La piscina segreta di Lisbona

Lisbona, destinazione scelta all’epoca (anno domini 2010, nei giorni in cui l’F.C. Internazionale si laureava campione d’Europa per la terza volta) un po’ come ripiego, dato che la meta originaria avrebbe dovuto essere Istanbul, poi saltata per cause di forza maggiore; avendo come paragone la capitale dell’allora Impero Bizantino, non avevo grosse aspettative a riguardo e invece la città mi ha stupito e colpito molto, facendola balzare nei primi posti della classifica delle città visitate. Oltre ad avere un meraviglioso sapore mediterraneo, Lisbona risulta gradevolmente a misura d’uomo, molto semplice da visitare e ovviamente stracolma di cose interessanti da scovare; la chicca di quest’articolo per esempio si mimetizza e rimane anonima per la maggior parte dell’anno, ma basta sapere dove cercare e in quale periodo dell’anno farsi trovare pronti e… tac, viene al pettine!

Per arrivarci dovete prendere la metropolitana Linha Azul e scendere alla fermata Restauradores che vi scaraventerà nella centralissima Praça dos Restauradores – grande piazza realizzata per commemorare la liberazione del Portogallo dal dominio spagnolo, avvenuta nel 1640 – con pavimento in mosaico a dir poco psichedelico annesso. Attraversate la piazza e imboccate Avenida da Libertade fino ad arrivare alla Calcada do Lavra; qui potete prendere la piccola funicolare arancione che vi porta in cima alla collina, oppure farvi duecento metri di gradoni (scelta consigliata perché a circa metà della salita c’è una piccola scalinata parallela con murales da lasciar lì per terra i bulbi oculari come Santa Lucia) fino a sbattere contro l’avveniristica facciata in cemento e vetro della Facultad De Ciencias Médicas; ora direzione nord fino in fondo a Forno do Torel, un sinistra-destra rapido e vi trovate in Rua Julio Andrade, proprio di fronte all’ingresso del Jardim do Torel (qui la posizione esatta)Passate la fontana raffigurante una sirena che vi trovate difronte e affacciatevi al Miraduoro poco avanti, dal quale si può godere di una vista spettacolare sulla città. Ora concentratevi… cosa vedete sotto di voi? A colpo d’occhio sembrerebbe una grossa vasca con uno zampillo d’acqua che fuoriesce dalle narici di una sorta di animale sormontato da una figura umana, ed effettivamente è l’antica fontana del giardino, come ce ne sono tante sparse per la città, ma attenzione! Se passate di qui nel mese di agosto probabilmente penserete di avere le allucinazioni per il caldo: vi sembrerà infatti di vedere la fontana piena d’acqua cristallina con gente dentro che fa il bagno, sabbia candida di fronte, ombrelloni e sdraio. E invece no carissimi, non siete in preda a un miraggio, la chicca è proprio questa! Per tutto il mese di agosto, dal 2014,  il Consiglio Parrocchiale di Sant’Antonio gestisce la trasformazione di questa fontana in una suggestiva piscina pubblica gratuita, con tanto di spiaggia e chiringuito per il ristoro in pieno centro!

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Tutto ciò fa parte di un progetto di riqualificazione culturale-urbano attivo in tutta la città e che deriva dal lontano 1970, quando i laghi e i fiumi di Lisbona servivano come piscine per tutti i bambini che non potevano permettersi di spostarsi per le vacanze (qui il sito ufficiale, ovviamente in portoghese…).
Ah, visto che stiamo parlando di piscine, per vostra informazione vi segnalo che le piscine degli hotel di Lisbona sono aperte e accessibili a tutti. Ovviamente hanno restrizioni di orari e non sono gratuite, ma volete mettere, dopo aver girato la città sotto il sole, rilassarvi al fresco in acqua sorseggiando un cocktail magari sul rooftop di qualche hotel di lusso?

