Lo schiaffo della settimana #46

ryanadamsLo schiaffo di questa settimana, alla vigilia dell’anniversario dell’11 settembre, è un brano che rende omaggio alla città di New York, più volte trattata in questo blog in quanto fonte inesauribile di chicche. È una canzone di Ryan Adams, artista alternative country statunitense, intitolata New York, New York e pubblicata proprio nel 2001, nei mesi successivi agli attentati terroristici e inserita nell’album Gold.

Si potrebbe pensare che il pezzo fu concepito proprio come tributo alla città duramente colpita, in realtà venne scritto prima dei noti eventi e la vera particolarità sta proprio nel videoclip che lo accompagna. Questo infatti, oltre a una serie di immagini della metropoli, mostra l’artista che suona la sua chitarra stando sotto il ponte di Brooklyn, con alle spalle la classica veduta di Lower Manhattan, Torri Gemelle incluse. Come specifica una scritta all’inizio del video, le riprese avvennero venerdì 7 settembre, solo pochi giorni prima che lo skyline sullo sfondo cambiò per sempre e si tratta quindi di una delle ultimissime produzioni a immortalare gli iconici grattacieli.

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Il Singer Building

Scrivere della malinconica e affascinante storia dell’Academy Theatre mi ha spinto a rimettere mano alla bozza di un articolo che da mesi tenevo da parte. Non so bene cosa abbia fatto scattare la molla, fatto sta che ora mi tocca prendere e spostarmi idealmente dalla costa ovest degli Stati Uniti fino a quella est, oltre a fare un salto indietro nel tempo di altri trent’anni (si ringrazia l’inventore del flusso canalizzatore).

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L’edificio di cui vi parlo oggi amici è il devastante Singer Building, una maleducata struttura di 187 metri di altezza, la più alta del mondo all’epoca della sua costruzione nel 1908. Situato nel cuore di una Lower Manhattan in rapida espansione verticale, questo meraviglioso edificio in stile beaux art per decenni ha retto più che dignitosamente la concorrenza dei grattacieli che via via andavano crescendogli tutt’attorno. Come si intuisce dal nome, il palazzo fu sede della Singer, importante azienda produttrice di macchine per cucire, e parte di un complesso di edifici comprendente l’Hudson Terminal e l’Equitable Building, unico dei tre ancora esistente.

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Sul primo vale la pena soffermarsi un attimo per dire che fu concepito come terminal delle linee ferroviarie che servivano New York e New Jersey e che all’epoca della sua inaugurazione fu uno dei più grandi edifici del mondo. Negli anni ’60 l’edificio superiore venne demolito e la stazione parzialmente integrata nel mastodontico piano di riqualificazione dell’area, divenendo il terminal del World Trade Center – la porzione non integrata divenne di fatto una stazione abbandonata (qui un approfondimento), ma non è il caso di affrontare anche questo argomento ora, in quanto potenzialmente letale. Con la riedificazione degli ultimi anni, anche ciò che rimaneva venne rimosso per far spazio al nuovo Transportation Hub e quindi, con una fitta di dolore che ben potete immaginare, possiamo affermare che l’Hudson Terminal altro non fu che il nonno del futuristico snodo ferroviario di Calatrava.

Ma torniamo al protagonista assoluto dell’articolo. Si può dire che il Singer Building, a opera dell’architetto Ernest Flagg, definì un vero standard di eleganza per i nuovi edifici a venire; i motivi decorativi e gli interni in marmo e bronzo si guadagnarono l’entusiasmo della critica e riuscirono quasi a salvare l’edificio dal suo destino.

 

Nel 1968, con la sede della Singer già trasferita da qualche anno nel più prestigioso Rockefeller Center, il grattacielo è stato purtroppo demolito per far spazio al più moderno, ma indubbiamente meno affascinante, U.S. Steel Building, conosciuto anche come One Liberty Plaza. Ci fu un tentativo di preservare il Singer Building, considerato uno degli edifici più iconici di New York, insignendolo del titolo di Historic Landmark, tentativo che però non andò a buon fine e nel 1967 iniziò lo smantellamento. Prima di passare definitivamente alla storia, il Singer Building riuscì tuttavia a togliersi la soddisfazione di stabilire un ultimo record, divenendo il più alto edificio mai demolito.

