping compulsivo? Ecco amici, prima regola: mai sottovalutare questa antica pratica, perché spesso e volentieri il telecomando diventa una vanga con la quale vi troverete a dissotterrare tesori di cui non sospettavate nemmeno l’esistenza.
8dd50a6adfd02cee545b4afa4ebef0bc-fiction-movies-science-fictionSono proprio quelli i momenti in cui le chicche più inaspettate si palesano ai vostri occhi e un costante allenamento vi permetterà di seguirne la traccia fino ad arrivare alla meta.
Capita ogni tanto che la programmazione estiva regali perle inaspettate, tuffi nel passato della produzione cinematografica e si dà il caso che quella serra m’imbattei in Incontri ravvicinati del terzo tipo, un film che non ha bisogno di presentazioni, vero? Vero?! Bene, andiamo avanti.
Ricorderete senz’altro la montagna che nel film funge da punto di incontro tra umani e alieni… ebbene, non so come dirvelo, ma quella montagna esiste realmente.

La formazione rocciosa conosciuta come Devils TowerTorre del Diavolo in italiano – si trova negli Stati Uniti e più precisamente nel Wyoming. Circondata dal classico nulla che scatena le fantasie dei viaggiatori più intraprendenti e mette in fuga i turisti medi a bordo dei sightseeing bus (i loro mezzi di locomozione per eccellenza), si erge per un’altezza di 386 metri su una prateria pressoché sconfinata.
Questo sarebbe potuto bastare a sprofondarmi in uno stato di incoscienza ma, non contento, ho proceduto sui gomiti nella ricerca di ulteriori informazioni circa questa meraviglia geologica. Pare che la teoria più accreditata sull’origine del monolite – sì, avete capito bene, mo-no-li-te – affermi che si tratti del magma che anticamente si trovava all’interno di un cono vulcanico poi scomparso con l’erosione del tempo.

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Devils Tower (fonte)

Ma c’è dell’altro: com’è facile immaginare la montagna risulta sacra nelle credenze di diverse tribù della zona, le quali credono che abbia a che fare con un grande spirito. In realtà il nome Torre del Diavolo nasce da un’errata traduzione del nome indigeno del luogo che significherebbe Rifugio dell’Orso. Una leggenda lakota infatti narra di come il picco sia stato il rifugio di alcune bambine rincorse da un orso che le voleva divorare. Il grande spirito le avrebbe messe al riparo sulla sommità del monte, con l’orso che invano cercava di raggiungerle ed ecco spiegate le tipiche scanalature verticali che ne caratterizzano le pareti.
La roccia è comprensibilmente irresistibile per molti scalatori, ma ricordatevi che gli indiani considerano l’arrampicata niente meno che sacrilega, per cui la scelta sta un po’ a voi e alla vostra sensibilità. Di sicuro non potrete raggiungere la cima in giugno, mese in cui hanno luogo diverse cerimonie sacre.
Qualche altra informazione prima di svenire. Nel 1906, torre e area circostante divennero il primo monumento nazionale degli USA (qui il sito governativo), istituito niente meno che da Theodore Roosevelt e, ad oggi, è considerata tappa imperdibile per chi si trova a viaggiare verso parchi i più conosciuti della zona, Yellowstone su tutti.

Tornando alla mia esperienza ultraterrena, posso dirvi che dopo avere appreso tutte queste nozioni sono scivolato in stato catatonico e per una settimana non ho mangiato né dormito, limitandomi a starmene seduto sul divano, fissando il televisore spento.

Il Boss a San Siro, esattamente un anno fa

Il 3 luglio 2016, esattamente un anno fa, abbiamo assistito alla prima tappa italiana del The River Tour, celebrazione del trentacinquesimo anniversario di The River, album che insieme a Born to Run e Darkness on the Edge of Town, rappresenta una delle tre punte di diamante della sterminata produzione targata Bruce Springsteen. Il Boss non ha bisogno di presentazioni, tantomeno le sue leggendarie esibizioni, per cui questo articolo non avrà la pretesa di essere il resoconto di quel concerto – operazione abbastanza inutile, dopo così tanto tempo – ma un collage di ricordi personali, di sensazioni che a trecentosessantacinque giorni di distanza rimangono ancora sedimentate sotto pelle.

