Lo schiaffo della settimana #7

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Oggi vi propongo Fame del fuoriclasse David BowieLa canzone è il secondo singolo estratto dal disco Young Americans del 1975 ed è usata e abusata come colonna sonora di un sacco di cose (purtroppo è il destino delle grandissime canzoni). In sé, neanche a dirlo, nasconde un segreto.
Verso la fine del 1974 il Duca Bianco si trovava a New York e decise di contattare l’ex Beatle John Lennon per farsi una suonata assieme. Dopo un po’ di improvvisazioni e strimpellate la posta in palio si alzò e Bowie decise di provare un nuovo pezzo – Fame, per l’appunto – che si sviluppò piano piano e per bene in studio, con l’aiuto del genio scarafaggio. Lennon contribuì sia nella stesura del testo che nel cantato, sua è la voce che canta Fame! nei cori e di nuovo sua è la voce che ripete la stessa parola, con diverse modulazioni elettroniche. Il risultato è sovrannaturale.

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Le porte del Normandie

Quando sono venuto a conoscenza di ciò che state per leggere mi trovavo per strada, gli occhi fissi sullo schermo dello smartphone, e vi giuro che se avessi preso un lampione di cemento in pieno volto, il dolore sarebbe stato minore.

Vi anticipo che la location della chicca messa in infusione oggi non sarà per nulla d’aiuto, per cui via il dente, via il dolore come si suol dire. Ci troviamo a Brooklyn, nell’irriverente quartiere di Brooklyn Heights e per piacere non fate quella faccia, vi avevo avvisato che sarebbe stata dura.

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Ora facciamo un salto indietro di diversi decenni. Siamo nel febbraio del 1942, sempre a New York, ma questa volta nella zona dei moli. Attraccato al Pier 88 si trova l’SS Normandie, a detta di molti il più bel transatlantico che abbia mai solcato l’oceano nell’era d’oro della navigazione tra Europa e America, nonché il più grande del mondo al momento del varo. Da ore i suoi ponti sono avvolti da un incendio scoppiato durante i lavori di conversione da nave da crociera a mezzo di trasporto truppe nel conflitto mondiale (un paio di mesi prima i giapponesi avevano colpito a Pearl Harbor) e, nel cuore della notte tra il 9 e il 10 febbraio, lo scafo già ridipinto di grigio si capovolge sotto il peso dell’acqua che i battelli antincendio hanno riversato ininterrottamente nel tentativo di domare le fiamme. La gloriosa carriera del Normandie (che da nave militare avrebbe dovuto essere ribattezzato USS Lafayette) finisce qui.

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Abbiamo accennato alla bellezza del transatlantico. Entrato in servizio a metà degli anni ’30, la sua linea era lo specchio perfetto dello stile dell’epoca e i suoi interni l’esatto tipo di ambiente in cui vi aspettereste di incontrare Jay Gatsby. Ma non tutto quel lusso è andato perduto.

Torniamo a Brooklyn e dirigiamoci verso Our Lady of Lebanon (qui l’indirizzo), una cattedrale di una certa importanza, come confermano le sue dimensioni e i ricchi ornamenti. Adesso per piacere, fate un respiro profondo, stringete la mano del vostro vicino e, facendo appello a tutte le vostre forze, avvicinatevi al portone d’ingresso. Che cosa vedete? Due grandi battenti in bronzo decorati con sei medaglioni raffiguranti città della Normandia, il tutto in un delizioso gusto rétro, vero? Bene.
normandiedoors2Cercate di scollarvi da ciò che state osservando strabiliati e muovete pochi passi malfermi per andare a controllare anche il portone laterale. Troverete altri quattro medaglioni, uno dei quali riportante una scena marittima. Sia ben chiaro che nella vita le coincidenze esistono, ma non è questo il caso. I curiosi bassorilievi e i motivi ornamentali sono stati ripescati dall’Hudson, ripuliti e messi all’asta, in quanto provenienti niente meno che dal Normandie.
Nella loro precedente vita, questi si trovavano applicati ai portali d’ingresso alla sala da pranzo di prima classe e provate a immaginare per un momento quante persone ci siano passate attraverso nel cuore dell’Atlantico, durante le serate di gala in una delle lussuose traversate del leggendario transatlantico. A me gira vorticosamente la testa e a voi?

