Lo schiaffo della settimana #42

van-halen-rock-heavy-metal-chitarra-classica-di-michael-jackson-concerto-pop-ka576-sala-della-parete_640x640Squilla il telefono.
«Sì, pronto?»
«Buongiorno, sono Quincy Jones, il produttore di Michael Jackson… »
«Sì certo, come no.»

Squilla di nuovo.
«Pronto?»
«Sì, mi scusi sono sempre Quincy Jones, posso parlare con… »
«Senti, smettila di fare questi scherzi di cattivo gusto!»

Solo al terzo tentativo Eddie Van Halen capisce che non è uno scherzo e che colui che c’è al di là della cornetta è veramente il produttore del Re del Pop. Effettivamente sono i primi anni ’80 e ricevere una telefonata da Quincy Jones è come parlare con un dio, visto il successo pazzesco che sta avendo il suo “assistito”; Jones vuole che sia proprio Eddie Van Halen a fare da chitarra solista nel nuovo pezzo che sta per prendere vita e che si intitolerà Beat it.
Ma questa storia la conoscono in molti, la chicca arriva adesso: il giorno della registrazione dell’assolo, Eddie non è molto ispirato e chiede al fonico di fare una take di prova. Terminata la registrazione Van Halen non è per niente soddisfatto e giudica il suo assolo un po’ scadente… il fonico, strabuzzando gli occhi, pensa esattamente il contrario ed è cosi che la take “di prova” viene utilizzata nel disco. Il chitarrista, invece, non volle essere nemmeno pagato per la sua prestazione.

Due note di cronaca:
1) La prestazione sottotono di 37 secondi è considerata uno dei 20 più grandi assoli di chitarra di tutti i tempi.
2) Il brano di Michael Jackson è inserito nell’album Thriller, il più venduto della storia.

Ah, ci sarebbe un’ultima cosa: la chitarra di Eddie Van Halen, la leggendaria e mostruosa Frankenstrat, venne colorata nella maniera in cui la conosciamo dal suo proprietario passandoci sopra con le ruote della bicicletta sporche di vernice. Ma questa è solo una leggenda perché tutti sanno che i mostri non esistono.

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Lo schiaffo della settimana #41

chron1977Cari lettori, ci rendiamo perfettamente conto di avere raggiunto quota quaranta negli schiaffi settimanali senza avere ancora chiamato in causa uno dei gruppi più importanti di sempre, vale a dire i Rolling Stones. Forse per una sorta di timore reverenziale, o forse perché è davvero difficile scegliere un brano dal “repertorio più sottovalutato della storia” – come lo ha definito un certo Bruce Springsteen – fino ad ora non abbiamo mai scomodato la band di Mick Jagger. Vogliamo farlo oggi, andando a pescare un pezzo da uno dei loro album più particolari, Some Girls del 1978, ma prima un po’ di storia.

Ci troviamo negli anni ’70, che lentamente si avviano verso la loro conclusione e il panorama musicale è un calderone in grande fermento. Improvvisamente il rock classico che ha reso celebri i Rolling Stones si trova in declino per il sopraggiungere di nuove correnti che si divorano grosse fette di mercato. Punk rock, hip hop e disco sono generi che contribuiscono a rendere obsoleti i gruppi della british invasion, molti dei quali si sono già sciolti da qualche anno (uno su tutti, i Beatles) e il profilarsi degli anni ottanta all’orizzonte richiede un cambio di rotta, se si vuole sopravvivere.

Stampa e colleghi non sono magnanimi con gli Stones, affrettandosi a etichettarli come “finiti”, ma è proprio qui che il genio di Jagger entra in azione. Prendendo atto delle critiche, l’istrionico frontman si rimbocca le maniche e decide di rispondere con un album provocatorio, in cui lascia parlare la musica, dimostrando di saper reggere benissimo il confronto con le nuove tendenze. Di fianco a brani fedeli alla tradizione rock come Respectable e When the whip comes down, ecco che appaiono pezzi che ammiccano ad altri generi musicali, come ad esempio Miss You, in cui l’influenza della disco music è lampante. In quel periodo Jagger era infatti un assiduo frequentatore della discoteca per antonomasia, il celebre Studio 54 di New York.

