Sulle tracce dei Ghostbusters

I nostri lettori si saranno certamente accorti che New York è per noi fonte di continuo tormento e notti insonni… ci rendiamo conto di tirare fuori molto spesso nei nostri articoli il nome di questa graziosa cittadina, ma non ci possiamo fare nulla: le chicche e gli spunti che offre sono innumerevoli e, forse anche a scopo terapeutico, puntualmente torniamo a parlarne. D’altronde, come si suol dire, mal comune mezzo gaudio. Per cui avanti con la prossima infusione!

Avendo avuto occasione negli ultimi mesi di passare più volte dalla Grande Mela, ho deciso di andare a scovare esclusivamente per voi alcune perle nascoste, tipicamente trascurate dal turista medio. Le potete trovare qui, qui, qui e qui, se malauguratamente non le avete ancora lette. Non disturbatevi a ringraziare, per noi è un piacere!
Oggi invece vorrei compiere qualcosa di inaudito, rischiare la catastrofe incrociando i flussi per formare un binomio dalle potenzialità altamente devastanti: New York e Ghostbusters.

Scusate esco un attimo a prendere una boccata d’aria.

Eccomi, dicevo, la mitologica (per usare un eufemismo) pellicola degli anni ’80 è indissolubilmente legata a New York e sono numerosi i luoghi utilizzati come set per gli esterni (gli interni sono stati invece girati a Los Angeles e qui sento il tonfo sordo dello spettatore medio che cade dal pero) sparsi per l’isola di Manhattan. Trovandomi una sera a passeggiare amabilmente per i giardini della Columbia University (che sorvoleremo per non soffrire ulteriormente), ho voluto andare a caccia del punto esatto in cui è stata girata la scena del dialogo tra Ray e Peter che potete vedere di seguito.

Rapido giro del cortile principale e obiettivo centrato: con un esagerato timore reverenziale, neanche stessi toccando il Sacro Graal, ho potuto appoggiarmi allo stesso parapetto su cui il dottor Venkman stava sdraiato trentatré anni fa e osservare gli austeri edifici circostanti dalla cima della stessa scalinata. Un’ondata di nostalgia mi ha investito come un treno e magicamente mi sono ritrovato nel cuore degli anni ottanta!

Ecco le foto scattate da me in preda a spasmi, sudori freddi e svenimenti vari ed eventuali (cliccate per ingrandirle)

Un piccolo bonus
abcc6209-b405-491e-ad09-f6df7f44d4bcSe siete abbastanza forti di stomaco e ve la sentite, vi regalo un’ulteriore emozione. Due giorni dopo la sconvolgente serata alla Columbia University, su Central Park West, mi sono trovato a tu per tu con la monumentale facciata dell’edificio in cui, nel primo film, avevano residenza Dana e Louis, rispettivamente Guardia di Porta e Mastro di Chiavi. Mentre scattavo la foto che vedete, una signora mi è passata accanto chiedendomi con un sorriso “Ghostbusters fan?”. Interrotto nel magico momento, mi sono girato con gli occhi rossi limitandomi a ruggire uno sconnesso “Zuul”.

E non finisce qui, perché abbiamo documentato altri luoghi in cui le valenze di energia psicocinetica sono oltre i valori massimi!

11 settembre, tutto iniziò da un tombino

Ci troviamo di nuovo a New York. Camminando per Lower Manhattan e oltrepassando la linea ideale di Canal Street, la memoria non può che andare a un momento ben preciso, indelebile nella storia della città: l’11 settembre 2001. Impossibile infatti non riconoscere, nel susseguirsi degli scorci verso la punta meridionale dell’isola, lo scenario di quello che è stato l’evento storico che ha segnato una svolta anche nel modo di raccontare la cronaca. Si è infatti detto e scritto moltissimo su come la copertura mediatica sia stata una delle caratteristiche principali di quel giorno; per la prima volta un fatto di importanza mondiale ha avuto milioni di spettatori che, in diretta televisiva, hanno seguito l’evolversi della situazione. Uno spunto interessante riguarda proprio il ruolo che centinaia di persone che si trovavano sul posto hanno rivestito, trasformandosi di fatto, grazie alle proprie videocamere amatoriali, da testimoni oculari a reporter.
È toccato proprio a due registi dare inconsapevolmente il via alla trasmissione, riprendendo lo schianto del primo aereo sulla Torre Nord del World Trade Center.

