Lo schiaffo della settimana #51

Sabato scorso ho pranzato tenendo la tv accesa su un programma di cultura, giusto per avere un sottofondo che mi tenesse compagnia. E invece, del tutto inaspettata, dall’infernale aggeggio è fuoriuscita una mano che mi ha schiaffeggiato facendomi andare tutto di traverso.

A un certo punto è iniziata infatti un’intervista a Joan Baez, la mitologica cantautrice americana soprannominata l’Usignolo di Woodstock. Capite che già qui il mio stato d’animo ha iniziato a essere irrequieto, ma il giornalista ha pensato bene di girare ulteriormente il coltello nella piaga portando il discorso sulla sua partecipazione al celeberrimo festival (ma lascia perdere, cosa vai a tirare in ballo?!) del 1969.

Innanzitutto la Baez mi ha assestato un primo colpo col seguente aneddoto:

«Qualche settimana fa, mentre mi trovavo a San Francisco, ho sentito qualcuno toccarmi una spalla e girandomi ho visto un uomo che si è presentato come il pilota dell’elicottero che mi portò sul luogo del concerto. Quello fu l’ultimo volo prima dell’uragano che in quei giorni trasformò tutto in fango. È stato bellissimo, ci siamo abbracciati.»

A questo punto non capivo più nulla, ma il colpo di grazia doveva ancora arrivare col secondo aneddoto:

«Ricordo un episodio con Janis Joplin, eravamo molto amiche» prosegue inarrestabile la signora di cui sopra, col sottoscritto irrigidito e teso come una corda di violino. “Faceva freddo e pioveva e così le proposi di andare a prendere una tazza di tè. Janis mi ferma e dice “hey, ma quale tè? Questo è il mio tè!” e solleva una bottiglia di whisky.»

Intontito, con gli occhi pesti e un rivolo di sangue che mi colava dalla narice destra ho capito quale sarebbe stato lo schiaffo di questa settimana. Signore e signori, Take me back to the sweet sunny South di Joan Baez, uno dei pezzi eseguiti il 15 agosto 1969 al festival di Woodstock. Io nel frattempo non mi sento affatto bene, buon ascolto:

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Lo schiaffo della settimana #50

La traccia numero 8 di Bridge over troubled water, quinto e – purtroppo – ultimo album in studio del mitologico duo Simon & Garfunkel, pubblicato nel 1970, è un brano dal titolo che fa prudere le mani: The only living boy in New York. A parte lo sfacciato riferimento alla Città di Satana per antonomasia (chi ci segue da un po’ lo sa) che ci fa sempre aumentare pericolosamente i battiti cardiaci, perché abbiamo scelto proprio questo pezzo per lo schiaffo di questa settimana?
Semplice, la canzone allude allo stato d’animo di Paul Simon in un periodo in cui Art Garfunkel, collega e partner artistico, si recò in Messico per prendere parte alle riprese del film Catch-22. Inizialmente avrebbe dovuto essere anche lui nel film, ma il regista ne tagliò la parte.
Paul Simon passò mesi da solo a New York, dove continuò a lavorare a Bridge over troubled water, scrivendo numerose lettere all’amico per aggiornarlo sull’avanzamento dell’album e sentendosi in qualche modo incompleto, come se fosse l’unica persona rimasta in tutta la città, per l’appunto.

Tom, get your plane right on time
I know your part’ll go fine
Fly down to Mexico
Do-n-do-d-do-n-do and here I am,
The only living boy in New York

Il Tom che viene citato è proprio Garfunkel, in riferimento ai personaggi di Tom & Jerry, nomignoli coi quali i due venivano soprannominati agli inizi della loro carriera.
Interessante, per non dire sconvolgente, rimane la tecnica utilizzata per l’incisione dei cori, ottenuta registrando le voci all’interno di una echo-chamber… no ma fate pure eh!
Signore e signori, ecco a voi il risultato. Bisogna dire che, anche da solo, il nostro amico non se l’è per niente cavata male.

Lo schiaffo della settimana #49

THE-GUESS-WHO

Come spesso capita, le cose migliori accadono per caso e sopratutto attorniate da coincidenze inspiegabili; prendete per esempio una corda di chitarra rotta e un ragazzino con una specie di piccolo registratore a cassette… sarà forse stato il caso? No, questa cosa doveva succedere!

Randy Bachman, chitarrista della rock band The Guess Who, sta suonando in una pista di curling in una località non ben definita dell’Ontario meridionale, quando una corda della sua chitarra si spezza. La cambia al volo e, nel riaccordare a orecchio lo strumento, suona inavvertitamente e inconsapevolmente un riff particolare che subito cattura l’attenzione sua e del cantante Burton Cummings. Bachman lo suona di nuovo e più forte, mentre il cantante improvvisa un testo al volo, la cosa piace ma sono nel bel mezzo del gelo del Canada senza uno straccio di strumentazione per registrare. A un tratto, come una visione, notano tra il pubblico un ragazzino con in mano un registratore a cassette (ndr. siamo più o meno nel 1968, la Philips lancia sul mercato il prodotto nel 1965, la probabilità di trovarne uno in mezzo a una pista di curling è a dir poco esigua) che sta registrando la performance! Ovviamente gli chiedono il nastro e lo riprendono (quasi) invariato quando arrivano in studio per la registrazione ufficiale.

