The Flavor Graveyard, il cimitero “gustoso”

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La prima rivendita (fonte)

Tranquilli cari lettori, nonostante il titolo, la chicca di oggi non sfocerà in nulla di blasfemo… o per lo meno non credo. Se vi dico Ben & Jerry’s vi viene in mente qualche cosa? Nemmeno a me fino a qualche tempo fa quando, per caso, mi imbatto in un sito di importazione di prodotti tipici americani. Nella sezione “ice cream” noto una quantità smisurata di barattoli con quel marchio contenenti gusti di gelato di tutti i tipi. Scopro che nel 1978, con un corso per corrispondenza da 5 dollari in gelateria, Ben Cohen e Jerry Greenfield aprono la loro prima rivendita di pinte di gelato in una stazione di rifornimento ristrutturata a Burlington, nel Vermont; da lì in poi si espandono progressivamente a macchia d’olio, fino ad arrivare – ai giorni nostri – a distribuire gelato in 35 paesi nel mondo… e fino a qui tutto bene. Purtroppo è quando gli americani si mettono in testa di non potersi più accontentare di quello che hanno che cominciano i problemi, ed è quello che i due geni del male Ben e Jerry hanno pensato a un certo punto della loro maledetta vita commerciale.
Come spesso capita in aziende di questo tipo c’è sempre un ricambio fisiologico del prodotto, Ben e Jerry ogni anno aggiungono infatti nuovi gusti di gelato a discapito di altri che terminano la loro vita terrena. Ora, qual è secondo voi l’idea più folle per fare soldi (in primis!) e per valorizzare una cosa destinata a finire nel dimenticatoio? CHE COSA PUÒ VENIRE IN MENTE, DICO IO!!??

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The Flavor Graveyard (fonte)

Probabilmente posseduti dal demonio, nel 1997 i due gelatai decidono di inaugurare vicino alla loro sede storica nel Vermont (qui la posizione) il primo e unico cimitero di gusti del gelato ormai fuori produzione! Il luogo è delimitato da una sobria recinzione in legno grigio e nel praticello all’inglese sono presenti vere e proprie lapidi riportanti l’effige dei gusti ormai dipartiti, con tanto di epitaffio, data di nascita e di decesso. Nel ’97 i “cari defunti” erano solo 4, oggi molti ma molti di più, ai quali vengono a rendere omaggio circa un quarto di milione di visitatori l’anno. Pazzesco!
Ok, dopo aver preso atto della folle iniziativa, uno è portato a pensare che dopo questo nulla sia più possibile, e invece… e invece no! I gusti posso resuscitare! Ogni tanto, in base alle preferenze dei consumatori, si verifica l’agghiacciante comparsa del gusto zombie che torna in produzione per un tempo limitato. Beh signori, se tutto questo (qui la pagina ufficiale del sito) non è folle e nello stesso tempo geniale, ditemi voi come lo si può definire.
Ultima importantissima informazione: considerando la follia del posto, non credo possiate rischiare di incontrare il turista medio da queste parti. Se ciò però dovesse capitare, segnalatelo subito alle autorità competenti, che provvederanno ad allontanarlo immediatamente.

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L’isola di Avalon

Tor and surrounding Somerset Levels Glastonbury UK aerial view

Glastonbury Tor (fonte)

La pillola che è in infusione quest’oggi riguarda un luogo leggendario dal fascino indiscusso e, se un giorno fosse mai scovato, sarebbe a mani basse la scoperta archeologica più sensazionale della storia. Sto parlando della mitologica isola di Avalon… (pausa scenica) …luogo dove Giuseppe di Arimatea si rifugiò dopo aver raccolto nel Sacro Graal il sangue di Cristo crocifisso e dove si dice venne sepolto Re Artù di Camelot; due cosine da niente, direi!

Le teorie su dove Avalon possa realmente trovarsi sono innumerevoli e, a volte, anche molto fantasiose. Quella che mi è stata segnalata dall’archeologo di fama mondiale Dr. Henry Walton Jones Jr. in persona (non voglio vedere mani alzate per chiedere chi è costui! Potrei diventare molto scontroso!) mi ha molto incuriosito e ho deciso i metterla immediatamente in infusione.