Ma come è andata?
I fratelli Naudet, registi francesi, alle 8.46 dell’11 settembre 2001, stavano realizzando delle riprese utili alla realizzazione di un documentario che avrebbe dovuto mostrare il percorso di una recluta aspirante a diventare vigile del fuoco a New York. Si troveranno a essere testimoni oculari di un evento di ben più vasta scala, raccontato poi nel loro film 9/11 uscito nello stesso anno.
Mentre stavano filmando alcuni pompieri intenti a ispezionare un tombino, la loro attenzione è stata attratta dal rombo di un aereo che passava sopra Manhattan, fatto già di per sé insolito trattandosi di uno spazio interdetto al traffico aereo, e per giunta troppo basso sopra le case. Pochi istanti dopo il velivolo si abbatte su una delle Twin Towers, segnando l’inizio dell’attacco terroristico più grave della storia degli Stati Uniti.

I fratelli Naudet, convinti di aver catturato le immagini di un disastroso incidente, hanno inconsapevolmente ripreso i secondi decisivi di un passaggio storico ben preciso, la fine e l’inizio di due epoche, oltre ad aver fornito un documento di estrema importanza. Mentre gli istanti successivi sono stati documentati da innumerevoli telecamere, esistono pochissimi filmati che mostrano l’impatto del volo 11 dell’American Airlines. Il loro video è uno dei tre che immortalano chiaramente questo momento e sicuramente quello che lo descrive meglio (qui un approfondimento).

Dove è avvenuto?
Come è facile intuire, a Lower Manhattan esistono molti luoghi legati ai fatti dell’11 settembre, dal 9/11 Memorial (dove fisicamente sorgeva il complesso del World Trade Center e dove si è consumata la parte peggiore della tragedia) e 9/11 Museum (un museo dedicato agli attentati del’11 settembre 2001 e del 26 febbraio 1993 realizzato nelle fondamenta del vecchio World Trade Center) al 9/11 Tribute Center (un museo curato dai familiari delle vittime), dalla chiesa di St. Paul (la più vecchia di New York, risalente a prima dell’indipendenza degli Stati Uniti, situata proprio di fronte alle Torri Gemelle, rimasta sorprendentemente intatta e trasformata in punto di appoggio per le operazioni di recupero. Fino a qualche anno fa conteneva una piccola mostra con reperti e testimonianze di quei giorni, ora rimossa) alla Sfera della World Trade Center Plaza, situata a Battery Park, solo per citarne alcuni.
Abbiamo voluto dedicare particolare attenzione a un luogo bene preciso, raramente preso in considerazione, ma dove simbolicamente tutto ebbe inizio: il tombino dove alcuni pompieri di New York stavano lavorando nel momento esatto in cui una normale giornata di routine si trasformò nel giorno più duro della loro storia. Si trova all’incrocio tra Church Street e Lispenard Street, poco sotto Canal Street e nelle foto che abbiamo scattato si possono facilmente riconoscere alcuni elementi presenti nel filmato dei fratelli Naudet.

 

Il bunker antiatomico sotto il ponte di Brooklyn

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L’interno del bunker (fonte idealista.it)

Negli anni ’80 e ’90 in tutti i film americani, indistintamente tv o cinema, qualsiasi cosa succedeva era colpa dei russi. Il nemico da combattere – da Ivan Drago di Rocky ai MiG 28 di Top Gun – aveva sempre la bandiera rossa appesa da qualche parte. Effettivamente però nel periodo della Guerra Fredda, tra Stati Uniti e Russia (diciamo dalla fine degli anni ’40 fino a circa il 1991) la tensione c’era eccome, tanto che la frase “la fine del mondo sta arrivando” è stata usata più e più volte e soltanto le due superpotenze sanno realmente quanto ci siamo andati vicini. Per questo motivo negli Stati Uniti furono costruiti centinaia di bunker che avrebbero dovuto fornire adeguato riparo ed essere autosufficienti per settimane in caso di attacco nucleare da parte dell’allora URSS. Sareste curiosi di vederne uno, vero?

L’impresa è ardua perché sulla Lonley Planet non mi risulta ce ne sia menzione e per le strade delle città americane non credo ci sia segnaletica con scritto “per il bunker, di qua“, ma ragazzi… ragazzi! È proprio qui che arriviamo in aiuto noi, no?

