Il Boss a San Siro, esattamente un anno fa

Il 3 luglio 2016, esattamente un anno fa, abbiamo assistito alla prima tappa italiana del The River Tour, celebrazione del trentacinquesimo anniversario di The River, album che insieme a Born to Run e Darkness on the Edge of Town, rappresenta una delle tre punte di diamante della sterminata produzione targata Bruce Springsteen. Il Boss non ha bisogno di presentazioni, tantomeno le sue leggendarie esibizioni, per cui questo articolo non avrà la pretesa di essere il resoconto di quel concerto – operazione abbastanza inutile, dopo così tanto tempo – ma un collage di ricordi personali, di sensazioni che a trecentosessantacinque giorni di distanza rimangono ancora sedimentate sotto pelle.

Ricordo la schiena rimasta bloccata la mattina precedente, le mie due ernie al disco che hanno deciso di darmi filo da torcere proprio a poche ore dall’evento aspettato con impazienza, e di essermi imbottito di antidolorifici per affrontare al meglio le lunghe ore di attesa sul prato di San Siro. Ricordo lo stadio che sembrava sciogliersi e sprofondare nel piazzale antistante simile a una pozza di catrame bollente sotto il sole implacabile. Ricordo il momento in cui, accompagnato dal boato di chi aveva già varcato gli ingressi, il ragazzo di Freehold, New Jersey, ha deciso di interrompere la monotonia pomeridiana per regalarci una Growin’ Up in versione acustica, quella canzone che nei primi anni ’70 gli valse il primo contratto discografico, condannando noi del parterre a rimanere in piedi fino alla fine dello spettacolo. Ricordo i colori di una coreografia monumentale che coinvolgeva tutti i settori del Meazza e ricordo il sottoscritto strappare in piccole parti il suo cartoncino azzurro per lanciarlo in un gesto liberatorio sulle note di Land of Hope and Dreams, il brano di apertura. Dopodiché, quasi quattro ore di un concerto intenso e viscerale, in un ininterrotto contatto tra l’artista e il suo pubblico.

Qui potete trovare la scaletta se siete interessati, io mi limiterò a citare solo alcuni brani che più di altri mi hanno lasciato un segno quella sera.
Ecco allora Independence Day, sul rapporto conflittuale tra padri e figli, mai veramente risolto se non con un addio. Ecco il momento in cui, sulle note di Hungry Heart, il Boss si è avventurato tra la folla e in un attimo me lo sono ritrovato a pochi passi (di seguito il video).

Ecco la struggente e sentitissima The River, in cui si riassumono le voci di tutti gli eroi dell’epopea Springsteeniana, quelle persone sconvolgentemente normali che si consumano nel cercare di ritagliarsi il proprio posto ai margini della società ed ecco Trapped, con momenti alternati di luce e oscurità, un esempio illustre di cover che, a mio modesto parere, eguaglia e supera la versione originale del brano. Ecco The Promised Land, sulla necessità di continuare a inseguire ciò che ogni giorno sfugge di mano, in questo caso tra la polvere del deserto americano, ed ecco la scanzonata Working on the Highway, con più di una citazione al Re per eccellenza Elvis Presley. Ecco il desiderio implacabile e il tormento di I’m on Fire ed ecco The Rising, inno alla vita e alla capacità di ripartire, così cara al popolo americano. Arriva poi Badlands, vero e proprio monumento alla filosofia del Boss, echi di speranza che si perdono in periferie malfamate così ben descritte e celebrate in Jungleland, in cui esistenze al limite trovano la propria voce nelle note di un assolo di sax che alla fine dice tutto. E poi i drammi personali dei reduci del Vietnam in Born in the USA, la voglia di riscatto in Born to Run, l’omaggio all’indimenticabile amico e compagno di viaggio Clarence Big Man Clemons in Tenth Avenue Freeze-Out e la fine in acustico come l’inizio: Thunder Road sussurrata voce e chitarra.

A distanza di un anno esatto, queste sono le tracce più profonde di quell’esperienza. Un live mostruoso, energico e infine catartico. Un viaggio nel cuore misterioso e affascinante del vero mito Americano.

