Il Boss a San Siro, esattamente un anno fa

Il 3 luglio 2016, esattamente un anno fa, abbiamo assistito alla prima tappa italiana del The River Tour, celebrazione del trentacinquesimo anniversario di The River, album che insieme a Born to Run e Darkness on the Edge of Town, rappresenta una delle tre punte di diamante della sterminata produzione targata Bruce Springsteen. Il Boss non ha bisogno di presentazioni, tantomeno le sue leggendarie esibizioni, per cui questo articolo non avrà la pretesa di essere il resoconto di quel concerto – operazione abbastanza inutile, dopo così tanto tempo – ma un collage di ricordi personali, di sensazioni che a trecentosessantacinque giorni di distanza rimangono ancora sedimentate sotto pelle.

Ricordo la schiena rimasta bloccata la mattina precedente, le mie due ernie al disco che hanno deciso di darmi filo da torcere proprio a poche ore dall’evento aspettato con impazienza, e di essermi imbottito di antidolorifici per affrontare al meglio le lunghe ore di attesa sul prato di San Siro. Ricordo lo stadio che sembrava sciogliersi e sprofondare nel piazzale antistante simile a una pozza di catrame bollente sotto il sole implacabile. Ricordo il momento in cui, accompagnato dal boato di chi aveva già varcato gli ingressi, il ragazzo di Freehold, New Jersey, ha deciso di interrompere la monotonia pomeridiana per regalarci una Growin’ Up in versione acustica, quella canzone che nei primi anni ’70 gli valse il primo contratto discografico, condannando noi del parterre a rimanere in piedi fino alla fine dello spettacolo. Ricordo i colori di una coreografia monumentale che coinvolgeva tutti i settori del Meazza e ricordo il sottoscritto strappare in piccole parti il suo cartoncino azzurro per lanciarlo in un gesto liberatorio sulle note di Land of Hope and Dreams, il brano di apertura. Dopodiché, quasi quattro ore di un concerto intenso e viscerale, in un ininterrotto contatto tra l’artista e il suo pubblico.

Qui potete trovare la scaletta se siete interessati, io mi limiterò a citare solo alcuni brani che più di altri mi hanno lasciato un segno quella sera.
Ecco allora Independence Day, sul rapporto conflittuale tra padri e figli, mai veramente risolto se non con un addio. Ecco il momento in cui, sulle note di Hungry Heart, il Boss si è avventurato tra la folla e in un attimo me lo sono ritrovato a pochi passi (di seguito il video).

Ecco la struggente e sentitissima The River, in cui si riassumono le voci di tutti gli eroi dell’epopea Springsteeniana, quelle persone sconvolgentemente normali che si consumano nel cercare di ritagliarsi il proprio posto ai margini della società ed ecco Trapped, con momenti alternati di luce e oscurità, un esempio illustre di cover che, a mio modesto parere, eguaglia e supera la versione originale del brano. Ecco The Promised Land, sulla necessità di continuare a inseguire ciò che ogni giorno sfugge di mano, in questo caso tra la polvere del deserto americano, ed ecco la scanzonata Working on the Highway, con più di una citazione al Re per eccellenza Elvis Presley. Ecco il desiderio implacabile e il tormento di I’m on Fire ed ecco The Rising, inno alla vita e alla capacità di ripartire, così cara al popolo americano. Arriva poi Badlands, vero e proprio monumento alla filosofia del Boss, echi di speranza che si perdono in periferie malfamate così ben descritte e celebrate in Jungleland, in cui esistenze al limite trovano la propria voce nelle note di un assolo di sax che alla fine dice tutto. E poi i drammi personali dei reduci del Vietnam in Born in the USA, la voglia di riscatto in Born to Run, l’omaggio all’indimenticabile amico e compagno di viaggio Clarence Big Man Clemons in Tenth Avenue Freeze-Out e la fine in acustico come l’inizio: Thunder Road sussurrata voce e chitarra.

A distanza di un anno esatto, queste sono le tracce più profonde di quell’esperienza. Un live mostruoso, energico e infine catartico. Un viaggio nel cuore misterioso e affascinante del vero mito Americano.