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Il Singer Building digitalmente ricostruito in una scena del film “Animali fantastici e dove trovarli” (fonte)

Lo scivolo di Satana

Al di fuori dei consueti percorsi turistici, nelle sue zone più periferiche New York offre un’incredibile serie di alternative pronte a mettere a dura prova i vostri nervi. A patto che non siate i classici visitatori medi – incapaci di intendere e di viaggiare – vi farete coraggio e inizierete a pellegrinare verso l’esterno della città, in un viaggio attraverso veri e propri gironi infernali al rovescio, che costringono il malcapitato ad allargare sempre di più il proprio raggio d’azione, conducendolo infine alla pazzia. A fare da sfondo a questo scenario dantesco, sempre ovviamente l’incombente skyline di Manhattan e i suoi rumori ovattati dalla distanza.

Fatta questa dolorosa premessa, oggi vorrei parlarvi di una località amena che rientra in quel disperato gruppo di località amene che, in un certo senso, gravitano attorno alla metropoli come una cintura di asteroidi (ricordiamo che in queste condizioni è sconsigliabile fare il salto nell’iperspazio). Se non avete trovato posto sul barcone di Caronte e state raggiungendo New York a bordo di un treno NJ Transit, troverete il luogo in questione poco dopo l’aeroporto di Newark, dove la linea ferroviaria devia per raggiungere la sponda occidentale del fiume Hudson. Se avete così poco a cuore la vostra salute da esservi spinti fin qui, significa che siete anche arrivati a destinazione. Vi trovate a Hoboken, ridente cittadina del New Jersey di 50.000 abitanti affacciata sull’Hudson, esattamente sulla sponda opposta rispetto a Manhattan, più o meno all’altezza della zona compresa tra i quartieri di Greenwich Village e Chelsea (e va bene, qui la posizione esatta, ma non mi riterrò responsabile!). La situazione è come avrete intuito tragica, gli abitanti di Hoboken sono perseguitati giorno e notte da vedute agghiaccianti della città dirimpetto. In attesa che l’evoluzione faccia il suo corso appellandosi alla conservazione della specie e togliendo loro la vista, i poveri residenti in questa terra martoriata e abbandonata da Dio, hanno fatto buon viso a cattivo gioco, costellando il lungofiume con parchi e graziose zone relax e, proprio in una di queste aree infernali, si trova il protagonista del nostro articolo.

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Fonte: www.nj.com

Attenti bene cari lettori, perché la situazione richiede che allertiate tutti vostri sensi. Contesto: Hudson River Waterfront Walkway, un’oscena passeggiata lungofiume che costeggia il Pier C Park, uno svergognato isolotto a pochi metri dalla riva.
Obiettivo finale: area parco giochi situata sull’isolotto il questione. È qui che si trova uno sfacciato scivolo cromato che a prima vista sembra messo lì a uso e consumo dei bambini di passaggio, ma che invece è stato installato dal Diavolo in persona, per stordirvi con ciò che lo circonda e infine rubarvi l’anima. Personalmente sto lottando contro l’impulso di infilarmi nel tubo con un candelotto di dinamite in mano, mentre le estremità vengono sigillate. Per ora resisto, non so per quanto ancora, ma resisto.

New York, il blackout del 1977

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L’inconfondibile profilo delle Twin Towers nel buio di Lower Manhattan (fonte: nydailynews.com)

Non so se quando l’elettricità tornò a illuminare New York quartiere dopo quartiere, nel tardo pomeriggio del 14 luglio 1977, ci si rese immediatamente conto che nelle venticinque ore appena trascorse qualcosa era cambiato per sempre. Probabilmente no, ma quell’evento, conosciuto come il blackout del 1977, avrebbe segnato un solco indelebile nella storia della metropoli e non solo, uno spartiacque utile a determinare un prima e un dopo.