Lo schiaffo di oggi è però un altro ed è Shattered, la canzone di chiusura del disco. Nonostante sia risaputo che il duo creativo dei Rolling Stones sia principalmente composto da Mick Jagger e Keith Richards, nel 1977 il chitarrista non era al massimo della produttività, causa la forte dipendenza dall’eroina. Anche per questo motivo Some Girls è, più di altri lavori, figlio del primo e Shattered ne è un perfetto esempio: il testo – che la leggenda vuole essere stato scritto a bordo di un taxi – è un lucido affresco della decadenza degli anni ’70 in una città come New York. Ascoltando il cantato trasformarsi in parlato, con un approccio a tratti simile al rap, sembra di seguire Jagger per le vie della metropoli, ascoltandolo commentare ad alta voce ciò che lo circonda. Ad aggiungere ulteriore aura mitica al brano ci pensa il fatto che, essendo il bassista Bill Wyman indisponibile durante la sessione di registrazione, il basso fu affidato a Ronnie Wood, solitamente seconda chitarra degli Stones.

Ecco allora l’irresistibile ritmo incalzante di Shattered, per l’occasione live dal Beacon Theatre di New York nel 2006, regia di un certo Martin Scorsese:

Lo schiaffo della settimana #40

ArtboardCon il mio socio di blog tragicamente in vacanza nei luoghi che tempo addietro mi hanno ispirato questo articolo, mi tocca prendere in mano la situazione e, nel disperato tentativo di distrarmi, buttarmi a capofitto sullo schiaffo della settimana.

Nel tragitto che ogni mattina faccio in macchina per andare al lavoro, ho la pessima abitudine di ascoltare la radio, dove gli aneddoti contorci-budella sono sempre in agguato. Proprio qualche giorno fa mi è capitato di ascoltare il Maestro Massimo Cotto snocciolare un paio di retroscena su una delle canzoni che preferisco. Noncurante del sangue che scendeva a bagnarmi la camicia ho preso nota del tutto e ho deciso di approfondire (stolto! Mai, MAI approfondire!). Ed eccomi qui, scosso da brividi e sudori freddi, a proporvi uno schiaffo già testato con esito diasastroso sul sottoscritto.

Nel 1973, la leggenda del soul Stevie Wonder ebbe un incidente d’auto mentre si recava a un concerto di beneficienza. Non sono mai state del tutto chiarite le dinamiche, fatto sta che il mezzo guidato dal cugino sul quale viaggiava finì contro la parte posteriore di un furgone che aveva appena effettuato una brusca frenata, una delle assi di legno del carico sfondò il parabrezza e andò a colpire il cantautore alla testa, spedendolo in coma per quattro giorni.

Ora, il suo amico e road manager Ira Tucker, convinto di potere rianimare Wonder, trascorreva il tempo delle visite in ospedale cantando direttamente nelle orecchie del paziente alcune sue hit. Era risaputo infatti che egli stesso amasse ascoltare la propria musica ad alto volume. Dopo alcuni tentativi andati male, Tucker prese a cantare l’ultimo singolo, inciso soli tre mesi prima, un brano intitolato Higher Ground e, secondo la leggenda, Stevie iniziò a tenere il tempo muovendo un indice e uscendo di lì a poco dal coma.

Anni dopo, la band californiana dei Red Hot Chili Peppers fece una fortunatissima cover del pezzo in questione, pubblicato come singolo di lancio del loro quarto album Mother’s Milk. Alla domanda sul perché abbiano deciso di fare una cover proprio di quella canzone Anthony Kiedis, cantante e frontman del gruppo, pare abbia risposto: «Beh, il nostro è un omaggio a Stevie Wonder e un ringraziamento per tutta la gioia che ha portato con la sua musica».

