Lo schiaffo della settimana #54

the-byrds-colorBuongiorno cari lettori e buona settimana. Sentite, ieri c’è stata la maratona di New York, seguita in diretta con angoscia da entrambi gli autori del blog, possiamo non parlarne e pensare ad altro per piacere? Grazie.

Allora… ah sì, lo schiaffo!

Questa settimana torniamo ai mitici anni ’60, quando la maratona di New York grazie a Dio non era ancora stata inventata: la prima edizione è infatti del 1970… ehm, scusate sto divagando di nuovo. Adesso mi concentro!

A-L-L-O-R-A dicevamo: anni ’60!

Nel 1964 Bob Dylan esce con un album dal significativo titolo di Another side of Bob Dylan. Dopo essersi affermato come uno dei principali esponenti del movimento di contestazione di quegli anni, con canzoni divenute presto inni di protesta contro un certo tipo di sistema, Dylan sente l’esigenza di prendere un attimo le distanze da quel tipo di musica. Non perché nel frattempo abbia cambiato idea riguardo alle grandi questioni, ma piuttosto per non sentirsi ingabbiato tra etichette e stereotipi. Ne esce un album poco apprezzato all’epoca, ma che contiene My back pages, pezzo in cui il cantautore parla proprio dei suoi anni passati e che, come molto spesso accade per il suo repertorio, dà vita a una lunga serie di cover.

Quella che vi presentiamo questa settimana cari amici è a nostro avviso la più riuscita ed è interpretata dal gruppo The Byrds. A distanza di soli tre anni la band, che fino a quel punto aveva già pubblicato sei cover di Bob Dylan, decide di inserire My Back Pages nel suo terzo album intitolato Younger than yesterday, con chiaro riferimento al testo del brano.

Cucendole una nuova veste in chiave elettrica, i Byrds riescono a trasformare la canzone in un grande successo. I versi, non sempre di immediata interpretazione e spesso criptici, in puro stile dylaniano, sembrano acquistare maggior potenza in questa versione contribuendo a conferirle un taglio introspettivo e un’aura di misterioso fascino… un po’ come il traguardo della maratona a Central Park.

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Lo schiaffo della settimana #53

ArtboardLo schiaffo di oggi potremmo considerarlo una specie di back to the future della musica, il brano infatti è del 1994 ma a suon di sberloni ci porta indietro nel tempo fino agli anni ’70, che a loro volta ci scaraventano con violenza a cavallo degli anni ’50 e ’60. Detta cosi sembra complicata, vado a spiegare.  La canzone in questione, intitolata Buddy Holly del gruppo pop/rock Weezer, è dedicata al celebre cantautore e uscì nel giorno del suo 58° compleanno (Buddy purtroppo non può festeggiare perché è morto più di trent’anni prima nell’incidente aereo in cui perse la vita anche Mr La Bamba Ritchie Valens, come descritto anche in questo nostro precedente schiaffo) e il relativo video ha una peculiarità ripugnante: è ambientato da Arnold’s, il celebre locale della serie tv culto Happy Days. Ora le date vi tornano? Molto bene.

Diretto magistralmente da Spike Jonze, con un gioco di montaggi ed effetti speciali, nel video la band si trova a suonare il brano sul piccolo palco di moquette marrone che veniva allestito all’interno del famoso locale e piano piano tutti i personaggi della serie fanno la loro impertinente comparsa, creando scompiglio e nostalgia alle migliaia di affezionati che in quegli anni guardavano MTV. Per questo motivo il video, e la canzone di conseguenza, hanno immediatamente un enorme successo e diventano una pietra miliare della cultura Indie/pop/rock degli anni ’90. Godetevi in video e mi raccomando non emozionatevi troppo nel rivedere Fonzie che alla fine ruba completamente la scena accompagnato da uno stuolo di donzelle ululanti.

Lo schiaffo della settimana #52

61n2nwmx3qlRieccoci, cari lettori. Essendo tornato solamente da un mese dall’ultimo viaggio negli USA, mi perdonerete se porto ancora addosso le scorie accumulate in diciassette giorni passati a ridosso della Pacific Coast e se, inevitabilmente, queste riaffioreranno di tanto negli articoli del blog.