Ci troviamo nei tormentati anni ’70, un periodo in cui una New York martoriata da degrado e criminalità sta vivendo dolorosi cambiamenti sociali. Sono gli anni in cui il Bronx brucia di incendi dolosi che i proprietari di case ormai impossibili da rivendere appiccano nel tentativo di recuperare almeno i soldi dell’assicurazione. Interi isolati sono ridotti a cumuli di macerie e vaste aree periferiche si svuotano, mentre il resto della città non se la passa meglio, stretta alla gola da una crisi fiscale che la sta mettendo in ginocchio.
Nell’estate del 1977 un’eccezionale ondata di caldo non fa altro che peggiorare la situazione, rendendo ancora più irrequieti gli animi e aggiungendo alla crisi economica e sociale, quella energetica.
La sera del 13 luglio, due fulmini colpiscono in rapida successione una centrale elettrica a Buchanan e, successivamente, una sezione della linea che rifornisce l’area metropolitana. Nel giro di poco, il più grande generatore di New York, situato nel Queens, fortemente sovraccaricato smette di funzionare, lasciando tutti e cinque i distretti al buio.

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Le luci di emergenza illuminano lo Shea Stadium (fonte: nytimes.com)

Sono le 21.30, i Mets interrompono la partita che stanno giocando allo Shea Stadium, le stazioni televisive e radiofoniche si spengono, gli aeroporti JFK e La Guardia vengono chiusi, le linee metropolitane si fermano intrappolando migliaia di passeggeri e in men che non si dica in diversi punti della città si verificano disordini, con la polizia che cerca di arginare la massa di persone che si riversa nelle strade, saccheggiando negozi, rapinando banche e appiccando incendi. Le forze dell’ordine sono però in netta minoranza e le stesse prigioni non bastano a far fronte all’eccezionale ondata di arresti. Per l’occasione viene addirittura riaperto un vecchio carcere ormai in disuso a Lower Manhattan, inadatto ad accogliere i prigionieri e infestato dai ratti.

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Uno dei numerosi incendi appiccati durante il blackout (fonte: nydailynews.com)

Chi non si è barricato in casa è fuori a cercare di sfruttare al massimo un’occasione più unica che rara, arraffando merce di qualsiasi tipo per poi riutilizzarla o rivenderla, per sopravvivere. Ciò avviene soprattutto nei cosiddetti ghetti neri, dove il blackout è la scintilla che fa esplodere una polveriera di proporzioni enormi. Anni di degrado e scelte amministrative vissute come ingiustizie non hanno fatto altro che mettere in risalto le differenze sociali. Disagio e malcontento, senso di abbandono e voglia di rivalsa risaltano come fari nella notte newyorkese e già da qualche anno costituiscono i pilastri alla base di un nuovo fenomeno chiamato Hip-Hop.
Nato nel Bronx (ne parliamo anche in questo articolo), diffondendosi poi ad Harlem e in alcune zone di Brooklyn, l’Hip-Hop è un genere musicale – ma sarebbe più esatto parlare di movimento culturale – che infiamma proprio i giovani afroamericani provenienti dalle aree più povere di New York e diventa orgoglioso contraltare alla musica Disco, propria delle classi sociali più benestanti, ma ha un grosso problema: l’attrezzatura per potercisi cimentare costa parecchio e non è alla portata di tutti.
La notte del blackout è quindi il momento ideale per potersi appropriare di console da dj, microfoni, dischi, mixer e tutto ciò che serve per produrre musica propria.

Raccontano Grandmaster Caz e Disco Wiz che quando la luce si spense la sera del 13 luglio, in men che non si dica si trovarono a dover fronteggiare un’orda di persone decise a sottrar loro gli strumenti coi quali stavano suonando alcuni dischi in un parco del Bronx e che dovettero puntare una pistola per fare desistere questa gente.
Lo stesso Disco Wiz sottolinea in un’intervista che fino a quel blackout conosceva cinque crew di dj in tutta New York mentre, dopo quegli eventi, nuove crew spuntavano come funghi e se ne potevano trovare a ogni angolo della città.

Il blackout e i saccheggi legati ad esso danno una spinta decisiva alla diffusione dell’Hip-Hop, regalando di fatto a ogni giovane che aspiri a diventare dj (e che non si faccia particolari scrupoli) gli strumenti per farlo.
La corrente torna intorno alle 22.30 del 14 luglio, restituendo alla città una parvenza di normalità, ma quattromila arresti, milleseicento negozi saccheggiati, più di mille incendi e un ammontare di danni per circa trecento milioni di dollari sono un conto decisamente salato per una città già in gravi difficoltà. Si verificano alcuni decessi durante le venticinque ore di emergenza, ma incredibilmente nessuno di essi è conseguenza degli scontri.