Allora, innanzitutto prendete un aereo e atterrate nella città innominabile per eccellenza, il cui nome inizia per N e finisce per ew York; prendete la metropolitana linee 4, 5 o 6 (verde) e scendete alla fermata Brooklyn Bridge-City Hall. Vi trovate ora nel City Hall Park (qui tra l’altro trovate la nostra recensione della chicca galattica che si trova esattamente sotto di voi!), cercate di non farvi distrarre da ciò che avete intorno e imboccate Spruce Street. Ecco, attenzione, qui vi consiglio di camminare a passi veloci e di non alzare MAI lo sguardo per nessun motivo… potreste essere inceneriti all’istante alla vista del sinuoso e luccicante drappeggio di acciaio della Beekman TowerSe avete seguito il consiglio e avete passato indenni il pericolo, girate a sinistra in Gold Street e proseguite fino al Brooklyn Bridge. Passate quindi sotto la prima rampa di accesso in ferro e bulloni a vista (troppi per i miei gusti) e vi troverete di fronte un grosso arco che passa da parte a parte l’intera carreggiata del ponte sovrastante; sotto la galleria, se fate attenzione, troverete un’apertura in breccia nel possente muro sulla sinistra, chiusa da una vecchia porta di spesso ferro arrugginito. Bene ragazzi, siete davanti all’ingresso dell’ultimo bunker in ordine di tempo scoperto in città!

Il bunker fu reso pronto per l’uso al culmine della crisi dei missili a Cuba nel 1962 e avrebbe dovuto ospitare e proteggere l’allora sindaco della città e il suo staff dal famoso attacco nucleare prospettato, ma mai avvenuto; dimenticato lì, è stato poi riscoperto 44 anni dopo da un gruppo di operai della manutenzione (alcune fonti parlano di ispettori del dipartimento dei trasporti) che, dopo aver aperto la porta, si sono trovati di fronte una cinquantina di barili di acqua, scatoloni di viveri tra cui una marea di barrette ipercaloriche e molto materiale di primo soccorso. Se siete fortunati e guardate dal buco al centro della porta (probabilmente alloggiamento di qualche tipo di serratura o non so cos’altro) potreste riuscire a vederne l’interno. Dopo una rapida analisi, tra l’altro, il luogo si rivelò inadatto allo scopo per cui era stato costruito perché per niente interrato e troppo ventilato… e poi si sa che le vie di comunicazione sono le prime a saltare per aria in caso di guerra. Un ponte forse non lo è?

Il materiale rinvenuto è stato dichiarato cimelio della Guerra Fredda e quindi è stato donato al museo della Protezione Civile, i medicinali sono stati smaltiti dalle autorità sanitarie e le barrette energetiche sono state distribuite agli sciami di turisti medi per prevenire il calo di zuccheri nel caso in cui per sbaglio gli capitasse di passare da queste parti.

Rucker Park, La Mecca dello street basket

rucker05Parlare di New York è molto dura, le ferite si riaprono, sanguinano e i ricordi del viaggio fanno venire il mal di testa. Facciamoci forza l’un l’altro però e cominciamo il racconto. La spedizione questa volta ci porta ad Harlem (mamma che fitta!), profondamente Harlem, il confine con il Bronx è lì a due passi; siamo al Holcombe Rucker Park, per gli appassionati La Mecca della pallacanestro di strada.
Il playground, che prende il nome dal veterano di guerra Holcombe Rucker, ha tutto ciò che ci deve essere: la classica recinzione di rete metallica, graffiti spaziali (oppure chiamiamole opere d’arte, fa lo stesso) sul muro di cemento, gradoni spartani per assistere alle partite, gruppo di ragazzotti afroamericani che giocano a pallacanestro a un livello fuori dalla grazia di Dio, tutti attorno palazzoni color nocciola con un sacco di finestre e là dietro, sullo sfondo, il mitologico Yankee Stadium… che dire, vorrei essere seppellito qui.

Il luogo è famosissimo per la gente che intende di basket perché qui, ogni estate dal 1947, si svolge il più grande e importante torneo di street basket che si conosca, l’Holcombe Rucker Tournament, al quale partecipano le migliori squadre di New York – e di conseguenza del pianeta – con spesso e volentieri la partecipazione di qualche marziano dell’NBA del calibro di Kobe Bryant (grazie e arrivederci), Kareem Abdul-Jabbar, Julius “Doctor J” Erving, Wilt Chamberlain (Mr. 100 punti in un’unica partita di pallacanestro, si va bene ciao!) e addirittura Sua Maestà Michael Jeffrey Jordan (“…indiscutibilmente il più grande giocatore di pallacanestro di tutti tutti i tempi”, come afferma il maestro Federico Buffa).