Tranquilli amici, nessun turista medio si soffermerà mai a cercare informazioni del genere. Godetevi il panorama, non ci sono calze di spugna bianche e sandali nelle vicinanze. Vi guardo io le spalle!

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Wave rock, l’onda nel deserto

Eccomi di nuovo alle prese con una sensazionale chicca che purtroppo ho solo sfiorato (oddio, sfiorato… diciamo che sono stato più vicino di quanto lo sia adesso, ma la distanza non è mai scesa sotto i millecinquecento chilometri) e che quindi rientra alla grande nella categoria dei viaggi futuri inaugurata qualche tempo fa dall’articolo sul faro di Poolbeg a Dublino (qui l’articolo).
Siamo nel sud-ovest dell’Australia, per capirci in zona Perth, capitale dello stato del Western Australia; il viaggio infatti potrebbe partire proprio da qui, prima di tutto perché è tappa prescritta dalla legge per chi vuole fare un tour della costa ovest, e poi perché è il luogo abitato di una certa importanza più prossimo a ciò che vi sto per raccontare e che, sono sicuro, vi farà schizzare i neuroni come un flipper.

Come di consueto si deve fare da sé e, viste le strade che si possono trovare fuori dalle città australiane, si comincia col noleggiare una bella auto “robusta” (fummm-fummm! Ma che rumore è? Ah, è il turista medio che si dilegua al solo pensiero di doverlo fare) e ci si avvia fuori città in direzione est, fino a imboccare la statale 40 – Brookton Highway; essendo una statale, l’asfalto e la segnaletica ovviamente ci sono, ma più ci si allontana dalla civiltà, più la strada diventa piccola e le due corsie risultano sempre più risicate. Per circa trecento chilometri si incrociano pochissime macchine e si attraversano scenari spettacolari di foreste di eucalipto e, improvvisamente, lo spettacolare nulla più sconfinato, ancora foreste, poi qualche piccolo gruppo i case ogni tanto e qualche farm qua e là… semplicemente eccezionale. Si, laggiù? Dimmi! È una noia mortale e le foto vengono tutte uguali? Per favore potete arrestare quel turista medio per sproloqui? Grazie.

In prossimità del Kondinin Lake Nature Reserve, la statale cambia nome e diventa Kondinin-Hayden Road e infatti, dopo una sessantina di chilometri, si arriva nella cittadina di Hayden, dove si possono trovare diverse sistemazioni per trascorrere la notte. Qui la chicca si sta avvicinando prepotentemente e si trovano facilmente le indicazioni per il Wave Rock Wildlife Park (qui il sito ufficiale), un parco naturalistico che racchiude un sacco di cose interessantissime da vedere, tra cui la chicca esplosiva di questo articolo e per la quale vale la pena fare tre ore di macchina al caldo in mezzo al nulla: la spettacolare Wave Rock.

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Davanti a voi si estende un’eccezionale formazione rocciosa a forma di onda alta quindici metri e lunga centodieci, qui da diversi milioni di anni e la cui particolare concavità deriva dalla lenta erosione del vento e dell’acqua; probabilmente camminarci dentro – cosa che si può fare – deve essere un’esperienza notevole. Questa roccia è anche oggetto di una credenza ancestrale per le tribù aborigene di Ballardong, le quali credono che l’onda si sia formata per il passaggio del famoso Serpente Arcobaleno, dal corpo gonfio fino allo spasmo per aver consumato tutta l’acqua della Terra e quindi – come al solito – rispetto, mi raccomando!

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Scusate, per piacere, mi recuperate quel turista medio con i sandali che si sta facendo un selfie in cima all’onda facendo finta di surfare come Kelly Slater? Grazie!

 

Cassius, il gigante di Green Island

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Scorcio di Green Island

Premetto una cosa: oceano Australiano, orrendo!
Premetto un’altra cosa: atollo corallino di Green Island, altrettanto orrendo!