Lo schiaffo di questa settimana ha infatti a che fare con una delle tappe del mio viaggio e, siccome mi piace prenderla larga, inizio dicendo che il gruppo in questione è The Ataris, una band punk-rock dalle sonorità sfrontatamente anni ’90-’00.
Nel 2003, i ragazzi di Anderson, Indiana, pubblicano un album intitolato So long, Astoria e i più attenti di voi dovrebbero già drizzare le antenne, mentre i più distratti possono rinfrescarsi la memoria dando un’occhiata a questo nostro articolo pubblicato più di un anno fa.

Ma torniamo a noi. La title-track dell’album è uno sfacciato riferimento, per non dire un vero e proprio omaggio, ad Astoria, cittadina dell’Oregon settentrionale utilizzata come scenario del film cult The Goonies e quindi entrata a far parte dell’immaginario dei nati a cavallo tra gli anni ’70 e ’80 come una vera e propria Mecca. E proprio a The Goonies il brano si riferisce, infarcito di rimandi a navi pirata, tesori sepolti, per finire citando parola per parola il discorso di Mouth nella scena in fondo al pozzo dei desideri (se non sapete di cosa stiamo parlando, ci dispiace seriamente per voi, andate qui a colmare questa terribile lacuna immediatamente!). Insomma questa canzone è un inno alle avventure, nonché ai tormenti pre-adolescenziali che hanno reso mitologica la pellicola del 1985. Si può vivere benissimo senza conoscere il resto della discografia dei The Ataris, ma questo brano qui è un perla che non può mancare nelle vostre playlist.

Lo schiaffo della settimana #51

Sabato scorso ho pranzato tenendo la tv accesa su un programma di cultura, giusto per avere un sottofondo che mi tenesse compagnia. E invece, del tutto inaspettata, dall’infernale aggeggio è fuoriuscita una mano che mi ha schiaffeggiato facendomi andare tutto di traverso.

A un certo punto è iniziata infatti un’intervista a Joan Baez, la mitologica cantautrice americana soprannominata l’Usignolo di Woodstock. Capite che già qui il mio stato d’animo ha iniziato a essere irrequieto, ma il giornalista ha pensato bene di girare ulteriormente il coltello nella piaga portando il discorso sulla sua partecipazione al celeberrimo festival (ma lascia perdere, cosa vai a tirare in ballo?!) del 1969.

Innanzitutto la Baez mi ha assestato un primo colpo col seguente aneddoto:

«Qualche settimana fa, mentre mi trovavo a San Francisco, ho sentito qualcuno toccarmi una spalla e girandomi ho visto un uomo che si è presentato come il pilota dell’elicottero che mi portò sul luogo del concerto. Quello fu l’ultimo volo prima dell’uragano che in quei giorni trasformò tutto in fango. È stato bellissimo, ci siamo abbracciati.»

A questo punto non capivo più nulla, ma il colpo di grazia doveva ancora arrivare col secondo aneddoto:

«Ricordo un episodio con Janis Joplin, eravamo molto amiche» prosegue inarrestabile la signora di cui sopra, col sottoscritto irrigidito e teso come una corda di violino. “Faceva freddo e pioveva e così le proposi di andare a prendere una tazza di tè. Janis mi ferma e dice “hey, ma quale tè? Questo è il mio tè!” e solleva una bottiglia di whisky.»

Intontito, con gli occhi pesti e un rivolo di sangue che mi colava dalla narice destra ho capito quale sarebbe stato lo schiaffo di questa settimana. Signore e signori, Take me back to the sweet sunny South di Joan Baez, uno dei pezzi eseguiti il 15 agosto 1969 al festival di Woodstock. Io nel frattempo non mi sento affatto bene, buon ascolto:

Lo schiaffo della settimana #50

La traccia numero 8 di Bridge over troubled water, quinto e – purtroppo – ultimo album in studio del mitologico duo Simon & Garfunkel, pubblicato nel 1970, è un brano dal titolo che fa prudere le mani: The only living boy in New York. A parte lo sfacciato riferimento alla Città di Satana per antonomasia (chi ci segue da un po’ lo sa) che ci fa sempre aumentare pericolosamente i battiti cardiaci, perché abbiamo scelto proprio questo pezzo per lo schiaffo di questa settimana?
Semplice, la canzone allude allo stato d’animo di Paul Simon in un periodo in cui Art Garfunkel, collega e partner artistico, si recò in Messico per prendere parte alle riprese del film Catch-22. Inizialmente avrebbe dovuto essere anche lui nel film, ma il regista ne tagliò la parte.
Paul Simon passò mesi da solo a New York, dove continuò a lavorare a Bridge over troubled water, scrivendo numerose lettere all’amico per aggiornarlo sull’avanzamento dell’album e sentendosi in qualche modo incompleto, come se fosse l’unica persona rimasta in tutta la città, per l’appunto.