Per raggiungere questo posto magico, non fate come il turista medio che prende la metro Linee B e D in direzione Bedford Park blvd fermata 155 street-8 Avenue e se lo trova difronte alla faccia; intraprendete piuttosto una piccola marcia di avvicinamento, un piccolo pellegrinaggio gustandovi quello che vi circonda. Salite allora sulla Linea 4 in direzione Woodlawn e abbandonate il mezzo alla fermata sopraelevata 161 street-Yankee Stadium, lasciatevi prendere a cazzotti dalla monumentale facciata del più famoso stadio d’America, mangiatevi un hamburger al fast food lì davanti, con annessa foto di rito alla strada che passa sotto la metro, oltrepassate il Macomb’s Dam Bridge (travi di ferro e bulloni arrugginiti ovunque) e senza accorgervene arriverete a destinazione.

Ah! Chicca nella chicca! La stazione dello Yankee Stadium è una strutturina in ferro facente parte della vecchia linea sopraelevata dei treni risalente al 1917 ed è la più trafficata del Bronx… sento la tempesta che gira vorticosamente, meglio concludere qui l’articolo e, per piacere, al turista medio di prima – che magari non sale a vedere il panorama dall’Empire State Building perché c’è coda – non dite nulla della stazione, tanto non serve a niente.

Davide, l’altro autore di questo blog, che in questi giorni si trova a New York (maledetto!), ha gentilmente fatto per voi il percorso descritto. Le foto le vedete nell’articolo.

Aggiornamento (scritto da Davide)
32236d4f-cfbe-4478-8414-755eb93abf24Ebbene sì, trovandomi a New York (in questo momento scrivo dalla mia stanza e sta passando un treno sferragliante sulla sopraelevata davanti alla finestra), approfittandone per fare solo per voi il pellegrinaggio descritto da Mauro con estrema sofferenza, ho pensato bene di aggiungere un’ulteriore tappa, già che c’ero. Anziché partire dallo Yankee Stadium sono sceso alla fermata della 181sima (Linea 1), ho attraversato a piedi il ponte sul fiume Harlem (vista di Manhattan in lontananza da capogiro) e in un tragico istante mi sono ritrovato nel Bronx. Qui mi sono fiondato a un indirizzo ben preciso: 1520 di Sedgwick Avenue, prima di proseguire per lo Yankee Stadium e il Rucker Park. Il motivo? Ve lo racconta Federico Buffa nel video che vedete di seguito. Roba da non dormirci la notte:

Quella volta che ho visto Tom Hanks a teatro

Davanti al Broadhurst Theatre

Oggi faccio appello a tutte le mie forze e trovo il coraggio di raccontare un’esperienza sconvolgente avuta qualche anno fa. Stavo pianificando una vacanza negli Stati Uniti con mio fratello, New York e Miami le città principali, più una serie di posti che preferisco non ricordare perché inizierei a perdere sangue dal naso e in questo momento non ho i fazzolettini a portata di mano… magari un’altra volta.

Dicevo, stavo pianificando il viaggio e, non ricordo bene come, sono venuto a conoscenza del fatto che Tom Hanks, in assoluto uno dei miei attori preferiti, si sarebbe esibito nel suo debutto teatrale per una serie di date a Broadway.

Tom Hanks. Debutto teatrale.

Fatemi capire, questa stella del cinema mondiale non ha mai fatto teatro e debutta proprio nei giorni in cui mi trovo a New York? Ho capito bene? Ma devo anche stare a pensarci? Sono inebetito, ma raccolgo ugualmente tutte le mie energie e mi scaravento con una violenza inaudita sul sito di Broadway per accaparrarmi due biglietti. Quando mi ricapita di vedere un attore due volte premio Oscar, dal vivo?

Lo spettacolo in questione è Lucky Guy, storia di Mike McAlary, giornalista ed editorialista del New York Daily News, e della sua ascesa da comune giornalista a vincitore del premio Pulitzer per un’inchiesta su un caso di tortura nei confronti di un immigrato haitiano da parte della polizia di New York. L’ambientazione è delle più suggestive: la Grande Mela degli anni ’80, tra graffiti, scandali e corruzione.
La sera dello spettacolo ci dirigiamo, camminando nella calda luce del tramonto su Manhattan, verso il Broadhurst Theatre e lì cado per la prima volta. Il cartellone con tanto di faccione di Tom Hanks che campeggia sopra l’ingresso del teatro mi arriva in faccia con una cattiveria del tutto gratuita e ingiustificata, facendomi stramazzare sul marciapiede della Quarantaquattresima Ovest. Sconvolto, ma non sconfitto, mi raccomando a Dio ed entro nel teatro.

L’attesa è spasmodica. Sul sipario chiuso davanti al palco campeggia l’inconfondibile profilo delle Twin Towers tra ponti, sopraelevate e muri ricoperti di graffiti, a ricordare l’osceno contesto in cui la storia si svolge. La vista mi si abbassa, sento un fischio nelle orecchie, ma stringo i denti e riesco a non svenire… almeno per il momento, dopodiché avviene l’inevitabile: lo spettacolo ha inizio.
Si parte con la ricostruzione di un pub all’interno del quale alcuni uomini – tutto lascia intendere che siano giornalisti – cantano e discutono allegramente tra loro, in una sorta di introduzione alle scene successive. Passano meno di dieci minuti, poi la situazione si fa disperata: è il momento in cui Tom Hanks entra in scena. Qui resisto pochissimo, mi aggrappo con le unghie all’ultimo barlume di ragione, ma niente da fare… cado in un oblio dal quale mi riprenderò molto tempo dopo.

Inutile dire che lo spettacolo è da pelle d’oca, specialmente nei momenti in cui quel signore lì, che con una disinvoltura sconcertante dà vita a un personaggio tutt’altro che banale, ruba la scena per interminabili momenti, da solo o in compagnia del resto del cast. Mi piacerebbe raccontarvi i dialoghi, i silenzi, gli scambi di battute tra lui e la moglie, ma in quei momenti mi trovavo in un’altra dimensione, totalmente rapito, mi dispiace.

Alla fine, dopo due ore di calvario, il supplizio ha fine. Vengo rianimato e portato fuori, sul marciapiede che già avevo avuto modo di conoscere da vicino. Usciamo e qui c’è un piccolo particolare che si rivelerà devastante: la porta dalla quale escono gli attori si trova esattamente di fianco all’uscita principale, quindi, se tanto mi dà tanto, Tom Hanks passerà di lì. A confermare le mie più recondite paure, gli addetti alla sicurezza sistemano alcune transenne a limitare la zona e, dopo interminabili minuti di attesa, ecco che il protagonista di Lucky Guy esce dal teatro, fermandosi a salutare i fan e a firmare qualche autografo, prima di salire in macchina e andare via. L’ultima cosa che vedo prima di chiudere gli occhi per sempre è lui che mi passa di fianco in macchina e, immediatamente dopo, la macchina che passa davanti al Bubba Gump Shrimp Co. di Times Square. No, dico, ci siamo capiti? Ah ecco! Un cerchio si è chiuso, l’ultimo pezzo di puzzle è stato messo al suo posto con un clic risuonato in tutto il creato. Io invece nel frattempo stavo già vagando per i verdi spazi dell’eternità.

American Radiator Building

Ogni tanto vado in fissa per qualcosa, non ci posso fare niente. Un attimo prima tutto scorre liscio e un attimo dopo mi ritrovo lanciato in convulse ricerche di informazioni, immagini e aneddoti su ciò che per qualche oscura ragione ha appena catturato la mia attenzione. Basta poco, un’idea, una suggestione per far scattare la scintilla. Di più non riesco a dirvi, spero che capiate cosa intendo, altrimenti come spiegare l’esistenza di questo blog?

Una delle ultime fissazioni è stata quella per l’American Radiator Building. Questo bizzarro grattacielo sorge nel cuore di Manhattan – e quando dico “cuore di Manhattan” intendo il posto, secondo il mio umile parere, più bello e suggestivo di tutta Midtown, conosciuto dai mortali col nome di Bryant Park (*) – ed è un tripudio di Art Déco, di quelli che ti prendono a schiaffi e ti riportano trascinandoti per le orecchie all’epoca d’oro della Grande Mela, tra grattacieli e signore impellicciate che vanno a teatro prima e per locali poi, magari tacchettando sui marciapiedi bagnati dalla pioggia. Io l’American Radiator Building lo immagino così, tra sbuffi di vapore, a fare da sfondo a queste scene d’altri tempi.

Costruito nel 1924 per la American Radiator Company, l’edificio, alto 103 metri, presenta un eccentrico rivestimento di mattoni neri (a simboleggiare il carbone) e dorati (a simboleggiare il fuoco), un vero inno alla granitica fiducia nella velocità del progresso, tanto in voga nella prima metà del secolo scorso. Sul finire degli anni ‘90 è stato convertito in hotel, rispettando rigide norme in quanto facente parte del National Register of Historic Places (una cosa da niente, insomma), riuscendo a mantenere comunque inalterato il suo immenso fascino.