Ma tu lo sai chi sono io?

Mio papà è sempre stato un grande appassionato di ciclismo e, come qualsiasi altro amante di questo sport, non appena ne ha occasione esce a fare una pedalata. Le strade della Pianura Padana sono percorse da individui senza subbio stravaganti e sono tanti gli aneddoti che nel corso degli anni mi è capitato di ascoltare a riguardo. Oggi voglio riportarne uno in particolare.

Una decina di anni fa, mentre si trovava in sella alla sua bicicletta, mio papà è stato avvicinato da un signore già anziano, ma ancora atletico che, in dialetto e saltando i convenevoli, l’ha subito messo alla prova.
«Ma tu lo sai chi sono io?»
«No, mi dispiace… chi è lei?»
«Sono il Maule! Ho vinto il Giro di Lombardia nel ’55!»
E ha attaccato a ricordare l’eroica impresa.
Cleto Maule, tra gli anni ’50 e ’60, è stato effettivamente un ciclista professionista, dal palmarès non particolarmente ricco, ma con una vittoria che a distanza di oltre cinquant’anni racconta ancora a tutti con orgoglio. Motivo? Avere vinto quella corsa arrivando davanti a niente meno che Fausto Coppi e Fiorenzo Magni.
Ecco come, in dialetto e con un linguaggio piuttosto colorito, il ciclista riporta più meno la sua versione dei fatti: a Milano – allora l’arrivo era al Vigorelli – all’ultima curva prima del velodromo, Coppi calcola male la traiettoria e colpisce col pedalino il marciapiede, perdendo l’equilibrio. Magni per non andargli addosso cerca di scansarlo perdendo però velocità ed è qui che Maule ha la possibilità di avere il suo giorno di gloria. Approfittando della situazione si fionda verso il traguardo, riuscendo a ottenere la vittoria più importante della sua carriera.

Oggi purtroppo Cleto Maule non è più in vita, ma la sua storia merita di essere raccontata per ricordare che a volte può capitare che anche un gregario possa arrivare primo, almeno una volta nella vita. Ecco di seguito la sintesi della gara in un filmato d’epoca:

Abbiamo incontrato Raffaele Minichiello, il marine reduce del Vietnam con una storia incredibile da raccontare.

51xbgorykxlNei giorni dell’apertura di questo blog ho ricevuto un messaggio da Valentina, una mia carissima amica. «Leggi questa trama per favore, poi ti dico chi è» diceva, ed era accompagnato da un link (questo) rimandante alla scheda descrittiva di un libro intitolato Il marine: Storia di Raffaele Minichiello, il soldato italo-americano che sfidò gli Stati Uniti d’America.

Raffaele è un italiano emigrato giovanissimo dall’Irpinia agli Stati Uniti. A diciott’anni entra nel corpo dei Marines e, non ancora ventenne, trascorre oltre un anno a combattere nel Vietnam, dove viene decorato per le sue azioni eroiche. Al ritorno in patria però, a causa di un torto subito, qualcosa si inceppa; improvvisamente quel Paese che lo aveva accolto e per il quale era disposto a sacrificare la propria vita, sembra rivoltarglisi contro e, per una questione di duecento dollari, Raffaele tenta di farsi giustizia da sé. La situazione precipita e rischia di trovarsi davanti alla Corte Marziale. Determinato a non farsi catturare, escogita un piano che ha dell’incredibile, un’azione che lo porta a dirottare un aereo di linea da Los Angeles a New York e da New York, con l’FBI che gli dà la caccia, proseguire fino a Roma, dove sequestra un’auto della polizia e continua la fuga ancora per qualche chilometro prima di essere arrestato.
Il caso assume contorni sempre più vasti, con il processo che si trasforma in un braccio di ferro tra Italia e Stati Uniti e con un ragazzo che, a soli vent’anni, diventa un simbolo per quella generazione che protesta contro la guerra del Vietnam.
Quella di Raffaele, che si dice abbia ispirato il personaggio di Rambo, è la storia di continue cadute e riscatti, disperazione e ripartenza “da solo contro tutto il mondo”, come si legge nella sinossi del libro.