Questo atollo, immerso nel sensazionale Mar dei Coralli australiano, deve il suo nome a Charles Green, capo vedetta della nave oceanografica HMS Endeavour capitanata dal famoso esploratore James Cook (idolo assoluto di qualsiasi viaggiatore), il quale lo scoprì il 10 giugno del 1770. Dal punto di vista naturalistico è una perla rara: pur avendo una superficie di solo mezzo chilometro, l’isola è infatti l’unico dei circa trecento atolli sabbiosi della Grande Barriera Corallina a vantare al suo centro una vera e propria foresta pluviale! Centoventi specie di piante indigene – tra cui la sconcertante Socratea Exorrhiza o Albero che cammina, pianta che per il particolare sviluppo delle radici può spostarsi anche di circa venti metri l’anno alla ricerca del sole – che di giorno ospitano innumerevoli volatili dai colori mai visti e, di notte, colonie di pipistrelli grandi come aquiloni. Tutt’attorno il mare… ma va be’ ragazzi, inutile che vi dica cosa si può vedere facendo dieci passi (ma dieci di numero eh!) in acqua indossando una semplice maschera di plastica della Decathlon: pesci di ogni forma e colore, tartarughe, mante, squaletti di barriera e un giardino di coralli da spezzare il cuore, raggiungibile a nuoto con due bracciate. Già solo con queste informazioni il turista medio potrebbe venire colto da labirintite e vagare per giorni nel disimpegno davanti al bagno di casa, purtroppo per lui non ho ancora nemmeno introdotto il protagonista di questa memorabile chicca… eh sì amici, perché l’atollo, oltre a ospitare un meraviglioso resort di lusso (il Green Island Resort per l’appunto) con eleganti bungalow immersi nella foresta, è anche la sede della piccola riserva zoologica chiamata Marineland Crocodile Park (qui il sito ufficiale). Un percorso a piedi guidato vi porta a lambire alcuni acquitrini artificiali che ospitato un bel po’ di specie di coccodrilli e un meraviglioso acquario stracolmo di pesci autoctoni dai colori imperdonabili, ma è l’ultima delle vasche che vi lascerà senza fiato…

DSCN1254La chicca si avvicina, la recinzione questa volta è di metallo pesante e il cartello in legno riporta la scritta Cassius. Nell’acqua stagnante si intravedono solo due occhi gialli inespressivi che fanno venire i brividi e probabilmente risvegliano quell’istinto di sopravvivenza che avevamo sviluppato quando noi mammiferi eravamo ai primordi dell’evoluzione e loro ci cacciavano. La pelle d’oca aumenta quando dall’acqua spunta pigramente l’intera testa dell’animale, più di un metro di corazza e una fila di denti da far spavento, il tutto accompagnato da una specie di brontolio sordo e agghiacciante. I visitatori si radunano, l’inserviente in posizione di sicurezza porge all’animale un pollo che viene prontamente inghiottito e questo piccolo escamotage vi permetterà di rendervi conto che la punta della coda è a più di cinque metri di distanza, laggiù in fondo! Signore e signori, siete di fronte a Cassius, il coccodrillo marino in cattività più grande al mondo! Con i suo 5,48 metri (20 centimetri di coda sono purtroppo stati persi “in battaglia”) e la sua tonnellata di peso, è inserito al vertice della classifica del Guinnes Word Records ed è stato stimato che in base alla sua stazza possa avere più di centodieci anni.DSCN1240

Ormai la pelle d’oca è ai livelli massimi e quindi più di così non può aumentare, ma quando l’inserviente racconta che l’animale è stato catturato qualche decennio fa nei dintorni dell’isola, cioè dove ero io a fare il bagno fino a una mezz’oretta prima, vi devo confessare che una gocciolina di sudore freddo mi è scesa dalla fronte.