Gli alberi di Avatar

Ero titubante nel mettere in infusione questa chicca che, a mio parere, non è di questo mondo; qualcosa o qualcuno al di fuori del sistema solare ci deve aver messo lo zampino, non c’è altra spiegazione. Ci troviamo nelle foreste pluviali dell’isola di Maui – ebbene sì turista medio, non si tratta solo di una marca di capi di abbigliamento – ma potremmo benissimo trovarci sul pianeta di Pandora, casa del popolo dei Na’vi nel film Avatar; dopo uno dei consueti acquazzoni hawaiani ci si aspetterebbe di vedere in cielo l’arcobaleno… e invece questo si palesa in forma inconsueta, proprio davanti ai vostri occhi stupiti. Si fa fatica a crederci!

Passeggiando cautamente vi accorgerete di essere nel bel mezzo di sconfinate foreste della versione più psichedelica di eucalipti giganteschi (l’alberello può arrivare a 70 metri di altezza!), l’Eucalyptus deglupa che risulta del tutto identico ai suoi fratelli meno appariscenti, tranne che per un particolare: la sua corteccia è variopinta e assume tutti i colori dell’iride!

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Fonte National Geographic

L’effetto strabiliante deriva dalla naturale esfoliazione della corteccia, che non si stacca tutta nello stesso momento ma gradualmente durante tutta la vita dell’albero, lasciando scoperta ed esposta all’atmosfera tropicale la parte più giovane, di un verde intenso. Si passa poi ai toni del giallo e del rosso, si arriva al blu, al viola e, infine, al marrone scuro della vecchia corteccia. Lo sapevo che James Cameron non aveva inventato nulla! Ah, nei dintorni potreste imbattervi in curiosi monoliti con sembianze di umani posti in posizione rannicchiata: non sono manufatti preistorici degli antichi abitanti dell’isola, bensì i corpi pietrificati di qualche sventurato turista medio portato lì contro la propria volontà.

Attenzione, perché se voleste googlare un po’ e cercare qualche foto in più, in rete girano immagini modificate con programmi di grafica nelle quali gli alberi risultano più simili a un evidenziatore Stabilo Boss rispetto a quello che realmente sono, per cui non cadete nel tranello. Dovrebbero togliere l’impostazione Anni ’90 dal comando per aumentare la saturazione, non credete?

L’illusione ottica di Ísafjörður

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Appena scoperta la chicca di questo articolo l’istinto di condividerla sul blog è stato incontrollabile; sarebbe come tentare di opporsi al lato oscuro, o sei Luke Skywalker oppure è inutile (cit. il collega di questo blog, Davide). Allora, prendiamo un Walter Mitty, mettiamolo su un longboard e facciamolo filare a tutta velocità dentro un paesaggio a dir poco struggente, dove siamo? Islanda, benissimo!

Più precisamente ci troviamo nel paesino dal nome impronunciabile di Ísafjörður dove ci sono probabilmente più foche e balene che persone; le casette colorate sono “appoggiate” sulle rive del fiordo omonimo, su una piccola penisola di 1,5 km di lunghezza proprio al centro dell’insenatura ed è il classico paesello dove fa freddissimo sempre, ma dove le persone sono molto felici di viverci. Questa felicità probabilmente deriva anche dal fatto che, a parte il gelo, gli orsi polari affamati e i vulcani esplosivi, la gente fa molto comunità ed è consapevole di vivere in un luogo sicuro. Ma vuoi che anche lì non esista l’elemento che fa il matto con la macchina o con il motorino in giro per il paese? Beh, per ovviare al problema la compagnia islandese Vegamálun, specializzata in segnaletica stradale, ha avuto un’idea a dir poco geniale: le strisce pedonali 3D!

L’idea è stata ingannare l’occhio di automobilisti e motociclisti che nelle vicinanze degli attraversamenti sono spinti a toccare il freno per evitare di schiantarsi contro quelle che sembrano travi di cemento che fluttuano nell’aria; l’illusione ottica viene creata con la particolare rappresentazione grafica delle strisce che sembrano muoversi e alzarsi da terra man mano che ci si avvicina. Per la verità non è un’innovazione, l’amministratore delegato della Vegamálun ha infatti dichiarato di avere preso l’idea da qualcosa di molto simile realizzato qualche anno prima in India e che ha ridotto sensibilmente gli incidenti. E vi dirò di più: sembra che anche quegli spacconi di Pechino le abbiano adottate in alcune zone.

Uno spunto di riflessione: ma ve la immaginate la copertina di Abbey Road dei Beatles con le strisce 3D cosa sarebbe?

Milano, il quartiere che non ti aspetti

Dopo la chicca milanese di qualche settimana fa (qui l’articolo), torniamo ad abbatterci con l’impeto dell’uragano Katrina sul capoluogo lombardo per scovare – non senza una dose di dolore – un angolo che onestamente nessuno di noi si aspetterebbe di trovare nella capitale economica del Paese.