«Ok, ho letto» ho risposto a Valentina, e lei «lavora come cameriere nel posto dove pranzo tutti i giorni». Non stava scherzando: conosceva davvero il Raffaele Minichiello protagonista del libro e io ho immediatamente deciso che dovevamo incontralo, sederci a un tavolo con lui e sentire tutta la storia dalla sua viva voce.
Ci sono voluti più di due mesi per far coincidere gli impegni di tutti, tempo sfruttato per leggere il libro e documentarci il più possibile in preparazione all’incontro, ma alla fine ci siamo riusciti.
Incontriamo Raffaele in un tardo pomeriggio di inizio giugno, proprio dove lavora. Con lui c’è Fabio, titolare del locale e suo amico personale da più di quarant’anni. Raffaele ci conquista già dal primo sguardo e, dietro ai suoi occhi profondi, non fatichiamo a riconoscere un uomo buono. Seduti intorno a un tavolo dopo l’orario di chiusura e con la luce calda del sole che filtra dalle finestre, iniziamo la nostra conversazione.

Dall’Irpinia all’America

Ripercorriamo la tua storia, a quattordici anni hai lasciato il paese dove sei nato per trasferirti negli Stati Uniti. Che cosa significa per un ragazzino lasciare l’Irpinia e arrivare in America, vedere New York e successivamente attraversare in treno un paese così vasto?

A quattordici anni non conoscevo niente, non avevo mai visto un film, non avevo mai visto la televisione e solo qualche volta avevo ascoltato la radio. Un paio di volte ero stato ad Avellino e solo una volta, passando da Napoli, mi era capitato di vedere il mare. Non avevo mai visto le fotografie e nessuno mai mi aveva spiegato cosa volesse dire New York, un palazzo di dieci piani o addirittura un grattacielo. Oggi il mondo è molto diverso, ma nell’Irpinia di più di cinquant’anni fa non c’era niente, non avevamo elettricità, acqua corrente e, solo da pochi anni, era arrivata la bombola del gas per avere un piccolo fornello in casa. Potete quindi immaginare un ragazzino di quattordici anni che non aveva mai visto niente, prendere un aereo e ritrovarsi nel centro di New York, con le luci, le macchine e le strade immense. Un altro mondo, che non avevo neanche mai immaginato.
In quella città avevamo qualche conoscenza e, dopo esserci fermati per poco più di una settimana, abbiamo preso il treno e attraversato tutti gli Stati Uniti per raggiungere Seattle. Per me era una cosa stupenda, incredibile! Il treno aveva due piani e dalle larghe finestre di quello superiore, ho potuto ammirare i panorami con fiumi, laghi e piccoli centri abitati.

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Quella volta che ho incontrato Daniel Libeskind

DLDopo gli attentati dell’11 settembre, l’enorme area di 16 acri prima occupata dalle Twin Towers (è notte, skyline dominato dalle due torri, John Bon Jovi che canta coi capelli cotonati… ed è subito anni ’80!) fu fatta diventare dalla Lower Manhattan Development Corporation – su richiesta dei cittadini di New York – oggetto del concorso internazionale per la progettazione del masterplan di Ground Zero. Gli archistar di tutto il mondo, come una muta di Setter inglesi, hanno drizzato le orecchie e si sono abbattuti sul concorso in massa. Vince Daniel Libeskind (qui il suo sito ufficiale) con un progettino da fuoriclasse, roba da strapparsi i vestiti di dosso.

Ok, recepite queste rapide informazioni, andiamo subito al fatto.