DSCN1252Una menzione su un fatto increscioso accaduto poco dopo. Una turista media, credo americana, pensando di risultare simpatica ha chiesto ridacchiando all’inserviente se con coccodrilli del genere si possano fare le borsette (in sottofondo le risatine dei suoi simili). Il ragazzo in modo gentile ma perentorio le ha risposto chiedendole se si fosse resa conto di quanto stesse osservando:
Quelli che ha davanti agli occhi, signora, sono mille chili di forza spaventosa, ricoperti da una corazza dura come la pietra… con cosa crede di poter uccidere un animale del genere per la sua borsetta? Con un bastone? Con una pistola? No signora, non credo proprio!“.
La turista media nel frattempo si stava rimpicciolendo sempre di più fino a scomparire tra le pieghe delle sue stesse calzette bianche. Giuro che è tutto vero.

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L’appartamento segreto della Tour Eiffel

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Lo sappiamo, è passato un po’ di tempo dall’ultimo articolo pubblicato, la lunga intervista a Raffaele Minichiello, ma sinceramente dopo un incontro del genere avevamo bisogno di una pausa per ponderare e recuperare il bandolo della matassa… due settimane sabbatiche sono un tempo sufficiente. Non preoccupatevi comunque, non vi libererete mai di noi.

Questa nuova chicca pronta ad andare in infusione riguarda uno dei posti più famosi e conosciuti del mondo, visitato ogni anno da milioni di persone, ed è proprio lì che si nascondono i segreti, sotto il naso di tutto il mondo. Fantastico, è proprio ciò che cerchiamo!

Il luogo in questione si chiama Tour Eiffel e direi che non ha bisogno né di presentazione né di commento, non voglio sentire nessun turista medio affermare che si tratta solo di un ammasso di ferraglia incompleta e stridente con il contesto o, peggio ancora, che sarebbe stato meglio se dopo l’Expo del 1889 l’avessero smontata come previsto. La struttura è indiscutibilmente un capolavoro di metallo divenuto il simbolo della città, della Francia e di un’intera epoca, punto.
Si? Tu turista medio laggiù in fondo con la mano alzata, vuoi dire qualcosa? No, vero? Ah ecco!

Per vedere ciò che vi sto per raccontare dovrete armarvi di tanta pazienza per affrontare le inevitabili code che portano ai meravigliosi ascensori panoramici fino al terzo piano della torre, oppure avere ottimo fiato e salire i 1665 scalini fino alla sommità (qui il sito ufficiale in italiano con tutte le informazioni); inutile dire che da lassù la vista è a dir poco eccezionale, Trocadéro da una parte, Champs de Mars dall’altra, tutta la città con la sua secolare storia e architettura è ai vostri piedi (stiamo camminando a quasi 300 metri di altezza!). Dopo aver fatto le foto d’obbligo date tregua alla vostra povera macchina fotografica e guardate attraverso i vetri che avete alle vostre spalle: noterete un laboratorio meteorologico, uno per l’astronomia, uno per lo studio della fisiologia e poi un quarto spazio gradevolmente arredato con figure in abiti della fine del ‘800 che discutono di qualche cosa. La chicca è proprio davanti ai vostri occhi cari amici, state guardando all’interno del Bureau de Gustave Eiffel, l’appartamento/ufficio segreto del famoso ingegnere.

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La piccola suite incastonata tra le travi della torre è molto accogliente e curata nei minimi dettagli; divanetti di velluto e arredi in legno dell’epoca sono ben disposti su eleganti tappeti, la carta da parati con tonalità calde e la luce soffusa conferiscono un tocco misterioso a questo locale, in cui Gustave Eiffel era solito ospitare l’elite francese e gli illustri collegi, godendo di una vista spettacolare sulla città, mentre si discuteva di progetti e molto altro.

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Le statue di cera al suo interno – devo dire molto realistiche – rappresentano infatti un’amichevole conversazione tra Eiffel e Mr. Thomas Edison, più una copia del fonografo che quest’ultimo inventò e presentò durante la stessa esposizione universale. Se solo quelle pareti potessero parlare!
Non ho trovato conferma da fonti ufficiali, ma sembra proprio che il piccolo gioiello sia da poco aperto al pubblico e non più ammirabile solo da dietro un vetro. Ho invece la certezza che molti turisti medi si siano incatenati ai piedi della torre per protesta contro il fatto che il piccolo locale non sia stato trasformato in un negozietto di souvenir e calamite per il frigorifero.