Siamo nel sud dell’Inghilterra, poco prima che cominci la Cornovaglia e, nello specifico, nelle vicinanze della graziosa cittadina di Glastonbury; all’interno dei ruderi dell’abbazia si trova un anonimo rettangolo di pietra con cartello annesso riportante la seguente scritta: “Site of King Artur’s tomb”. Ok trovata, due foto in posa con i sandali e le calze di spugna e a posto cosi…
No ragazzi, no! Ma stiamo scherzando?! Siccome “…la X non indica mai il punto dove scavare” (cit. sempre del Dr. Jones), non è lì che dobbiamo cercare. Troppo facile.

Bisogna spostarsi dal villaggio verso est per circa un chilometro e mezzo e imboccare Wellhouse Lane. Qui tra la boscaglia si comincia a intravedere qualcosa di interessante… no, non è quel turista medio che si sta per strangolare col la cartina plastificata di dimensioni sconsiderate, ma ciò che si staglia un po’ più in là. Una stranissima collina chiamata Glastonbury Tor (qui la posizione corretta), con una costruzione slanciata sulla cima – la Torre di San Michele risalente al XIV secolo – spicca in mezzo alla campagna; ehi ma poco più avanti c’è un accesso, qualche cosa nella vostra testa vi ordina di imboccarlo, vero? Questo qualche cosa ve lo spiego io cos’è: è semplicemente la possibilità concreta che noi si sia al cospetto dell’isola di Avalon! Effettivamente alcuni studi scientifici affermano che queste zone attorno all’anno 1000 erano completamente ricoperte da paludi e acquitrini derivanti da acque alluvionali facilmente navigabili, dalle quali spiccava appunto “l’isola” su cui si appoggiava il villaggio di Glastonbury e, poco più avanti, quella più piccola di Glastombury Tor, raggiungibili in alcuni periodi dell’anno addirittura in barca.
I primi cristiani vi costruirono qui un’antichissima chiesa (ormai andata perduta) e i particolari terrazzamenti sui fronti della collina sarebbero il tortuoso percorso, una specie di labirinto, che i pellegrini dovevano percorrere prima di raggiungerla; la sacralità del luogo è ancora più accentuata dal fatto che esso è attraversato da un antico sentiero – la St. Michael Ley – che collegava in linea retta  altri luoghi sacri della zona e, ancora, dalla sua appartenenza al segno dell’Acquario nello Zodiaco di Glastonbury (meglio non accennare nemmeno l’argomento perché potrebbe essere deleterio per tutti, guardatevelo in queste foto).

Sommate tutto questo al fatterello della possibile presenza del Santo Graal, portato da Giuseppe di Arimatea, descritto in principio e avete il motivo per cui dopo la battaglia di Camlann fu deciso di seppellire qui il corpo di Re Artù.

Ok adesso però ricomponiamoci, spostiamo i resti dei turisti medi che ricoprono il pavimento come colpiti da una misteriosa epidemia e ragioniamo razionalmente: come potete immaginare tutto ciò non è la verità assoluta, ma quando un sito archeologico di questo tipo si fonde con il mito e la leggenda, il suo fascino aumenta indiscutibilmente in maniera esponenziale e il viaggiatore ha il dovere di andarlo a visitare.
E poi scusate, ma quando nelle gelide giornate invernali la collina di Glastonbury Tor ritorna a essere l’isola che era, sbucando dalle nebbie inglesi, sfido chiunque a non credere a tutto ciò.

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L’isola di Avalon (fonte)

New York, il blackout del 1977

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L’inconfondibile profilo delle Twin Towers nel buio di Lower Manhattan (fonte: nydailynews.com)

Non so se quando l’elettricità tornò a illuminare New York quartiere dopo quartiere, nel tardo pomeriggio del 14 luglio 1977, ci si rese immediatamente conto che nelle venticinque ore appena trascorse qualcosa era cambiato per sempre. Probabilmente no, ma quell’evento, conosciuto come il blackout del 1977, avrebbe segnato un solco indelebile nella storia della metropoli e non solo, uno spartiacque utile a determinare un prima e un dopo.

Ci troviamo nei tormentati anni ’70, un periodo in cui una New York martoriata da degrado e criminalità sta vivendo dolorosi cambiamenti sociali. Sono gli anni in cui il Bronx brucia di incendi dolosi che i proprietari di case ormai impossibili da rivendere appiccano nel tentativo di recuperare almeno i soldi dell’assicurazione. Interi isolati sono ridotti a cumuli di macerie e vaste aree periferiche si svuotano, mentre il resto della città non se la passa meglio, stretta alla gola da una crisi fiscale che la sta mettendo in ginocchio.
Nell’estate del 1977 un’eccezionale ondata di caldo non fa altro che peggiorare la situazione, rendendo ancora più irrequieti gli animi e aggiungendo alla crisi economica e sociale, quella energetica.
La sera del 13 luglio, due fulmini colpiscono in rapida successione una centrale elettrica a Buchanan e, successivamente, una sezione della linea che rifornisce l’area metropolitana. Nel giro di poco, il più grande generatore di New York, situato nel Queens, fortemente sovraccaricato smette di funzionare, lasciando tutti e cinque i distretti al buio.