Come in una battuta di caccia grossa, sistematevi sottovento e lentamente avvicinatevi alla preda. Ci troviamo nella centralissima zona di Piazza Cinque Giornate. Resistendo all’istinto primordiale di farvi investire da uno dei tram che vi sferragliano attorno, allontanatevi di un paio di isolati fino a giungere in via Lincoln (qui la posizione su Google Maps), una strada come tante sulla quale si affacciano basse abitazioni. Tutto sembrerebbe normale, se non fosse che inizierete letteralmente a dubitare dei vostri occhi. Cosa sono quei colori sgargianti e del tutto avulsi dal contesto meneghino? Siete nel cosiddetto quartiere Arcobaleno, un caso urbanistico la cui singolarità (almeno a queste latitudini) dovrebbe attrarre come falene gli instancabili cacciatori di chicche. E ci aspettiamo che sia così.

Pensato e costruito nella seconda metà dell’800 da una cooperativa di operai decisi a migliorare la propria qualità della vita, questo angolo di Milano avrebbe dovuto rappresentare la prima tappa di un ambizioso progetto di idealizzazione urbana, con quartieri pensati ad uso e consumo degli operai che sempre più numerosi si andavano insediando nella crescente metropoli. Un quartiere Giardino, con piccole case indipendenti e soprattutto dai prezzi accessibili, destinato alla manodopera. Purtroppo il progetto non vide mai la sua conclusione, causa problemi di reperimento fondi e due guerre mondiali scoppiate nei decenni successivi. Rimane tuttavia questo piccolo gioiello, un gruppo di case decorate con colori sgargianti in quella che sembra sia stata una sorta di competizione nell’avere la casa più bella e vivace del quartiere.

Le villette sono circondate da giardini curatissimi e vialetti acciottolati e pare che il periodo migliore per visitare il quartiere Arcobaleno sia la primavera, quando le piante in fiore incorniciano in modo perfetto questo quadro urbano.

La libreria Acqua Alta

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Libreria “Acqua Alta” (fonte)

Ci sono molte cose che il mondo intero ci invidia e una di queste è sicuramente la città di Venezia, unica nel suo genere e sfacciatamente tra le città più belle del pianeta.

Vedo una mano alzata. Sì tu, dimmi! A Venezia però c’è troppo umido, meglio Fort Lauderdale in Florida, conosciuta anche come la Venezia d’America? Sicurezza, per piacere potete allontanarlo sgarbatamente? Grazie.

Ovviamente meglio non entrare nel merito della città in sé, perché ci vorrebbero innanzitutto quattro o cinque blog e poi i vicoli, i canali, le fondamenta sommerse, la sua architettura… troppo dolore, meglio evitare. Meglio andare nello specifico e soffermarsi sulla chicca in infusione di oggi; è un luogo seminascosto e molto particolare, che farà fuggire come lepri i turisti medi e attirerà come api al miele i viaggiatori, roba veramente demoniaca.

Sicuramente la sacra scrittura Lonley Planet nella vostra visita della città vi farà passare da Campo dei Santi Giovanni e Paolo, dove sorge l’omonima basilica (spettacolare edificio del 1300 tra i più imponenti della città, ergo imperdibile) e dove potete ammirare la strabiliante facciata rinascimentale della Scuola Grande di San Marco. Da qui inoltratevi nei vicoli verso sud, attraversate Rio de Santa Maria e cercate di individuare Calle Longa Santa Maria Formosa (cosa assolutamente non complicata per la verità); la viuzza è angusta ma riuscirete sicuramente a scorgere un portoncino verde di legno molto usurato, con una la scioccante scritta gialla Libreria Acqua Alta. Questo nome – che possiamo tranquillamente considerare una sorta di ossimoro – vi farà tintinnare i neuroni in testa, e questo è un bene. Ora i vostri sensi sono al massimo come quelli di Spiderman e potete varcare la soglia della malefica porta verde con sicurezza.

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Libreria “Acqua Alta” (fonte)

L’impatto è folle, la porta è come uno stargate che vi proietta in un’altra dimensione, un microcosmo fatto di libri di qualsiasi genere ed epoca, arredi stravaganti e ovviamente acqua alta. Sì, perché in fondo al locale c’è un’apertura raso acqua (indicata come uscita di emergenza…) che dà direttamente su Rio de la Tetta, che quotidianamente invade la libreria. Ma, come direte voi, e i libri? Il colpo di genio del proprietario – il sig. Luigi – è stato non alloggiare il prezioso contenuto del suo negozio su mensole o scaffali, ma direttamente all’interno di piccole gondole, canoe o simili e vasche da bagno di riciclo! Il labirinto di libri è impressionante e perdersi al suo interno con l’odore dell’umidità che fa da sottofondo è un’esperienza quasi mistica e, la sensazione che qui da qualche parte ci si possa trovare il volume di stregoneria della famosa scuola di Hogwarts o gli appunti sul Sacro Graal del professor Henry Jones Sr., diventa piano piano una certezza.