Sono totalmente rapito dalle forme del grattacielo e messo a dura prova dai continui collegamenti che la mia mente crea con universi letterari e cinematografici. Dai, non ditemi che non sembra anche a voi, in una delirante visione, di attraversare Bryant Park, percorrere la Quarantesima Ovest ed entrare nell’atrio del Bryant Park Hotel. Qui prendere una stanza, raggiungerla in ascensore e una volta entrati aprire il mini bar dove, dal fondo del frigorifero, sentite distintamente una voce chiamare “Zuul!”.

(*) Bryant Park. Posto assolutamente illegale e da evitare, osceno e raccapricciante. Ne ho parlato solo ed esclusivamente per esigenze narrative, ma non tornerò mai più sull’argomento, nemmeno sotto tortura. Una delle pagine più dolorose della mia breve carriera di viaggiatore.

Il vicino di casa misterioso

Foto 20-03-17, 09 33 47Partire subito con una chicca in infusione riguardante esclusivamente la città di New York non mi sembra prudente per la mia salute, preferisco non rischiare. Meglio cominciare piano, a piccole dosi e vedere come reagisce il corpo. È per questo motivo che l’articolo di oggi riguarda sì la grande mela, ma non solo; essa è affiancata al suo corrispettivo economico/culturale d’Europa e cioè Londra.

Allora cominciamo. Avete mai avuto la sensazione che il vostro vicino di casa sia un po’ misterioso? O che non apra mai le finestre? Non vi è mai capitato di dire: a me questa casa sembra disabitata…? Ecco, due casi simili e molto eclatanti si possono trovare in due tranquilli quartieri residenziali e benestanti delle rispettive città.

Il primo, Brooklyn – New York

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New York, Brooklyn, il 58 di Joralemon Street

Serie infinita di casette a schiera con quattro o cinque gradini a salire e magari un grazioso bow window al primo piano (solo al ricordo ho il magone…per colpa della serie tv “I Robinson” credo di averle fotografate TUTTE le case del quartiere, dalla promenade difronte a Manhattan fino ai confini con il Queens!). Prendetevi una bella mezza giornata, come ho fatto io, camminate senza una meta per Brooklyn Heights respirando a pieni polmoni l’aria intrisa di film famosi e serie tv. Quando arrivate in zona Joralemon Street cercate il n. 58, troverete una casetta come tantissime altre ma con due particolarità: le finestre oscurate e una strana serratura… ebbene il vicino qui non è misterioso, non esiste proprio! Come d’altronde tutto l’edificio! La facciata è ricostruita nei minimi dettagli, ma in realtà siete davanti al sorprendete ingresso di un enorme locale-impianto elettrico della metropolitana della città (linee 4 e 5) perfettamente mimetizzato con il contesto. Non ci credete? Date un’occhiata attraverso il buco della serratura. Osceno.

Il secondo, Paddington – Londra

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Londra, Paddington, il 23 e 24  di Leinster Garden, fronte e retro

A due passi da Hyde Park (e già sono sopraffatto dal formicolio alle gambe nel ricordare solo alcuni dei personaggi che lo hanno voluto come sede di una delle date dei propri tour, uno su tutti un certo Mick Jagger e il suo gruppo di cui non ricordo il nome), al 23 e 24 dell’elegante Leinster Garden street troverete un gradevolissimo palazzo bianco latte di cinque piani esattamente identico a tutto ciò che c’è attorno. Dando un’occhiata dalla via retrostante (Porchester Terrace) noterete che non esiste proprio nessun palazzo ma anche in questo caso solo la perfetta ricostruzione della sua facciata; al di sotto, a vista, ci sono due binari della metropolitana della city che scompaiono in un tunnel sotterraneo assieme ad una quantità indefinita di tubi ed impianti annessi. Nel lontano fine ‘800 la ragionevolissima amministrazione comunale, pianificando il tragitto dei treni, decise di eliminare il problema alla radice radendo al suolo le abitazioni e proseguire con i lavori. Meglio non contraddirli direi.

Ogni città ha i propri luoghi particolari e i propri “passaggi segreti”, ne esistono a centinaia e tutti mi mandano completamente fuori di testa. Prima o poi li scopriremo tutti, è una promessa!

A sinistra: foto storica del cantiere di Paddington, Londra. A destra: foto dal buco della serratura al 58 di Joralemon Street, New York.