Villa Scott a Torino

Torino è una di quelle città che, sotto una facciata apparentemente austera e compassata, riescono a nascondere chicche a dir poco sorprendenti.
Non è difficile nel capoluogo piemontese respirare l’atmosfera di un glorioso passato e, soprattutto in alcuni quartieri, le testimonianze di un’epoca d’oro sono quanto mai evidenti.
È il caso del quartiere Borgo Crimea, situato sulle colline immediatamente al di là del Po, dirimpetto al ponte Umberto I. Provate e partire da qui per un tour a piedi e vi godrete eleganti abitazioni costruite a cavallo di fine ‘800 e inizio ‘900 da famiglie nobili e alto borghesi, intente a godersi una bella vista sulla città da un luogo privilegiato e decisamente più tranquillo.
In particolare, c’è una villa che sono sicuro riuscirà a stimolare l’immaginazione dei nostri lettori più di ogni altra, ed è con una certa apprensione che ve ne parlo.
Perché dico “con una certa apprensione”? Ma perché questa villa è un sonoro schiaffo per chiunque si fermi a osservarla.

Progettata da Pietro Fenoglio, uno dei più noti architetti e interpreti del Liberty italiano, Villa Scott (dal nome del suo primo proprietario) è uno strepitoso esempio di quella che rimane – a mio modesto parere – una delle più sconvolgenti e suggestive correnti stilistiche della galassia.
La villa è un tripudio di decorazioni ed elementi tipici del Liberty, per cui aspettatevi di essere spintonati da statue e fontane, sbeffeggiati da tanto azzardate quanto armoniche volute e presi brutalmente di mira da finestre incorniciate in modo decisamente arrogante. Non aspettatevi tuttavia di trovarvi di fronte a qualcosa di esagerato o pacchiano, tutt’altro! L’aspetto più straordinario è forse proprio questo; la villa si sviluppa infatti all’interno di spazi ben ponderati e rimane discretamente celata dietro a un boschetto di alberi e una sobria cancellata in parte nascosta dall’edera.

Con la morte del primo proprietario, Villa Scott ha cambiato destinazione, divenendo sede di un collegio femminile ed è proprio in questo periodo che ha vissuto il suo “momento di gloria”, per così dire. La villa è stata infatti scelta come location per alcune scene di Profondo Rosso, uno dei film più conosciuti e apprezzati di Dario Argento, divenendo per l’occasione l’inquietante Villa del Bambino Urlante.
L’abitazione è nuovamente passata di proprietà e, successivamente a un restauro, è tornata a essere una residenza privata.

Ora una piccola nota personale. Negli ultimi mesi mi trovo a Torino per lavoro, proprio alla fine di via Mazzini, in un ufficio che si affaccia sul Po. Immaginate ora la suggestione della vista che ho davanti ogni giorno: gli alberi spogli di questo periodo dell’anno, la strada, il fiume che scorre sonnolento e i quartieri alti sulle colline al di là di esso; il tutto avvolto in una grigia nebbiolina.
Capite bene che la fantasia non può fare a meno di correre violentemente alla Villa del Bambino… ehm, a Villa Scott che da qualche parte, sono sicuro, mi sta osservando.

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L’isola sacra dei cavalieri Jedi

Come spesso accade quando si scopre che le ambientazioni di film famosi non sono ricostruzioni ma luoghi realmente esistenti, il cuoricino comincia a battere forte. Se poi i film in questione sono di culto e le ambientazioni a dir poco sensazionali (come purtroppo ci è già capitato di riscontrare in questo articolo di Davide), allora il cuoricino smette di battere e saluti a tutti.
Pochi giorni fa mi capitava di rincasare dopo essermi gustato al cinema l’ultimo episodio, l’ottavo, della mitologica saga di Star Wars – per chi non lo avesse ancora visto, non preoccupatevi, non spoilero nulla – e ripensavo all’ambientazione da togliere il fiato in cui si svolge gran parte del film, vale a dire il pianeta Ahch-To.
Ma un momento, vedo una manina alzata laggiù in fondo. Sì, dimmi! Star Wars è la saga con il Capitano Kirk e l’altro con le orecchie a punta? Allora, prima cosa l’altro con le orecchie a punta si chiama Spock, seconda cosa ti stai confondendo con Star Trek. Per favore, qualcuno allontani l’individuo in malo modo, grazie.