Vengo a scoprire che il nome dell’archistar in questione rimbalza tra le colline della Brianza, più precisamente sarà ospite alla fiera di San Pancrazio a Vedano Olona (VA) e presenterà il suo libro “Breaking down, un’avventura tra architettura e vita” che racconta la sua vita, il suo rapporto con l’architettura e alcune delle sue realizzazioni più famose, tra cui appunto il masterplan dell’area del vecchio e glorioso World Trade Center (è mattina, le Twin Towers si riempiono di colletti bianchi, Michael Jakson che balla col giubbotto di pelle rossa… ed è di nuovo anni ’80!). Cioè, colui che ha schizzato l’ampliamento del Royal Ontario Museum di Toronto (googlate voi perché io non ne ho la forza) a mano libera su un tovagliolo di carta è a poco più di 45 minuti di macchina da casa mia? Non posso assolutamente farmelo scappare!

(Fonte immagini)

La tensostruttura che ospita l’evento è spaventosamente piena e a un certo punto il presidente dell’Ordine degli Architetti di Varese introduce il soggetto che come un ninja compare quasi dal nulla di nero vestito con la sua faccia simpaticamente paffuta ed un paio di stivali da cowboy ai piedi. La chiacchierata di Libeskind – un’oretta circa – è coinvolgente a livelli pazzeschi e cerco di spiegarvi il perché.
Il genio-cowboy sostiene che l’architettura è come musica e l’edificio è lo strumento, essa ha a che fare con le persone e con il vivere gli spazi creati intorno a loro (amen fratello!); concetto che serve sicuramente per capire e spiegare l’idea della diabolica forma del Museo Ebraico di Berlino di cui parla subito dopo (oddio non mi scendono più le maniche della camicia! Ah ok, è pelle di cappone) e che esplica in questa maniera:

Ho cercato di udire le voci della città, le musiche che si suonavano e che aleggiavano per le strade negli anni che hanno preceduto la guerra.

Ma a un tratto… il cuore sobbalza, la conversazione devia pericolosamente verso l’argomento per cui sono venuto, il nuovo World Trade Center (ora le maniche della camicia sono irrimediabilmente bloccate). Il racconto delle vicessitudini passate prima, durante e dopo aver vinto il concorso si abbattono su di me con violenza inaudita, gli aneddoti che Libeskind mi scaraventa contro a manciate sono impressionanti. Il suo ricordo delle visite sul luogo della tragedia (primo tra i suoi illustri colleghi a essersi addentrato in quelle che un tempo erano le fondamenta delle Torri Gemelle, convinto che scendere nelle viscere degli edifici distrutti rappresentasse un percorso ideale da compiere per comprendere a pieno il senso di quegli avvenimenti), il suo chiodo fisso di voler creare qualcosa per non dimenticare, la sua volontà di voler ascoltare chiunque avesse qualcosa da dire in merito per carpire a fondo più dettagli possibili da poter trasferire nel progetto, sono veramente commoventi.

Oltre agli ambiti commerciali, ho destinato uno spazio a luogo della memoria. Questo spazio dovrà creare un senso di connessione per non dimenticare il passato. La memoria è alla base del mio fare architettura, poiché senza di essa non sapremmo da dove veniamo, ne’ dove siamo. La memoria marca la vittoria della vita sulla morte.

La serata si conclude con il classico firmacopie; io inebetito da tutto ciò che ho ascoltato mi metto diligentemente in fila e aspetto il mio turno; quando tocca a me ho come la sensazione che stia per succedere qualcosa di eccezionale, colui che mi sta per firmare il libro è l’uomo che farà risorgere dalle ceneri il luogo forse più famoso al mondo, nella città che adoro e di cui ne ho vissuto (come tutti del resto) l’immane tragedia. Mi complimento con lui, gli stringo la mano e me ne vado, contento.

Quella volta che ho visto Tom Hanks a teatro

Davanti al Broadhurst Theatre

Oggi faccio appello a tutte le mie forze e trovo il coraggio di raccontare un’esperienza sconvolgente avuta qualche anno fa. Stavo pianificando una vacanza negli Stati Uniti con mio fratello, New York e Miami le città principali, più una serie di posti che preferisco non ricordare perché inizierei a perdere sangue dal naso e in questo momento non ho i fazzolettini a portata di mano… magari un’altra volta.