Ben presto capirete anche per quale motivo il proprietario vi farà notare con immensa fierezza il belvedere della libreria; questo è infatti un piccolo balconcino raggiungibile tramite una scaletta, dal quale si ha un punto di vista privilegiato sui canali veneziani. Ah, dimenticavo, il tutto è fatto di libri! Fidatevi, rimarrete a bocca aperta e del panorama non ve ne fregherà più nulla.

Uscendo dalla libreria potrebbero infine accadere le seguenti due cose:
1) vi sentirete profondamente appagati perché avrete trovato il libro che cercavate da tempo immemorabile.
2) vi sentirete profondamente appagati, tanto da non accorgervi nemmeno di essere andati via senza neanche una cartolina.

I bagni pubblici da 300.000 dollari

Vi dò subito un indizio sulla posizione di questa chicca: all’inizio degli anni ’80 il direttore dell’edificio adiacente al piccolo polmone verde in cui è inserita rincorse tre scienziati del paranormale, chiedendo a gran voce “Lo avete visto? Che cos’era?!”
Gli adepti hanno già capito. Per gli altri posso dire che quel direttore dirigeva una biblioteca pubblica, anzi, LA biblioteca pubblica per eccellenza. Avete già capito vero? Sentiamo. Laggiù, sì dimmi! Hyde Park? No, levati.
Tu, che mi sembri sveglio. New York? Ok, poi? Central Park? Guarda che Central Park non è l’unico parco di New York eh! Senti, toglimi una curiosità, per caso non sei salito sul Top of The Rock perché c’era coda? Ok, ho capito, levati anche tu.

Allora, siamo a Midtown (Manhattan) e stiamo parlando del mitologico Bryant Park (beh, direi che è il mio preferito e che mi sento poco bene…), con la Public Library alle sue spalle (no, non va proprio bene, meglio che mi corichi un po’…); nella bella forma rettangolare del parco – siamo nell’angolo nord-est sul lato della 42sima – subito dietro la biblioteca sorge un edificio in stile beaux-arts che non molti sanno ospitare da sempre bagni pubblici. Per ragioni che potete ben comprendere, questi luoghi non brillano mai né per comfort né tantomeno per eleganza e qui è intervenuta, come Batman quando scorge il batsegnale, la Bryant Park Corp. (qui il sito ufficiale) per sistemare un po’ la situazione, data l’importanza del contesto. Ci sono voluti diversi sopralluoghi da parte dei progettisti nei bagni dei lussuosi alberghi della zona, circa tre mesi di lavoro e la bellezza di 300.000 dollari per concepire e concludere l’opera. Il risultato? Illuminazione di design, arredo e rivestimenti sceltissimi, sanitari auto-pulenti, quadri alle pareti, musica classica in filodiffusione e fiori freschi tutte le mattine. L’accesso è libero senza alcuna restrizione, i bagni sono aperti in concomitanza all’apertura del parco e si stima che circa un milione di persone l’anno – circa tremila al giorno – usufruiranno del servizio, infinitamente più del bagno di casa vostra.
Ma poi ragazzi, immaginate questo scenario: siete al limite della vostra “capacità idrica”, regolate il livello in una toilette di lusso, vi ordinate una bella bibita ghiacciata e vi godete l’ombra seduti sulle graziose sedie verdi in legno del parco, circondati dai grattacieli di Midtown (a pochissimi passi da lì gli iconici Chrysler ed Empire State Building, più questo che avevamo già avuto modo di presentare)… eccezionale!

Ah! Ultime tre cose:
1) Le maledette nonché ipnotiche seggioline verdi disseminate nel parco sono acquistabili online. Con dolore qui vi metto il sito.
2) Quei due meravigliosi palazzi di vetro e acciaio che vi luccicano di fronte e che vi lasciano senza fiato sono la Salesforce Tower e la Bank of America Tower (conosciuta anche col nome di One Bryant Park).
3) L’indizio iniziale era ovviamente un riferimento al film Ghostbusters del 1984.

Un grazie particolare agli amici Valentina e Simone che si sono coraggiosamente immolati per scattare le fotografie che vedete. Il vostro sacrificio non sarà stato vano.