Tom, get your plane right on time
I know your part’ll go fine
Fly down to Mexico
Do-n-do-d-do-n-do and here I am,
The only living boy in New York

Il Tom che viene citato è proprio Garfunkel, in riferimento ai personaggi di Tom & Jerry, nomignoli coi quali i due venivano soprannominati agli inizi della loro carriera.
Interessante, per non dire sconvolgente, rimane la tecnica utilizzata per l’incisione dei cori, ottenuta registrando le voci all’interno di una echo-chamber… no ma fate pure eh!
Signore e signori, ecco a voi il risultato. Bisogna dire che, anche da solo, il nostro amico non se l’è per niente cavata male.

Lo schiaffo della settimana #49

THE-GUESS-WHO

Come spesso capita, le cose migliori accadono per caso e sopratutto attorniate da coincidenze inspiegabili; prendete per esempio una corda di chitarra rotta e un ragazzino con una specie di piccolo registratore a cassette… sarà forse stato il caso? No, questa cosa doveva succedere!

Randy Bachman, chitarrista della rock band The Guess Who, sta suonando in una pista di curling in una località non ben definita dell’Ontario meridionale, quando una corda della sua chitarra si spezza. La cambia al volo e, nel riaccordare a orecchio lo strumento, suona inavvertitamente e inconsapevolmente un riff particolare che subito cattura l’attenzione sua e del cantante Burton Cummings. Bachman lo suona di nuovo e più forte, mentre il cantante improvvisa un testo al volo, la cosa piace ma sono nel bel mezzo del gelo del Canada senza uno straccio di strumentazione per registrare. A un tratto, come una visione, notano tra il pubblico un ragazzino con in mano un registratore a cassette (ndr. siamo più o meno nel 1968, la Philips lancia sul mercato il prodotto nel 1965, la probabilità di trovarne uno in mezzo a una pista di curling è a dir poco esigua) che sta registrando la performance! Ovviamente gli chiedono il nastro e lo riprendono (quasi) invariato quando arrivano in studio per la registrazione ufficiale.

La canzone che ne viene fuori si intitola American Woman ed è un elogio alle ragazze canadesi – a dispetto del titolo – rispetto alle ragazze americane. Dite la verità, pensavate fosse un’idea di Lenny Kravitz, considerata la sua passione per l’universo femminile, vero? E invece no, la sua è solo una spettacolare reinterpretazione.

Lo schiaffo della settimana #48

Freddie-Mercury-Montserrat-Caballet

Lo schiaffo di oggi non è una vera e propria chicca, ma più un voler confermare qualcosa che tutti sanno già e che in questo brano viene palesemente ribadito in maniera indiscutibile. Il fatto è questo: che Sua Maestà Freddie Mercury sia stato il più grande frontman e animale da palcoscenico della storia (forse solo Mick Jagger degli Stones se la può giocare alla pari) è una cosa risaputa; che Sua Maestà Freddie Mercury sia stato uno dei più fenomenali cantanti della galassia è risaputo anche questo. Ma che Sua Maestà Freddie Mercury abbia addirittura avuto la capacità di spazzare via uno dei più grandi soprano della storia della lirica no, questo non lo si riteneva possibile.

Ottobre 1987, Freddie scrive e interpreta con Montserrat Caballé il brano Barcelona e, dopo aver dominato la canzone dal punto di vista vocale come suo solito ma con l’aggiunta di quel pizzico di cavalleria nei confronti dell’ospite femminile di grande livello, verso la fine del brano decide che è ora di far capire chi comanda e piazza una quarta ottava a voce piena che fa spettinare i fonici e volare via Montserrat Caballé definitivamente.

La canzone viene scelta nel ’92 come inno ufficiale dei Giochi Olimpici di Barcellona e vi propongo il videoclip. Da notare Freddie Mercury in una delle sue rare apparizioni in pubblico senza baffi dagli anni ’80 e il sosia di Montserrat Caballé: l’originale vaga ancora nello spazio ormai da anni