Sempre tu, turista medio con la manina alzata là in fondo, dimmi. La Tour Eiffel sarebbe la chiara rappresentazione di una piramide e l’appartamento in questione ricondurrebbe all’occhio che tutto vede, elementi tipici della simbologia massonica? Come seguace del divulgatore scientifico per eccellenza Sua Maestà Piero Angela, faccio finta di non aver sentito. Altre domande?

The Pole House, la casa sospesa

La chicca che sto per descrivere in questo articolo ha molti pregi, ma anche un grosso e purtroppo incancellabile difetto: il contesto in cui è inserita. Sfortunatamente si trova lungo la Great Ocean Road (mamma mia che male!), a mio modesto parere una delle cinque strade più belle del mondo, ed è quell’oscena highway che parte un centinaio di chilometri a sud-ovest di Melbourne, collegando la cittadina di Torquay ad Allansford, nello Stato di Victoria – Australia.

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243 chilometri che, per la maggior parte, costeggiano l’oceano e attraversano foreste pluviali, parchi nazionali, spiagge color oro… credetemi, la vostra macchina fotografica chiederà pietà; è uno dei pochi posti al mondo da cui, guardando verso l’oceano, si può vedere a occhio nudo la curvatura terrestre! Sì, perché di fronte a voi, schivando per un pelo la Nuova Zelanda, avete solo acqua per 3500 chilometri e poi il Polo Sud.

pole01Dopo aver noleggiato un’auto e preso le prime due rotonde contromano, immettetevi sulla Great Ocean Road in direzione Allansford; vi avviso, la sofferenza sarà tantissima perché ciò che il vostro cervello immagazzinerà durante il viaggio sarà qualcosa di inimmaginabile. Schivate attentamente i pullman pieni di turisti medi giapponesi (endemica specie di turista medio particolarmente aggressiva e ostile per il viaggiatore, molto rumorosa e fastidiosa) e attraversate i graziosissimi paesi costieri di Torquay, Anglesea e Aireys Inlet; più o meno a metà del territorio cittadino di Fairhaven vedrete sulla destra una costruzione che sbuca dalla vegetazione e che vagamente ricorda una sorta di torre di controllo. Un grosso pilone in cemento sostiene una casetta scura di circa un centinaio di metri quadrati, collegata al resto della collina da una sottile passerella. Molto carina, perché buona parte delle pareti perimetrali e tutti i corrimano di balcone e passerella sono completamente in vetro e questo permette una visuale privilegiata sull’oceano (e più precisamente sulla Lorne-Queenscliff Coastal Reserve). A parte lo stravagante pilone centrale di sostegno, il resto è sì molto bello, ma di ville e costruzioni sicuramente più avveniristiche di questa ce ne sono a bizzeffe. E allora la chicca si sgonfia clamorosamente? Tutto fumo e poco arrosto?

Ragazzi… RAGAZZI! Questo è il punto di partenza per far detonare la chicca!

Innanzitutto vi dico che quella che state guardando si chiama The Pole House e vi dico anche che probabilmente è la costruzione più fotografata dell’intera Great Ocean Road. Questo dovrebbe già farvi drizzare le antenne (e far tremare le gambe al turista medio); altra informazione, questa casa non è privata ma è una holiday house e quindi si può affittare per le vacanze (il vostro cervello ora è focalizzato sull’obbiettivo vero? E il turista medio fa le bolle dalla bocca). Adesso cercate un posto dove fermarvi con l’auto e fare inversione, poche centinaia di metri indietro trovate la svolta a sinistra per Yarringa Road, piccola via in salita che passa tra le basse abitazioni in legno nella zona residenziale della cittadina, percorretela quasi tutta e svoltate a sinistra su Banool Road (questi nomi di derivazione aborigena mi fanno impazzire di gioia!); proseguite fino quasi alla fine di essa e troverete il civico 60 (microscopico cartello bianco poco prima di un accesso sterrato nella boscaglia), entrate a piedi, lasciatevi alle spalle il primo fabbricato e aggrappatevi a qualcosa perché a questo punto il respiro si ferma improvvisamente! 