Sulle tracce dei Ghostbusters

I nostri lettori si saranno certamente accorti che New York è per noi fonte di continuo tormento e notti insonni… ci rendiamo conto di tirare fuori molto spesso nei nostri articoli il nome di questa graziosa cittadina, ma non ci possiamo fare nulla: le chicche e gli spunti che offre sono innumerevoli e, forse anche a scopo terapeutico, puntualmente torniamo a parlarne. D’altronde, come si suol dire, mal comune mezzo gaudio. Per cui avanti con la prossima infusione!

Avendo avuto occasione negli ultimi mesi di passare più volte dalla Grande Mela, ho deciso di andare a scovare esclusivamente per voi alcune perle nascoste, tipicamente trascurate dal turista medio. Le potete trovare qui, qui, qui e qui, se malauguratamente non le avete ancora lette. Non disturbatevi a ringraziare, per noi è un piacere!
Oggi invece vorrei compiere qualcosa di inaudito, rischiare la catastrofe incrociando i flussi per formare un binomio dalle potenzialità altamente devastanti: New York e Ghostbusters.

Scusate esco un attimo a prendere una boccata d’aria.

Eccomi, dicevo, la mitologica (per usare un eufemismo) pellicola degli anni ’80 è indissolubilmente legata a New York e sono numerosi i luoghi utilizzati come set per gli esterni (gli interni sono stati invece girati a Los Angeles e qui sento il tonfo sordo dello spettatore medio che cade dal pero) sparsi per l’isola di Manhattan. Trovandomi una sera a passeggiare amabilmente per i giardini della Columbia University (che sorvoleremo per non soffrire ulteriormente), ho voluto andare a caccia del punto esatto in cui è stata girata la scena del dialogo tra Ray e Peter che potete vedere di seguito.

Rapido giro del cortile principale e obiettivo centrato: con un esagerato timore reverenziale, neanche stessi toccando il Sacro Graal, ho potuto appoggiarmi allo stesso parapetto su cui il dottor Venkman stava sdraiato trentatré anni fa e osservare gli austeri edifici circostanti dalla cima della stessa scalinata. Un’ondata di nostalgia mi ha investito come un treno e magicamente mi sono ritrovato nel cuore degli anni ottanta!

Ecco le foto scattate da me in preda a spasmi, sudori freddi e svenimenti vari ed eventuali (cliccate per ingrandirle)

Un piccolo bonus
abcc6209-b405-491e-ad09-f6df7f44d4bcSe siete abbastanza forti di stomaco e ve la sentite, vi regalo un’ulteriore emozione. Due giorni dopo la sconvolgente serata alla Columbia University, su Central Park West, mi sono trovato a tu per tu con la monumentale facciata dell’edificio in cui, nel primo film, avevano residenza Dana e Louis, rispettivamente Guardia di Porta e Mastro di Chiavi. Mentre scattavo la foto che vedete, una signora mi è passata accanto chiedendomi con un sorriso “Ghostbusters fan?”. Interrotto nel magico momento, mi sono girato con gli occhi rossi limitandomi a ruggire uno sconnesso “Zuul”.

E non finisce qui, perché abbiamo documentato altri luoghi in cui le valenze di energia psicocinetica sono oltre i valori massimi!

Hai paura del buio?

083226cea13e1affed0c00a182a7cbf2-are-you-afraid-of-the-dark-season-4Hai paura del buio?
Per chi, tra voi, nel leggere questa domanda si sente catapultato nel cuore degli anni ’90, ci sono ottime notizie!

Un canale YouTube (qui il link) interamente dedicato ad Are You Afraid of the Dark?, negli ultimi mesi sta infatti pubblicando tutti gli episodi (in lingua originale) della popolare serie televisiva andata in onda dal 1991 al 2000 in Canada (e dal 1994 al 2010 in Italia). Si tratta di un prodotto per ragazzi, uno show pensato in forma di antologia del brivido, in cui ogni episodio narra una storia che può andare dal thriller alla fantascienza, dal mistero all’horror. A introdurre i racconti c’è sempre Il Club di Mezzanotte, un gruppo formato da alcuni adolescenti che di sera si ritrovano in un bosco per raccontarsi a turno storie “di paura” seduti intorno a un falò.

Una curiosità: il grande successo del programma spinse la produzione della serie tv tratta da Piccoli Brividi, i libri che hanno invaso, colonizzato, le scrivanie di tutti i bambini degli anni ’90 (ah, che fitta di nostalgia!).

Dall’anno scorso, alcuni episodi di Are You Afraid of the Dark sono disponibili anche su Netflix e per chi vuole scaraventarsi con una violenza inaudita nelle atmosfere di quegli anni, diremmo che è l’ideale! Di seguito la mitologica sigla iniziale:

Quella volta che ho visto Tom Hanks a teatro

Davanti al Broadhurst Theatre

Oggi faccio appello a tutte le mie forze e trovo il coraggio di raccontare un’esperienza sconvolgente avuta qualche anno fa. Stavo pianificando una vacanza negli Stati Uniti con mio fratello, New York e Miami le città principali, più una serie di posti che preferisco non ricordare perché inizierei a perdere sangue dal naso e in questo momento non ho i fazzolettini a portata di mano… magari un’altra volta.

Dicevo, stavo pianificando il viaggio e, non ricordo bene come, sono venuto a conoscenza del fatto che Tom Hanks, in assoluto uno dei miei attori preferiti, si sarebbe esibito nel suo debutto teatrale per una serie di date a Broadway.

Tom Hanks. Debutto teatrale.

Fatemi capire, questa stella del cinema mondiale non ha mai fatto teatro e debutta proprio nei giorni in cui mi trovo a New York? Ho capito bene? Ma devo anche stare a pensarci? Sono inebetito, ma raccolgo ugualmente tutte le mie energie e mi scaravento con una violenza inaudita sul sito di Broadway per accaparrarmi due biglietti. Quando mi ricapita di vedere un attore due volte premio Oscar, dal vivo?

Lo spettacolo in questione è Lucky Guy, storia di Mike McAlary, giornalista ed editorialista del New York Daily News, e della sua ascesa da comune giornalista a vincitore del premio Pulitzer per un’inchiesta su un caso di tortura nei confronti di un immigrato haitiano da parte della polizia di New York. L’ambientazione è delle più suggestive: la Grande Mela degli anni ’80, tra graffiti, scandali e corruzione.
La sera dello spettacolo ci dirigiamo, camminando nella calda luce del tramonto su Manhattan, verso il Broadhurst Theatre e lì cado per la prima volta. Il cartellone con tanto di faccione di Tom Hanks che campeggia sopra l’ingresso del teatro mi arriva in faccia con una cattiveria del tutto gratuita e ingiustificata, facendomi stramazzare sul marciapiede della Quarantaquattresima Ovest. Sconvolto, ma non sconfitto, mi raccomando a Dio ed entro nel teatro.

L’attesa è spasmodica. Sul sipario chiuso davanti al palco campeggia l’inconfondibile profilo delle Twin Towers tra ponti, sopraelevate e muri ricoperti di graffiti, a ricordare l’osceno contesto in cui la storia si svolge. La vista mi si abbassa, sento un fischio nelle orecchie, ma stringo i denti e riesco a non svenire… almeno per il momento, dopodiché avviene l’inevitabile: lo spettacolo ha inizio.
Si parte con la ricostruzione di un pub all’interno del quale alcuni uomini – tutto lascia intendere che siano giornalisti – cantano e discutono allegramente tra loro, in una sorta di introduzione alle scene successive. Passano meno di dieci minuti, poi la situazione si fa disperata: è il momento in cui Tom Hanks entra in scena. Qui resisto pochissimo, mi aggrappo con le unghie all’ultimo barlume di ragione, ma niente da fare… cado in un oblio dal quale mi riprenderò molto tempo dopo.

Inutile dire che lo spettacolo è da pelle d’oca, specialmente nei momenti in cui quel signore lì, che con una disinvoltura sconcertante dà vita a un personaggio tutt’altro che banale, ruba la scena per interminabili momenti, da solo o in compagnia del resto del cast. Mi piacerebbe raccontarvi i dialoghi, i silenzi, gli scambi di battute tra lui e la moglie, ma in quei momenti mi trovavo in un’altra dimensione, totalmente rapito, mi dispiace.

