Hai paura del buio?

083226cea13e1affed0c00a182a7cbf2-are-you-afraid-of-the-dark-season-4Hai paura del buio?
Per chi, tra voi, nel leggere questa domanda si sente catapultato nel cuore degli anni ’90, ci sono ottime notizie!

Un canale YouTube (qui il link) interamente dedicato ad Are You Afraid of the Dark?, negli ultimi mesi sta infatti pubblicando tutti gli episodi (in lingua originale) della popolare serie televisiva andata in onda dal 1991 al 2000 in Canada (e dal 1994 al 2010 in Italia). Si tratta di un prodotto per ragazzi, uno show pensato in forma di antologia del brivido, in cui ogni episodio narra una storia che può andare dal thriller alla fantascienza, dal mistero all’horror. A introdurre i racconti c’è sempre Il Club di Mezzanotte, un gruppo formato da alcuni adolescenti che di sera si ritrovano in un bosco per raccontarsi a turno storie “di paura” seduti intorno a un falò.

Una curiosità: il grande successo del programma spinse la produzione della serie tv tratta da Piccoli Brividi, i libri che hanno invaso, colonizzato, le scrivanie di tutti i bambini degli anni ’90 (ah, che fitta di nostalgia!).

Dall’anno scorso, alcuni episodi di Are You Afraid of the Dark sono disponibili anche su Netflix e per chi vuole scaraventarsi con una violenza inaudita nelle atmosfere di quegli anni, diremmo che è l’ideale! Di seguito la mitologica sigla iniziale:

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The Get Down. Il Bronx brucia, fratello!

thegetdownVenerdì 7 aprile sono arrivati gli episodi della seconda parte di The Get Down, la serie tv di Netflix ambientata nel Bronx degli anni ’70 che racconta la nascita dell’hip hop e della disco music.

Ok, sono uscito un attimo a prendere una boccata d’aria prima di proseguire con l’articolo. Solo ad associare nella stessa frase Bronx e anni ’70 un brivido mi scorre lungo la schiena. Credo esistano ben poche parole al mondo capaci di evocare scenari così… così… non mi viene neanche il termine. Suggestivi? Epici? Leggendari? Mitologici? Insomma, decidete voi.

La serie è incentrata sulle vicende di Ezekiel “Books” Figuero e Mylene Cruz, due giovani cresciuti nel ghetto del South Bronx che, spinti dal loro grande talento e passione per la musica, cercano il riscatto personale inseguendo la strada del successo. Lui si dà all’hip hop, sfogando disagi e frustrazioni personali in fiumi di rime, lei alla musica disco, cercando di conciliare la necessità di affermare la propria indipendenza con le rigide idee del padre, pastore alla guida di una comunità religiosa.

A fare da contorno a tutto ciò il Bronx degli anni ’70, signori. Per cui fate largo a intere aree devastate da un profondo degrado sociale, palazzi in fiamme, spaccio, speculazione edilizia, micro criminalità e criminalità organizzata. Il tutto condito da treni imbrattati dalla testa alla coda sferraglianti su mostruose sopraelevate, Cadillac, sparatorie tra gangs rivali (qui il rimando a I guerrieri della notte è un obbligo), spietati produttori discografici e poco raccomandabili gestori di locali dove sul davanti si balla e sul retro si sniffa. E poi ancora il punk, politici corrotti, arrampicatori sociali, graffitari, avvenimenti realmente accaduti come il famoso blackout dell’estate del 1977 e, sullo sfondo, il profilo di Manhattan che non era certo il distretto ripulito e a tratti per famiglie che è oggi. La crisi fiscale imperversava e le nuovissime Twin Towers (dove, tra l’altro, il protagonista della serie trova un impiego con la speranza di poter accedere a una borsa di studio) svettavano ancora indisturbate.

The Get Down ha il merito di prendere tutti questi elementi, mescolarli e ricavarne un prodotto estremamente piacevole, non sempre eccelso, ma comunque capace di tenere vivo l’interesse dello spettatore, pescando a piene mani da quel mondo che nell’immaginario collettivo continua  ad avere un fascino assoluto.
Per quanto mi riguarda, ho divorato i sei episodi che compongono la prima parte in un giorno solo e non vedevo l’ora di potermi godere la seconda, in un ideale percorso che tra scorci da panico porta dal ghetto al Madison Square Garden.

Signori, si prospetta un ottimo autunno!

