Lo schiaffo della settimana #65

Buongiorno cari lettori e buona settimana. Febbricitante e scosso da brividi, onoro la tradizione dello schiaffo con qualcosa che sono sicuro apprezzerete. Avrete notato come un certo tipo di cinema anni ’80 sia ricorrente negli articoli del nostro blog e non vi sarà nemmeno sfuggito che Ghostbusters è una di quelle pellicole che ci piace citare ogni qualvolta ne abbiamo l’occasione. Ora, sono sicuro che la stragrande maggioranza di voi si sia accorta che la scorsa settimana è successo qualcosa di potenzialmente distruttivo per il genere umano: qualcuno ha deciso di incrociare i flussi e annunciare proprio l’uscita del terzo capitolo dei film sugli Acchiappafantasmi. Salvo un teaser trailer (qui) che Mauro ha vivisezionato in laboratorio per lunghe e insonni nottate per analizzarne ogni minimo particolare, non sono stati rilasciati ulteriori dettagli, quindi per ora dovremo accontentarci di aspettare.

Ma torniamo al nostro schiaffo. Uno degli elementi più caratteristici dei due film usciti nel 1984 e 1989 è proprio la canzone presente nella colonna sonora, la quale ha una storia abbastanza particolare. Pare infatti che Huey Lewis avesse iniziato a buttare giù una bozza per la canzone che avrebbe dovuto accompagnare le avventure dei quattro cacciatori di fantasmi, ma che dopo poco abbandonò il progetto per dedicarsi al brano di un altro pezzo da novanta dell’epoca, vale a dire The Power of Love per Ritorno al Futuro. A questo punto la produzione affidò a Ray Parker Jr. il compito di comporre il pezzo, lavoro che svolse egregiamente, soprattutto se consideriamo che la richiesta era di avere la parola Ghostbusters presente sia nel titolo che nel testo della canzone. In un’intervista lo stesso Parker dichiarò:

«Sembra facile ora perché avete sentito la canzone. Ma se qualcuno vi dicesse di scrivere un pezzo con all’interno la parola Ghostbusters, sarebbe abbastanza difficile. Quella è stata la parte più dura.»

Parker, da ottimo sessionista quale era, incise quasi tutte le parti musicali del brano, ma si rifiutò di cantare proprio i cori che recitavano Ghostbusters!, lasciando l’onore alla sua fidanzata accompagnata da alcune amiche.

Il brano fu un successo, riuscendo a raggiungere addirittura la prima posizione della classifica Billboard Hot 100, ma c’è un risvolto meno piacevole in tutta la vicenda. Huey Lewis infatti citò Ray Parker per plagio, dato che Ghostbusters assomiglia in maniera innegabile a I want a new drug, dello stesso Lewis. La probabile spiegazione è che quando Parker prese l’incarico di scrivere il pezzo per il film, partì da quanto Lewis aveva già fatto. In ogni caso Ray perse la causa e fu costretto a rimborsare l’altro, ma con il comune accordo di mantenere la questione legale riservata. Huey Lewis però rivelò tutto nel 2001 e questa volta a fargli causa fu Parker.

Cause legali a parte, il pezzo è senza alcun dubbio un inno per gli amanti del film e il videoclip una vera chicca, con i cameo di alcuni personaggi quali John Candy e Danny DeVito e i quattro attori che ballano a Times Square. Nel 2016 Ray Parker Jr. dichiarò:

«La gente mi domanda ancora se sono stanco di sentirmi dire who you gonna call? Beh, niente affatto! È come chiedermi se sono stanco di possedere il miglior biglietto della lotteria o la miglior cosa che possa mai accadere. No!»

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Lo schiaffo della settimana #64

Bentornati cari lettori, passato bene il weekend? Bene, nemmeno io. Vorrei iniziare la settimana ponendovi il quesito che mi ha tormentato negli ultimi giorni, attenti bene. Se è vero che esistono album leggendari sfornati da band a dir poco mitologiche, allora perché – in nome di Dio – questi prodotti devono anche essere accompagnati da aneddoti spacca-ossa? Voglio dire, non sono già difficili da affrontare così, senza aggravare ulteriormente la situazione con episodi sconvolgenti? Certo che la risposta non l’avremo mai, passo a illustrarvi il prossimo schiaffo.
Premetto che si tratta di Wish You Were Here, concept album (aggiungete voi l’aggettivo che più vi sembra opportuno) pubblicato dai Pink Floyd nel 1975, per cui se volete chiudere tutto e andarvene non verrete giudicati male, anzi!