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I grattacieli di Midtown avvolti dall’oscurità (fonte: boweryboyshistory.com)

Il blackout costa la rielezione al sindaco uscente Abraham Beame e sarà uno dei temi principali sui quali Ed Koch impernierà la sua vincente campagna elettorale, divenendo sindaco e partendo proprio dal fondo toccato quella notte per dare il via a un progressivo risanamento della città, con una lotta senza tregua alle gang di strada e, in generale, al degrado.

Quello del 1977 non è stato l’unico blackout verificatosi nella storia di New York (ce ne fu uno nel 1965 e uno nel 2010), ma è stato indubbiamente il più catastrofico considerando le condizioni precarie in cui versava la città, nonché uno degli eventi emblematici di quell’epoca di grandi tumulti che sono stati gli anni ’70. Riguardando oggi a quegli avvenimenti sembra incredibile come, nel giro di poche ore e in una eccezionale situazione di emergenza, molte cose possano essere cambiate per sempre.

Lo schiaffo della settimana #12

e483e30d4309a8b4b39774d0e1603adaCari lettori, oggi vi giochiamo un tiro veramente mancino, ce ne rendiamo perfettamente conto e vi chiediamo scusa in anticipo. Il brano – lo schiaffo, per essere più precisi – di questa settimana è un pezzo del mitologico duo Simon & Garfunkel, dal titolo quanto mai eloquente di The 59th Street Bridge Song (Feelin’ Groovy).

Notiamo che qualcuno tra voi è già fuggito a gambe levate e non possiamo certo biasimarlo. Per chi è invece rimasto, dobbiamo nostro malgrado spiegare il carico di dolore che tali parole sottintendono, ma non prima di avervi dato un paio di nozioni. La canzone, scritta da quell’indiscusso fuoriclasse di Paul Simon che l’ha interpretata e incisa in coppia con Art Garfunkel, venne pubblicata nel 1966 all’interno del loro terzo album Parsley, Sage, Rosemary and Thyme ed è tutt’oggi uno dei loro pezzi più amati.
Ma passiamo alle note dolenti. Come purtroppo il fato ha deciso, Simon & Gurfunkel sono di New York e 59th Street Bridge non è altro che un nome più colloquiale col quale indicare il ponte suà-maestà-signore-del-male Queensboro Bridge che, con i suoi 1.1325,2 metri di acciaio, bulloni e arroganza, dal 1909 collega il distretto del Queens a Manhattan, passando con sfacciata impertinenza per Roosevelt Island.

Vi possiamo garantire che è un’esperienza assolutamente gratificante passeggiare nei pressi del ponte prendendo alla lettera ciò che Simon & Garfunkel consigliano con il loro brano: rallentare, nel caos del traffico cittadino come nella vita, per apprezzare il piacere delle cose semplici come i ciottoli della strada, i fiori e, perché no, fermarsi a parlare con un lampione.

Oltre alla versione in studio di 59th Street Bridge Song (Feelin’ Groovy) che trovate di seguito, qui vi proponiamo il live dallo storico concerto di Central Park.

La montagna d’oro

Alzi la mano chi non ha mai desiderato essere nei panni di Zio Paperone e trovarsi davanti a una montagna d’oro o chi non hai mai voluto essere Lupin III per mettere gli occhi su un caveau zeppo di lingotti luccicanti… ebbene, leggendo questa chicca tremenda potrete farlo! E secondo voi qual è l’unico luogo al mondo dove può accadere una cosa simile? Las Vegas? Risposta sbagliata. New York? Esatto!

Esattamente al 33 di Liberty St. (fermata metro J e Z – Fulton Street) troverete l’ingresso piantonato da almeno un paio di terrificanti poliziotti del NYPD di un bel palazzotto di una decina di piani rivestito in quadrotti rettangolari che sembrano degli Oro Saiwa. Siete al cospetto del Federal Reserve Bank of America Building, un luogo dove – come si può capire – il denaro è di casa e sopratutto in quantità smisurate.