Lo schiaffo della settimana #38

spinners

Un ragazzino sovrappeso si aggira triste per i corridoi della sua scuola, i soliti stupidi bulletti lo prendono continuamente in giro per il suo aspetto floscio e molliccio. A suo padre, il signor Thom Bell, fa male vederlo soffrire e decide che DEVE fare qualcosa; lo fa sfruttando ciò che sa fare meglio e cioè scrivere e produrre canzoni. Con l’aiuto della cantautrice Linda Creed scrive la canzone The fat man che poi si evolve in The rubberband man (L’uomo elastico) e, lavorando per il gigante Atlantic Records, la produce facendola interpretare all’ottimo gruppo vocale dei The Spinners. Sul basso della leggenda Bob Funk Brother Babbitt fluisce alla grande il rhythm and blues del quintetto di Detroit e le armonizzazioni vocali perfette rendono il brano trascinate, come trascinate e fico può essere chiunque, anche se con qualche chilo in più.

Dopo l’ottimo successo dell’epoca, il brano è tornato quest’anno in classifica per via del suo utilizzo nel megatamarrofilm Avengers: Infinity war, nella scena in cui fanno la loro prima comparsa Guardiani della Galassia.

Direttamente dal 1976 come uno schiaffo in faccia, The Spinners con The rubberband man. Vi sfido a non tenere il tempo col piedino.

Lo schiaffo della settimana #36

Ci sono band che, nonostante una carriera non proprio longeva, sono comunque destinate a lasciare il segno. La storia del rock ci insegna che non è necessario rimanere decenni sulla cresta dell’onda per assicurarsi un posto nell’Olimpo della musica, basti pensare ad esempio ai Beatles che, con una sola decade di attività, sono considerati tra i gruppi più importanti e influenti di sempre.

In altri casi però i successi sfornati si riducono a pochissimi, se non a uno o due pezzi al massimo e la fama raggiunta rimane modesta. Ma, anche in questi casi, può bastare un solo brano ben riuscito per rendersi in qualche modo indelebili.

È questo il caso del gruppo americano Blue Öyster Cult, rimasto celebre soprattutto per il loro pezzo – da novanta – (Don’t Fear) The Reaper.

La canzone, incisa a metà degli anni settanta, si presenta come permeata di una densa atmosfera dark e parla dell’ineluttabilità della morte. Paradossalmente la morte ci accompagna per tutta la vita e il messaggio qui è che è inutile preoccuparsi troppo per essa, riducendosi a vivere frenando i propri sentimenti. A rappresentare l’ingombrante presenza ci pensa l’ossessivo riff di chitarra ripetuto per tutta la durata del brano.

Qualcuno ha interpretato la citazione di Romeo e Giulietta presente nel testo come un richiamo al suicidio, interpretazione smentita però dal suo autore Buck Dharma.

Ma come ogni pezzo leggendario che si rispetti, la soluzione che gli dà un timbro immediatamente riconoscibile è tanto semplice quanto geniale: l’utilizzo cioè del campanaccio (cowbell in inglese), una sorta di campana appunto, che ne scandisce il ritmo. Questo escamotage è entrato così a fondo nell’immaginario collettivo che circa 25 anni dopo ha dato vita a un simpatico sketch interpretato dagli attori Will Ferrell e Christopher Walken e andato in onda durante il programma Saturday Night Live. Nella scenetta viene introdotta l’espressione More cowbell! diventata in breve tempo virale ed entrata nel linguaggio comune americano.

Lo schiaffo della settimana #35

4ff6f56808b9c90fd82cec2fa889cd99Che gli schiaffi facciano male non è un mistero e, siccome ci teniamo a lasciare il segno (sempre per il vostro bene, si intende), dedichiamo particolare attenzione alla selezione musicale del nostro blog.
Devo però ammettere che il brano di questa settimana ha implicazioni socio-politiche che mi hanno colto del tutto impreparato. Stavo navigando per il web all’interno del mio consueto sottomarino antiatomico (meglio essere preparati a tutto) giallo quando, estraendo il periscopio, ho notato stagliarsi all’orizzonte uno schiaffo di proporzioni mostruose. Passo a descriverlo.