Come tutti sanno, il disco, che tratta la tematica dell’assenza, è in buona parte un omaggio a Syd Barrett, fondatore della band allontanato qualche anno prima a causa di problemi mentali che gli rendevano impossibile proseguire il lavoro di scrittura e incisione dei brani. Pare che una sera del 1967 Barrett scomparve e venne ritrovato un paio di giorni dopo completamente fuori di sé, si dice bruciato dagli acidi. Un vero dramma artistico oltre che umano, perché si dà il caso che fino ad allora il chitarrista si era distinto per la sua fine intelligenza e sensibilità, messe al servizio di un’eccezionale creatività.

Con il sostituito David Gilmour i Pink Floyd proseguirono la loro carriera, raggiungendo un enorme successo con lavori del calibro di The Dark Side of the Moon. E fin qui tutto bene, ma ora accendete i vostri zaini protonici perché stiamo per varcare i confini della realtà, addentrandoci in quella zona in cui la storia si fonde con la leggenda.

Pare, stando a quanto riferiscono le voci che escono dal frigorifero di Dana*, che il 5 giugno 1975 i Pink Floyd stessero ultimando l’album Wish You Were Here, quando notarono uno strano individuo aggirarsi per gli studi di Abbey Road (sì lo so, LO SO! Non dite nulla!); un uomo appesantito, con lo sguardo perso, senza capelli, le sopracciglia rasate e un sacchetto di plastica in mano.
«Ehm, scusi lei, non si può entrare qui.»
Ma improvvisamente qualcuno riconobbe l’intruso. Proprio così, il bizzarro visitatore altri non era che Syd Barrett, apparso da non si sa bene dove, reso irriconoscibile dagli anni trascorsi nei meandri più oscuri della propria mente. Roger Waters scoppia in un pianto di compassione, mentre Syd biascica qualcosa che suona come una domanda: «quando devo registrare la mia parte?»
«Spiacenti Syd, le chitarre sono state già tutte registrate.»
Gli si fa ascoltare Shine On You Crazy Diamond, canzone con cui gli ex compagni hanno voluto omaggiarlo. Barrett non apprezza e la stronca. Poi, così come è comparso se ne va, scomparendo di nuovo, proprio come un fantasma.

Lo schiaffo di questa settimana è proprio Shine On You Crazy Diamond, pezzo dedicato a Syd Barrett, che lui non ha per nulla apprezzato.

* Il personaggio interpretato da Sigourney Weaver in Ghostbusters si chiama Dana Barrett. Coincidenze? Non lo so, non mi interessa!

Lo schiaffo della settimana #63

Ci sono artisti che, volenti o nolenti, sono un tutt’uno con l’epoca in cui vivono, incarnandone appieno lo spirito. È il caso di Phil Ochs, cantautore americano che di mestiere fa il giornalista, definito una sorta di piccolo Bob Dylan ma più tosto, tormentato protagonista di quella irripetibile stagione di protesta e rivoluzione che furono gli anni ’60. Ochs è fortemente schierato, canta l’epopea degli oppressi e denuncia le ingiustizie sociali. Contesta la guerra del Vietnam e si fa portavoce di quell’utopia che pochi anni dopo si vedrà costretta a fare i conti con la dura realtà. Lui stesso si sveglia bruscamente dal sogno dei suoi ideali quando, durante la Convention Democratica di Chicago del 1968, vede coi suoi occhi la forte repressione da parte della polizia e le tensioni interne che lacerano il movimento radicale. Si dice che Phil Ochs sia morto due volte, tanto è vero che per la copertina di uno dei suoi album sceglie una lapide indicante come luogo e data di morte “Chicago, Illinois, 1968”. Muore suicida nel 1976, malato di depressione.

Nel 1964 scrive un brano intitolato Here’s To The State Of Mississippi, una durissima accusa contro lo stato del Mississippi per l’appunto, scenario di continui crimini di stampo razzista, il cui testo è così tristemente azzeccato, che una decina di anni dopo gli basterà cambiare poche parole per trasformare la canzone in un’altrettanto dura denuncia nei confronti di Richard Nixon e il suo entourage, protagonisti dello scandalo Watergate. Il pezzo diventa quindi Here’s To The State Of Richard Nixon, ma non è finita, perché anni dopo, cambiando pochi nomi e sostituendo Richard Nixon con George W. Bush, Eddie Vedder otterrà una terza versione del brano, questa volta intitolata semplicemente Here’s To The State.