Ricordo la schiena rimasta bloccata la mattina precedente, le mie due ernie al disco che hanno deciso di darmi filo da torcere proprio a poche ore dall’evento aspettato con impazienza, e di essermi imbottito di antidolorifici per affrontare al meglio le lunghe ore di attesa sul prato di San Siro. Ricordo lo stadio che sembrava sciogliersi e sprofondare nel piazzale antistante simile a una pozza di catrame bollente sotto il sole implacabile. Ricordo il momento in cui, accompagnato dal boato di chi aveva già varcato gli ingressi, il ragazzo di Freehold, New Jersey, ha deciso di interrompere la monotonia pomeridiana per regalarci una Growin’ Up in versione acustica, quella canzone che nei primi anni ’70 gli valse il primo contratto discografico, condannando noi del parterre a rimanere in piedi fino alla fine dello spettacolo. Ricordo i colori di una coreografia monumentale che coinvolgeva tutti i settori del Meazza e ricordo il sottoscritto strappare in piccole parti il suo cartoncino azzurro per lanciarlo in un gesto liberatorio sulle note di Land of Hope and Dreams, il brano di apertura. Dopodiché, quasi quattro ore di un concerto intenso e viscerale, in un ininterrotto contatto tra l’artista e il suo pubblico.

Qui potete trovare la scaletta se siete interessati, io mi limiterò a citare solo alcuni brani che più di altri mi hanno lasciato un segno quella sera.
Ecco allora Independence Day, sul rapporto conflittuale tra padri e figli, mai veramente risolto se non con un addio. Ecco il momento in cui, sulle note di Hungry Heart, il Boss si è avventurato tra la folla e in un attimo me lo sono ritrovato a pochi passi (di seguito il video).

Ecco la struggente e sentitissima The River, in cui si riassumono le voci di tutti gli eroi dell’epopea Springsteeniana, quelle persone sconvolgentemente normali che si consumano nel cercare di ritagliarsi il proprio posto ai margini della società ed ecco Trapped, con momenti alternati di luce e oscurità, un esempio illustre di cover che, a mio modesto parere, eguaglia e supera la versione originale del brano. Ecco The Promised Land, sulla necessità di continuare a inseguire ciò che ogni giorno sfugge di mano, in questo caso tra la polvere del deserto americano, ed ecco la scanzonata Working on the Highway, con più di una citazione al Re per eccellenza Elvis Presley. Ecco il desiderio implacabile e il tormento di I’m on Fire ed ecco The Rising, inno alla vita e alla capacità di ripartire, così cara al popolo americano. Arriva poi Badlands, vero e proprio monumento alla filosofia del Boss, echi di speranza che si perdono in periferie malfamate così ben descritte e celebrate in Jungleland, in cui esistenze al limite trovano la propria voce nelle note di un assolo di sax che alla fine dice tutto. E poi i drammi personali dei reduci del Vietnam in Born in the USA, la voglia di riscatto in Born to Run, l’omaggio all’indimenticabile amico e compagno di viaggio Clarence Big Man Clemons in Tenth Avenue Freeze-Out e la fine in acustico come l’inizio: Thunder Road sussurrata voce e chitarra.

A distanza di un anno esatto, queste sono le tracce più profonde di quell’esperienza. Un live mostruoso, energico e infine catartico. Un viaggio nel cuore misterioso e affascinante del vero mito Americano.

Sulle tracce dei Ghostbusters

I nostri lettori si saranno certamente accorti che New York è per noi fonte di continuo tormento e notti insonni… ci rendiamo conto di tirare fuori molto spesso nei nostri articoli il nome di questa graziosa cittadina, ma non ci possiamo fare nulla: le chicche e gli spunti che offre sono innumerevoli e, forse anche a scopo terapeutico, puntualmente torniamo a parlarne. D’altronde, come si suol dire, mal comune mezzo gaudio. Per cui avanti con la prossima infusione!