Dicevo, stavo pianificando il viaggio e, non ricordo bene come, sono venuto a conoscenza del fatto che Tom Hanks, in assoluto uno dei miei attori preferiti, si sarebbe esibito nel suo debutto teatrale per una serie di date a Broadway.

Tom Hanks. Debutto teatrale.

Fatemi capire, questa stella del cinema mondiale non ha mai fatto teatro e debutta proprio nei giorni in cui mi trovo a New York? Ho capito bene? Ma devo anche stare a pensarci? Sono inebetito, ma raccolgo ugualmente tutte le mie energie e mi scaravento con una violenza inaudita sul sito di Broadway per accaparrarmi due biglietti. Quando mi ricapita di vedere un attore due volte premio Oscar, dal vivo?

Lo spettacolo in questione è Lucky Guy, storia di Mike McAlary, giornalista ed editorialista del New York Daily News, e della sua ascesa da comune giornalista a vincitore del premio Pulitzer per un’inchiesta su un caso di tortura nei confronti di un immigrato haitiano da parte della polizia di New York. L’ambientazione è delle più suggestive: la Grande Mela degli anni ’80, tra graffiti, scandali e corruzione.
La sera dello spettacolo ci dirigiamo, camminando nella calda luce del tramonto su Manhattan, verso il Broadhurst Theatre e lì cado per la prima volta. Il cartellone con tanto di faccione di Tom Hanks che campeggia sopra l’ingresso del teatro mi arriva in faccia con una cattiveria del tutto gratuita e ingiustificata, facendomi stramazzare sul marciapiede della Quarantaquattresima Ovest. Sconvolto, ma non sconfitto, mi raccomando a Dio ed entro nel teatro.

L’attesa è spasmodica. Sul sipario chiuso davanti al palco campeggia l’inconfondibile profilo delle Twin Towers tra ponti, sopraelevate e muri ricoperti di graffiti, a ricordare l’osceno contesto in cui la storia si svolge. La vista mi si abbassa, sento un fischio nelle orecchie, ma stringo i denti e riesco a non svenire… almeno per il momento, dopodiché avviene l’inevitabile: lo spettacolo ha inizio.
Si parte con la ricostruzione di un pub all’interno del quale alcuni uomini – tutto lascia intendere che siano giornalisti – cantano e discutono allegramente tra loro, in una sorta di introduzione alle scene successive. Passano meno di dieci minuti, poi la situazione si fa disperata: è il momento in cui Tom Hanks entra in scena. Qui resisto pochissimo, mi aggrappo con le unghie all’ultimo barlume di ragione, ma niente da fare… cado in un oblio dal quale mi riprenderò molto tempo dopo.

Inutile dire che lo spettacolo è da pelle d’oca, specialmente nei momenti in cui quel signore lì, che con una disinvoltura sconcertante dà vita a un personaggio tutt’altro che banale, ruba la scena per interminabili momenti, da solo o in compagnia del resto del cast. Mi piacerebbe raccontarvi i dialoghi, i silenzi, gli scambi di battute tra lui e la moglie, ma in quei momenti mi trovavo in un’altra dimensione, totalmente rapito, mi dispiace.

Alla fine, dopo due ore di calvario, il supplizio ha fine. Vengo rianimato e portato fuori, sul marciapiede che già avevo avuto modo di conoscere da vicino. Usciamo e qui c’è un piccolo particolare che si rivelerà devastante: la porta dalla quale escono gli attori si trova esattamente di fianco all’uscita principale, quindi, se tanto mi dà tanto, Tom Hanks passerà di lì. A confermare le mie più recondite paure, gli addetti alla sicurezza sistemano alcune transenne a limitare la zona e, dopo interminabili minuti di attesa, ecco che il protagonista di Lucky Guy esce dal teatro, fermandosi a salutare i fan e a firmare qualche autografo, prima di salire in macchina e andare via. L’ultima cosa che vedo prima di chiudere gli occhi per sempre è lui che mi passa di fianco in macchina e, immediatamente dopo, la macchina che passa davanti al Bubba Gump Shrimp Co. di Times Square. No, dico, ci siamo capiti? Ah ecco! Un cerchio si è chiuso, l’ultimo pezzo di puzzle è stato messo al suo posto con un clic risuonato in tutto il creato. Io invece nel frattempo stavo già vagando per i verdi spazi dell’eternità.