Ecco quindi lo schiaffo di questa settimana, un brano che ha attraversato almeno quarant’anni di storia americana e che, suo malgrado, ha sempre qualcosa da dire:

Lo schiaffo della settimana #62

È l’una di notte e il telefono squilla.
«Pronto?»
«Pronto, sono Elton John, ti presento la mia ultima composizione, ‘spetta che appoggio il ricevitore sul pianoforte… ecco, ascolta!»
Questa che sembra una scena uscita da Ai Confini della Realtà, è purtroppo per tutti noi accaduta per davvero!

Corre l’anno 2002 e, dopo il successo del film Billy Elliot, uscito nelle sale un paio di anni prima, Lee Hall – autore della sceneggiatura – sta lavorando al riadattamento della storia del ballerino proveniente dalla dura realtà degli anni ’80 nell’Inghilterra del nord, per farne un musical. Il progetto vede coinvolto anche sir Elton John, innamoratosi del film al Festival del Cinema di Cannes.
Per incastrare il tutto con gli innumerevoli impegni della rockstar, si decide di iniziare a scrivere i brani prima ancora di avere pronto il libretto e, dato che Elton non parte mai dalla musica, ma dalle parole, a Lee Hall spetta il compito di scrivere i testi delle canzoni che verranno successivamente musicate.
Quando il primo pezzo è pronto viene trasmesso via fax a Elton che si trova ad Atlanta e, per ovvi motivi di fuso orario, la risposta giunge nel cuore della notte. L’autore racconta che sulle prime temeva che le parole non andassero bene e che il musicista l’avesse chiamato per licenziarlo, ma un attimo dopo si è trovato ad ascoltare la melodia del primo brano del musical e, neanche a dirlo, suonava magnificamente.

I due vanno avanti a lavorare così per un po’ di tempo, il primo scrive i testi di giorno e l’altro gli fa ascoltare le melodie di notte… dormire? Non c’è tempo! In pochi giorni si è già a metà dell’opera e, una volta terminato, il musical di Billy Elliot sarà un successo su scala mondiale. A Lee Hall rimane il ricordo di un momento a dir poco surreale della sua carriera, in cui nel cuore della notte veniva svegliato da sir Elton John in persona che gli cantava canzoni inedite accompagnandosi col suo leggendario pianoforte.

Lo schiaffo di questa settimana, cari lettori, è Electricity, uno dei brani principali del musical. Potete ascoltarlo di seguito o, se preferite, aspettare di sentire squillare il telefono a notte fonda.

Lo schiaffo della settimana #61

irving

Siamo in Bielorussia ed è il 1893. Nella cittadina di Mahilëŭ fa un freddo cane e la famiglia del giovane Izrail Moiseevič Bejlin sta facendo i bagagli per emigrare verso l’Eden – l’America – in cerca di una vita migliore. Ora invece siamo a New York, è il 1940 e fa lo stesso freddo cane di allora; il medesimo giovane, diventato adulto e ormai naturalizzato americano col nome di Irving Berlin, sta correndo a tutta velocità verso il suo ufficio incurante del ghiaccio che ricopre i marciapiedi. Arriva sano e salvo, spalanca la porta e grida alla sua segretaria: «Prendi la penna e appuntati queste parole, ho appena creato la mia miglior canzone! Diavolo, ho appena creato la miglior canzone che chiunque abbia mai scritto!»

La segretaria si fionda alla scrivania e inizia ad appuntarsi con fatica ciò che Irving le detta.

«I’m dreaming… cosa signor Berlin?! Per cortesia vada piano, non riesco stare al passo!»

Effettivamente la canzone è molto bella. Viene distribuita in tutto il globo risultando – record ancora imbattuto – il singolo più venduto della storia della musica con 50 milioni di copie, vince l’oscar come miglior canzone nel 1943, verrà coverizzata da più di 170 artisti su tutta la terra e Irving Berlin diventerà uno dei compositori più importanti del ‘900 (sua ad esempio è anche God Bless America).

La canzone è White Christmas e ve la proponiamo nella versione forse più bella, quella interpretata da Bing Crosby.

Toh, neanche a farlo apposta, manca un giorno a Natale!