È vero, siamo in una delle zone più turistiche di Manhattan, i marciapiedi pullulano di esemplari di mediocris tornacense stupet (turista medio imbambolato) intenti a cercare chissà cosa e lo sconforto potrebbe assalirvi, ma non abbiate paura cari viaggiatori, non abbiate paura! Svoltate l’angolo e, al 44 di Maiden Lane una volta varcata la soglia d’ingresso, vi troverete in un’oasi di pace fuori dalle visite guidate usuali. Potrete partecipare infatti al Museum & Gold Vault Tour che la Federal Reserve Bank of America offre gratuitamente a un massimo di 25 persone per volta e che vi porterà a scoprire come è gestita e a che cosa serve non una, ma la più colossale riserva aurea monetaria del pianeta. Non so voi, ma al solo pensiero ho i brividi di freddo…

Dopo ovviamente un controllo a dir poco “accurato” di qualsiasi granello di polvere voi abbiate addosso, l’interessante visita guidata ha inizio, ma è quando scenderete sotto terra che il fiato vi si interromperà bruscamente in gola lasciandovi ansimanti per il resto del tour. Si arriva a circa 25 metri sotto il livello stradale e si fa conoscenza con l’unica entrata al caveau sotterraneo, vale a dire una gradevolissima porta in acciaio e cemento armato di 140 tonnellate e, attraversata questa (direi qualche metro di spessore), si arriva al tanto agognato deposito di Zio Paperone, al tanto bramato caveau di Lupin III e cioè alla zona di stoccaggio dei lingotti d’oro.

Lo spettacolo è a dir poco raggelante, davanti a voi avete un muro di centinaia di migliaia (nel 2015 erano 508.000) di barre auree luccicanti come le lucine di Natale che vi fanno diventare la pupilla a forma di $ come nei cartoni animati; la frase “il fascino del dio denaro” qui è quanto mai appropriata, la sensazione – anzi la certezza! – di avere a pochi centimetri da voi svariati miliardi di euro è da ponderare a piccole dosi perchè può dare veramente alla testa.

Quello che state guardando – e che il turista medio che passeggia 25 metri sopra di voi intento a cercare il negozio di Tiffany & Co. ignora completamente – non è nient’altro che una delle diverse riserve auree che esistono al mondo nelle quali le nazioni, e in questo caso ovviamente anche gli USA, accantonano e depositano i propri “risparmi” per prelevarli nel momento del bisogno. Oggi questo luogo sta vivendo un lento ma inesorabile declino in quanto i vari stati mondiali tendono a riportare in patria il proprio oro e quindi il valore di ciò che c’è qui dentro, pur essendo comunque gigantesco, non è più quello di una volta; il deposito dell’oro infatti cominciò qui subito dopo la seconda guerra mondiale ed ebbe il suo picco nel 1973, quando le tonnellate del prezioso minerale arrivarono a 12.000 (sì esatto, come una di quelle grosse navi container che vedete in tv su Sky!). Io progetto case di mestiere e quindi, per deformazione professionale, una domanda mi sorge spontanea: ma per sostenere un peso simile, che razza di fondazioni deve avere l’Oro Saiwa Building? Chicca nella chicca! Il caveau NON ha fondazioni, ma poggia direttamente sulla dura roccia sottomarina di Manhattan Island! Il turista medio di prima è stato sbalzato dal marciapiede dall’onda d’urto!

Ultima cosa carina del posto, se volete come souvenir potete portarvi via un sacchettino di dollari tritati ormai ritirati dal mercato… il turista medio è spacciato, anzi tritato.

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Qui trovate tutte le informazioni che vi possono servire, tranne una: l’esterno del Federal Reserve Bank of America Building è stato utilizzato nel film Il Padrino come sede della riunione dei Don… ok e poi?!

Lo schiaffo della settimana #7

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Oggi vi propongo Fame del fuoriclasse David BowieLa canzone è il secondo singolo estratto dal disco Young Americans del 1975 ed è usata e abusata come colonna sonora di un sacco di cose (purtroppo è il destino delle grandissime canzoni). In sé, neanche a dirlo, nasconde un segreto.
Verso la fine del 1974 il Duca Bianco si trovava a New York e decise di contattare l’ex Beatle John Lennon per farsi una suonata assieme. Dopo un po’ di improvvisazioni e strimpellate la posta in palio si alzò e Bowie decise di provare un nuovo pezzo – Fame, per l’appunto – che si sviluppò piano piano e per bene in studio, con l’aiuto del genio scarafaggio. Lennon contribuì sia nella stesura del testo che nel cantato, sua è la voce che canta Fame! nei cori e di nuovo sua è la voce che ripete la stessa parola, con diverse modulazioni elettroniche. Il risultato è sovrannaturale.