Lo schiaffo della settimana #27

lennyIn un momento imprecisato tra il 2001 e il 2003, in un luogo imprecisato della città di New York, dopo aver fatto molte canzoni sì rock ma un po’ fighette, Mr. Lenny Kravitz ha un rigurgito di orgoglio e afferma: “ok ragazzi adesso basta, voglio tornare alle origini e fare un album rock, ma rock rock! Più del primo. Al diavolo le canzoncine!”.

Il risultato è l’album Baptism del maggio del 2004 (del quale vi invito a contare qui, alla voce “formazione”, quanti strumenti suona Lenny Kravitz…), un condensato di rock and roll vecchia maniera, quello che fa agitare la testa e fare gli assoli di chitarra con il manico della scopa. Il secondo singolo estratti dall’album è il pezzo California di soli 2:36 minuti, durata un bel po’ al di sotto della media di una canzone. La giustificazione di Lenny è la seguente: “La canzone dura solo due minuti e mezzo perché poi dovete respirare”.

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Lo schiaffo della settimana #26

1986_dm_01Lo schiaffo di oggi arriva direttamente dal cuore degli anni ’80, da uno degli album considerati fondamentali per capire questo decennio da una parte e l’evoluzione di una delle sue band più rappresentative, da un’altra. Stiamo parlando di Black Celebration dei Depeche Mode.

Il gruppo di Basildon si distingue già nei suoi primissimi anni di vita, piazzando diverse hit in classifica; pezzi sfacciatamente anni ’80, di una leggerezza riconducibile più al genere pop che al tormentato mondo del rock. Con l’album Some Great Reward del 1984 si capisce però che la direzione sta cambiando e con Black Celebration del 1986 una nuova fase ha definitivamente inizio, caratterizzata da suoni e contenuti più cupi ed escursioni nel mondo gotico e dark. Un punto di svolta che traccia la via per la maturità dei Depeche Mode e, insieme, segna tutta la loro produzione successiva, fino ai giorni nostri. Noi vi proponiamo la title track che, curiosità, rappresenta l’unico caso in tutta la carriera dei Depeche Mode in cui un brano dà anche il nome all’album.

Trigger, la diabolica chitarra di Willie Nelson

Si sa che gli strumenti musicali hanno il sovrannaturale potere di diventare un tutt’uno con gli artisti che li suonano, divenendone veri e propri tratti distintivi, al pari della voce o delle movenze sul palco. Sono sicuro che non serve ricordarvi certi osceni binomi come ad esempio Lucille e B.B. King, Blackie e David Gilmour, Frankenstrat ed Eddie Van Halen, perché né io né voi abbiamo intenzione di perdere il sonno… non ancora, perlomeno.

Heartbreaker BanquetCiò che vorrei portare alla vostra attenzione oggi è uno strumento satanico, proprietà di Willie Nelson dal 1969 (anno dal punto di vista musicale a dir poco letale) e che risponde all’enigmatico nome di Trigger. Trattasi di una chitarra classica Martin, modello N-20, corde in nylon, acquistata dal leggendario cantautore americano dopo che, durante un’esibizione in Texas, un uomo ubriaco passeggiò allegramente sulla sua precedente chitarra. Ah, giusto per aggiungere un’ulteriore aura di leggenda ai fatti, lo strumento venne acquistato telefonicamente da un liutaio di Nashville… sì esatto Nashville, città legata ad artisti come Johnny Cash e patria di tutto un movimento country da strapparsi i vestiti e gettarsi nudi nel Cumberland!

Come dicevamo, dal 1969 la chitarra soprannominata Trigger si trova nelle mani di Willie Nelson e non è mai più stata sostituita, seguendolo in migliaia di concerti, viaggi, sessioni di registrazione e in tutta una serie di attività che l’hanno decisamente segnata. Ora, che il fascino degli strumenti musicali che accompagnano per tutta una carriera gli artisti consumandosi con loro, sia irresistibile è risaputo, ma qui cari amici ci troviamo davanti a qualcosa di tremendamente spiazzante.

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Fotografia di Watt McSpadden (fonte: texasmonthly.com)

Attualmente Trigger si presenta infatti come un reperto fossile, ha un enorme buco nella cassa di risonanza dovuto all’estenuante usura che incredibilmente non ne inficia il suono ed è ricoperta da una miriade di firme di amici, parenti e colleghi dell’artista. Nessuno, sano di mente, oserebbe approfondire più del dovuto la provenienza di tutti quegli autografi perché si rischierebbe di rimanere pietrificati davanti a chissà quanti indicibili e dolorosissimi aneddoti. Ciò che ci è dato sapere è che annualmente la chitarra viene sottoposta a un check-up e a un delicato intervento di restauro da parte di Mark Erlewine, l’unico essere vivente al mondo autorizzato a maneggiare la più fedele compagna di viaggio di Willie Nelson. Di seguito un’interessante video che mostra il liutaio all’opera:

