Il Demone del blues

Avere scritto di Chuck Berry (qui), con annessi e connessi, mi ha riportato alla mente un episodio soprannaturale accadutomi qualche anno fa. Mi trovavo con un paio di amici al Milano Guitars and Beyond, la fiera dedicata al mondo delle chitarre che si tiene un paio di volte l’anno a Novegro, alle porte di Milano (qui il sito internet della manifestazione). Tutto stava filando liscio, avevamo passato il pomeriggio curiosando tra gli strumenti esposti senza trovare, a onor del vero, niente di particolarmente entusiasmante… niente per cui stracciarsi le vesti, per intenderci. Stolti! Mai abbassare la guardia! Una lezione che avremmo imparato sulla nostra pelle molto presto.

Con l’approssimarsi dell’orario di chiusura stavamo dando un’occhiata distratta agli ultimi stand prima di avviarci verso l’uscita ed è stato in quel momento che uno di noi ha notato una chitarra particolare. Vicino a un piccolo banchetto c’era una Gibson ES 135 rossa, se ne stava lì ferma e zitta, quasi fosse incustodita. Il mio amico non ha perso tempo, l’ha presa e ha iniziato a provarla, ed è stato proprio allora dietro di lui si è materializzato il proprietario. Un signore sulla settantina, forse qualcosina in più, con un cappello della Gibson calcato sulla testa e, soprattutto, l’aria di chi ne ha viste – e suonate – parecchie. È trascorso un istante interminabile prima che rivolgesse la fatidica domanda, pronunciata come una formula esoterica: “posso?”

Non abbiamo avuto scampo. In men che non si dica ha imbracciato lo strumento magico e ha iniziato a esibirsi in scale blues da torcerci le budella e pettinarci tutti con la riga da una parte. Eravamo pietrificati mentre lo ascoltavamo descrivere per filo e per segno, dal punto di vista tecnico e teorico, quello che stava suonando. Sono anche riuscito a scattargli una foto, temendo però di riuscire a catturare solo lo sgabello e la chitarra, mentre lui non vi potesse apparire come succede con i vampiri. Dopodiché tutto è finito. Non ricordo quanto tempo sia durata la lezione, probabilmente non molto, un po’ come i temporali estivi, ma l’effetto è stato sconvolgente. Mestamente abbiamo salutato e siamo tornati a casa con gli occhi spiritati: avevamo incontrato il Demone del blues.

A proposito di Chuck Berry

È di questi giorni la notizia della morte di Chuck Berry. Se ne va all’età di 90 anni – niente male per un rocker, come ci ricorda Stephen King – uno dei padri del rock and roll.

Come spesso accade, la scomparsa di un artista porta con sé l’irresistibile desiderio di andare a rispolverare la sua opera e ritrovare qualche episodio della sua vita; per rendersi conto di cosa abbia combinato, per farsi un’idea sulla sua eredità, per rendergli omaggio. E allora quasi d’istinto faccio due cose: apro Spotify e con la giusta musica in sottofondo vado su Wikipedia, alla voce Chuck Berry. Il binomio che si viene a creare è come potete intuire micidiale, ma non ho nessuna intenzione di cautelarmi, sono cose che vanno fatte. Punto.

