Lo schiaffo della settimana #30

irlanda

Se vi dicessi che una canzone tradizionale irlandese del 1700 può diventare un successo rock voi ci credereste? No? MALE!

La canzone in questione è Whiskey in the Jar, scritta da autore sconosciuto all’inizio del 1700. Chiaramente il genere è folk e il testo parla di un bandito che, dopo aver derubato un soldato (sembrerebbe), viene tradito da una donna chiamata Jenny (o Ginny) che potrebbe essere la sua compagna. Il brano finisce con il desiderio espresso dall’autore di scappare dal posto dove è imprigionato e condurre “la bella vita”. La canzone arrivò fino negli Stati Uniti e fu molto apprezzata dai coloni per via del suo spirito irriverente nei confronti degli ufficiali, tanto è vero che ne nascono diverse varianti con personaggi americani. Nel 1972 la band irlandese Thin Lizzy ne fa una versione rock che scala le classifiche e viene poi riproposta da band del calibro di Simple Minds e U2. Nel 1998 i Metallica realizzano una reinterpretazione di grande successo con la quale vincono nel 2000 il Grammy per la migliore interpretazione hard rock.

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lo schiaffo della settimana #29

elvisAlla fine del 1962 Elvis Presley fa uscire il singolo Good Luck Charm e, nemmeno a dirlo, ha un grande successo, come del resto tutto ciò che ha cantato dall’inizio della carriera fino a qui. Questa canzone però, nonostante il titolo si possa tradurre in italiano con la parola “portafortuna”, per il Re non lo fu affatto: finì infatti al centro di una intricata e sanguinosa disputa legale sui diritti di pubblicazione tra Presley e uno dei suoi autori, Aaron Schroeder. Indipendentemente da come finì la causa, questo fatto portò Schroeder a non scrivere mai più una canzone per il Re e da lì, a cascata, altri suoi storici compositori interruppero la collaborazione (o la portarono avanti sporadicamente). Possiamo affermare che con portafortuna si chiuse definitivamente un’era e cominciò il lento ma inesorabile declino del Re.

Lo schiaffo della settimana #28

a1benrnmpfl-_cr0038402880_-_sl1000_Il 18 maggio 1980 Ian Curtis scompare prematuramente, ponendo fine alla breve ma importantissima carriera dei Joy Division, band di riferimento per tutti gli anni ’80. Il gruppo, formatosi appena tre anni prima, ha al momento un solo album all’attivo – Unknown Pleasures del 1979 – e sta per dare alle stampe il secondo lavoro intitolato Closer, che però il frontman non arriverà mai a vedere pubblicato. Il disco, rilasciato postumo e considerato capolavoro e “canto del cigno” dei Joy Division, esclude due tracce che in seguito verranno invece pubblicate come singoli e ricordate tra le più riuscite della band di Salford: Love will tear us apart e Atmosphere. Proprio il secondo brano rappresenta l’ideale commiato di Ian Curtis, concetto ripreso nel suggestivo video diretto dal mitologico Anton Corbijn, in cui una sorta di corteo funebre porta in processione il ritratto stesso del cantante. Possano le parole del pezzo, ripetute ossessivamente per tutta la sua durata, schiaffeggiarvi questa settimana: non andartene in silenzio… non andartene!

Lo schiaffo della settimana #27

lennyIn un momento imprecisato tra il 2001 e il 2003, in un luogo imprecisato della città di New York, dopo aver fatto molte canzoni sì rock ma un po’ fighette, Mr. Lenny Kravitz ha un rigurgito di orgoglio e afferma: “ok ragazzi adesso basta, voglio tornare alle origini e fare un album rock, ma rock rock! Più del primo. Al diavolo le canzoncine!”.

Il risultato è l’album Baptism del maggio del 2004 (del quale vi invito a contare qui, alla voce “formazione”, quanti strumenti suona Lenny Kravitz…), un condensato di rock and roll vecchia maniera, quello che fa agitare la testa e fare gli assoli di chitarra con il manico della scopa. Il secondo singolo estratti dall’album è il pezzo California di soli 2:36 minuti, durata un bel po’ al di sotto della media di una canzone. La giustificazione di Lenny è la seguente: “La canzone dura solo due minuti e mezzo perché poi dovete respirare”.

Lo schiaffo della settimana #26

1986_dm_01Lo schiaffo di oggi arriva direttamente dal cuore degli anni ’80, da uno degli album considerati fondamentali per capire questo decennio da una parte e l’evoluzione di una delle sue band più rappresentative, da un’altra. Stiamo parlando di Black Celebration dei Depeche Mode.

