Le due facce dei Caraibi

Questa Pasqua l’ho trascorsa ai Caraibi. Quattro giorni a San Andrés, una piccola isola al largo del Nicaragua, politicamente ancora in territorio colombiano, capoluogo di un arcipelago che comprende le isole minori di Providencia e Santa Catalina, più un certo numero di minuscoli cayo che sbucano qua e là sulla barriera corallina. Mi asciugo il sudore freddo dalla fronte prima di proseguire. Lo scenario è, come potete immaginare, raccapricciante… facciamoci forza!

Primo giorno
Parto da Bogotà lasciandomi alle spalle cielo uggioso e relativo clima da rimanere tappati in casa, per volare verso la mia destinazione. In aeroporto devo farmi largo tra schiere di fan di Justin Bieber che ha tenuto un concerto in città proprio la sera prima, ma a parte questo il viaggio è tranquillo. Trascorse un paio d’ore di volo, la vista dal finestrino dell’aereo mi fa subito capire che mi trovo in un contesto completamente diverso: cielo limpido, mare turchese, onde che si infrangono sulla costa e, subito oltre, una distesa di palme come non ne ho mai viste in vita mia. Faccio in tempo a notare dall’alto qualche motorino sfrecciare sulla strada che percorre tutto il perimetro dell’isola, poi sono a terra. Non ci metto molto a comprendere che le formalità non sono il forte da queste parti. In men che non si dica scendo dall’aereo, percorro a piedi il tratto di pista che mi separa dall’edificio degli arrivi, passando allegramente tra aerei in partenza e cani randagi che sonnecchiano all’ombra di qualche bancale pronto a essere imbarcato, e pochi minuti dopo mi trovo al di fuori dell’aeroporto.
Il mio hotel si trova a dieci minuti a piedi da lì, cosa già di per sé sconcertante, non mi è mai successo infatti di poter coprire con una passeggiata la distanza tra aeroporto e albergo, ma tant’è… serve ad abituarmi al fatto che qui sia tutto a misura d’uomo.

L’isola, che dall’alto ricorda la forma di un cavalluccio marino, ha una superficie di 26 km² e alcuni centri abitati. Il principale è San Andrés (chiamato El Centro in spagnolo e North End dai nativi) e si trova nella parte settentrionale. Dall’animo decisamente turistico e poco caratteristico, questo centro racchiude in sé la stragrande maggioranza delle strutture ricettive dell’isola, oltre a essere punto di partenza per le numerose escursioni che si possono fare nei dintorni. Saltano subito all’occhio la poca cura con cui sono tenuti gli edifici e la totale anarchia rispetto al codice della strada; i principali mezzi di locomozione, oltre alle auto non tutte di ultimissima generazione, sono piccoli veicoli tipo le macchine da golf e motorini rigorosamente con due o più passeggeri a bordo, tutti senza casco… ah, ovviamente, in tutto questo i pedoni hanno pochissimi diritti, al massimo vi suonano (spessissimo) per ricordarvi che potreste finire schiacciati da un momento all’altro.

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Jonny Cay visto dal lungomare di San Andrés

In prossimità della spiaggia l’atmosfera cambia. Un lungomare di diversi chilometri e ben tenuto costeggia il litorale di sabbia bianca finissima aprendosi su scorci marini da far venire il voltastomaco, incorniciati da una ricca vegetazione tropicale. Già dai primi passi lungo l’area pedonale sono duramente provato, rischio più volte lo svenimento e la vista su Jonny Cay, il principale isolotto satellite dell’isola, non aiuta minimamente. Percorse poche centinaia di metri mi imbatto nel quartier generale dei Coonative Brothers, una cooperativa gestita da nativi dell’isola con la missione di far conoscere le bellezze locali, mantenendo un occhio di riguardo verso l’ambiente, la cultura indigena Raizal e il turismo sostenibile (ancora soltanto una pallida idea da queste parti). Decido di dargli la mia fiducia e prenoto ben due escursioni: una in barca per Cayo Acuario e Jonny Cay e una con la civa (una sorta di coloratissimo pulmino artigianale) per fare il tour dell’isola.

La sera decido di iniziare a esplorare la cultura locale a partire dalla cucina e la scelta (suggeritami da Lonely Planet) ricade su Miss Celia O’Neill Taste, un ristorante in cui poter assaporare alcuni piatti tipici dell’isola come il Rondon (stufato a base di granchio e pesce), in un ambiente che è tutto un programma: struttura in legno scricchiolante addobbata seguendo un viscerale gusto per il trash, per cui pacchiani quadri a tema marino alle pareti, reti e pesci finti che pendono dal soffitto e luccicanti addobbi natalizi sparsi qua e là. La cena è squisita e non tardo ad accorgermi che la cordialità è una delle caratteristiche degli isolani. Sul retro del ristorante c’è un giardino e una piccola esposizione di oggetti artigianali. È chiusa, ma se tanto mi dà tanto, di sicuro non mi sono perso nessuna opera d’arte.

Le strade di San Andrés sono ricche di vita tanto di giorno quanto di sera, per cui musica alta, rumba e via vai fino a tardi. Ci metto un po’, ma alla fine prendo sonno.