Alla fine, dopo due ore di calvario, il supplizio ha fine. Vengo rianimato e portato fuori, sul marciapiede che già avevo avuto modo di conoscere da vicino. Usciamo e qui c’è un piccolo particolare che si rivelerà devastante: la porta dalla quale escono gli attori si trova esattamente di fianco all’uscita principale, quindi, se tanto mi dà tanto, Tom Hanks passerà di lì. A confermare le mie più recondite paure, gli addetti alla sicurezza sistemano alcune transenne a limitare la zona e, dopo interminabili minuti di attesa, ecco che il protagonista di Lucky Guy esce dal teatro, fermandosi a salutare i fan e a firmare qualche autografo, prima di salire in macchina e andare via. L’ultima cosa che vedo prima di chiudere gli occhi per sempre è lui che mi passa di fianco in macchina e, immediatamente dopo, la macchina che passa davanti al Bubba Gump Shrimp Co. di Times Square. No, dico, ci siamo capiti? Ah ecco! Un cerchio si è chiuso, l’ultimo pezzo di puzzle è stato messo al suo posto con un clic risuonato in tutto il creato. Io invece nel frattempo stavo già vagando per i verdi spazi dell’eternità.

The Get Down. Il Bronx brucia, fratello!

thegetdownVenerdì 7 aprile sono arrivati gli episodi della seconda parte di The Get Down, la serie tv di Netflix ambientata nel Bronx degli anni ’70 che racconta la nascita dell’hip hop e della disco music.

Ok, sono uscito un attimo a prendere una boccata d’aria prima di proseguire con l’articolo. Solo ad associare nella stessa frase Bronx e anni ’70 un brivido mi scorre lungo la schiena. Credo esistano ben poche parole al mondo capaci di evocare scenari così… così… non mi viene neanche il termine. Suggestivi? Epici? Leggendari? Mitologici? Insomma, decidete voi.

La serie è incentrata sulle vicende di Ezekiel “Books” Figuero e Mylene Cruz, due giovani cresciuti nel ghetto del South Bronx che, spinti dal loro grande talento e passione per la musica, cercano il riscatto personale inseguendo la strada del successo. Lui si dà all’hip hop, sfogando disagi e frustrazioni personali in fiumi di rime, lei alla musica disco, cercando di conciliare la necessità di affermare la propria indipendenza con le rigide idee del padre, pastore alla guida di una comunità religiosa.

A fare da contorno a tutto ciò il Bronx degli anni ’70, signori. Per cui fate largo a intere aree devastate da un profondo degrado sociale, palazzi in fiamme, spaccio, speculazione edilizia, micro criminalità e criminalità organizzata. Il tutto condito da treni imbrattati dalla testa alla coda sferraglianti su mostruose sopraelevate, Cadillac, sparatorie tra gangs rivali (qui il rimando a I guerrieri della notte è un obbligo), spietati produttori discografici e poco raccomandabili gestori di locali dove sul davanti si balla e sul retro si sniffa. E poi ancora il punk, politici corrotti, arrampicatori sociali, graffitari, avvenimenti realmente accaduti come il famoso blackout dell’estate del 1977 e, sullo sfondo, il profilo di Manhattan che non era certo il distretto ripulito e a tratti per famiglie che è oggi. La crisi fiscale imperversava e le nuovissime Twin Towers (dove, tra l’altro, il protagonista della serie trova un impiego con la speranza di poter accedere a una borsa di studio) svettavano ancora indisturbate.

The Get Down ha il merito di prendere tutti questi elementi, mescolarli e ricavarne un prodotto estremamente piacevole, non sempre eccelso, ma comunque capace di tenere vivo l’interesse dello spettatore, pescando a piene mani da quel mondo che nell’immaginario collettivo continua  ad avere un fascino assoluto.
Per quanto mi riguarda, ho divorato i sei episodi che compongono la prima parte in un giorno solo e non vedevo l’ora di potermi godere la seconda, in un ideale percorso che tra scorci da panico porta dal ghetto al Madison Square Garden.