Il gruppo di Basildon si distingue già nei suoi primissimi anni di vita, piazzando diverse hit in classifica; pezzi sfacciatamente anni ’80, di una leggerezza riconducibile più al genere pop che al tormentato mondo del rock. Con l’album Some Great Reward del 1984 si capisce però che la direzione sta cambiando e con Black Celebration del 1986 una nuova fase ha definitivamente inizio, caratterizzata da suoni e contenuti più cupi ed escursioni nel mondo gotico e dark. Un punto di svolta che traccia la via per la maturità dei Depeche Mode e, insieme, segna tutta la loro produzione successiva, fino ai giorni nostri. Noi vi proponiamo la title track che, curiosità, rappresenta l’unico caso in tutta la carriera dei Depeche Mode in cui un brano dà anche il nome all’album.

Trigger, la diabolica chitarra di Willie Nelson

Si sa che gli strumenti musicali hanno il sovrannaturale potere di diventare un tutt’uno con gli artisti che li suonano, divenendone veri e propri tratti distintivi, al pari della voce o delle movenze sul palco. Sono sicuro che non serve ricordarvi certi osceni binomi come ad esempio Lucille e B.B. King, Blackie e David Gilmour, Frankenstrat ed Eddie Van Halen, perché né io né voi abbiamo intenzione di perdere il sonno… non ancora, perlomeno.

Heartbreaker BanquetCiò che vorrei portare alla vostra attenzione oggi è uno strumento satanico, proprietà di Willie Nelson dal 1969 (anno dal punto di vista musicale a dir poco letale) e che risponde all’enigmatico nome di Trigger. Trattasi di una chitarra classica Martin, modello N-20, corde in nylon, acquistata dal leggendario cantautore americano dopo che, durante un’esibizione in Texas, un uomo ubriaco passeggiò allegramente sulla sua precedente chitarra. Ah, giusto per aggiungere un’ulteriore aura di leggenda ai fatti, lo strumento venne acquistato telefonicamente da un liutaio di Nashville… sì esatto Nashville, città legata ad artisti come Johnny Cash e patria di tutto un movimento country da strapparsi i vestiti e gettarsi nudi nel Cumberland!

Come dicevamo, dal 1969 la chitarra soprannominata Trigger si trova nelle mani di Willie Nelson e non è mai più stata sostituita, seguendolo in migliaia di concerti, viaggi, sessioni di registrazione e in tutta una serie di attività che l’hanno decisamente segnata. Ora, che il fascino degli strumenti musicali che accompagnano per tutta una carriera gli artisti consumandosi con loro, sia irresistibile è risaputo, ma qui cari amici ci troviamo davanti a qualcosa di tremendamente spiazzante.

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Fotografia di Watt McSpadden (fonte: texasmonthly.com)

Attualmente Trigger si presenta infatti come un reperto fossile, ha un enorme buco nella cassa di risonanza dovuto all’estenuante usura che incredibilmente non ne inficia il suono ed è ricoperta da una miriade di firme di amici, parenti e colleghi dell’artista. Nessuno, sano di mente, oserebbe approfondire più del dovuto la provenienza di tutti quegli autografi perché si rischierebbe di rimanere pietrificati davanti a chissà quanti indicibili e dolorosissimi aneddoti. Ciò che ci è dato sapere è che annualmente la chitarra viene sottoposta a un check-up e a un delicato intervento di restauro da parte di Mark Erlewine, l’unico essere vivente al mondo autorizzato a maneggiare la più fedele compagna di viaggio di Willie Nelson. Di seguito un’interessante video che mostra il liutaio all’opera:

Lo schiaffo della settimana #25

Mi rendo conto che per molti gli Who sono solo coloro che suonano la sigla della serie tv C.S.I. – Scena del crimine, fatto inaccettabile perché Roger Daltrey e compagni sono uno dei più grandi gruppi rock della storia, nonché assoluti fuoriclasse nella scrittura dei brani e nell’utilizzo dei propri rispettivi strumenti musicali. In particolare lo è Keith Moon, batterista fino alla fine degli anni ’70 – definito dagli addetti ai lavori il più grande batterista di tutti i tempi dopo John Bonham dei Led Zeppelin – fuoriclasse anche nel distruggere camere d’albergo e nell’assumere tutti i tipi di sostanze conosciute.
Uno degli innumerevoli aneddoti che lo riguardano, forse il più sinistro, è il seguente: la copertina dell’album Who are you del 1978 mostra la band in quella che sembra una discarica di materiale elettrico e Moon è seduto su una sedia riportante la scritta “not to be taken away” traducibile in “da non portare via”. Dettaglio alquanto macabro, dato che esattamente tre settimane dopo la pubblicazione dell’album viene proprio portato via dalla morte, dopo aver ingerito 32 pastiglie di clometiazolo (farmaco prescritto per la sua terapia contro la tossicodipendenza e letale già dopo 6) mentre guardava un film in tv.

Ecco a voi il brano che dà il nome al disco: lato B, traccia numero 9, Who are you: