Milano, il quartiere che non ti aspetti

Dopo la chicca milanese di qualche settimana fa (qui l’articolo), torniamo ad abbatterci con l’impeto dell’uragano Katrina sul capoluogo lombardo per scovare – non senza una dose di dolore – un angolo che onestamente nessuno di noi si aspetterebbe di trovare nella capitale economica del Paese.

Come in una battuta di caccia grossa, sistematevi sottovento e lentamente avvicinatevi alla preda. Ci troviamo nella centralissima zona di Piazza Cinque Giornate. Resistendo all’istinto primordiale di farvi investire da uno dei tram che vi sferragliano attorno, allontanatevi di un paio di isolati fino a giungere in via Lincoln (qui la posizione su Google Maps), una strada come tante sulla quale si affacciano basse abitazioni. Tutto sembrerebbe normale, se non fosse che inizierete letteralmente a dubitare dei vostri occhi. Cosa sono quei colori sgargianti e del tutto avulsi dal contesto meneghino? Siete nel cosiddetto quartiere Arcobaleno, un caso urbanistico la cui singolarità (almeno a queste latitudini) dovrebbe attrarre come falene gli instancabili cacciatori di chicche. E ci aspettiamo che sia così.

Pensato e costruito nella seconda metà dell’800 da una cooperativa di operai decisi a migliorare la propria qualità della vita, questo angolo di Milano avrebbe dovuto rappresentare la prima tappa di un ambizioso progetto di idealizzazione urbana, con quartieri pensati ad uso e consumo degli operai che sempre più numerosi si andavano insediando nella crescente metropoli. Un quartiere Giardino, con piccole case indipendenti e soprattutto dai prezzi accessibili, destinato alla manodopera. Purtroppo il progetto non vide mai la sua conclusione, causa problemi di reperimento fondi e due guerre mondiali scoppiate nei decenni successivi. Rimane tuttavia questo piccolo gioiello, un gruppo di case decorate con colori sgargianti in quella che sembra sia stata una sorta di competizione nell’avere la casa più bella e vivace del quartiere.

Le villette sono circondate da giardini curatissimi e vialetti acciottolati e pare che il periodo migliore per visitare il quartiere Arcobaleno sia la primavera, quando le piante in fiore incorniciano in modo perfetto questo quadro urbano.

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La libreria Acqua Alta

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Libreria “Acqua Alta” (fonte)

Ci sono molte cose che il mondo intero ci invidia e una di queste è sicuramente la città di Venezia, unica nel suo genere e sfacciatamente tra le città più belle del pianeta.

Vedo una mano alzata. Sì tu, dimmi! A Venezia però c’è troppo umido, meglio Fort Lauderdale in Florida, conosciuta anche come la Venezia d’America? Sicurezza, per piacere potete allontanarlo sgarbatamente? Grazie.

Ovviamente meglio non entrare nel merito della città in sé, perché ci vorrebbero innanzitutto quattro o cinque blog e poi i vicoli, i canali, le fondamenta sommerse, la sua architettura… troppo dolore, meglio evitare. Meglio andare nello specifico e soffermarsi sulla chicca in infusione di oggi; è un luogo seminascosto e molto particolare, che farà fuggire come lepri i turisti medi e attirerà come api al miele i viaggiatori, roba veramente demoniaca.

Sicuramente la sacra scrittura Lonley Planet nella vostra visita della città vi farà passare da Campo dei Santi Giovanni e Paolo, dove sorge l’omonima basilica (spettacolare edificio del 1300 tra i più imponenti della città, ergo imperdibile) e dove potete ammirare la strabiliante facciata rinascimentale della Scuola Grande di San Marco. Da qui inoltratevi nei vicoli verso sud, attraversate Rio de Santa Maria e cercate di individuare Calle Longa Santa Maria Formosa (cosa assolutamente non complicata per la verità); la viuzza è angusta ma riuscirete sicuramente a scorgere un portoncino verde di legno molto usurato, con una la scioccante scritta gialla Libreria Acqua Alta. Questo nome – che possiamo tranquillamente considerare una sorta di ossimoro – vi farà tintinnare i neuroni in testa, e questo è un bene. Ora i vostri sensi sono al massimo come quelli di Spiderman e potete varcare la soglia della malefica porta verde con sicurezza.