Stan Winston, poetico creatore di mostri

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Stan Winston, 1946-2008 (fonte)

Oggi sarebbe stato il compleanno di Stan Winston, figura leggendaria nel mondo del cinema purtroppo scomparsa quasi dieci anni fa, e non possiamo esimerci dal ricordarlo con due righe sul nostro blog.

Se siete cresciuti con i film degli anni ‘80 e ‘90 non potete non esservi imbattuti in alcuni dei suoi più famosi (capo)lavori. Dotato di un talento e un’immaginazione fuori dal comune, Stan Winston ha iniziato negli anni ’70 a lavorare nel mondo del cinema come truccatore, arrivando nei successivi decenni a collaborare con registi del calibro di James Cameron, Steven Spielberg, Tim Burton e John Carpenter, solo per citarne alcuni, per i quali ha ideato e realizzato alcune delle creature più iconiche della storia del cinema e contribuito, con effetti speciali sempre innovativi e di altissimo livello, al successo di svariate pellicole. Per darvi un’idea, il “palmares” di Stan Winston annovera un premio Oscar per il miglior trucco e tre premi Oscar per i migliori effetti speciali. Nel dettaglio:

  • Oscar ai migliori effetti speciali nel 1987 per Aliens – Scontro finale (uuuh che fitta!)
  • Oscar al miglior trucco e ai migliori effetti speciali nel 1992 per Terminator 2 – Il giorno del giudizio (aaah che dolore!)
  • Oscar ai migliori effetti speciali nel 1994 per Jurassic Park (basta, basta! Sto troppo male!)

Si va be’ e poi?!

Il mostruoso alieno mutaforma de La Cosa? C’è il suo zampino. Lo scandalosamente celeberrimo T-800 di Terminator? Opera sua. La regina aliena di Aliens grondante bava da tutte le parti? Frutto del suo ingegno. Il cattivissimo cacciatore alieno di Predator? Che ve lo dico a fare. I dinosauri di Jurassic Park che ci hanno segnato irrimediabilmente l’infanzia? Sempre disegnati e portati in vita da Stan Winston. E la lista potrebbe andare avanti con il trucco del Pinguino interpretato da Danny DeVito in Batman – Il ritorno o quello di Johnny Depp in Edward mani di forbice, gli effetti speciali di Iron Man e quelli di A.I. Intelligenza Artificiale, e via di questo passo con decine e decine di film destinati a togliervi il sonno per intere settimane.

Oltre a sfornare vere e proprie perle da pioniere nel campo del trucco e degli effetti speciali, Stan Winston è stato anche regista e produttore. Un esempio su tutti? Il più lungo e costoso video musicale di tutti i tempi (Wikipedia), il cortometraggio “Ghosts”, scritto da Michael Jackson e Stephen King e diretto, per l’appunto, dal Maestro. Ok, ce n’è abbastanza per perdere il lume della ragione. Ricordo perfettamente quando il videoclip fu trasmesso per la prima volta da Italia 1. Non sto a descrivervi la mia reazione, fidatevi se vi dico che rimasi a dir poco esterrefatto.

Credo sia superfluo dire quanto il genio di Stan Winston, truccatore e artista degli effetti speciali (sempre Wikipedia), abbia dato al mondo del cinema. Dopo la sua morte, a soli 62 anni, la famiglia ha fondato la Stan Winston School of Character Arts “per preservare l’eredità di Stan, ispirando e promuovendo la creatività in una nuova generazione di creatori di personaggi”, come si legge sul sito internet (qui).
Un consiglio, prendetevi un po’ di tempo e fatevi un giro sulla pagina Facebook della scuola (qui). Rimarrete sbalorditi dalla quantità e dalla qualità delle creazioni che allievi o semplici dilettanti realizzano ogni giorno ispirandosi al lavoro e alla enorme eredità artistica di Stan Winston.

Signori, si prospetta un ottimo autunno!

Quest’anno ci sarà un ottimo motivo per aspettare l’arrivo dell’autunno. Anzi, due.
Dopo che la bella stagione sarà passata e l’odore di foglie bagnate riporterà alla ribalta il binomio TV + Divano, ci saranno due appuntamenti imperdibili per chiunque abbia sviluppato quel fiuto particolare per tutto ciò che, in un modo o nell’altro, riporti un po’ della magia degli anni ’80.