È un percorso dolorosissimo, lastricato di sonorità che risuonano immortali e perfette da un altro mondo e un’altra epoca, strade bizzarre su baratri che rigurgitano curiosità e sputano aneddoti infuocati, sirene che servendosi di amplificatori e suoni distorti attirano altrove.
L’ambiente è dei più iconici e riconoscibili: l’America di metà anni ’50, una sorta di oasi felice nell’immaginario collettivo, infilata tra la seconda guerra mondiale e gli anni ’60 delle lotte di classe, la guerra del Vietnam e la rivoluzione culturale. Chuck Berry ha 29 anni e una serie di episodi notevoli alle spalle – uno su tutti, un arresto per rapina a mano armata – quando viene presentato da un certo Muddy Waters (ah, solo?!) alla Chess Records. Non ci vorrà molto perché diventi una celebrità, azzeccando in pochi anni hit che rivoluzioneranno il modo di intendere la musica popolare e andando a porre le basi per un nuovo genere musicale. I testi di Chuck Berry sono lo specchio dei giovani dell’epoca, ancora lontani dalle agitazioni degli anni a venire, per cui via libera agli amori adolescenziali, alle auto da urlo e alle trasgressioni. Non ci vorrà molto neanche per tornare ad avere problemi con la legge, che nella bigotta società americana del tempo si traducevano in crolli delle vendite dei dischi, ma ormai il dado è tratto: Chuck Berry è già una leggenda. L’influenza della sua musica è testimoniata anche dalle numerose cover realizzate dalla nuova generazione di musicisti, sempre più importanti nel panorama mondiale. Di seguito due esempi (perdonate, ma non riesco proprio a ricordare il nome dei due gruppi in questione… saranno i soliti che sfornano uno o due brani orecchiabili per poi tornare nel dimenticatoio):

Decido di commettere un ulteriore atto di autolesionismo e, ben consapevole di cosa mi aspetta, vado a vedere a quali altri nomi è associato quello di Chuck Berry.

“Insieme a gente come Elvis Presley (sto male, ndr.), Little Richard (sì ok, ndr.), Fats Domino (chiii?! ndr.) e Bill Haley (arrivederci, ndr.), Berry fu la figura più importante nel passaggio dai generi musicali tradizionali americani a quello che li racchiudeva tutti e che in un certo senso li avrebbe superati tutti.”

Qui per i più coraggiosi l’articolo completo.

La febbre è alta. La vista annebbiata, ma ho ancora sete di rock and roll. Sul telefono non ho più Spotify e il telefono stesso si è trasformato in un mostruoso juke box anni ’50 vomitante riff indemoniati… credo che Fonzie in persona mi abbia appena attraversato la strada in una visione mistica. Ma il peggio deve ancora venire.

Per chi come gli autori di Mesedos è figlio degli anni ’80, Chuck Berry occuperà sempre un posto ben preciso, in un luogo ben preciso, in un momento ben preciso.
12 novembre 1955, ballo “Incanto sotto il mare” nella palestra della Hill Valley High School a Hill Valley, California. Proprio così signori miei.
Marty McFly si sta dimenando sul palco esibendosi alla chitarra in un pezzo un po’ vecchio (dalle sue parti), quella Johnny B. Goode tecnicamente non ancora nemmeno pubblicata. Dietro le quinte Marvin Berry prende un telefono e chiama il cugino Chuck per fargli sentire quel nuovo sound che, forse, è proprio quello che stava cercando. È tutto vero, c’è anche un video che lo testimonia:

È qui che la musica di Chuck Berry diventa cult anche in altri ambiti e per altre generazioni oltre la sua.

A questo punto sono distrutto, sopraffatto dalla fatica fisica e psicologica per aver trattato in un colpo solo argomenti che andrebbero, me ne rendo conto, affrontati separatamente e con prudenza perché potenzialmente letali, ma ho ancora la forza per un’ultima chicca, dopodiché sarà overdose.
Quando negli anni ’70 la sonda spaziale Voyager I è stata lanciata nello spazio è stata fornita, tra le altre cose, del celebre Voyager Golden Record, un disco d’oro contenente suoni e immagini provenienti dalla Terra, raccolti con l’intento di comunicare con eventuali forme di vita intelligente e, in breve, descrivere chi siamo. Ebbene, non so come dirvelo, ma su quel disco c’è anche Chuck Berry con la sua Johnny B. Goode.

Da artista precursore dei tempi a leggenda, ha attraversato decenni burrascosi ispirando ascoltatori molto diversi tra loro e lasciando un profondo segno in tutto ciò che ha toccato, persino le stelle. Puoi riposarti ora Chuck, te lo sei meritato.