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Le luci di emergenza illuminano lo Shea Stadium (fonte: nytimes.com)

Sono le 21.30, i Mets interrompono la partita che stanno giocando allo Shea Stadium, le stazioni televisive e radiofoniche si spengono, gli aeroporti JFK e La Guardia vengono chiusi, le linee metropolitane si fermano intrappolando migliaia di passeggeri e in men che non si dica in diversi punti della città si verificano disordini, con la polizia che cerca di arginare la massa di persone che si riversa nelle strade, saccheggiando negozi, rapinando banche e appiccando incendi. Le forze dell’ordine sono però in netta minoranza e le stesse prigioni non bastano a far fronte all’eccezionale ondata di arresti. Per l’occasione viene addirittura riaperto un vecchio carcere ormai in disuso a Lower Manhattan, inadatto ad accogliere i prigionieri e infestato dai ratti.

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Uno dei numerosi incendi appiccati durante il blackout (fonte: nydailynews.com)

Chi non si è barricato in casa è fuori a cercare di sfruttare al massimo un’occasione più unica che rara, arraffando merce di qualsiasi tipo per poi riutilizzarla o rivenderla, per sopravvivere. Ciò avviene soprattutto nei cosiddetti ghetti neri, dove il blackout è la scintilla che fa esplodere una polveriera di proporzioni enormi. Anni di degrado e scelte amministrative vissute come ingiustizie non hanno fatto altro che mettere in risalto le differenze sociali. Disagio e malcontento, senso di abbandono e voglia di rivalsa risaltano come fari nella notte newyorkese e già da qualche anno costituiscono i pilastri alla base di un nuovo fenomeno chiamato Hip-Hop.
Nato nel Bronx (ne parliamo anche in questo articolo), diffondendosi poi ad Harlem e in alcune zone di Brooklyn, l’Hip-Hop è un genere musicale – ma sarebbe più esatto parlare di movimento culturale – che infiamma proprio i giovani afroamericani provenienti dalle aree più povere di New York e diventa orgoglioso contraltare alla musica Disco, propria delle classi sociali più benestanti, ma ha un grosso problema: l’attrezzatura per potercisi cimentare costa parecchio e non è alla portata di tutti.
La notte del blackout è quindi il momento ideale per potersi appropriare di console da dj, microfoni, dischi, mixer e tutto ciò che serve per produrre musica propria.

Raccontano Grandmaster Caz e Disco Wiz che quando la luce si spense la sera del 13 luglio, in men che non si dica si trovarono a dover fronteggiare un’orda di persone decise a sottrar loro gli strumenti coi quali stavano suonando alcuni dischi in un parco del Bronx e che dovettero puntare una pistola per fare desistere questa gente.
Lo stesso Disco Wiz sottolinea in un’intervista che fino a quel blackout conosceva cinque crew di dj in tutta New York mentre, dopo quegli eventi, nuove crew spuntavano come funghi e se ne potevano trovare a ogni angolo della città.

Il blackout e i saccheggi legati ad esso danno una spinta decisiva alla diffusione dell’Hip-Hop, regalando di fatto a ogni giovane che aspiri a diventare dj (e che non si faccia particolari scrupoli) gli strumenti per farlo.
La corrente torna intorno alle 22.30 del 14 luglio, restituendo alla città una parvenza di normalità, ma quattromila arresti, milleseicento negozi saccheggiati, più di mille incendi e un ammontare di danni per circa trecento milioni di dollari sono un conto decisamente salato per una città già in gravi difficoltà. Si verificano alcuni decessi durante le venticinque ore di emergenza, ma incredibilmente nessuno di essi è conseguenza degli scontri.

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I grattacieli di Midtown avvolti dall’oscurità (fonte: boweryboyshistory.com)

Il blackout costa la rielezione al sindaco uscente Abraham Beame e sarà uno dei temi principali sui quali Ed Koch impernierà la sua vincente campagna elettorale, divenendo sindaco e partendo proprio dal fondo toccato quella notte per dare il via a un progressivo risanamento della città, con una lotta senza tregua alle gang di strada e, in generale, al degrado.