Di fronte a voi avrete uno strabiliante esempio di studio architettonico fortemente voluto dal progettista della casa solo ed esclusivamente allo scopo di sbalordire; ora è chiarissima la scelta dell’unico pilone centrale di sostegno e del lungo e stretto accesso dalla collina. L’elegante passerella in cemento infatti copre alla perfezione il pilastro centrale e la casa, laggiù in fondo, sembra sospesa nel vuoto! Avete presente l’ultima prova di fede che il Professor Indiana Jones deve sostenere prima di raggiungere la grotta in cui è custodito il Santo Graal nel film Indiana Jones e l’ultima crociata? Ecco l’illusione ottica è di tale livello!

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Purtroppo non ci si può accedere, ma per darvi un’idea dei meravigliosi interni della casa potete consultare qui il sito ufficiale facendo molta attenzione: le gigantesche vetrate della zona giorno e della zona notte che danno sull’oceano sconfinato sono a dir poco illegali!

Nel frattempo, il turista medio di prima purtroppo non ce l’ha fatta…

Le Cabmen’s Shelters di Londra, fast food di fine ‘800

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Come dicevo nell’articolo sui parchi sopraelevati di qualche tempo fa, il vecchio continente è stato culla di un gran numero di correnti, tendenze, stili e idee. Anche in questo caso, secondo me, è andata così… qualcuno al di là dell’oceano ha preso spunto.

Prima però un piccolo salto nel passato. Immaginate di essere a Londra alla fine dell ‘800, i taxi come li conosciamo oggi ovviamente non esistono, ma il servizio in sé sì, e già da un paio di secoli (si avete capito bene!); gli hackney carriage infatti – piccole carrozze trainate da cavalli – cominciarono la loro attività nei primi anni del 1600 e piano piano, come in una specie di evoluzione darwiniana, siamo arrivati ai famosissimi black cabs dei giorni nostri. A quell’epoca Londra era già molto grande (tra il 1800 e il 1900 la popolazione passò da 1 a 6,8 milioni) e, come potete ben immaginare, possedere un taxi era una cosa estremamente importante, remunerativa – all’epoca tra l’altro il numero di essi era regolamentato – spesso era la cosa più importante che una persona potesse avere nella propria vita; dannatamente importante, tanto che i cabmen non si fidavano a lasciare incustodita la propria carrozza nemmeno per mangiare… “parcheggiare” cavallo e carrozza sul ciglio della strada ed entrare in un ristorante a mangiare un boccone senza averlo sott’occhio? Troppo rischioso. Piuttosto si saltava il pranzo! In più all’epoca la posizione di guida era completamente allo scoperto e di conseguenza i poveri autisti erano soggetti per l’intera giornata all’inclemenza del meteo londinese.

Ok, facendo un riepilogo, abbiamo i seguenti dati: 1800, cavalli e carrozze, pochi taxi e moltissima gente da portare in giro, cabmen costretti a non abbandonare mai il mezzo, nemmeno per mangiare.

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Cabmen’s Shelter in Russell Square – fonte

Immagazziniamo queste informazioni e torniamo alla Londra di oggi. Se vi siete appena ripresi dalla visione della palazzina bianca con la scritta Abbey Road Studios all’ingresso (Beatles, Oasis, Pink Floyd, Queen, Spandau Ballet, The Police, U2 e mi fermo qui per amore della pace!) e state cercando una panchina per sedervi ai vicini St. John’s Wood Church Gardens, sicuramente noterete in Wellington Place (la via che costeggia il fronte nord-ovest del parco) una graziosa quanto bizzarra casettina verde in legno; noterete anche come essa sia contornata solo ed esclusivamente da black cabs.