Tornando a Star Wars, tra me e me pensavo a quanta fantasia e quanto lavoro ci devono essere dietro la creazione di ambientazioni da lasciare senza fiato il pubblico e, allo stesso tempo, essere talmente verosimili da sembrare reali. Tutto un ragionamento da buttare nel sacco dell’indifferenziato…

E sì, perché googlando un po’ di qua e un po’ di là scopro, col cuore colmo di dolore, che tutto ciò non è una affatto una ricostruzione, ma una location reale… ed è pure esattamente come la si vede nella pellicola!

Dopo una scoperta del genere ovviamente il mio cervello da viaggiatore, come posseduto dal demonio, mi costringe a saperne di più, fino ad arrivare a uno stato, un nome e una posizione: Irlanda, isola di Skellig Michael, 17 chilometri al largo delle coste della contea di Kerry, in pieno oceano Atlantico. Al solo pensiero sono ancora impaurito… pazzesco!

Nessuna raccomandazione riguardante l’eventuale presenza di turista medio con le calze di spugna bianche e i saldali, perché qui potete stare certi che non ne troverete. L’isola è di difficilissimo contatto anche per il viaggiatore esperto, in quanto ha una notevole importanza sia dal punto di vista paesaggistico che naturalistico ed è preservato in maniera eccellente dal governo irlandese, il quale ha imposto la seguente restrizione: raggiungibile esclusivamente via mare e solo da dieci imbarcazioni che hanno il permesso di salpare dalle coste del Kerry con un massimo di dodici persone a bordo, soltanto una volta al giorno. Ellamiseria ma dove siamo, ad Alcatraz?!

E, come se non bastasse, sulla sommità dell’isolotto è presente uno straordinario quanto poco accessibile monastero costruito nel 588 (sì, avete capito bene, 1430 anni fa) dai monaci del primo Cristianesimo irlandese, nonché patrimonio dell’UNESCO dal 1996.
A tale proposito mi sovviene la guida turistica australiana che ci indirizzava nella scoperta della città di Brisbane: di fronte alla Albert Street Uniting Church raccontava orgogliosa che la sua costruzione avvenne nel 1889… ecco brava, adesso per piacere raccogli le tue cose e sparisci senza fare confusione.

I monaci vivevano in piccole costruzioni circolari di pietra a secco (clochans), costruite sulla sommità di baratri a oltre 60 metri a picco sull’oceano e accessibili solo grazie a un’impervia scalinata scavata nella roccia (proprio quella che Luke Skywalker percorre più volte nel film). Da qui proclamavano il loro credo davanti a un’antica High Cross, anch’essa ancora presente in loco (e anche nel film).

Lo so viaggiatori, ho capito, smettete di sbattere la testa contro il muro! Le informazioni che bramate le trovate tutte qui. In più vi segnalo questo sito – vi avviso, secondo me lo ha fatto Satana in persona – che organizza tour lungo 2500 km di coste irlandesi e vi fa passare dai paesi della contea di Kerry dai quali partono le barchette per raggiungere l’isola in questione.

Come conclusione vi riporto una frase dell’attore Mark Hamill:
“Affrontare la terrificante scala in pietra e raggiungere la sommità della grande roccia per girare le scene del film è stato abbastanza facile. È bastato seguire il consiglio del barcaiolo Declan O’Driscoll: regolare il passo e non guardare mai giù.

Lo schiaffo della settimana #5

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Tutti conoscono il film La storia infinita e tutti conoscono la traccia principale della sua colonna sonora The Never Ending Story. Prima di riproporvi il brano e prima di farvi scaraventare violentemente negli anni ’80 da esso, vi segnalo la seguente chicca-pillola: quel genio di Giorgio Moroder, il quale ha composto e prodotto il brano, oltre a utilizzare lo “sfumino” (fade out in gergo tecnico) alla fine del brano, lo ha voluto utilizzare ed inserire anche all’inizio (fade in) proprio per creare un senso di circolarità e di incompletezza… un qualcosa di infinito appunto.