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Un weekend ai Caraibi

Lo scorso weekend sono stato ai Caraibi, abbiate pietà di me e siate comprensivi se ogni tanto, nel riportarvi questa esperienza, vi sembrerò dare segni di squilibrio, grazie.

Partenza il venerdì sera dopo lavoro dall’aeroporto di Bogotà, destinazione Cartagena De Indias, nome che già di per sé evoca scenari esotici e, infatti, le aspettative non vengono deluse. Giungiamo a destinazione poco prima di mezzanotte, dopo circa un’ora di volo, e veniamo accolti da un schiaffo di caldo, porgiamo quindi l’altra guancia e ci arriva un secondo schiaffo, questa volta di umidità. Il clima freddo e piovoso dell’ultima settimana a Bogotà è immediatamente un remoto ricordo.
Cartagena non è certo una metropoli e dal piccolo aeroporto ci impieghiamo una manciata di minuti a raggiungere la nostra abitazione nel cuore della città vecchia, circondata da suggestive mura spagnole. Ci troviamo in Plaza de Bolívar, un bel posto con un sacco di piante e un sacco di via vai; nel parco che costituisce la piazza stessa c’è sempre qualcuno che balla e suona in puro stile sudamericano. Sulla piazza si affaccia l’austero Palacio de la Inquisición (per fortuna oggi solo un museo) e a due passi si trova la cattedrale e la vivace piazza della chiesa di San Pedro Claver. Dicevamo che Cartagena non è una metropoli, vero, ma ci tiene ad avere abitudini all’avanguardia: troviamo subito un supermercato aperto 24/24 dove facciamo rifornimento d’acqua.

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Il sabato è dedicato alla visita della città. Il centro storico è sicuramente la parte più bella e anche la più turistica, sin dal mattino infatti incrociamo gruppi di croceristi con tanto di adesivo del tour operator sulla maglietta (non ci giurerei, ma credo che qualcuno sfoggiasse addirittura la temutissima accoppiata sandali + calze). Le vie, molto curate, sono un susseguirsi di case in stile coloniale decorate con colori vivaci e abbellite da una rigogliosa vegetazione tropicale. Di tanto in tanto si aprono su qualche piazzetta o sono fiancheggiate da un porticato dove è possibile godere di un filo d’ombra. Un consiglio: per avere una vista d’insieme della città salite sul camminamento della cinta muraria. Profili delle chiese da una parte, profili dei grattacieli del quartiere più moderno (Bocagrande) dall’altra e mare ovunque. Io a questa vista ho cercato di eclissarmi infilandomi in uno degli antichi cannoni situati sulle mura, ma senza riuscirci: troppo stretto.
Uscendo dalle mura e andando verso il Castillo de San Felipe, ci si imbatte in un altro quartiere molto caratteristico, chiamato Getsemani. Qui, mentre la luce si fa calda e si avvicina l’ora del tramonto, perdo il lume della ragione e fotografo di tutto nei pittoreschi vicoli traboccanti di vita.

Il secondo giorno, la domenica, è dedicato a un tour in barca che dal porto di Cartagena ci porta a visitare le isole al largo della costa. Solo il pensiero mi causa affanno e fitte alla milza, ma proverò a farvi un resoconto.
Partiamo a bordo di una barca, la Negra Elisabeth, che è una sorta di grosso motoscafo e, dopo avere costeggiato il quartiere Bocagrande (che in qualche maniera mi ricorda Miami), navighiamo tra le due fortificazioni che nei secoli scorsi servivano a sorvegliare l’ingresso alla città; questo dà un’idea di quanto i pirati fossero un problema serio. Dopodiché, accompagnati dai salti di un branco di delfini, puntiamo verso il mare aperto in direzione Isla Barú dove lasciamo scendere alcuni passeggeri – qui alcuni italiani ci salutano augurandoci buona vacanza, peccato che noi non siamo in vacanza, ma fa niente – per poi ripartire, non senza aver notato le prime scandalose sfumature del mare.

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Playa Blanca, Isla Barú

Ci dirigiamo verso Isla Grande dove durante una breve sosta tecnica ci si avvicina un’imbarcazione il cui proprietario ci tenta con degli aperitivi a base di camarones appena pescati. Siamo seri, devo veramente cercare di descrivervi il profumo? Lasciamo perdere che è meglio. Faccio appello a tutte le mie forze e decido di conservare l’appetito per l’ora di pranzo. Nei pressi di Isla Grande iniziamo anche a notare costruzioni in stato di abbandono, alcune delle quali nemmeno terminate. Ci spiega la guida che, essendo stata dichiarata la zona parco naturale in cui è presente tra l’altro un particolare tipo di corallo, è stato revocato il permesso di edificare. Come risultato rimangono queste strutture in cemento che attendono solo di essere ricoperte dalla vegetazione.
Lasciando alle spalle l’isola, riprendiamo la navigazione verso il vero tasto dolente di tutta la faccenda, vale a dire Islas del Rosario. Queste minuscole isole, alcune delle quali poco più che scogli, hanno la faccia tosta di trovarsi in un punto in cui il mare diventa sfacciatamente cristallino, un’oscenità di sfumature fluorescenti e tinte disgustosamente turchesi. Uno spettacolo raccapricciante che, per i forti di stomaco, ho deciso di mostrare di seguito.