Lo schiaffo della settimana #60

Bronx, 4 febbraio 1999. Durante un controllo, quattro poliziotti chiedono a uno studente di identificarsi. Il ragazzo porta una mano alla tasca e gli agenti, interpretando il gesto come potenzialmente pericoloso, fanno fuoco. 41 colpi, 19 dei quali vanno a segno uccidendo Amadou Diallo che, si scoprirà, è disarmato e voleva con tutta probabilità estrarre il portafoglio per mostrare i documenti. La tragedia ha immediatamente una risonanza smisurata. Come può la polizia uccidere a sangue freddo un ragazzo disarmato e che bisogno c’era di esplodere tutti quei colpi? La nazionalità liberiana della vittima non fa altro che alimentare i sospetti di razzismo nutriti da una fetta di popolazione contro le forze dell’ordine e il caso diventa una grossa gatta da pelare, con accuse e processi sia in tribunale che sui media.

Il fatto di cronaca arriva a toccare le corde di Bruce Springsteen che scrive una struggente canzone di denuncia intitolata American Skin (41 shots), chiaramente dedicata al giovane Amadou. Verso la fine del tour 1999-2000 inizia a inserirla in scaletta, suscitando qualche malumore che non tarda a trasformarsi in vere e proprie contestazioni nel momento in cui il cantante arriva a proporla nelle dieci date consecutive al Madison Square Garden che chiudono il tour. L’amministrazione cittadina e, in modo particolare, il sindacato della polizia vedono la decisione di suonare quel brano proprio a New York come una provocazione e un ingiusto attacco all’operato dei suoi ufficiali e qualcuno vorrebbe addirittura boicottare le serate. Come plateale gesto di protesta, più di un poliziotto si rifiuta di prestare servizio d’ordine ai concerti. Va detto che Springsteen ha sempre specificato che la sua canzone non è da intendersi come anti forze dell’ordine, ma contro questo tipo di tragedia. Fortunatamente e nonostante le tensioni, il tour si conclude senza intoppi e American Skin (41 shots) continuerà a essere eseguita saltuariamente, il più delle volte in occasione di fatti di cronaca analoghi a quello in cui ha trovato la morte Amadou Diallo. Alla fine del 2000 il brano varrà a Springsteen un premio umanitario riconosciutogli dalla National Association for the Advancement of Colored People e la versione in studio verrà pubblicata nell’album High Hopes, del 2014.

Lo schiaffo della settimana #59

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Immaginate un uomo sfinito, seduto su una poltrona nella penombra, veramente troppo stanco per rimanere in piedi. Stanco fuori e distrutto dentro da una malattia implacabile. Sulle sue orecchie si posano malinconicamente un paio di cuffie dalle quali esce il suono di una batteria leggera e una dolce chitarra; i due strumenti fusi insieme creano una melodia lenta e struggente, quasi ipnotica. L’uomo ascolta a occhi chiusi. A un tratto, prendendo il tempo in maniera impeccabile, comincia flebilmente a cantare. La melodia si riempie e cresce e l’uomo, che di esperienza ne ha da far impallidire chiunque altro, capisce che anche lui deve spingere ed esplode, anche se solo per poche strofe, con tutta la sua potenza canora – quella che lo ha reso il più grande di tutti – facendo sussultare il cuore di chi intorno a lui sta assistendo al suo inesorabile avvicinarsi alla fine. La canzone è drammaticamente meravigliosa, non tanto per l’esecuzione, quanto perché rappresenta uno dei più commoventi accoppiamenti tra testo – una sinossi della vita di quest’uomo – e musica che sia mai stato creato. Il brano si intitola Mother Love e l’uomo che la sta cantando aveva originariamente un nome esotico, cambiato legalmente per esigenze artistiche nel più occidentale Freddie Mercury, col quale è conosciuto in tutto il pianeta.

Manca una strofa, Freddie è stravolto. «Ho bisogno di andare a casa (Londra) qualche giorno a riposare un po’, la inciderò più avanti» dice. Non tornerà mai più, per via dell’aggravarsi delle sue condizioni di salute che lo porteranno fino alla morte e l’ultimissima parte della canzone viene infatti cantata dal suo grande chitarrista e amico Brian May.

Al termine della registrazione vennero anche inseriti nel brano i campionamenti iniziali di One Vision, le urla e gli applausi di Wembley ’86 e i vocalizzi che Mercury faceva a ogni concerto per “fare suo” il pubblico; e in fine il pianto innocente di un bambino, come se ci fosse la volontà di tornare alle origini, quando Freddie era solamente il piccolo Farrokh da Zanzibar.