Lo schiaffo della settimana #25

Mi rendo conto che per molti gli Who sono solo coloro che suonano la sigla della serie tv C.S.I. – Scena del crimine, fatto inaccettabile perché Roger Daltrey e compagni sono uno dei più grandi gruppi rock della storia, nonché assoluti fuoriclasse nella scrittura dei brani e nell’utilizzo dei propri rispettivi strumenti musicali. In particolare lo è Keith Moon, batterista fino alla fine degli anni ’70 – definito dagli addetti ai lavori il più grande batterista di tutti i tempi dopo John Bonham dei Led Zeppelin – fuoriclasse anche nel distruggere camere d’albergo e nell’assumere tutti i tipi di sostanze conosciute.
Uno degli innumerevoli aneddoti che lo riguardano, forse il più sinistro, è il seguente: la copertina dell’album Who are you del 1978 mostra la band in quella che sembra una discarica di materiale elettrico e Moon è seduto su una sedia riportante la scritta “not to be taken away” traducibile in “da non portare via”. Dettaglio alquanto macabro, dato che esattamente tre settimane dopo la pubblicazione dell’album viene proprio portato via dalla morte, dopo aver ingerito 32 pastiglie di clometiazolo (farmaco prescritto per la sua terapia contro la tossicodipendenza e letale già dopo 6) mentre guardava un film in tv.

Ecco a voi il brano che dà il nome al disco: lato B, traccia numero 9, Who are you:

Lo schiaffo della settimana #24

545923201_1280x720Pochi artisti riescono a schiaffeggiarci come Elvis Presley e il brano di oggi arriva proprio dal suo repertorio.
Burning Love è un pezzo di puro rock and roll, scritto da Dennis Linde e reso famoso dalla magistrale interpretazione del Re. La canzone viene registrata il 28 marzo del 1972 e pubblicata come singolo il 1 agosto dello stesso anno, ma il fattaccio che oggi ci costringe a porgere la guancia avviene il 14 aprile a Greensboro, nella Carolina del Nord. Elvis esegue il brano durante un concerto ma, non conoscendolo ancora a memoria, egli è costretto a leggerne il testo su un foglio di carta che, con assoluta nonchalance tiene in bella vista per tutta l’esecuzione. Il momento viene immortalato nel film documentario Elvis on tour e qui sotto potete gustarlo a pieno:

Lo schiaffo della settimana #23

Lo schiaffo di oggi riguarda la grande signorilità manifestata da Mr. Prince Roger Nelson nei confronti del gruppo dei Journey.
Chi è il primo? CHI È IL PRIMO?! Uno dei più grandi artisti nella storia della musica di tutti i tempi e cioè sua maestà Prince. Chi sono i secondi? Rock band molto famosa negli Stati Uniti dalla fine degli anni ’70 fino al primo scioglimento nel 1987.
Nel 1984 Jonathan Cain e Neal Schon dei Journey furono avvisati dal loro agente che Prince voleva parlare con loro. Si incontrarono negli uffici dell’etichetta discografica Columbia Records e la chiacchierata andò più o meno cosi: «Caro Cain, vorrei farti ascoltare una cosa e vorrei che la ascoltassi bene. I passaggi e gli accordi sono molto simili a quelli di Faithfully (famosissimo pezzo dei Journey di un anno prima, N.d.R.) e non voglio che mi facciate causa». Al che Cain rispose: «Listen to me, io sono solo superlusingato che tu mi abbia chiamato, dimostri di essere un vero signore. Buona fortuna con la tua canzone, sono sicuro che sarà un successo». Jonathan Cain fu lungimirantissimo perché il pezzo di Prince in questione era Purple Rain.

Attenzione lettori, perché questo schiaffo fa parte di quella particolare categoria definita a boomerang, esso infatti ritorna più volte per colpire ripetutamente.

Primo colpo boomerang: nel video fa la sua comparsa per la prima volta mondiale la sensazionale white cloud guitar, mitologica chitarra elettrica di Prince.

Secondo colpo boomerang: vi segnalo una meravigliosa cover live del Boss Bruce Springsteen, eseguita a Brooklyn come omaggio pochi giorni dopo la scomparsa di Prince. Fuoriclasse assoluto, lui e la sua band. Qui il video.

Terzo colpo boomerang: avete presente – non accetto risposte negative – il film The Goonies? Uno dei ragazzini protagonisti, Clark “Mouth” Deveraux, ha la sfacciataggine di indossare la seguente maglietta!pr

Lo schiaffo della settimana #22

creedence-clearwater-revivalIl brano di questa settimana ci prende per i capelli e ci trascina in un anno mitologico della storia del rock: il 1969.
Stiamo parlando di Born on the Bayou dei Creedence Clearwater Revival, in cui quel geniaccio di John Fogerty rende omaggio ai cajun – etnia tipica della Louisiana – cantando di un’ipotetica infanzia vissuta proprio ai margini delle paludi.
Il termine bayou infatti si usa per indicare le aree paludose del delta del Mississippi e a ricreare la giusta atmosfera ci pensa l’incalzante swamp rock che caratterizza largamente la produzione della band.
Insomma, è difficile ascoltare questo pezzo senza immaginarsi di starsene immersi nella lussureggiante vegetazione della Louisiana, tra acquitrini e alberi coperti di muschio. Se poi si pensa che Born on the Bayou è stato il brano di apertura dell’esibizione dei Creedence al (qui avrei voluto inserire un aggettivo, ma non ne ho trovato uno che rendesse a pieno l’idea) festival di Woodstock del 1969, la voglia di gettarsi tra le fauci del primo alligatore che passa diventa decisamente forte.