1984, Limahl canta The Never Ending story, ed è subito capelli cotonati e vestiti sgargianti.

Lo schiaffo della settimana #4

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Tutti in piedi per piacere, lo schiaffo di oggi riguarda THE KING Elvis Presley.

Il brano che vi propongo è Love me tender (applauso, grazie), interpretato dal sopra citato Re e uscito come singolo nel 1956; per questa ballata viene adattata la melodia di un vecchio brano tradizionale chiamato Aura Lee, risalente alla seconda metà del 1800, e la sua scalata alle classifiche ha a dir poco del paranormale.

The King la esegue per la prima volta durante l’Ed Sullivan Show nel settembre del ’56, poco prima dell’uscita del singolo e dell’omonimo film. Ebbene, il giorno seguente la casa discografica ricevette un milione (ripeto, un milione!) prenotazioni del singolo, facendolo diventare disco d’oro ancora prima che uscisse. Dopo poco più di un mese il brano balza al primo posto di tutte le classifiche conosciute scalzando Hound Dog, sempre del Re… signore e signori, il più grande di tutti.

Cannon Beach, la spiaggia dei Goonies

Va bene, non giriamoci troppo attorno e veniamo subito al dunque: questa chicca farà molto male per cui, se non ve la sentite, vi invitiamo ad abbandonare immediatamente la pagina e a stare tranquilli: non sarete giudicati per questo.
Allora, se come noi fate parte della generazione dei nati negli anni ’80, vi sarà bastato leggere il titolo di questo articolo per essere colti da vertigini, dolore alle ossa, mancanza d’ossigeno e da un diffuso, lancinante e persistente senso di nostalgia. È normale ragazzi, niente che non abbiamo già provato anche noi sulla nostra pelle.

Il guaio è che in questo periodo abbiamo preso la malsana abitudine di parlare di posti conosciuti anche per essere stati location di film famosi. E qui dovrete munirvi di tutto il coraggio di cui siete capaci, perché andiamo a tirare in ballo uno dei film più illegali mai concepiti dall’uomo e quindi fondamentali per la nostra infanzia, vale a dire I Goonies.
Scenario: Stati Uniti occidentali, nello specifico l’Oregon, dove l’autunno arriva molto presto. Cittadina (Astoria) che si affaccia sulla foce del fiume Columbia poco prima che si tuffi nel Pacifico, nuvole basse e pioggerellina insistente. Avete un k-way giallo canarino da indossare? Ok, bravi, io intanto vado un attimo in bagno a cercare di vomitare, magari mi libero di questa sensazione di nausea.

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Astoria, Oregon

Dando per scontato che avrete visto il film almeno un centinaio di volte, vi ricorderete che, a fare da sfondo alla caccia al tesoro, c’è una spiaggia con grandi formazioni rocciose che si innalzano a pochi metri dalla riva e dove, alla fine dell’avventura, i ragazzi si riuniscono alle loro famiglie, mentre la nave di Willy l’Orbo prende il largo. No, niente da fare, devo andare a rimettere di nuovo…

Eccomi, scusate, sono veramente costernato.

Dicevamo, la suddetta spiaggia ovviamente esiste realmente ed è una delle più famose degli Stati Uniti. Stiamo parlando di Cannon Beach (qui e qui un paio di siti internet), che dà il nome all’omonima città (Wikipedia parla di 1.705 abitanti… mi ci trasferirei subito!), non lontano dalla più grande e importante Astoria (9.802… sono pronto a diventare il numero 9.803).

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Cannon Beach vista da Ecola State Park

Cannon Beach è situata immediatamente a sud di Ecola State Park (qui il sito ufficiale), un parco nazionale con viste mozzafiato su un tratto di costa caratterizzato da alte scogliere e foreste di sempreverdi, dove l’oceano, la nebbia e il sole che filtra attraverso di essa, creano un panorama mai uguale a sé stesso e che vale assolutamente la pena di vedere almeno una volta nella vita.