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Libreria “Acqua Alta” (fonte)

L’impatto è folle, la porta è come uno stargate che vi proietta in un’altra dimensione, un microcosmo fatto di libri di qualsiasi genere ed epoca, arredi stravaganti e ovviamente acqua alta. Sì, perché in fondo al locale c’è un’apertura raso acqua (indicata come uscita di emergenza…) che dà direttamente su Rio de la Tetta, che quotidianamente invade la libreria. Ma, come direte voi, e i libri? Il colpo di genio del proprietario – il sig. Luigi – è stato non alloggiare il prezioso contenuto del suo negozio su mensole o scaffali, ma direttamente all’interno di piccole gondole, canoe o simili e vasche da bagno di riciclo! Il labirinto di libri è impressionante e perdersi al suo interno con l’odore dell’umidità che fa da sottofondo è un’esperienza quasi mistica e, la sensazione che qui da qualche parte ci si possa trovare il volume di stregoneria della famosa scuola di Hogwarts o gli appunti sul Sacro Graal del professor Henry Jones Sr., diventa piano piano una certezza.

Ben presto capirete anche per quale motivo il proprietario vi farà notare con immensa fierezza il belvedere della libreria; questo è infatti un piccolo balconcino raggiungibile tramite una scaletta, dal quale si ha un punto di vista privilegiato sui canali veneziani. Ah, dimenticavo, il tutto è fatto di libri! Fidatevi, rimarrete a bocca aperta e del panorama non ve ne fregherà più nulla.

Uscendo dalla libreria potrebbero infine accadere le seguenti due cose:
1) vi sentirete profondamente appagati perché avrete trovato il libro che cercavate da tempo immemorabile.
2) vi sentirete profondamente appagati, tanto da non accorgervi nemmeno di essere andati via senza neanche una cartolina.

“770”, la casa che si ripete uguale in tutto il mondo

Spesso, scrutando come l’occhio di Sauron ogni angolo del pianeta alla spasmodica ricerca di chicche da mettere in infusione, si finisce per trascurare le cose più a portata di mano. Ma se queste chicche credono di essere al sicuro, trovandosi troppo vicine per essere scovate, si sbagliano di grosso!
Non indugiamo oltre cari amici e scagliamoci con tutto l’impeto del caso sulla protagonista del prossimo articolo, che si trova a una manciata di chilometri dal nostro perfido raggio d’azione, vale a dire a Milano.

Vi sarà capitato di passeggiare nei pressi di Porta Venezia, guardando distrattamente il panorama cittadino attorno a voi, oppure ci sarete passati di corsa, intenti a sbrogliarvi dal traffico per raggiungere l’ufficio. Comunque sia, pochi dedicano più di una distratta occhiata a un particolare edificio nascosto in una delle vie che corrono ortogonali tra loro (qui l’esatta posizione). Si tratta di una costruzione dall’aspetto austero e vagamente opulento, incastrata tra due edifici nel classico stile milanese. Possibile che questa casa rappresenti la chicca che stiamo cercando? La risposta è inesorabilmente !

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Via Carlo Poerio, 35 – Milano (fonte)

La sua origine risale agli anni ’40 del secolo scorso, quando una famiglia di ebrei – i Lubavitcher – migrò oltreoceano stabilendosi a Brooklyn (ahia! Ecco la solita fitta di dolore, puntuale e implacabile come sempre), in un palazzo neogotico utilizzato sia come residenza che come sinagoga, scuola ebraica e centro comunitario (qui la posizione). Dato il continuo espandersi dell’attività, negli anni successivi alcuni membri della famiglia aprirono altri centri simili al primo, prestando sempre attenzione a replicare la struttura originale nelle sue caratteristiche salienti, in svariate città del mondo. Perciò vi capiterà di trovare lo stesso curioso edificio a New York, Los Angeles, New Brunswick, Montreal, San Paolo, Buenos Aires, Melbourne, Gerusalemme, Tel Aviv, Haifa e Milano, per l’appunto (qui potete vederle ritratte dai fotografi Andrea Robbins e Max Becher).

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La casa a Brooklyn (fonte)

Concludiamo con una chicca nella chicca: dato che nella cultura ebraica la numerologia è molto importante, è curioso sottolineare che la casa è universalmente conosciuta come “770”, dall’indirizzo dell’edificio a Brooklyn (770 Eastern Parkway) e che lo stesso numero abbia un significato ben preciso. Secondo la gematria infatti, questi numeri significano Paratzta, una parola traducibile con rompere le barriere, aprire una breccia.

Milano, sulle tracce dei bombardamenti

Luglio 1943, Mussolini viene arrestato. Agosto 1943, per accelerare la resa dell’Italia, gli inglesi programmano un ciclo di bombardamenti che sconvolgono la città di Milano. Due cose balzano all’occhio immediatamente: 1) La rinomata cautela e ragionevolezza del popolo inglese. 2) Per Milano è l’estate più “calda” di sempre. I danni sono ingentissimi; la città ne esce pesantemente mutilata, anche in molti dei suoi pezzi pregiati, La Scala (colpita in pieno), Santa Maria delle Grazie (il Cenacolo di Leonardo rimane forzatamente e per parecchio tempo all’aperto), la Galleria (la maggior parte della copertura non esiste più), l’Ospedale Maggiore (centrato da mezza dozzina di bombe), solo per citarne alcuni. Passata la paura però i milanesi si rimboccano le maniche e cominciano la ricostruzione, lenta ma inesorabile. Tutto torna (quasi) come prima; qualche cosa a testimonianza dell’accaduto – a parte le fotografie d’epoca e i libri di scuola – è però tutt’ora rimasto, fermo immobile dove è sempre stato, basta cercarlo. Ed è qui che la chicca milanese ha inizio.

Come al solito vi farò fare una piccola marcia di avvicinamento (come già capitato per raggiungere il mitologico Rucker Park di quella città che non nominerò) perché la zona vale veramente la pena di essere assaporata per bene; subito una rassicurazione: non temete, non troverete nessun turista medio in questa zona, sono tutti in via Monte Napoleone a guardare le vetrine dei negozi oppure in Galleria Vittorio Emanuele II a spendere 25 euro per un piatto di riso con lo zafferano (perché SOLO lì si mangia il vero risotto alla milanese).

Prendete la metropolitana M1 (linea rossa) e scendete alla fermata Palestro, siamo al limite della seconda cerchia della città, grossomodo a metà strada tra il centro e la Stazione Centrale, risalendo in superficie vi troverete su Corso di Porta Venezia e dopo pochi passi in direzione nord-est sulla sinistra vi si apriranno i Giardini Pubblici Indro Montanelli; qui avete due opzioni: o svoltate a sinistra in via Palestro e dopo circa duecento metri entrare alla GAM (Galleria di Arte Moderna), oppure potete buttarvi a capofitto nel parco dove troverete ombra, fresco, il Museo Civico di Storia Naturale (un po’ obsoleto ma a me molto caro, mi ero follemente innamorato della ricostruzione a grandezza naturale del Triceratopo che c’è al suo interno) e il Planetario Ulrico Hoepli. A fine giornata, dopo esservi acculturati per bene, fatevi una bella passeggiata lungo i sentieri dei giardini pubblici fino ad arrivare all’uscita della punta nord dove vi troverete improvvisamente di nuovo nel folle caos cittadino di Piazza della RepubblicaL’area occupata dalla piazza, pur essendo molto ampia, risulta comunque estremamente intricata per via dell’incrocio di numerose vie e linee del tram che si concentrano in questo punto, una miriade di pali della luce ed elettricità sono sparsi un po’ ovunque, ma voi dovete essere molto concentrati sull’obbiettivo; facendo attenzione a non essere investiti almeno una volta ogni metro percorso, dovete portarvi dall’altra parte della piazza, dove confluisce viale Monte Santo e camminare sulle strisce pedonali che attraversano le due linee del tram.

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fonte: blog.urbanlife.com

Esattamente al centro di esse, proprio sopra a un paio di gradini che ne creano una sorta di piedistallo, troverete un palo verde identico ma nello stesso tempo diverso da tutti: ebbene, se guardate attentamente potrete facilmente scorgere alcuni grossi buchi (un paio passanti da parte a pare) che ne martoriano la superficie, essi sono la conseguenza delle esplosioni degli ordigni bellici raccontati prima e che devastarono la città; questo è quello più evidente ma se cercate bene potrete trovare piccoli danni anche su altri pali in zona.

Fortunatamente in quegli anni Milano era piena di sotterranei e rifugi antiaerei allestiti per la guerra dove la gente si è potuta in qualche maniera proteggere e salvare, queste strutture erano segnalate da indicazioni e scritte sui muri dei palazzi e sono in qualche caso ancora oggi visibili (qui un esempio)

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fonte: blog.urbanlife.com

Come ultima informazione – e per farvi rendere conto della devastazione avvenuta – vorrei riportarvi questo dato: con le macerie dei bombardamenti, verso la fine degli anni quaranta è stato realizzato il bellissimo parco urbano Monte Stella (teneramente ribattezzata dai milanesi “montagnetta di San Siro”) le cui dimensioni sono 370.000 mq di prati e boschi per circa 50 metri di altezza… prendete la piramide di Micerino e moltiplicatela per 3,5.

Per smorzare un po’ di tutta questa drammaticità vi riporto che dalla sua sommità si scorge chiaramente lo stadio Giuseppe Meazza dove l’F.C. Internazionale quest’anno ha fatto una memorabile stagione calcistica condita da un record storico: 2 punti nelle ultime 8 partite (fino alla data odierna…). Eccezionale!

Cala Coticcio, il paradiso nascosto

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Sono stato diverse volte in vacanza in Sardegna e le due isolette del nord, La Maddalena e Caprera, sono state oggetto solo della classica, superficiale gita di una giornata; ricordo di esserci passato di striscio un paio di volte, ma immediatamente ne ho carpito le potenzialità, mi sono chiesto come sarebbe stato viverle per una vacanza intera, cosa si fosse nascosto fuori dai classici percorsi che si è obbligati a seguire standoci solo poche ore. Detto fatto. Qualche tempo dopo, per soddisfare il mio desiderio e la mia sete di avventura (sì, perché per raggiungere certe calette, di avventura si può parlare) ci ho trascorso un paio di settimane di vacanza e devo dire che l’esperienza è stata davvero notevole. Avevo base nella graziosa cittadina de La Maddalena, un bell’appartamentino con vista sull’isola di Santo Stefano (ex sede della base militare della Marina, di appoggio ai sommergibili nucleari U.S.A. stanziati in loco); da qui ho praticamente setacciato come un segugio le due isolette trovando calette e insenature talmente spettacolari da far venire i capelli brizzolati come George Clooney. Né la Maddalena né Caprera (collegate da un ponte di legno carrabile a senso unico alternato) avevano più segreti per me, o forse così pensavo…. una sera, intento a scartabellare le cartine e il materiale in mio possesso per organizzare l’itinerario del giorno dopo, mi imbatto in un nome che fa vibrare il mio cervello da viaggiatore: Cala Tahiti (qui la posizione). Dunque, fammi pensare, faccio due associazioni al volo: Tahiti, Polinesia Francese, posto orrendo, come mai dare questo nome a una spiaggia di Caprera? Forse perché potrebbe essere una delle più spettacolari dell’isola? Ok, deciso, domani si va lì. Scopro che il vero nome di Cala Tahiti è Cala Coticcio, insenatura nel nord-est dell’isola di Caprera raggiungibile solo via mare… come “solo via mare”? Eppure la cartina che ho in mano riporta un fantomatico sentiero per arrivarci a piedi e io sono intenzionato a trovarlo. La mattina arriva in fretta ed è già ora di partire, come Mikey Walsh de I Goonies prendo mappa e zaino e inforco la bici… cioè salgo in macchina e mi dirigo verso Caprera. I primo tratto di strada, subito dopo il ponte di collegamento tra le isole, si addentra in una spettacolare pineta di pini marittimi dove non è difficile incontrare deliziosi esemplari di cinghiale selvatico di almeno 50 kg che vi guardano, vi aspettano e all’ultimo secondo vi tagliano la strada; immediatamente nella mia mente compare l’immagine chiara e nitida di una grigliata galattica, ma subito devo tornare lucido perché poco dopo si presente la prima importante scelta da fare: bivio diabolico, a sinistra verso il Museo di Garibaldi o a destra direzione Museo del Mare e delle Tradizioni Marinaresche? Consulto la mappa di Chester Copperpot (vi ricordate chi è, vero? Se la riposta è no rinfrescatevi la memoria qui) e vado a destra senza battere ciglio. Dopo circa 150 metri abbandono la direzione che sto seguendo e inforco la curva a gomito che trovo sulla mia sinistra, che mi immette su una stradina di asfalto rossiccio in direzione nord; la percorro per circa 3,5 km senza fare caso né alle varie svolte che mi si presentano ai bordi della strada né, sopratutto, all’orrendo panorama che vedo fuori dai finestrini… cerco di descriverlo con non poco dolore: la strada sale leggermente – credo di essere nel punto più alto dell’isola, il monte Telaione – cielo in HD, cespugli bassi, rocce dalle forme bizzarre modellate dal vento, mare turchese sia a destra che a sinistra, l’isola della Maddalena che si taglia a ovest poco distante… in una sola parola, uno scempio per gli occhi.

La mappa è chiara, dopo un microscopico ponticello con parapetti in legno, sulla destra dovrebbe apparire un piccolo spiazzo sterrato dove in teoria comincia il sentiero per raggiungere a piedi (a differenza di quello che ho letto la sera prima) la destinazione; e così è infatti, trovo lo slargo e abbandono al macchina per proseguire a piedi. Alle spalle della grossa roccia che ho difronte vedo il sentiero – diciamo più che altro una traccia nei cespugli – che scende ripido fino a raggiungere il versante orientale dell’isola. Fortunatamente indosso un paio di scarpe comode da trekking e un cappellino per il sole (indispensabili per una vacanza qui) e non un paio di infradito scassati di qualità scadente e una canotta dei Lakers del 1989 come il turista medio che ogni tanto vi capiterà di incontrare in queste zone assieme ai cinghiali. Dopo circa 500 metri il sentiero diventa pressoché in piano e arriva a una piccola spianata; consulto la mappa: freccia di sassi sul terreno che indica la direzione e piccoli omini di pietra nelle vicinanze… trovati, vado! Questo è l’unico punto del percorso dove bisogna fare un po’ di attenzione per evitare di perdersi. Mr Copperpot mi guida a scendere una ripida scalinata di roccia che porta a un’inquietante insenatura con sassi e detriti portati dal mare (qui di turista medio nemmeno l’ombra) e ancora più giù in mezzo alla folta vegetazione, ma ad un certo punto vedo un bagliore laggiù in fondo, una luce che mi attira… il fogliame si dirada e difronte ai miei occhi si materializza come per incanto una piccola baia dai colori soprannaturali. Mr. Copperpot aveva ragione, ecco la paradisiaca visone di Cala Coticcio.

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scoglio Murru

Ora, io ho avuto la fortuna di poter viaggiare, ho visto lo splendore dell’Oceano Indiano, ho ammirato gli atolli della Grande Barriera Corallina Australiana, ho assaporato la meraviglia delle Canarie e dell’Oceano Atlantico che le circonda, ma credetemi, una cosa simile non l’ho mai vista.

Il luogo si presenta così: piccola insenatura con sabbia finissima e morbida, mare a dir poco fluorescente, incastonata tra rocce selvagge e bassa vegetazione fortemente aromatica… ripeto, una cosa mai vista; e come se non bastasse 200 metri più avanti c’è una seconda insenatura altrettanto orribile con lo scoglio Murru a farla da padrone proprio al centro. Ricordo di essere rimasto inebetito e immobile per qualche minuto, completamente inebriato da quello che stavo vedendo, l’unica cosa che mi ha riportato alla realtà è stata l’incontrollabile ambizione di eseguire un tonante “tuffo a bomba” dalla sommità della roccia davanti a me… non ricordo nemmeno di essermi tolto i vestiti, tanto era forte il desiderio.

Sarà stata la piccola “caccia al tesoro” che ho dovuto affrontare per arrivarci, sarà stata la grigliata sfiorata, forse – anzi, sicuramente – é stata la meraviglia del posto in cui mi sono imbattuto, ma la caletta da cui non sono riuscito a staccare lo sguardo per tutta la giornata non faccio fatica a definirla uno dei posti di mare più belli mai visti in vita mia.