Non ci metto molto a dedurre che Islas del Rosario portano questo nome per via del fatto che avvicinandosi ad esse non si può fare a meno che recitare il Santo Rosario in preda a crisi mistica.
La Negra Elisabeth fende imperterrita i flutti e si dirige verso la più grande delle isole (che grande non è), interamente occupata da un oceanario popolato da alcune delle specie marine tipiche della zona. Completa il tutto una serie di moli che, con un sistema di reti, forma delle piscine naturali in cui sono tenuti gli animali più grossi, come squali, coccodrilli e delfini. Permettetemi due piccole postille: 1) il momento del pranzo degli squali è qualcosa di sconvolgente. 2) i delfini saltano svariati metri sopra il pelo dell’acqua, mentre le reti fuoriescono di pochi centimetri. Non c’è dubbio che stiano lì solo per mangiare gratis. Fine della digressione.
Ci fermiamo un’ora all’oceanario per poi ripartire verso Isla Grande, non prima però di essere passati di fianco a due isole collegate da un ponte, un tempo lussuosa proprietà di un certo Pablo Escobar. A Isla Grande pranziamo in un contesto orripilante: sotto una struttura con tetto di paglia, circondati da una parte dal mare di un colore inguardabile e dall’altra da uno stormo di fenicotteri rosa.
A questo punto manca solo di visitare Isla Barú e la famosa Playa Blanca, quindi, dopo avere finito un piatto di pescado, recuperiamo un paio di vacanzieri a Isla del Pirata e puntiamo verso l’ultima tappa del tour. Io comunque dopo aver sentito in mattinata la guida parlare di isola del tesoro e aver visto Isla del Pirata, ho una visione di Willy l’Orbo e di tutti i Goonies al completo che mi fanno “ciao” tra le onde.
Superato anche questo momento di blackout arriva finalmente il momento di spiaggiarsi a Playa Blanca. Questa a dire il vero è forse la parte meno entusiasmante della gita perché la striscia di sabbia è davvero affollatissima di domenica pomeriggio. A rendere la situazione ancora più estrema, barche e moto d’acqua che sfrecciano a pochi metri da riva facendo lo slalom tra i bagnanti (faccio subito un rapido calcolo di quale debba essere il numero di nuotatori investiti ogni anno) con conseguente odore di nafta che mi riporta di colpo alle trafficate strade cittadine. Nonostante questi inconvenienti la spiaggia non è niente male con costruzioni in paglia a sottolineare l’ambiente caraibico, una zona paludosa appena dietro la linea degli alberi dalla quale si alzano uccelli di ogni forma e colore e, per finire, la sabbia stessa molto fine e chiara.
Ci fermiamo per un paio d’ore prima di ripartire, solo che siamo leggermente in ritardo e il mare ora è un po’ mosso, così il capitano decide di spingere un pochino e il viaggio di ritorno si trasforma come per magia in un’esperienza toccante. In più di un’occasione ho avuto la sensazione di decollare con la barca. Alla fine rientriamo a Cartagena sani e salvi.

Mentre siamo sul terrazzino di casa ad aspettare che arrivi il taxi che ci riporterà in aeroporto, nella luce calda del tardo pomeriggio una serie di pappagalli volteggiano a pochi metri da noi appoggiandosi sulle palme dei giardini circostanti. Qui svengo e mi risveglio qualche ora dopo a Bogotà.

Uno dei voli più difficili della mia vita

Sarò molto schietto: quello che sto per descrivervi è stato senza dubbio uno dei voli più difficili della mia vita.

Mi sono trovato, per motivi di lavoro, a prendere un volo da Bogotà a New York (a questo punto è superfluo ricordare i trascorsi burrascosi tra gli autori del blog e la suddetta città). Avevo già volato lungo il tragitto in direzione opposta, ma senza poter vedere niente al di fuori del finestrino poiché, fortunatamente, al momento del decollo il sole stava già tramontando. Al ritorno, invece, la sorte non è stata così generosa. Volo in pieno giorno durante il quale mi sono sorpreso a osservare inorridito il panorama sottostante.

Se siete attenti avete già capito dove voglio andare a parare. Ebbene sì cari lettori, partendo da Bogotà e viaggiando verso New York ci si trova costretti (e sottolineo costretti) a sorvolare il Mar dei Caraibi, con tutto il loro spettacolo osceno fatto di isole e mare cristallino dalle stravaganti colorazioni. È stato decisamente difficile, ma mi sono fatto coraggio e ho documentato lo scempio che si stava compiendo sotto i miei occhi attoniti. Nell’ordine, l’aereo è passato sopra a Giamaica, Cuba, Bahamas e Nassau, prima di proseguire lungo la costa est degli Stati Uniti e arrivare a destinazione. Di seguito, per i più forti di stomaco, un reportage fotografico.

Alla prossima cari amici, pregate per me.