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Cannon Beach in una scena del film

Già così mi sento come un pugile che si trova all’angolo, ma il colpo del k.o. mi arriva dalla più grande e riconoscibile formazione rocciosa di questo scenario apocalittico, uno scoglio conosciuto col nome di Haystack Rock. Arrogantemente piazzato tra i flutti che si infrangono su Cannon Beach, questo monolite di settantadue metri d’altezza è raggiungibile a piedi dalla spiaggia e fa da guardia a flotte di surfisti che percorrendo la mitologica Highway 101 raggiungono questo tratto di Pacifico per esibirsi in evoluzioni fuori dalla grazia di Dio.

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Haystack Rock

Astoria, Cannon Beach e i dintorni di Ecola State Park sono stati l’ambientazione anche di altri film sfacciatamente anni ’80 e ’90, tra cui Corto Circuito, Free Willy, Point Break e Un poliziotto alle elementari. Andate pure a controllare, ritroverete le stesse ambientazioni in cui i ragazzini di Goon Docks si gettano alla ricerca di un antico tesoro scomparso.

Bene ragazzi, io mi fermerei qui. I medici sconsigliano di affrontare certi argomenti e, se proprio non si può farne a meno, bisogna limitare il più possibile l’esposizione a queste situazioni potenzialmente letali.

Grazie per essere stati con noi, mi metto in malattia…

Devils Tower, la torre del Diavolo

Bentrovati cari lettori, la chicca che sto per mettere in infusione mi porta indietro nel tempo, a un’estate di qualche anno fa. Avete presente quelle lunghe serate afose in cui, sfiancati dal caldo, si rimane a oziare sul divano cimentandosi in uno zapping compulsivo? Ecco amici, prima regola: mai sottovalutare questa antica pratica, perché spesso e volentieri il telecomando diventa una vanga con la quale vi troverete a dissotterrare tesori di cui non sospettavate nemmeno l’esistenza.
8dd50a6adfd02cee545b4afa4ebef0bc-fiction-movies-science-fictionSono proprio quelli i momenti in cui le chicche più inaspettate si palesano ai vostri occhi e un costante allenamento vi permetterà di seguirne la traccia fino ad arrivare alla meta.
Capita ogni tanto che la programmazione estiva regali perle inaspettate, tuffi nel passato della produzione cinematografica e si dà il caso che quella serra m’imbattei in Incontri ravvicinati del terzo tipo, un film che non ha bisogno di presentazioni, vero? Vero?! Bene, andiamo avanti.
Ricorderete senz’altro la montagna che nel film funge da punto di incontro tra umani e alieni… ebbene, non so come dirvelo, ma quella montagna esiste realmente.

La formazione rocciosa conosciuta come Devils TowerTorre del Diavolo in italiano – si trova negli Stati Uniti e più precisamente nel Wyoming. Circondata dal classico nulla che scatena le fantasie dei viaggiatori più intraprendenti e mette in fuga i turisti medi a bordo dei sightseeing bus (i loro mezzi di locomozione per eccellenza), si erge per un’altezza di 386 metri su una prateria pressoché sconfinata.
Questo sarebbe potuto bastare a sprofondarmi in uno stato di incoscienza ma, non contento, ho proceduto sui gomiti nella ricerca di ulteriori informazioni circa questa meraviglia geologica. Pare che la teoria più accreditata sull’origine del monolite – sì, avete capito bene, mo-no-li-te – affermi che si tratti del magma che anticamente si trovava all’interno di un cono vulcanico poi scomparso con l’erosione del tempo.

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Devils Tower (fonte)

Ma c’è dell’altro: com’è facile immaginare la montagna risulta sacra nelle credenze di diverse tribù della zona, le quali credono che abbia a che fare con un grande spirito. In realtà il nome Torre del Diavolo nasce da un’errata traduzione del nome indigeno del luogo che significherebbe Rifugio dell’Orso. Una leggenda lakota infatti narra di come il picco sia stato il rifugio di alcune bambine rincorse da un orso che le voleva divorare. Il grande spirito le avrebbe messe al riparo sulla sommità del monte, con l’orso che invano cercava di raggiungerle ed ecco spiegate le tipiche scanalature verticali che ne caratterizzano le pareti.
La roccia è comprensibilmente irresistibile per molti scalatori, ma ricordatevi che gli indiani considerano l’arrampicata niente meno che sacrilega, per cui la scelta sta un po’ a voi e alla vostra sensibilità. Di sicuro non potrete raggiungere la cima in giugno, mese in cui hanno luogo diverse cerimonie sacre.
Qualche altra informazione prima di svenire. Nel 1906, torre e area circostante divennero il primo monumento nazionale degli USA (qui il sito governativo), istituito niente meno che da Theodore Roosevelt e, ad oggi, è considerata tappa imperdibile per chi si trova a viaggiare verso parchi i più conosciuti della zona, Yellowstone su tutti.