Quello del 1977 non è stato l’unico blackout verificatosi nella storia di New York (ce ne fu uno nel 1965 e uno nel 2010), ma è stato indubbiamente il più catastrofico considerando le condizioni precarie in cui versava la città, nonché uno degli eventi emblematici di quell’epoca di grandi tumulti che sono stati gli anni ’70. Riguardando oggi a quegli avvenimenti sembra incredibile come, nel giro di poche ore e in una eccezionale situazione di emergenza, molte cose possano essere cambiate per sempre.

 

La diga del Gleno

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Resti della diga del Gleno (fonte: Wikipedia)

E se vi dicessi che a pochi chilometri da Milano esiste un luogo che sembra uscito dalla saga de Il Signore degli Anelli, voi ci credereste? No? Mai, e dico MAI, dubitare delle chicche di questo blog!
Allora, prendete la vostra macchinina e dirigetevi in provincia di Bergamo, raggiungete il comune di Vilminore in Val di Scalve e da qui arrampicatevi fino al microscopico agglomerato di case chiamato Chiesa San Lorenzo in Pianezza (qui la posizione); abbandonate il mezzo nella piazzetta della chiesa e preparatevi per una bella e salutare camminata in mezzo alla natura selvaggia della Alpi bergamasche. Ah, prima di incamminarvi date un’occhiata al campanile perché c’è subito qualcosa da notare: ebbene, state guardando uno dei soli 44 orologi “alla romana” d’Italia, ovvero con il quadrante suddiviso in sei invece che in dodici ore (qui trovate qualche info in più). Inoltratevi nel viottolo che attraversa le case in pietra, aggiungetevi al gruppetto di hobbit, elfi, nani e maghi che vi sta aspettando, e incamminatevi sulla mulattiera che da lì ha inizio e che, percorrendo tutto il fianco della montagna a strapiombo sulla vallata del fiume Gleno, vi porterà fino alla meta.

Il sentiero (C.A.I. n° 411, Vilminore – Lago di Gleno) sale da 1267 fino a circa 1500 metri in poco tempo, per poi diventare praticamente pianeggiante e altamente spettacolare: la vista sulla vallata alla vostra sinistra è veramente mozzafiato; aleggia nell’aria anche un non so che di misterioso perché, a causa della conformazione fisica della mulattiera, per la maggior parte della camminata (poco più di un’ora) non si riesce a capire con chiarezza cosa si stia per palesare all’improvviso, svoltato il costone di roccia. Infatti, dopo aver raggiunto e superato un piccolo edificio in pietra incastonato tra il sentiero e la montagna, il percorso piega decisamente verso est, ma il vostro sguardo sarà catturato da quelle che in lontananza sembrano le rovine dei Cancelli di Morannon, poco prima del Regno di Mordor… viaggiatori vi devo mettere in guardia, non sarà facile distogliere il mirino dall’obbiettivo, attenzione a dove mettete i piedi da qui in poi!

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Il lago alle spalle dei resti della diga (fonte: Wikipedia)

Quello che vi sta ipnotizzando fino alla pazzia e che piano piano si avvicina a voi minaccioso è ciò che rimane della diga del Gleno, crollata improvvisamente il 1° dicembre 1923 sotto l’enorme peso dell’acqua presente nel bacino retrostante e che causò ufficialmente 356 morti, stimati forse il doppio.  A causa delle fortissime piogge verso la fine di ottobre del ’23 il lago artificiale si riempì per la prima volta, alcune avvisaglie che qualcosa stesse per andare storto si verificarono per tutto il mese successivo sotto forma di perdite, sopratutto nelle arcate centrali che non erano appoggiate sulla roccia, fino ad arrivare al cedimento completo. Alle 7:15 del primo giorno di dicembre, sei milioni di metri cubi di acqua (più detriti e fango) precipitarono nella vallata fino a riversarsi nel Lago di Iseo (una ventina di chilometri più giu!), preceduti da un terrificante spostamento d’aria e lasciandosi alle spalle solo devastazione. Ovviamente nulla da fare, tutto venne spazzato via, il disastro totale.

Il sentiero vi porterà fino a ridosso del gigantesco sbarramento e potrete passare attraverso i quasi settanta metri di squarcio da cui l’immensa quantità d’acqua è violentemente defluita… fare ciò mentre ci si rende conto che questa volta non è colpa di Godzilla, ma solo della negligenza umana vi farà rimanere in silenzio e con il naso all’insù.