Avendo avuto occasione negli ultimi mesi di passare più volte dalla Grande Mela, ho deciso di andare a scovare esclusivamente per voi alcune perle nascoste, tipicamente trascurate dal turista medio. Le potete trovare qui, qui, qui e qui, se malauguratamente non le avete ancora lette. Non disturbatevi a ringraziare, per noi è un piacere!
Oggi invece vorrei compiere qualcosa di inaudito, rischiare la catastrofe incrociando i flussi per formare un binomio dalle potenzialità altamente devastanti: New York e Ghostbusters.

Scusate esco un attimo a prendere una boccata d’aria.

Eccomi, dicevo, la mitologica (per usare un eufemismo) pellicola degli anni ’80 è indissolubilmente legata a New York e sono numerosi i luoghi utilizzati come set per gli esterni (gli interni sono stati invece girati a Los Angeles e qui sento il tonfo sordo dello spettatore medio che cade dal pero) sparsi per l’isola di Manhattan. Trovandomi una sera a passeggiare amabilmente per i giardini della Columbia University (che sorvoleremo per non soffrire ulteriormente), ho voluto andare a caccia del punto esatto in cui è stata girata la scena del dialogo tra Ray e Peter che potete vedere di seguito.

Rapido giro del cortile principale e obiettivo centrato: con un esagerato timore reverenziale, neanche stessi toccando il Sacro Graal, ho potuto appoggiarmi allo stesso parapetto su cui il dottor Venkman stava sdraiato trentatré anni fa e osservare gli austeri edifici circostanti dalla cima della stessa scalinata. Un’ondata di nostalgia mi ha investito come un treno e magicamente mi sono ritrovato nel cuore degli anni ottanta!

Ecco le foto scattate da me in preda a spasmi, sudori freddi e svenimenti vari ed eventuali (cliccate per ingrandirle)

Un piccolo bonus
abcc6209-b405-491e-ad09-f6df7f44d4bcSe siete abbastanza forti di stomaco e ve la sentite, vi regalo un’ulteriore emozione. Due giorni dopo la sconvolgente serata alla Columbia University, su Central Park West, mi sono trovato a tu per tu con la monumentale facciata dell’edificio in cui, nel primo film, avevano residenza Dana e Louis, rispettivamente Guardia di Porta e Mastro di Chiavi. Mentre scattavo la foto che vedete, una signora mi è passata accanto chiedendomi con un sorriso “Ghostbusters fan?”. Interrotto nel magico momento, mi sono girato con gli occhi rossi limitandomi a ruggire uno sconnesso “Zuul”.

E non finisce qui, perché abbiamo documentato altri luoghi in cui le valenze di energia psicocinetica sono oltre i valori massimi!

Hai paura del buio?

083226cea13e1affed0c00a182a7cbf2-are-you-afraid-of-the-dark-season-4Hai paura del buio?
Per chi, tra voi, nel leggere questa domanda si sente catapultato nel cuore degli anni ’90, ci sono ottime notizie!

Un canale YouTube (qui il link) interamente dedicato ad Are You Afraid of the Dark?, negli ultimi mesi sta infatti pubblicando tutti gli episodi (in lingua originale) della popolare serie televisiva andata in onda dal 1991 al 2000 in Canada (e dal 1994 al 2010 in Italia). Si tratta di un prodotto per ragazzi, uno show pensato in forma di antologia del brivido, in cui ogni episodio narra una storia che può andare dal thriller alla fantascienza, dal mistero all’horror. A introdurre i racconti c’è sempre Il Club di Mezzanotte, un gruppo formato da alcuni adolescenti che di sera si ritrovano in un bosco per raccontarsi a turno storie “di paura” seduti intorno a un falò.

Una curiosità: il grande successo del programma spinse la produzione della serie tv tratta da Piccoli Brividi, i libri che hanno invaso, colonizzato, le scrivanie di tutti i bambini degli anni ’90 (ah, che fitta di nostalgia!).