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Cala Coticcio

Concludo con un paio di indicazioni tecniche: il trekking non è lungo (circa 2 km), ma abbastanza impegnativo (infatti 30-40 minuti di percorrenza) e con scarsa ombra, non portatevi frigobar giganti e materassini gonfiabili a forma di balena appresso. Sono indispensabili scarpe comode, acqua per il cammino e pranzo al sacco. Un asciugamano più crema solare per la permanenza e il resto purtroppo saranno solo lacrime e incubi notturni.

Ah, dimenticavo! Se durante il tragitto, magari al ritorno all’ora dell’imbrunire, quando siete soli e attorno a voi avete solo cespugli, rocce e mare non fate caso al sottile fischio che potreste sentire in lontananza. Non abbiate paura, non si tratta assolutamente del richiamo degli spiriti dei molti soldati caduti nella seconda guerra mondiale in queste acque, Mr. Copperpot dice che è solo il vento.

Le Streghe dello Sciliar

Di tutte le regioni italiane, l’Alto Adige è tra quelle che più mi affascinano. Tradizioni, sapori e una ricca cultura locale si intrecciano sullo sfondo delle Dolomiti. Non credo serva aggiungere altro: indubbiamente tra le montagne più belle del pianeta. Negli ultimi anni mi sono particolarmente legato all’area dell’Alpe di Siusi, tornando da quelle parti ogni qualvolta ne avessi avuto occasione e arrivando a considerarla una sorta di seconda casa.
Di seguito, giusto per darvi un’idea della bruttezza del posto, un video che ho realizzato per un concorso organizzato dall’ufficio marketing dell’Alpe di Siusi:

Qui, ancora più che in altri punti della regione, leggende e usanze legate alla terra sono molto radicate e sentite, contribuendo a dare a questi luoghi un tocco di magia che permea tutto nelle vicinanze. Non è raro passeggiare sui sentieri, tra i boschi o nei paesi delle valli e trovare testimonianze di come questa cultura legata ad antichi costumi sia ancora alla base del vivere comune. Se siete passati da queste parti avrete certamente notato come l’immagine della strega sia uno dei simboli ricorrenti. Non esiste luogo che non sia scenario di leggende che parlano di spiriti, creature magiche e misteriose donne dotate di strani poteri e, proprio l’altopiano dello Sciliar, emblema di questa zona, secondo le storie che vengono tramandate di generazione in generazione, sarebbe casa di queste tanto temute quanto affascinanti figure.

Cosa c’è di vero

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Castel Presule

Purtroppo la storia, ripulita da miti e superstizioni, racconta che agli inizi del secolo XVI e precisamente dal 1506 al 1510, nel tribunale di Fié, con sede nell’austero Castel Presule, si tennero alcuni processi che portarono alla condanna a morte di nove donne accusate di stregoneria. Erano anni bui, in cui le credenze popolari avevano la meglio sulla ragione e il pensiero razionale cedeva il passo a fantasiose interpretazioni della realtà. Si leggono negli atti del processo, custoditi oggi al Museo Nazionale di Innsbruck, testimonianze surreali secondo le quali alcune di queste donne furono viste volare sullo Sciliar nel cuore della notte, a cavallo di una scopa. Un interessante studio avrebbe portato alla luce come, con ogni probabilità, negli alimenti del tempo e in particolare nel pane, finivano alcuni tipi di semi dalle proprietà allucinogene che, naturalmente, da soli non bastano a spiegare l’accanimento nei confronti di persone socialmente emarginate, giustiziate sulla base di prove discutibili e ricostruzioni dettate più da paura e ignoranza che altro. Col passare dei secoli i fatti si fusero al mito, dando vita alla leggenda delle Streghe dello Sciliar.

Cosa dicono le leggende

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Panche delle Streghe, Bullaccia (fonte)

Secondo questi racconti, le streghe sarebbero state donne dai particolari legami col mondo del sovrannaturale. Esperte conoscitrici di piante ed erbe dalle straordinarie proprietà curative, non perfettamente integrate nella società del tempo, frequentatrici di boschi e valli impervie, dedite a misteriose adunate notturne durante le quali danzavano in compagnia del diavolo in persona. Le streghe erano anche esseri capricciosi. Salendo di notte in cima a una montagna sarebbero state in grado di evocare tempeste responsabili della distruzione dei raccolti, carestie e malessere nei villaggi sottostanti.
Proprio uno dei luoghi più famosi, in cui secondo le leggende le streghe si riunivano, si trova sulla cima del monte Bullaccia, dove antichi massi squadrati ricordano enormi sedute chiamate tutt’oggi Panche delle Streghe, dalle quali si ha tra l’altro una strepitosa vista sulla Val Gardena.

