Il fascino dello sfortunato Academy Theatre

d6264ec6a600cbd6e140464567205baeCi sono edifici che per loro natura evocano epoche d’oro e fasti legati al passato; se per caso qualcuno di questi è anche nel frattempo caduto in disgrazia, ecco che il fascino cresce esponenzialmente, rendendolo di fatto irresistibile. Quest’oggi cari lettori toglieremo per voi la polvere del tempo da un edificio che ha dell’incredibile: l’Academy Theatre di Inglewood, in California.

Progettato da S. Charles Lee – architetto molto prolifico, soprattutto a Los Angeles –  e inaugurato nel 1939 con lo scopo di ospitare niente meno che gli Academy Awards (gli Oscar, per intenderci) questo teatro ha fin da subito iniziato a fare i conti col suo destino tutt’altro che fortunato. Risulta infatti che nessuna cerimonia di consegna delle famose statuette sia mai avvenuta al suo interno e che la destinazione d’uso negli anni si sia limitata alle anteprime di alcuni film e alla programmazione degli spettacoli legati al circuito Fox.

A dispetto di ciò l’Academy Theatre rimane tuttavia uno splendido esempio dello stile noto col nome di streamline. La facciata monumentale, le linee sinuose e gli interni lussuosi appaiono come una sfida alla Grande Depressione che negli anni della sua costruzione devastava il Paese, o forse rappresentano solo l’illusione di poterle sfuggire; illusione del tutto legittima, trovandosi nell’orbita di una città – Los Angeles – che sulle illusioni ha basato la sua stessa esistenza. A completare il tutto, la guglia avvolta da un elemento elicoidale che con un sistema di luci illumina il nome dell’edificio.

L’epoca dello sfortunato teatro termina definitivamente nel 1976 quando viene convertito in luogo di culto. Percorrendo West Manchester Boulevard a Inglewood, all’altezza dell’incrocio con Crenshaw Boulevard vi trovereste infatti di fronte all’Academy Cathedral (qui la posizione esatta), un eccentrico edificio con pacchiane decorazioni sui toni del rosa e del viola e un tabellone riportante gli appuntamenti legati alla vita pastorale. Questo è ciò che rimane dell’Academy Theatre, un edificio progettato per ospitare il più importante evento del cinema mondiale e finito per essere una delle tante chiese nella periferia di Los Angeles.

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Quella volta che ho visto Tom Hanks a teatro

Davanti al Broadhurst Theatre

Oggi faccio appello a tutte le mie forze e trovo il coraggio di raccontare un’esperienza sconvolgente avuta qualche anno fa. Stavo pianificando una vacanza negli Stati Uniti con mio fratello, New York e Miami le città principali, più una serie di posti che preferisco non ricordare perché inizierei a perdere sangue dal naso e in questo momento non ho i fazzolettini a portata di mano… magari un’altra volta.

Dicevo, stavo pianificando il viaggio e, non ricordo bene come, sono venuto a conoscenza del fatto che Tom Hanks, in assoluto uno dei miei attori preferiti, si sarebbe esibito nel suo debutto teatrale per una serie di date a Broadway.

Tom Hanks. Debutto teatrale.

Fatemi capire, questa stella del cinema mondiale non ha mai fatto teatro e debutta proprio nei giorni in cui mi trovo a New York? Ho capito bene? Ma devo anche stare a pensarci? Sono inebetito, ma raccolgo ugualmente tutte le mie energie e mi scaravento con una violenza inaudita sul sito di Broadway per accaparrarmi due biglietti. Quando mi ricapita di vedere un attore due volte premio Oscar, dal vivo?

Lo spettacolo in questione è Lucky Guy, storia di Mike McAlary, giornalista ed editorialista del New York Daily News, e della sua ascesa da comune giornalista a vincitore del premio Pulitzer per un’inchiesta su un caso di tortura nei confronti di un immigrato haitiano da parte della polizia di New York. L’ambientazione è delle più suggestive: la Grande Mela degli anni ’80, tra graffiti, scandali e corruzione.
La sera dello spettacolo ci dirigiamo, camminando nella calda luce del tramonto su Manhattan, verso il Broadhurst Theatre e lì cado per la prima volta. Il cartellone con tanto di faccione di Tom Hanks che campeggia sopra l’ingresso del teatro mi arriva in faccia con una cattiveria del tutto gratuita e ingiustificata, facendomi stramazzare sul marciapiede della Quarantaquattresima Ovest. Sconvolto, ma non sconfitto, mi raccomando a Dio ed entro nel teatro.

L’attesa è spasmodica. Sul sipario chiuso davanti al palco campeggia l’inconfondibile profilo delle Twin Towers tra ponti, sopraelevate e muri ricoperti di graffiti, a ricordare l’osceno contesto in cui la storia si svolge. La vista mi si abbassa, sento un fischio nelle orecchie, ma stringo i denti e riesco a non svenire… almeno per il momento, dopodiché avviene l’inevitabile: lo spettacolo ha inizio.
Si parte con la ricostruzione di un pub all’interno del quale alcuni uomini – tutto lascia intendere che siano giornalisti – cantano e discutono allegramente tra loro, in una sorta di introduzione alle scene successive. Passano meno di dieci minuti, poi la situazione si fa disperata: è il momento in cui Tom Hanks entra in scena. Qui resisto pochissimo, mi aggrappo con le unghie all’ultimo barlume di ragione, ma niente da fare… cado in un oblio dal quale mi riprenderò molto tempo dopo.

Inutile dire che lo spettacolo è da pelle d’oca, specialmente nei momenti in cui quel signore lì, che con una disinvoltura sconcertante dà vita a un personaggio tutt’altro che banale, ruba la scena per interminabili momenti, da solo o in compagnia del resto del cast. Mi piacerebbe raccontarvi i dialoghi, i silenzi, gli scambi di battute tra lui e la moglie, ma in quei momenti mi trovavo in un’altra dimensione, totalmente rapito, mi dispiace.

Alla fine, dopo due ore di calvario, il supplizio ha fine. Vengo rianimato e portato fuori, sul marciapiede che già avevo avuto modo di conoscere da vicino. Usciamo e qui c’è un piccolo particolare che si rivelerà devastante: la porta dalla quale escono gli attori si trova esattamente di fianco all’uscita principale, quindi, se tanto mi dà tanto, Tom Hanks passerà di lì. A confermare le mie più recondite paure, gli addetti alla sicurezza sistemano alcune transenne a limitare la zona e, dopo interminabili minuti di attesa, ecco che il protagonista di Lucky Guy esce dal teatro, fermandosi a salutare i fan e a firmare qualche autografo, prima di salire in macchina e andare via. L’ultima cosa che vedo prima di chiudere gli occhi per sempre è lui che mi passa di fianco in macchina e, immediatamente dopo, la macchina che passa davanti al Bubba Gump Shrimp Co. di Times Square. No, dico, ci siamo capiti? Ah ecco! Un cerchio si è chiuso, l’ultimo pezzo di puzzle è stato messo al suo posto con un clic risuonato in tutto il creato. Io invece nel frattempo stavo già vagando per i verdi spazi dell’eternità.