Dall’anno scorso, alcuni episodi di Are You Afraid of the Dark sono disponibili anche su Netflix e per chi vuole scaraventarsi con una violenza inaudita nelle atmosfere di quegli anni, diremmo che è l’ideale! Di seguito la mitologica sigla iniziale:

Quella volta che ho visto Tom Hanks a teatro

Davanti al Broadhurst Theatre

Oggi faccio appello a tutte le mie forze e trovo il coraggio di raccontare un’esperienza sconvolgente avuta qualche anno fa. Stavo pianificando una vacanza negli Stati Uniti con mio fratello, New York e Miami le città principali, più una serie di posti che preferisco non ricordare perché inizierei a perdere sangue dal naso e in questo momento non ho i fazzolettini a portata di mano… magari un’altra volta.

Dicevo, stavo pianificando il viaggio e, non ricordo bene come, sono venuto a conoscenza del fatto che Tom Hanks, in assoluto uno dei miei attori preferiti, si sarebbe esibito nel suo debutto teatrale per una serie di date a Broadway.

Tom Hanks. Debutto teatrale.

Fatemi capire, questa stella del cinema mondiale non ha mai fatto teatro e debutta proprio nei giorni in cui mi trovo a New York? Ho capito bene? Ma devo anche stare a pensarci? Sono inebetito, ma raccolgo ugualmente tutte le mie energie e mi scaravento con una violenza inaudita sul sito di Broadway per accaparrarmi due biglietti. Quando mi ricapita di vedere un attore due volte premio Oscar, dal vivo?

Lo spettacolo in questione è Lucky Guy, storia di Mike McAlary, giornalista ed editorialista del New York Daily News, e della sua ascesa da comune giornalista a vincitore del premio Pulitzer per un’inchiesta su un caso di tortura nei confronti di un immigrato haitiano da parte della polizia di New York. L’ambientazione è delle più suggestive: la Grande Mela degli anni ’80, tra graffiti, scandali e corruzione.
La sera dello spettacolo ci dirigiamo, camminando nella calda luce del tramonto su Manhattan, verso il Broadhurst Theatre e lì cado per la prima volta. Il cartellone con tanto di faccione di Tom Hanks che campeggia sopra l’ingresso del teatro mi arriva in faccia con una cattiveria del tutto gratuita e ingiustificata, facendomi stramazzare sul marciapiede della Quarantaquattresima Ovest. Sconvolto, ma non sconfitto, mi raccomando a Dio ed entro nel teatro.

L’attesa è spasmodica. Sul sipario chiuso davanti al palco campeggia l’inconfondibile profilo delle Twin Towers tra ponti, sopraelevate e muri ricoperti di graffiti, a ricordare l’osceno contesto in cui la storia si svolge. La vista mi si abbassa, sento un fischio nelle orecchie, ma stringo i denti e riesco a non svenire… almeno per il momento, dopodiché avviene l’inevitabile: lo spettacolo ha inizio.
Si parte con la ricostruzione di un pub all’interno del quale alcuni uomini – tutto lascia intendere che siano giornalisti – cantano e discutono allegramente tra loro, in una sorta di introduzione alle scene successive. Passano meno di dieci minuti, poi la situazione si fa disperata: è il momento in cui Tom Hanks entra in scena. Qui resisto pochissimo, mi aggrappo con le unghie all’ultimo barlume di ragione, ma niente da fare… cado in un oblio dal quale mi riprenderò molto tempo dopo.

Inutile dire che lo spettacolo è da pelle d’oca, specialmente nei momenti in cui quel signore lì, che con una disinvoltura sconcertante dà vita a un personaggio tutt’altro che banale, ruba la scena per interminabili momenti, da solo o in compagnia del resto del cast. Mi piacerebbe raccontarvi i dialoghi, i silenzi, gli scambi di battute tra lui e la moglie, ma in quei momenti mi trovavo in un’altra dimensione, totalmente rapito, mi dispiace.