Stan Winston, poetico creatore di mostri

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Stan Winston, 1946-2008 (fonte)

Oggi sarebbe stato il compleanno di Stan Winston, figura leggendaria nel mondo del cinema purtroppo scomparsa quasi dieci anni fa, e non possiamo esimerci dal ricordarlo con due righe sul nostro blog.

Se siete cresciuti con i film degli anni ‘80 e ‘90 non potete non esservi imbattuti in alcuni dei suoi più famosi (capo)lavori. Dotato di un talento e un’immaginazione fuori dal comune, Stan Winston ha iniziato negli anni ’70 a lavorare nel mondo del cinema come truccatore, arrivando nei successivi decenni a collaborare con registi del calibro di James Cameron, Steven Spielberg, Tim Burton e John Carpenter, solo per citarne alcuni, per i quali ha ideato e realizzato alcune delle creature più iconiche della storia del cinema e contribuito, con effetti speciali sempre innovativi e di altissimo livello, al successo di svariate pellicole. Per darvi un’idea, il “palmares” di Stan Winston annovera un premio Oscar per il miglior trucco e tre premi Oscar per i migliori effetti speciali. Nel dettaglio:

  • Oscar ai migliori effetti speciali nel 1987 per Aliens – Scontro finale (uuuh che fitta!)
  • Oscar al miglior trucco e ai migliori effetti speciali nel 1992 per Terminator 2 – Il giorno del giudizio (aaah che dolore!)
  • Oscar ai migliori effetti speciali nel 1994 per Jurassic Park (basta, basta! Sto troppo male!)

Si va be’ e poi?!

Il mostruoso alieno mutaforma de La Cosa? C’è il suo zampino. Lo scandalosamente celeberrimo T-800 di Terminator? Opera sua. La regina aliena di Aliens grondante bava da tutte le parti? Frutto del suo ingegno. Il cattivissimo cacciatore alieno di Predator? Che ve lo dico a fare. I dinosauri di Jurassic Park che ci hanno segnato irrimediabilmente l’infanzia? Sempre disegnati e portati in vita da Stan Winston. E la lista potrebbe andare avanti con il trucco del Pinguino interpretato da Danny DeVito in Batman – Il ritorno o quello di Johnny Depp in Edward mani di forbice, gli effetti speciali di Iron Man e quelli di A.I. Intelligenza Artificiale, e via di questo passo con decine e decine di film destinati a togliervi il sonno per intere settimane.

Oltre a sfornare vere e proprie perle da pioniere nel campo del trucco e degli effetti speciali, Stan Winston è stato anche regista e produttore. Un esempio su tutti? Il più lungo e costoso video musicale di tutti i tempi (Wikipedia), il cortometraggio “Ghosts”, scritto da Michael Jackson e Stephen King e diretto, per l’appunto, dal Maestro. Ok, ce n’è abbastanza per perdere il lume della ragione. Ricordo perfettamente quando il videoclip fu trasmesso per la prima volta da Italia 1. Non sto a descrivervi la mia reazione, fidatevi se vi dico che rimasi a dir poco esterrefatto.

Credo sia superfluo dire quanto il genio di Stan Winston, truccatore e artista degli effetti speciali (sempre Wikipedia), abbia dato al mondo del cinema. Dopo la sua morte, a soli 62 anni, la famiglia ha fondato la Stan Winston School of Character Arts “per preservare l’eredità di Stan, ispirando e promuovendo la creatività in una nuova generazione di creatori di personaggi”, come si legge sul sito internet (qui).
Un consiglio, prendetevi un po’ di tempo e fatevi un giro sulla pagina Facebook della scuola (qui). Rimarrete sbalorditi dalla quantità e dalla qualità delle creazioni che allievi o semplici dilettanti realizzano ogni giorno ispirandosi al lavoro e alla enorme eredità artistica di Stan Winston.