La canzone che ne viene fuori si intitola American Woman ed è un elogio alle ragazze canadesi – a dispetto del titolo – rispetto alle ragazze americane. Dite la verità, pensavate fosse un’idea di Lenny Kravitz, considerata la sua passione per l’universo femminile, vero? E invece no, la sua è solo una spettacolare reinterpretazione.

Lo schiaffo della settimana #48

Freddie-Mercury-Montserrat-Caballet

Lo schiaffo di oggi non è una vera e propria chicca, ma più un voler confermare qualcosa che tutti sanno già e che in questo brano viene palesemente ribadito in maniera indiscutibile. Il fatto è questo: che Sua Maestà Freddie Mercury sia stato il più grande frontman e animale da palcoscenico della storia (forse solo Mick Jagger degli Stones se la può giocare alla pari) è una cosa risaputa; che Sua Maestà Freddie Mercury sia stato uno dei più fenomenali cantanti della galassia è risaputo anche questo. Ma che Sua Maestà Freddie Mercury abbia addirittura avuto la capacità di spazzare via uno dei più grandi soprano della storia della lirica no, questo non lo si riteneva possibile.

Ottobre 1987, Freddie scrive e interpreta con Montserrat Caballé il brano Barcelona e, dopo aver dominato la canzone dal punto di vista vocale come suo solito ma con l’aggiunta di quel pizzico di cavalleria nei confronti dell’ospite femminile di grande livello, verso la fine del brano decide che è ora di far capire chi comanda e piazza una quarta ottava a voce piena che fa spettinare i fonici e volare via Montserrat Caballé definitivamente.

La canzone viene scelta nel ’92 come inno ufficiale dei Giochi Olimpici di Barcellona e vi propongo il videoclip. Da notare Freddie Mercury in una delle sue rare apparizioni in pubblico senza baffi dagli anni ’80 e il sosia di Montserrat Caballé: l’originale vaga ancora nello spazio ormai da anni

Lo schiaffo della settimana #45

carl-perkinsScenario: Louisiana, imbrunire, caldo umido e qualche zanzara; un cestino con un tovagliolo a quadri unto che avvolge in qualche maniera i resti di un paio di code di gambero. Due persone si sono contese i gamberi, uno si chiama Johnny Cash e l’altro Carl Perkins; hanno appena finito di mangiare un boccone in attesa di esibirsi sul palco del Louisiana Hayride, un evento che li porta in tour negli Stati Uniti del sud assieme ad altri artisti, tra i quali spicca anche il nome di Elvis Presley. Johnny racconta a Carl che un giorno, mentre faceva il servizio militare in Germania, conobbe un aviatore nero che si vantava delle sue splendide scarpe in camoscio blu, in dotazione con la divisa.
«Hey Carl, perché non ci scrivi una canzone?»
«Dai Johnny, come posso scrivere una canzone su un paio di scarpe? E poi non ne so nulla.»

Il 4 dicembre del 1955, mentre è in concerto, Perkins nota una coppietta che balla in prossimità del palco. A un tratto il tizio grida: «Uh-uh, don’t step on my suedes!”» (non calpestarmi le scamosciate!); Carl guarda in basso e vede che il giovanotto indossa un paio di scarpe di camoscio blu, una delle quali calpestata inavvertitamente dalla ragazza. Perkins pensa: «Quel tizio ha accanto a sé una fanciulla così carina e tutto ciò che riesce a fare è solo pensare alle sue scarpe di camoscio blu». La sera stessa Perkins inizia a lavorare a una canzone circa il curioso fatto accaduto.

Ovviamente la canzone in questione è Blue suede shoes e la versione più famosa è quella interpretata da Elvis “The King” Presley, ma io vi propongo la versione originale di Carl Perkins, direttamente dalle afose notti della Louisiana.

Lo schiaffo della settimana #44

Bob SegerUna sera della scorsa settimana mi trovavo in un pub non lontano da casa, senza pretese e pressoché deserto nell’agosto lombardo. Mentre mi avviavo verso la cassa per pagare e uscire, ho udito provenire dall’impianto del locale, debole ma inconfondibile, una canzone che non ascoltavo da qualche tempo. Immediatamente tutti i miei sensi si sono attivati davanti alla consapevolezza di essere al cospetto dello schiaffo di questa settimana.

Mettetevi comodi cari lettori, indossate il vostro piumino smanicato sopra una camicia a quadri e calcatevi in testa il cappello con la retina da camionista, che si parte. Il brano in questione è Against the Wind di Bob Seger, un pezzo del 1980 da classico scenario on the road. Tratto da quello che molti considerano l’album più riuscito del cantautore, fonde in sé atmosfere dolci e melodiche con il background rock dell’artista. Ne risulta una ballata fortemente evocativa, vincitrice tra l’altro di un Grammy Award per la miglior performance rock.