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Lo squarcio (fonte: Wikipedia)

E il Signore degli Anelli? Beh, se il giorno che decidete di andare a vedere la diga il meteo comincerà a diventare un po’ inclemente – tipo l’immagine qui sotto – non stupitevi se un uomo a cavallo con uno strano cappello in testa che dice di chiamarsi Gandalf il Grigio vi chiede indicazioni, tutto normale.

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Cancelli di Morannon, Mordor (fonte: michelegusmeri.it)

Villa Scott a Torino

Torino è una di quelle città che, sotto una facciata apparentemente austera e compassata, riescono a nascondere chicche a dir poco sorprendenti.
Non è difficile nel capoluogo piemontese respirare l’atmosfera di un glorioso passato e, soprattutto in alcuni quartieri, le testimonianze di un’epoca d’oro sono quanto mai evidenti.
È il caso del quartiere Borgo Crimea, situato sulle colline immediatamente al di là del Po, dirimpetto al ponte Umberto I. Provate e partire da qui per un tour a piedi e vi godrete eleganti abitazioni costruite a cavallo di fine ‘800 e inizio ‘900 da famiglie nobili e alto borghesi, intente a godersi una bella vista sulla città da un luogo privilegiato e decisamente più tranquillo.
In particolare, c’è una villa che sono sicuro riuscirà a stimolare l’immaginazione dei nostri lettori più di ogni altra, ed è con una certa apprensione che ve ne parlo.
Perché dico “con una certa apprensione”? Ma perché questa villa è un sonoro schiaffo per chiunque si fermi a osservarla.

Progettata da Pietro Fenoglio, uno dei più noti architetti e interpreti del Liberty italiano, Villa Scott (dal nome del suo primo proprietario) è uno strepitoso esempio di quella che rimane – a mio modesto parere – una delle più sconvolgenti e suggestive correnti stilistiche della galassia.
La villa è un tripudio di decorazioni ed elementi tipici del Liberty, per cui aspettatevi di essere spintonati da statue e fontane, sbeffeggiati da tanto azzardate quanto armoniche volute e presi brutalmente di mira da finestre incorniciate in modo decisamente arrogante. Non aspettatevi tuttavia di trovarvi di fronte a qualcosa di esagerato o pacchiano, tutt’altro! L’aspetto più straordinario è forse proprio questo; la villa si sviluppa infatti all’interno di spazi ben ponderati e rimane discretamente celata dietro a un boschetto di alberi e una sobria cancellata in parte nascosta dall’edera.

Con la morte del primo proprietario, Villa Scott ha cambiato destinazione, divenendo sede di un collegio femminile ed è proprio in questo periodo che ha vissuto il suo “momento di gloria”, per così dire. La villa è stata infatti scelta come location per alcune scene di Profondo Rosso, uno dei film più conosciuti e apprezzati di Dario Argento, divenendo per l’occasione l’inquietante Villa del Bambino Urlante.
L’abitazione è nuovamente passata di proprietà e, successivamente a un restauro, è tornata a essere una residenza privata.

Ora una piccola nota personale. Negli ultimi mesi mi trovo a Torino per lavoro, proprio alla fine di via Mazzini, in un ufficio che si affaccia sul Po. Immaginate ora la suggestione della vista che ho davanti ogni giorno: gli alberi spogli di questo periodo dell’anno, la strada, il fiume che scorre sonnolento e i quartieri alti sulle colline al di là di esso; il tutto avvolto in una grigia nebbiolina.
Capite bene che la fantasia non può fare a meno di correre violentemente alla Villa del Bambino… ehm, a Villa Scott che da qualche parte, sono sicuro, mi sta osservando.

Peter Pan nei Giardini di Kensington

Londra è per molti aspetti una città magica e sono molte le storie fantastiche legate per un motivo o per l’altro ad essa. Sì, però state calmi che vi vedo già agitati. Bene, proseguiamo.

Dicevo, sono molte le storie fantastiche legate ad essa e tra le più famose vi è senza dubbio quella di Peter Pan. Certo che non occorra presentare il celeberrimo personaggio letterario in questione, passo direttamente a illustrarvi l’angolo di Londra in cui potete incontrarlo. Ammetto che per un periodo ho creduto che ciò non rappresentasse una vera e propria chicca, dato che il luogo è piuttosto conosciuto, ma chiacchierando con diverse persone a riguardo ho avuto modo di appurare – non senza una punta di stupore – che molti ne ignorassero del tutto l’esistenza. Ed è qui che arriviamo noi a illuminarvi la via.