Star Wars, il vero salvatore della galassia

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Allora, per gli appassionati di cinema e fantascienza siamo di fronte non ad una saga, ma ad un’entità soprannaturale, un capolavoro assoluto con personaggi che hanno segnato per sempre la storia della cinematografia mondiale e non solo, visto che nella galassia in cui sono ambientati gli episodi sono presenti decine e decine di pianeti (se avete un po’ di tempo Wikipedia qui esaudisce la vostra sete di sapere).

Una piccola digressione: esistono purtroppo persone che fanno confusione tra Star Trek e Star Wars per esempio o, peggio ancora, che non ne hanno mai visto nemmeno un episodio… ecco, per piacere prima di leggere l’articolo, mi raccomando RIPETIZIONE! La matematica, i congiuntivi e la saga di Star Wars!

Per quanto mi riguarda, posso affrontare l’argomento solo sotto stretta sorveglianza medica (Dottore mi scusi posso spostare l’ago della flebo? Mi fa male quando schiaccio “shift” per fare le maiuscole…) perché non sono appassionato, mi definirei più un adulatore della saga; adoro i primi tre film di fine anni ’70 inizio ’80 (poesia), un po’ meno i successivi dal ’99 al 2005 – che ritengo sì belli, vanno visti, ma si poteva fare di meglio – e poi sono andato completamente fuori di testa per Episodio VII e Rogue One, fatti sotto la guida niente po’ po’ di meno che “The Walt Disney Company” (il fatto che Mickey Mouse abbia fatto un bonifico di 4 miliardi di dollari a George Lucas mi fa venire le gambe molli).

I personaggi sono molti, ovviamente tutti amiamo Luke Skywalker, Chewbacca e Han Solo (Harrison Ford, Indiana Jones, Blade Runner… si va be’ ciao), ma nessuno regge il confronto con lui, il più terrificante cattivo della storia del cinema, Sua Maestà Darth Vader.

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Ucraina, Odessa, statua di Darth Vader

All’anagrafe Anakin Skywalker, in Italia Dart Fener o Lord Fener, comincia benissimo diventando in poco tempo un potente Jedi. Dopodiché si converte al male… il ribelle… affascinantissimo! Facciamo un sondaggio: carnevale appena passato, esiste il costume da Luke Skywalker? No. Da Darth Vader? Sì. È più spettacolare la spada laser azzurra o rossa? Ovviamente rossa. È più figo Joda (basso, peloso e con le orecchie a punta) o Darth Vader (alto, mascherato, mantello e completo neri elegantissimi)? Non c’è bisogno che rispondiate. Chi può vantare la propria effigie sulla facciata della cattedrale dei Santi Pietro e Paolo di Washington? Lui (tutto vero, guardate qui). Da chi Marty McFly prende spunto per convincere suo padre a corteggiare Lorraine? Chewbacca? Non credo proprio! In più è uno dei pochissimi personaggi (insieme a C-3PO e R2-D2) che appaiono in tutti gli otto film fatti fino ad ora (fisicamente in sette e come “ideale da seguire” in uno, Episodio VII).
Aggiungo un’ulteriore riflessione. Pensateci bene, la saga in fondo si basa sulla storia odio/amore tra un padre da un passato non del tutto “lineare” e suo figlio. Il padre vuole che il figlio segua e viva secondo i suoi ideali, il figlio invece vuole la pace e l’amore – concetto guarda caso esploso e tanto in voga tra i giovani degli anni ’70, epoca in cui nasce la prima trilogia – e alla fine, attraverso il dolore, avviene la redenzione del primo e la riappacificazione tra i due. Solamente con la conversione al bene in punto di morte di Anakin la galassia viene salvata, senza ciò, l’intera storia avrebbe avuto un finale alternativo.
Sommando tutti questi fattori vi troverete di fronte al vero protagonista della saga e a colui che è in realtà il vero salvatore della galassia, risparmiata quando si trovava ormai a un passo dal convertirsi al suo immenso potere maligno.

Dottore ho finito, posso togliere la flebo?