Tornando alla mia esperienza ultraterrena, posso dirvi che dopo avere appreso tutte queste nozioni sono scivolato in stato catatonico e per una settimana non ho mangiato né dormito, limitandomi a starmene seduto sul divano, fissando il televisore spento.

Sulle tracce dei Ghostbusters

I nostri lettori si saranno certamente accorti che New York è per noi fonte di continuo tormento e notti insonni… ci rendiamo conto di tirare fuori molto spesso nei nostri articoli il nome di questa graziosa cittadina, ma non ci possiamo fare nulla: le chicche e gli spunti che offre sono innumerevoli e, forse anche a scopo terapeutico, puntualmente torniamo a parlarne. D’altronde, come si suol dire, mal comune mezzo gaudio. Per cui avanti con la prossima infusione!

Avendo avuto occasione negli ultimi mesi di passare più volte dalla Grande Mela, ho deciso di andare a scovare esclusivamente per voi alcune perle nascoste, tipicamente trascurate dal turista medio. Le potete trovare qui, qui, qui e qui, se malauguratamente non le avete ancora lette. Non disturbatevi a ringraziare, per noi è un piacere!
Oggi invece vorrei compiere qualcosa di inaudito, rischiare la catastrofe incrociando i flussi per formare un binomio dalle potenzialità altamente devastanti: New York e Ghostbusters.

Scusate esco un attimo a prendere una boccata d’aria.

Eccomi, dicevo, la mitologica (per usare un eufemismo) pellicola degli anni ’80 è indissolubilmente legata a New York e sono numerosi i luoghi utilizzati come set per gli esterni (gli interni sono stati invece girati a Los Angeles e qui sento il tonfo sordo dello spettatore medio che cade dal pero) sparsi per l’isola di Manhattan. Trovandomi una sera a passeggiare amabilmente per i giardini della Columbia University (che sorvoleremo per non soffrire ulteriormente), ho voluto andare a caccia del punto esatto in cui è stata girata la scena del dialogo tra Ray e Peter che potete vedere di seguito.

Rapido giro del cortile principale e obiettivo centrato: con un esagerato timore reverenziale, neanche stessi toccando il Sacro Graal, ho potuto appoggiarmi allo stesso parapetto su cui il dottor Venkman stava sdraiato trentatré anni fa e osservare gli austeri edifici circostanti dalla cima della stessa scalinata. Un’ondata di nostalgia mi ha investito come un treno e magicamente mi sono ritrovato nel cuore degli anni ottanta!

Ecco le foto scattate da me in preda a spasmi, sudori freddi e svenimenti vari ed eventuali (cliccate per ingrandirle)

Un piccolo bonus
abcc6209-b405-491e-ad09-f6df7f44d4bcSe siete abbastanza forti di stomaco e ve la sentite, vi regalo un’ulteriore emozione. Due giorni dopo la sconvolgente serata alla Columbia University, su Central Park West, mi sono trovato a tu per tu con la monumentale facciata dell’edificio in cui, nel primo film, avevano residenza Dana e Louis, rispettivamente Guardia di Porta e Mastro di Chiavi. Mentre scattavo la foto che vedete, una signora mi è passata accanto chiedendomi con un sorriso “Ghostbusters fan?”. Interrotto nel magico momento, mi sono girato con gli occhi rossi limitandomi a ruggire uno sconnesso “Zuul”.

E non finisce qui, perché abbiamo documentato altri luoghi in cui le valenze di energia psicocinetica sono oltre i valori massimi!