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Cabmen’s Shelter in Kensington Road – fonte

Se state invece girovagando inebetiti sul marciapiede davanti alla gloriosa Royal Albert Hall dopo aver assistito al concerto di uno a caso dei gruppi sopra citati (scegliete voi il vostro preferito tanto non fa differenza, nuocciono tutti gravemente alla salute in egual misura) e cercate di riprendere il senno bramando ossigeno ad Hyde Park, su Kengsington Road vedrete la stessa cosa; piccolo edificio verde e taxi… di nuovo? Sì, di nuovo!

Ma vi dirò di più, facendo un po’ di attenzione girando per la città ne troverete altre undici (in totale sono tredici e alcune non proprio in centro, anzi, tutt’altro) tutte esattamente identiche e tutte sempre contornate da una fila di taxi neri. Il black cab in effetti – addirittura più dello stile di costruzione – è la costante caratteristica di queste piccole casette, e come mai questo fatto? Cosa sono esattamente? Cosa si cela al loro interno? Ebbene, vado a snocciolare la chicca strabiliante: esse si chiamano Cabmen’s shelters (letteralmente “rifugio dei tassisti“) e sono state costruite grazie ai soldi di un fondo bancario (il Cabmen’s Shelter Found per l’appunto) in diversi punti della città, in prossimità delle stazioni dei taxi – ecco spiegata la presenza dei cabs – e permettevano all’autista di allontanarsi dalla vettura per trovare ristoro e riparo tenendola sempre sott’occhio. Furono così costruite poco alla volta le prime casette dove i tassisti potevano consumare pasti caldi a prezzi vantaggiosi, leggere il giornale o semplicemente rifugiarsi per proteggersi dal freddo e dalla pioggia; le loro dimensioni risultano ridotte in quanto all’epoca, essendo nel bel mezzo del traffico cittadino, fu deciso che avrebbero dovuto occupare non oltre lo spazio di un carro trainato da cavalli. Si potrebbe dire che siamo davanti a una sorta di primissimo esempio di fast food? Secondo me è proprio così.

Oggi queste costruzioni – oltre a essere ancora utilizzate dai tassisti, i quali hanno la precedenza e l’esclusivo privilegio di sedersi all’interno – presentano una piccola differenza: sono usufruibili anche da tutti noi (tranne il turista medio) che possiamo così gustare frugali ma gustose specialità; all’interno lo spazio è perfettamente organizzato e molto spartano, la cucina è ultra compatta ma dotata di tutto il necessario per preparare per esempio una classica english breakfast come Dio comanda.

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Planimetria del 1897 della Cabmen’s Shelter in Thurloe Place – fonte

Qui trovate le indicazioni per trovarle tutte. Attenzione, ne risultano quattordici perché è inserita anche la casetta di Surrey Rove che è più che altro una bancarella e non propriamente una shelter.

Volete le ultime due informazioni da lasciare pietrificato il turista medio? Ok, allora:
1) La prima cabmen’s shelter che vi ho descritto (St John’s Wood) è definita LA casetta, da qui infatti tutto è cominciato.
2) Una legge che non è mai stata abolita, obbliga i tassisti a portare una balla di fieno e un secchio d’acqua per nutrire e abbeverare il cavallo. Se a un controllo di un poliziotto zelante non viene trovato provvisto di questo equipaggiamento d’ordinanza, può beccarsi una bella multa!

Dublino dal mare: il faro di Poolbeg

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Con questo articolo si inaugura oggi ufficialmente la categoria Viaggi futuri, per quegli articoli che parlano di luoghi con chicche da strapparsi i capelli scovate grazie all’egregio lavoro del nostro corpo speciale di segugi d’assalto, ma che purtroppo non abbiamo ancora visitato personalmente. È un esperimento che facciamo, quindi le incognite sul suo futuro sono molte, ma di una cosa sono assolutamente certo: ci regalerà enormi soddisfazioni.