Quest’anno ci sarà un ottimo motivo per aspettare l’arrivo dell’autunno. Anzi, due.
Dopo che la bella stagione sarà passata e l’odore di foglie bagnate riporterà alla ribalta il binomio TV + Divano, ci saranno due appuntamenti imperdibili per chiunque abbia sviluppato quel fiuto particolare per tutto ciò che, in un modo o nell’altro, riporti un po’ della magia degli anni ’80.

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21 settembre
Il primo appuntamento in realtà vi costringerà a compiere un piccolo sforzo e alzarvi dal divano per dirigervi al cinema, ma ne varrà la pena. È infatti notizia confermatissima l’arrivo nelle sale di It, adattamento del celeberrimo romanzo di Stephen King che ha reso insonni le notti di intere generazioni di lettori. Standing ovation, per favore! Chi infatti non è rimasto terrorizzato da piccolo dal ghigno di Pennywise, magistralmente interpretato da Tim Curry nella versione per il piccolo schermo prodotta all’inizio degli anni ’90? Poco importa che in realtà quella miniserie in due episodi non rendesse affatto giustizia al capolavoro del Re. Ricordo perfettamente che alle elementari It era IL terrore, protagonista indiscusso (insieme a Freddy Krueger) degli incubi dei bambini tra anni ’80 e ’90 e iconico abitatore di quello spazio polveroso che si trova sotto i loro letti.
Il film arriva a ventisette anni di distanza dalla prima trasposizione (un sacco di tempo, pensate che, per dirne una, It stesso farebbe in tempo a svegliarsi dal suo letargo nello stesso periodo) e si fa carico di aspettative altissime riassumili in due domande: sarà finalmente all’altezza della storia originale? Le immagini riusciranno almeno in parte a riportare la magia che le pagine del libro emanano?
Per ora non si può fare altro che aspettare e cercare di farsi un’idea osservando le immagini che vengono rilasciate col contagocce dagli addetti ai lavori (qui l’account Instagram di Andrés Muschietti, regista del film).
A tranquillizzare tutti ci pensa Stephen King in persona che sembra avere apprezzato il film dopo averne visionato un’anteprima, ma si sa… anche questo lascia il tempo che trova, dal momento che poi ognuno si farà la propria opinione personale.

Per quanto mi riguarda, il solo pensiero di tornare a visitare Derry con le sue strade, i suoi Barren e, soprattutto, le sue fogne, mi fa salire la febbre, mi causa sudori freddi, mi fa andare in giro come in trance, sempre evitando scrupolosamente i tombini.

31 ottobre
Il secondo appuntamento ci riporterà finalmente all’amato divano e sarà con Netflix. Ok, non prolunghiamo inutilmente l’agonia e non giriamoci troppo intorno, è già abbastanza difficile così e, comunque, avete già capito. Si tratta della seconda stagione di Stranger Things, anzi Stranger Things 2, come è stata chiamata in onore a quel gusto particolare che si aveva negli anni ‘80 nel dare titoli numerici ai sequel.
Anche qui le notizie trapelate sono pochissime, ma è bastato l’annuncio della messa in onda dei nuovi episodi per farci bloccare immediatamente le agende: non ci siamo per nessuno, richiamate più tardi.
Stranger Things è già diventato un cult per chi, come dicevamo all’inizio dell’articolo, mosso da nostalgia o gusto per il vintage, rimane rapito da tutto ciò che ruota intorno agli anni ’80. Grazie a un sapiente mix di musiche, ambientazioni, citazioni (qui uno sconvolgente video a riguardo) e scelta degli attori (sì, proprio Winona Ryder o i ragazzini con la tipica faccia da Club dei perdenti, per tornare a citare It), la serie riesce a catapultare lo spettatore direttamente nel cuore di quel decennio così prolifico per la narrativa e così emblematico per la nostra generazione. Acciuffando diversi generi, dalla fantascienza al thriller, dall’avventura all’horror, Stranger Things riesce ad essere un cocktail irresistibile e una meravigliosa illusione che quei tempi non siano poi così andati.
Ma poi vogliamo parlare del trailer? Credete che non abbiamo notato l’impertinente tuta da Ghostbusters indossata dai protagonisti?! Per piacere non scherziamo eh! Ah ecco! Questa è pura benzina sul fuoco, una fomentazione bella e buona che va a toccare le famose corde segrete e non ci fa capire più niente.

Abbiamo quindi due ottimi motivi per attendere con impazienza l’arrivo dell’autunno. E che si dia via libera alla nostalgia!