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21 settembre
Il primo appuntamento in realtà vi costringerà a compiere un piccolo sforzo e alzarvi dal divano per dirigervi al cinema, ma ne varrà la pena. È infatti notizia confermatissima l’arrivo nelle sale di It, adattamento del celeberrimo romanzo di Stephen King che ha reso insonni le notti di intere generazioni di lettori. Standing ovation, per favore! Chi infatti non è rimasto terrorizzato da piccolo dal ghigno di Pennywise, magistralmente interpretato da Tim Curry nella versione per il piccolo schermo prodotta all’inizio degli anni ’90? Poco importa che in realtà quella miniserie in due episodi non rendesse affatto giustizia al capolavoro del Re. Ricordo perfettamente che alle elementari It era IL terrore, protagonista indiscusso (insieme a Freddy Krueger) degli incubi dei bambini tra anni ’80 e ’90 e iconico abitatore di quello spazio polveroso che si trova sotto i loro letti.
Il film arriva a ventisette anni di distanza dalla prima trasposizione (un sacco di tempo, pensate che, per dirne una, It stesso farebbe in tempo a svegliarsi dal suo letargo nello stesso periodo) e si fa carico di aspettative altissime riassumili in due domande: sarà finalmente all’altezza della storia originale? Le immagini riusciranno almeno in parte a riportare la magia che le pagine del libro emanano?
Per ora non si può fare altro che aspettare e cercare di farsi un’idea osservando le immagini che vengono rilasciate col contagocce dagli addetti ai lavori (qui l’account Instagram di Andrés Muschietti, regista del film).
A tranquillizzare tutti ci pensa Stephen King in persona che sembra avere apprezzato il film dopo averne visionato un’anteprima, ma si sa… anche questo lascia il tempo che trova, dal momento che poi ognuno si farà la propria opinione personale.

Per quanto mi riguarda, il solo pensiero di tornare a visitare Derry con le sue strade, i suoi Barren e, soprattutto, le sue fogne, mi fa salire la febbre, mi causa sudori freddi, mi fa andare in giro come in trance, sempre evitando scrupolosamente i tombini.

31 ottobre
Il secondo appuntamento ci riporterà finalmente all’amato divano e sarà con Netflix. Ok, non prolunghiamo inutilmente l’agonia e non giriamoci troppo intorno, è già abbastanza difficile così e, comunque, avete già capito. Si tratta della seconda stagione di Stranger Things, anzi Stranger Things 2, come è stata chiamata in onore a quel gusto particolare che si aveva negli anni ‘80 nel dare titoli numerici ai sequel.
Anche qui le notizie trapelate sono pochissime, ma è bastato l’annuncio della messa in onda dei nuovi episodi per farci bloccare immediatamente le agende: non ci siamo per nessuno, richiamate più tardi.
Stranger Things è già diventato un cult per chi, come dicevamo all’inizio dell’articolo, mosso da nostalgia o gusto per il vintage, rimane rapito da tutto ciò che ruota intorno agli anni ’80. Grazie a un sapiente mix di musiche, ambientazioni, citazioni (qui uno sconvolgente video a riguardo) e scelta degli attori (sì, proprio Winona Ryder o i ragazzini con la tipica faccia da Club dei perdenti, per tornare a citare It), la serie riesce a catapultare lo spettatore direttamente nel cuore di quel decennio così prolifico per la narrativa e così emblematico per la nostra generazione. Acciuffando diversi generi, dalla fantascienza al thriller, dall’avventura all’horror, Stranger Things riesce ad essere un cocktail irresistibile e una meravigliosa illusione che quei tempi non siano poi così andati.
Ma poi vogliamo parlare del trailer? Credete che non abbiamo notato l’impertinente tuta da Ghostbusters indossata dai protagonisti?! Per piacere non scherziamo eh! Ah ecco! Questa è pura benzina sul fuoco, una fomentazione bella e buona che va a toccare le famose corde segrete e non ci fa capire più niente.

Abbiamo quindi due ottimi motivi per attendere con impazienza l’arrivo dell’autunno. E che si dia via libera alla nostalgia!