Prendete nota. Innanzitutto dovete ovviamente addentrarvi nei Kensington Gardens. Perché dico ovviamente? Ma perché è qui che Peter idealmente viveva quando fu creato dalla penna del suo autore J.M. Barrie. Peter Pan era infatti un bambino che volò via dalla finestra di casa ancora in tenerissima età (una settimana appena) per andare a vivere con gli uccelli e le fate nei giardini di Kensington, precisamente in un’isola situata in mezzo al lago conosciuto col nome di Serpentine, e sarà proprio all’interno di questo parco che il bambino vivrà le sue prime avventure. Solo successivamente Barrie sviluppò ulteriormente il personaggio, inventando nuove storie e il mito dell’Isola che non c’è, facendone la sua dimora.
Bene, addentratevi nel parco da una delle numerose entrate, probabilmente la più comoda è quella di Lancaster Gate, anche se personalmente vi suggerirei una piacevole passeggiata partendo proprio dal quartiere di Kensington. Sulla sponda del Serpentine (qui la posizione esatta) si erge la statua in bronzo del bambino che non voleva crescere mai, colto mentre suona il suo flauto per fate e altre creature fantastiche. La statua, situata nel punto esatto in cui il bambino atterrò una volta fuggito di casa, fu voluta da Barrie che la concepì come un suo personale regalo alla città di Londra e in particolare ai bambini. È difficile infatti non emozionarsi davanti a questa scultura e non provare un piacevole ritorno alla propria infanzia.

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Visita alla statua di Peter Pan, marzo 2008

Credete che fu questo l’unico regalo che lo scrittore fece ai bambini della propria città? Nient’affatto. Egli decise infatti di lasciare in eredità i diritti d’autore del suo personaggio più celebre all’ospedale pediatrico di Great Ormond Street che ne avrebbe usufruito ogni qualvolta Peter Pan fosse stato rappresentato.

Un’ulteriore curiosità: la piazzetta in cui si trova la statua appare anche in una delle ultime scene del film Hook, con Robin Williams che nei panni di un Peter Pan adulto e reduce dalla sua ultima avventura sull’Isola che non c’è si risveglia proprio qui, ai piedi della scultura che lo ritrae.

Lo schiaffo della settimana #12

e483e30d4309a8b4b39774d0e1603adaCari lettori, oggi vi giochiamo un tiro veramente mancino, ce ne rendiamo perfettamente conto e vi chiediamo scusa in anticipo. Il brano – lo schiaffo, per essere più precisi – di questa settimana è un pezzo del mitologico duo Simon & Garfunkel, dal titolo quanto mai eloquente di The 59th Street Bridge Song (Feelin’ Groovy).

Notiamo che qualcuno tra voi è già fuggito a gambe levate e non possiamo certo biasimarlo. Per chi è invece rimasto, dobbiamo nostro malgrado spiegare il carico di dolore che tali parole sottintendono, ma non prima di avervi dato un paio di nozioni. La canzone, scritta da quell’indiscusso fuoriclasse di Paul Simon che l’ha interpretata e incisa in coppia con Art Garfunkel, venne pubblicata nel 1966 all’interno del loro terzo album Parsley, Sage, Rosemary and Thyme ed è tutt’oggi uno dei loro pezzi più amati.
Ma passiamo alle note dolenti. Come purtroppo il fato ha deciso, Simon & Gurfunkel sono di New York e 59th Street Bridge non è altro che un nome più colloquiale col quale indicare il ponte suà-maestà-signore-del-male Queensboro Bridge che, con i suoi 1.1325,2 metri di acciaio, bulloni e arroganza, dal 1909 collega il distretto del Queens a Manhattan, passando con sfacciata impertinenza per Roosevelt Island.

Vi possiamo garantire che è un’esperienza assolutamente gratificante passeggiare nei pressi del ponte prendendo alla lettera ciò che Simon & Garfunkel consigliano con il loro brano: rallentare, nel caos del traffico cittadino come nella vita, per apprezzare il piacere delle cose semplici come i ciottoli della strada, i fiori e, perché no, fermarsi a parlare con un lampione.

Oltre alla versione in studio di 59th Street Bridge Song (Feelin’ Groovy) che trovate di seguito, qui vi proponiamo il live dallo storico concerto di Central Park.