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Sedie delle Streghe, Marinzen

Altre panche si trovano qualche centinaio di metri più in basso, nei boschi che circondano l’Alpe di Marinzen. Addentrandosi nel fitto della vegetazione, si giunge a due massi dalla forma simile a due sedie, le Sedie delle Streghe per l’appunto. È molto suggestivo starsene lì, tra un forte odore di resina e sottobosco, e immaginarsi le antiche signore sedere su queste rudimentali sedie.
Un altro posto in cui lo spirito di queste storie non si è mai spento è quello in cui si trovano le cosiddette Sorgenti delle Streghe. Potete trovarlo percorrendo il sentiero che da Saltria porta al rifugio Zallinger, sull’Alpe di Siusi. Abbandonando brevemente il percorso principale e addentrandovi nel bosco troverete dei punti in cui dell’acqua solforosa zampilla dal terreno, formando delle pozze. La zona è stata arricchita da un percorso didattico che farà la gioia dei bambini.
La leggenda più inquietante riguarda il Sasso delle Streghe che si trova presso uno dei due laghetti di Fié, dove si pensa che avesse sede il patibolo su cui le malcapitate furono arse vive. Sempre addentrandovi nel bosco, troverete un enorme roccia divisa in due da un taglio preciso. Questa la descrizione che potete trovare su un pannello esplicativo:

Presso questa pietra, le streghe della zona tenevano le loro sedute e per questo si ritiene che si tratti di un luogo alquanto sinistro e sospetto…

Un tempo, a Fié allo Sciliar, esercitava la propria missione di pastore un parroco il quale, con il suo religioso fervore, si teneva in continua lotta contro il popolo delle streghe, e qualche volta, tramite la preghiera e il pronto suonare delle campane della chiesa, riusciva persino a scongiurare i temporali e le tempeste tramati dalle streghe contro il suo paese.
Una sera d’estate il parroco passeggiava nei pressi del Laghetto di Fié, quando decise di accoccolarsi tra il morbido muschio del bosco e, poco distante dal Sasso delle Streghe, riposare un’oretta. Quando il curato si risvegliò era già notte fonda e dal campanile del paese sentì rintoccare le dodici. Si udì un fracasso assordante, e il popolo delle streghe giunse a cavallo iniziando le sue danze. D’un tratto una delle donne si accorse del parroco e nel giro di un istante tutte le streghe si accanirono contro di lui. Lo seviziarono e maltrattarono fino a quando non diede più segni di vita. La mattina seguente, l’uomo venne ritrovato graffiato e mutilato accanto al Sasso delle Streghe, mentre il suo abito giaceva tutt’intorno in brandelli. Il sacerdote era stato vittima della vendetta delle streghe.

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Sasso delle Streghe, Fié

Queste e altre affascinanti storie, come quella del pastore Hansel che uccise una strega col suo fucile e rimase sconvolto per anni dall’orrenda vista della strega morta o quella di Hans, garzone di San Valentino che si dice prendesse parte ai sabba delle streghe e fosse talmente forte da riuscire a lanciare enormi massi nella valle, rendono così unico e misterioso questo angolo di Alto Adige, dove le tradizioni popolari rimangono vive e vengono sapientemente tramandate ai visitatori. Oggi le streghe sono viste come figure romantiche, sagge e benevole abitatrici dei boschi, come la strega Martha, che intrattiene i bambini con le sue storie. Al di là del mito e delle leggende, credo ci sia una lezione importante da imparare e un messaggio di base, efficacemente riportato in tre lingue su un monumento presso Castel Presule:

Il Comune di Fié allo Sciliar ricorda le proprie concittadine e i propri concittadini condannati e giustiziati 500 anni fa con l’accusa di stregoneria.
La loro morte sul rogo dell’ignoranza e della superstizione sia per le generazioni future un monito contro qualsiasi forma di intolleranza ed emarginazione.