Siamo in Irlanda e, più precisamente, nella sua capitale Dublino, dove vi segnalo un luogo da cui si può avere una visuale particolare della città e della sua baia per intero; e quando dico “particolare” intendo veramente particolare: dal mare. Facile, con la barca… e invece no! La chicca sta per esplodere, il posto è raggiungibile a piedi! Ed è subito vangelo di Matteo 14:26-27:

«…i discepoli, a vederlo camminare sul mare, furono turbati e dissero: “È un fantasma” e si misero a gridare dalla paura».

No ragazzi, calmi, non siamo chiamati a compiere il miracolo.

Dopo aver bevuto una bella pinta di Guinnes al Temple Bar, attraversiamo il fiume infilandoci nella centralissima O’Connell Street. Qui si trova facilmente la fermata del bus n°1 su cui bisogna salire senza indugio in direzione Sandymount (St. John’s Church) lasciandoci alle spalle le mandrie di turisti medi che girano pericolosamente per la città con i pantaloni a pinocchietto color cachi e il cappello imbottito con le orecchie (perché Dublino è a nord e quindi fa SOLO freddo). Dopo circa 20 minuti si arriva all’omonimo caratteristico e tranquillo quartiere costiero nella zona sud-est della città, si scende alla fermata Sandymount Road e ci si prepara per bene perché da qui comincia un trekking di circa 5 km (portate una sedia per quel turista medio laggiù che sta svenendo al solo pensiero) che ci porterà a destinazione. Si percorre completamente Marine drive fino ad attraversare l’incrocio con Beach road e da qui parte un sentiero che costeggiata da una parte prima un parco pubblico poi una zona industriale (che ha sempre il suo fascino) e dall’altra la Sandymont Bay… preferisco non immaginare il panorama qui al tramonto. A un tratto tutto scompare e come d’incanto ci si trova catapultati in un altro mondo, completamente inaspettato; il sentiero infatti si inoltra per circa 1 km nell’Irishtown Nature Park, una piccola ma suggestiva riserva naturale che costeggia il mare e ci fa dimenticare di essere nella capitale irlandese. Appena finita la riserva un’altra sorpresa: si costeggiano le famose ciminiere della Poolbeg Generating Station (che appaiono, tra altro, nel video di questa canzone suonata da un gruppo emergente che secondo me farà bene negli anni a venire) che, stando sulla nostra sinistra, ci accompagneranno fino a che, dopo un piccolo parcheggio, non le vedremo scomparire alle nostre spalle. Dobbiamo infatti imboccare una sorta di molo fatto di grossi blocchi di pietra e costeggiato dai frangiflutti (denominato South Wall) che ci permetterà di arrivare a quello che per adesso è solo un puntino rosso in lontananza ma che in realtà è il faro di Poolbeg.

faro3L’ultimo chilometro e mezzo della passeggiata è affascinante: si cammina su questa piccola striscia di pietra sferzati dal vento, aria salmastra, mare, mare, ancora mare e alle spalle sempre le mitologiche ciminiere, il tutto magari sotto un cielo plumbeo tipico di questa parti… e piano piano si avvicina la tozza sagoma rossa del faro, costruito nel 1768 (ritenuto il primo faro al mondo ad utilizzare alimentazione luminosa tramite candele… sì, va be’ ma le chicche si sprecano qui!) e poi completamente ristrutturato nel 1820; le grosse mura di cinta del faro sono pitturate di bianco candido e, come è facile comprendere, sono la “tela” ideale per i writers su cui esprimere la propria arte: ospitano infatti quasi sempre murales meravigliosi.

Destinazione raggiunta.. non so voi, ma a me è venuta una sfrenata voglia di andare sul sito della Ryanair.