Quella volta che ho incontrato Fonzie

Non ricordo precisamente quando, è stato non molto tempo fa, facevo noiosamente zapping con un occhio aperto e uno chiuso perché l’ora era tarda, ad un certo punto sento sommessamente una musica… proveniente da lontano nel tempo… penso: ok sto sognando, è ora di andare a letto. Invece poi, aprendo pure l’altro occhio, vedo anche le immagini e la musica si fa nitida. Dopo pochi secondi mi rendo conto che quella che sto guardando e ascoltando è la riconoscibilissima e mitologica (come l’unicorno o come la fenice) sigla della serie tv culto degli anni ’70 Happy Days! E c’è dell’altro, la didascalia della tv riporta la dicitura “puntata n.1“.

Pun-ta-ta nu-me-ro 1? Ho capito bene? Ora la mia attenzione è al massimo, sono praticamente in piedi sul divano.

Per descrivervi la straordinarietà dell’evento, vi posso dire che in questo episodio è presente addirittura il fratello maggiore di Richie Cunningham, Chuck, e Fonzie (per piacere venti secondi di religioso raccoglimento, grazie) ha ancora il giubbotto chiaro invece che scuro. Guardo la puntata non capendo molto perché stordito dall’evento e, con il classico sintomo da stress estremo dell’ingrigimento dei capelli, mi sovviene quella volta quando ho (anzi abbiamo, sia io che Davide l’altro autore di questo blog) avuto l’occasione di incontrare l’attore che interpretava appunto Arthur Fonzarelli, la leggenda vivente Mr. Henry Winkler.

Scopro per caso che l’Eroe (da adesso e per tutto l’articolo Henry Winkler sarà chiamato così) scrive libri e che sarebbe venuto a Milano e dintorni per la promozione. Dai ragazzi, guardiamoci in faccia e non neghiamo l’evidenza, TUTTI sulla terra conoscono il Papa e Fonzie, TUTTI ne siamo fans sfegatati; senza indugiare mi segno la data sul calendario e mi riprometto di fiondarmi come se non ci fosse un domani ad incontrarlo.

Henry Winkler, come detto, presentava un libro per ragazzi facente parte di una collana ispirata alle sue esperienze di vita (qui il link al sito della casa editrice); egli ha in effetti scoperto solo da adulto la propria dislessia ed oggi con questi libri cerca di spiegarla ai più giovani. Ad un tratto l’Eroe arriva sulle note del tema di Happy Days, suonato dalla banda del paese e, a bordo della sua biga dorata trainata da una coppia di memorabili destrieri candidi, apre la folla come Mosè sul Mar Rosso; la serata comincia, lui parla, spiega ed interagisce scandendo il tutto in un inglese avvolgente e ipnotico, io sono completamente rapito dall’argomento ma sopratutto dal suo enorme carisma. Henry ha spiegato la nascita del protagonista dei libri, Hank Zipzer, un ragazzo con difficoltà a scuola ma allo stesso tempo geniale ed ironico, questo per sfatare ogni dubbio sull’intelligenza dei ragazzi affetti da questo particolare disturbo dell’apprendimento. Ha proseguito raccontando la sua testardaggine nel voler scrivere la collana pur avendo limiti oggettivi dovuti al disturbo (es. la necessità di appoggiarsi ad un vero e proprio team di “scrivani” che dovevano riportare su carta ciò che lui dettava) oppure delle ricerche approfondite su quale fossero il font e la tipologia di impaginazione adatti a scrivere un libro fruibile anche dai dislessici. La serata scorre gradevolmente verso la conclusione e una cosa ve la devo confidare: tutto ciò che vi ho raccontato mi è stato riportato da terzi perché io purtroppo dopo la frase “hello everyone, I’m Henry” credo di aver risposto “si ovviamente lo sappiamo” e poi basta… buio… il fatto di avere davanti a me un idolo assoluto ha purtroppo compromesso il resto.

Tutto è tornato nitido quando è stato il momento di mettersi in fila per l’autografo e la stretta di mano; lacrimante mi sono fatto largo tra la gente (c’era veramente una marea di persone costipata nella sala!) e sono arrivato in prossimità dell’Idolo, gli ho allungato il libro, gli ho stretto la mano e fatto la foto obbligatoria. Fatto questo, ancora scosso dall’incontro con Fonzie di Happy Days in carne ed ossa, mi convinco ad andarmene, vado al parcheggio, salgo sulla mia Buick Roadmaser cabrio del ’51 e mi dirigo verso Arnold’s a mangiare un hamburger.

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Henry Winkler alla presentazione del libro “Hank Zipzer e le cascate del Niagara”