C’è un curioso aneddoto riguardante il passaggio del testo che recita “Wish I didn’t know now what I didn’t know then” – traducibile in italiano come “Vorrei non sapere ora ciò che non sapevo allora” – che in qualche modo suonava a Seger come grammaticalmente scorretto, infastidendolo. A fargli cambiare idea fu l’entusiasmo dei suoi collaboratori, su tutti quello di Glenn Frey e Don Henley degli Eagles, che incisero per lui i cori del brano; ritenevano che quella fosse la miglior frase dell’intera canzone e che sarebbe stato un peccato eliminarla. Alla fine Bob scese a compromessi e la lasciò dov’era, affermando in seguito «…dovevo mettermi in testa che i cantautori non possono punteggiare nulla di ciò che scrivono».

A conferma del carattere on the road del brano – sfido infatti chiunque a chiudere gli occhi e a non avere tragiche visioni di sconfinati paesaggi mozzafiato mentre la si ascolta (i turisti medi sono chiaramente esonerati) – questo venne selezionato per la colonna sonora del film Forrest Gump, e utilizzato proprio in una delle sequenze che mostrano la corsa del protagonista attraverso gli Stati Uniti (la trovate qui al minuto 05:25).

Bene cari lettori, io metto in moto il camion e riparto.

Lo schiaffo della settimana #43

3725È estate e per affrontare il caldo si consiglia di bere molta acqua, non uscire nelle ore più calde della giornata e soprattutto ricevere il consueto schiaffo settimanale che lascerà sulla pelle una piacevole sensazione di freschezza.

Questa settimana facciamo le valigie e ci trasferiamo di prepotenza nel cuore degli anni ’60, nel pieno di quel fenomeno conosciuto come brit invasion.
È un periodo di forte sperimentazione, il rock si sta rapidamente evolvendo dando vita a una miriade di sottogeneri e, dal canto suo, anche l’industria degli strumenti musicali si sta dando da fare per venire incontro alle sempre nuove esigenze degli artisti.

Come spesso accade però l’innovazione arriva in maniera del tutto inaspettata, detonando da una semplice e geniale intuizione. È il 1964 e la band The Kinks ha già un piede fuori dai giochi per via di un paio di flop commerciali che la sua etichetta non è più disposta a perdonare, per cui o si azzecca la hit o si cambia aria.
Come in una sceneggiatura hollywoodiana, quando tutto sembra perduto ecco che avviene il miracolo; nello specifico succede tutto in una notte buia e tempestosa in cui il chitarrista Dave Davies si aggira spiritato e in preda a insonnia: deve fare qualcosa per dare una svolta all’impronta musicale del gruppo o per loro sarà la fine. Ecco allora che, preso un taglierino, in preda a un raptus di follia – il volto deformato da uno spaventoso ghigno messo in luce da un fulmine che attraversa il cielo londinese – come un moderno Jack lo Squartatore accoltella il proprio amplificatore, aprendone uno squarcio nel cono. Non contento, con lo strumento deturpato ma ancora funzionante, inizia a suonare la propria chitarra. La mattina seguente si sveglia sconvolto e madido di sudore… la chitarra è ancora lì, l’amplificatore pure! Non è stato solo un incubo e ha finalmente trovato il sound particolare che stava cercando!

La scoperta viene subito messa a frutto durante la registrazione del successivo singolo dei Kinks, una canzone intitolata You Really Got Me. In studio, servendosi di un amplificatore più adatto, viene riprodotto quel timbro acido e fortemente distorto ottenuto tagliando il cono del primo e il resto è storia: il pezzo si piazza in vetta alle classifiche restandoci per numerose settimane, divenendo uno dei simboli della brit invasion, nonché il brano di maggior successo del gruppo e ispirandone numerosi altri a venire, ponendo secondo alcuni critici la prima pietra per lo sviluppo del punk rock.

Ovviamente tutta la scena di Dave Davies che in una notte di follia accoltella il proprio amplificatore l’ho inventata per aggiungere pathos all’aneddoto, ma è comunque così che lo immagino e il succo di tutto è assolutamente vero: il chitarrista ottenne un timbro sonoro unico e innovativo semplicemente tagliando il cono dell’amplificatore.

Ah, per i forti di stomaco c’è anche una leggenda metropolitana che gira intorno a You Really Got Me: all’epoca un certo Jimmy Page lavorava proprio con i Kinks come turnista e l’assolo di chitarra che sentite nel brano sarebbe il suo. Grazie al cielo questa è solo una leggenda infondata, dato che la cosa è stata più volte smentita da chiunque abbia preso parte alle sessioni di registrazione, nonché dallo stesso Page che in un’intervista ha dichiarato: «Non suonai mai in You Really Got Me, e fu proprio questo a far incazzare Ray Davies [NdR: cantante e leader dei Kinks]»