Siamo nel cuore degli anni ’80, il gruppo punk dei Ramones ha già scritto tutto ciò che doveva scrivere per assicurarsi un posto nella storia della musica contemporanea e nel 1986 sforna il suo nono album, Animal Boy. A metà disco, per la precisione alla traccia n.7, c’è My brain is hanging upside down (Bonzo goes to Bitburg), un pezzo dal titolo lungo ed enigmatico. Cosa vuol dire? Chi è questo Bonzo e cosa va a fare a Bitburg?

Torniamo indietro di un anno. Nel maggio del 1985, l’allora presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan andò in visita ufficiale al cimitero di guerra di Bitburg, cittadina della Germania dell’Ovest, sollevando uno strascico di polemiche. In mezzo a quelle dei soldati tedeschi infatti, nel cimitero vi erano le tombe di ben 49 SS, motivo per cui ci si chiese se fosse il caso di rendere omaggio a persone che si erano macchiate di crimini contro l’umanità.
Reagan si giustificò dichiarando di vederli come «semplici soldati tedeschi…. Ci furono migliaia di questi soldati per cui il nazionalsocialismo non significò nient’altro che una fine atroce di una vita troppo corta» e a molti la cosa non andò giù.

Joey Ramone, ebreo, rimase addirittura sconvolto dalla dichiarazione del presidente e sfogò la sua indignazione nei versi di una canzone (scritta con Dee Dee e Jean Beauvoir), intitolandola appunto Bonzo goes to Bitburg. Bonzo infatti altri non è che Reagan che, nella sua precedente carriera di attore, aveva interpretato un film in cui uno scimpanzé era chiamato con quel nome. A questo punto si intromise però il chitarrista del gruppo Johnny che, essendo repubblicano, spinse per modificare il titolo, limitandosi a inserire solo tra parentesi il riferimento a Bonzo.

Pur essendo My brain is hanging upside down (Bonzo goes to Bitburg) uno dei pezzi meno famosi dei Ramones, è interessante notare come negli anni abbia avuto un cospicuo numero di cover e che sia, tra le altre cose, inserito nella colonna sonora del film School of Rock, proprio in una delle scene fondamentali (qui) in cui Jack Black insegna la storia del Rock ai suoi piccoli allievi.

Lo schiaffo della settimana #34

lucille02Lo schiaffo di questa settimana arriva con la rincorsa direttamente dal Mississippi, per lasciarvi un gigantesco segno rosso sulla guancia.

Siamo nell’inverno del 1945 e un giovanotto di colore di nome Riley sta suonando in una sala da ballo dell’Arkansas e, a quell’epoca, è usanza utilizzare la tanto intelligente quanto assolutamente sicura soluzione di accendere barili contenenti kerosene all’interno dei locali di quel genere per scaldarli. La temperatura della sala è alta e la musica fluisce, finché due uomini non iniziano a litigare, urtando e rovesciando il barile sul pavimento. In breve si scatena un violento incendio e il locale viene evacuato.
Una volta fuori il giovane Riley si accorge di aver lasciato la sua prima e unica chitarra – una Gibson semi acustica – all’interno del locale e, noncurante del grosso pericolo, rientra per recuperare l’attrezzo che gli consente di guadagnarsi da vivere.
L’edificio crolla completamente e addirittura due persone perdono la vita in quella tragica serata.
Il giorno dopo Riley scopre che i due uomini si sono azzuffati per una donna chiamata Lucille e decide di dare quello stesso nome alla sua chitarra, così come a tutte quelle che possederà in seguito, per ricordarsi di non correre mai più un rischio simile.
Da allora la fama e la carriera di Riley arrivarono alle stelle, facendone un gigante della musica mondiale e, pur potendosi permettere molte altre chitarre, una in particolare verrà sempre associata a lui e lo seguirà fino al giorno della sua morte il 14 maggio del 2015, vale a dire la magnifica Gibson ES-355 nera, “Lucille” per l’appunto.

Signori, ecco a voi Riley B. King dello “B.B.”, con il brano My Lucille del 1985, dedicato ovviamente alla sua chitarra.

E per i cultori del genere: Lucille del 1968, capolavoro 100% blues di più di 10 minuti.