Messner Mountain Museum

Se siete frequentatori dell’Alto Adige, vi sarete accorti che da qualche anno esiste una serie di musei molto particolari dedicati alla montagna. Il nome è di quelli che da soli bastano a spalancare scenari di epiche imprese destinate a restare indelebili nella storia dell’alpinismo e non solo. Messner Mountain Museum (sito internet ufficiale).
Ah, ma quel Messner? Reinhold Messner? Ebbene sì, proprio lui, abbracciamoci forte e scaliamo un ottomila in solitaria per rendere omaggio a questa vera e propria leggenda vivente.

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Reinhold Messner (fonte)

Messner Mountain Museum è un sistema museale particolarmente interessante, ideato dal mitologico (come l’unicorno o la fenice, direbbe il mio compagno di blog) alpinista, una collana composta da sei perle, sei musei sparsi per la provincia di Bolzano, ognuno dei quali volto ad approfondire un aspetto diverso della montagna e del rapporto dell’uomo con essa. Dalle ere geologiche alla storia dei grandi scalatori, dalle leggende che popolano gli ambienti montani di tutto il mondo alle culture che in essi hanno trovato la loro culla, fino ad arrivare a indagare gli aspetti più intimi e spirituali della relazione uomo-montagna.

Ci sarebbe abbastanza materiale da rimanere storditi e inebetiti, ma non è ancora finita. Tra gli eventi organizzati dai musei ce ne sono un paio da segnalare che mi costringono a letto per una lunga convalescenza. Roba da andare fuori testa. Attenti bene, prego:

1) Transumanza degli Yak con Reinhold Messner (dettagli). Sì, d’accordo.
2) Dialoghi attorno il fuoco con Reinhold Messner (dettagli). Sì, va bene, bravi e poi? Basta?

Non aggiungo altro perché sono già molto provato.

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I sei musei del circuito MMM: Firmian, Dolomites, Juval, Ortles, Ripa e Corones (fonte)

Dei sei musei (mi sono già fissato l’obiettivo di vederli tutti), ad oggi sono riuscito a visitare quello di Ripa, realizzato all’interno del castello di Brunico. Titolo della mostra permanente: L’eredità delle montagne.
Nel suggestivo ambiente risalente al tredicesimo secolo, viene ripercorsa la storia dei popoli che hanno abitato le zone montane del pianeta, in una convivenza spesso dura, ma dall’enorme fascino. Gli oggetti e i reperti che arredano le austere sale del museo rendono in maniera assolutamente efficace il concetto di sopravvivenza ai piedi delle vette.

Sol chi è disposto a muoversi e partire vince la consuetudine inceppante – Hermann Hesse
Citazione esposta in una delle sale del museo

Ho trovato particolarmente affascinanti le aree dedicate all’Himalaya (oddio, ecco che inizia la tachicardia, comincio a sudare freddo), con simboli, manufatti e musiche provenienti dalle popolazioni che vivono sul tetto del mondo. Nella sala nominata Nirvana, ricavata all’interno di una torre del castello, credo di avere perso il senso del tempo e aver sofferto di forti allucinazioni. Commovente.

A questo punto mi vedo costretto ad affrontare un argomento molto delicato, la dolorosissima spina nel fianco di tutta la questione. Il design dei musei è curato in ogni dettaglio, ma ce n’è uno che dal punto di vista realizzativo spicca su tutti, l’ultimo a essere completato, vale a dire il museo di Plan de Corones.

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Il museo di Plan de Corones (fonte)

Progettato dall’architetto di fama mondiale Zaha Hadid, questo edificio sorge sulla cima di un altopiano dalla spettacolare vista sulle Dolomiti ed è letteralmente inserito nella roccia, vera protagonista dell’esposizione intitolata L’alpinismo tradizionale.
Le forme sinuose e armoniche, tipiche dell’opera di Zaha Hadid, unite ai temi trattati nella mostra, saranno sicuramente un cocktail micidiale che mi provocherà indicibili sofferenze, ma metterò volentieri a repentaglio la mia salute fisica e mentale nel momento in cui farò appello a tutte le mie forze e salirò a Plan de Corones.

Che dire, prendetevi del tempo e visitate uno dei Messner Mountain Museum. Ve ne pentirete, ma è il destino di tutti noi.