Alla fine, dopo due ore di calvario, il supplizio ha fine. Vengo rianimato e portato fuori, sul marciapiede che già avevo avuto modo di conoscere da vicino. Usciamo e qui c’è un piccolo particolare che si rivelerà devastante: la porta dalla quale escono gli attori si trova esattamente di fianco all’uscita principale, quindi, se tanto mi dà tanto, Tom Hanks passerà di lì. A confermare le mie più recondite paure, gli addetti alla sicurezza sistemano alcune transenne a limitare la zona e, dopo interminabili minuti di attesa, ecco che il protagonista di Lucky Guy esce dal teatro, fermandosi a salutare i fan e a firmare qualche autografo, prima di salire in macchina e andare via. L’ultima cosa che vedo prima di chiudere gli occhi per sempre è lui che mi passa di fianco in macchina e, immediatamente dopo, la macchina che passa davanti al Bubba Gump Shrimp Co. di Times Square. No, dico, ci siamo capiti? Ah ecco! Un cerchio si è chiuso, l’ultimo pezzo di puzzle è stato messo al suo posto con un clic risuonato in tutto il creato. Io invece nel frattempo stavo già vagando per i verdi spazi dell’eternità.

The Get Down. Il Bronx brucia, fratello!

thegetdownVenerdì 7 aprile sono arrivati gli episodi della seconda parte di The Get Down, la serie tv di Netflix ambientata nel Bronx degli anni ’70 che racconta la nascita dell’hip hop e della disco music.

Ok, sono uscito un attimo a prendere una boccata d’aria prima di proseguire con l’articolo. Solo ad associare nella stessa frase Bronx e anni ’70 un brivido mi scorre lungo la schiena. Credo esistano ben poche parole al mondo capaci di evocare scenari così… così… non mi viene neanche il termine. Suggestivi? Epici? Leggendari? Mitologici? Insomma, decidete voi.

La serie è incentrata sulle vicende di Ezekiel “Books” Figuero e Mylene Cruz, due giovani cresciuti nel ghetto del South Bronx che, spinti dal loro grande talento e passione per la musica, cercano il riscatto personale inseguendo la strada del successo. Lui si dà all’hip hop, sfogando disagi e frustrazioni personali in fiumi di rime, lei alla musica disco, cercando di conciliare la necessità di affermare la propria indipendenza con le rigide idee del padre, pastore alla guida di una comunità religiosa.

A fare da contorno a tutto ciò il Bronx degli anni ’70, signori. Per cui fate largo a intere aree devastate da un profondo degrado sociale, palazzi in fiamme, spaccio, speculazione edilizia, micro criminalità e criminalità organizzata. Il tutto condito da treni imbrattati dalla testa alla coda sferraglianti su mostruose sopraelevate, Cadillac, sparatorie tra gangs rivali (qui il rimando a I guerrieri della notte è un obbligo), spietati produttori discografici e poco raccomandabili gestori di locali dove sul davanti si balla e sul retro si sniffa. E poi ancora il punk, politici corrotti, arrampicatori sociali, graffitari, avvenimenti realmente accaduti come il famoso blackout dell’estate del 1977 e, sullo sfondo, il profilo di Manhattan che non era certo il distretto ripulito e a tratti per famiglie che è oggi. La crisi fiscale imperversava e le nuovissime Twin Towers (dove, tra l’altro, il protagonista della serie trova un impiego con la speranza di poter accedere a una borsa di studio) svettavano ancora indisturbate.

The Get Down ha il merito di prendere tutti questi elementi, mescolarli e ricavarne un prodotto estremamente piacevole, non sempre eccelso, ma comunque capace di tenere vivo l’interesse dello spettatore, pescando a piene mani da quel mondo che nell’immaginario collettivo continua  ad avere un fascino assoluto.
Per quanto mi riguarda, ho divorato i sei episodi che compongono la prima parte in un giorno solo e non vedevo l’ora di potermi godere la seconda, in un ideale percorso che tra scorci da panico porta dal ghetto al Madison Square Garden.