New York, il blackout del 1977

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L’inconfondibile profilo delle Twin Towers nel buio di Lower Manhattan (fonte: nydailynews.com)

Non so se quando l’elettricità tornò a illuminare New York quartiere dopo quartiere, nel tardo pomeriggio del 14 luglio 1977, ci si rese immediatamente conto che nelle venticinque ore appena trascorse qualcosa era cambiato per sempre. Probabilmente no, ma quell’evento, conosciuto come il blackout del 1977, avrebbe segnato un solco indelebile nella storia della metropoli e non solo, uno spartiacque utile a determinare un prima e un dopo.

Ci troviamo nei tormentati anni ’70, un periodo in cui una New York martoriata da degrado e criminalità sta vivendo dolorosi cambiamenti sociali. Sono gli anni in cui il Bronx brucia di incendi dolosi che i proprietari di case ormai impossibili da rivendere appiccano nel tentativo di recuperare almeno i soldi dell’assicurazione. Interi isolati sono ridotti a cumuli di macerie e vaste aree periferiche si svuotano, mentre il resto della città non se la passa meglio, stretta alla gola da una crisi fiscale che la sta mettendo in ginocchio.
Nell’estate del 1977 un’eccezionale ondata di caldo non fa altro che peggiorare la situazione, rendendo ancora più irrequieti gli animi e aggiungendo alla crisi economica e sociale, quella energetica.
La sera del 13 luglio, due fulmini colpiscono in rapida successione una centrale elettrica a Buchanan e, successivamente, una sezione della linea che rifornisce l’area metropolitana. Nel giro di poco, il più grande generatore di New York, situato nel Queens, fortemente sovraccaricato smette di funzionare, lasciando tutti e cinque i distretti al buio.

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Le luci di emergenza illuminano lo Shea Stadium (fonte: nytimes.com)

Sono le 21.30, i Mets interrompono la partita che stanno giocando allo Shea Stadium, le stazioni televisive e radiofoniche si spengono, gli aeroporti JFK e La Guardia vengono chiusi, le linee metropolitane si fermano intrappolando migliaia di passeggeri e in men che non si dica in diversi punti della città si verificano disordini, con la polizia che cerca di arginare la massa di persone che si riversa nelle strade, saccheggiando negozi, rapinando banche e appiccando incendi. Le forze dell’ordine sono però in netta minoranza e le stesse prigioni non bastano a far fronte all’eccezionale ondata di arresti. Per l’occasione viene addirittura riaperto un vecchio carcere ormai in disuso a Lower Manhattan, inadatto ad accogliere i prigionieri e infestato dai ratti.

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Uno dei numerosi incendi appiccati durante il blackout (fonte: nydailynews.com)

Chi non si è barricato in casa è fuori a cercare di sfruttare al massimo un’occasione più unica che rara, arraffando merce di qualsiasi tipo per poi riutilizzarla o rivenderla, per sopravvivere. Ciò avviene soprattutto nei cosiddetti ghetti neri, dove il blackout è la scintilla che fa esplodere una polveriera di proporzioni enormi. Anni di degrado e scelte amministrative vissute come ingiustizie non hanno fatto altro che mettere in risalto le differenze sociali. Disagio e malcontento, senso di abbandono e voglia di rivalsa risaltano come fari nella notte newyorkese e già da qualche anno costituiscono i pilastri alla base di un nuovo fenomeno chiamato Hip-Hop.
Nato nel Bronx (ne parliamo anche in questo articolo), diffondendosi poi ad Harlem e in alcune zone di Brooklyn, l’Hip-Hop è un genere musicale – ma sarebbe più esatto parlare di movimento culturale – che infiamma proprio i giovani afroamericani provenienti dalle aree più povere di New York e diventa orgoglioso contraltare alla musica Disco, propria delle classi sociali più benestanti, ma ha un grosso problema: l’attrezzatura per potercisi cimentare costa parecchio e non è alla portata di tutti.
La notte del blackout è quindi il momento ideale per potersi appropriare di console da dj, microfoni, dischi, mixer e tutto ciò che serve per produrre musica propria.

Raccontano Grandmaster Caz e Disco Wiz che quando la luce si spense la sera del 13 luglio, in men che non si dica si trovarono a dover fronteggiare un’orda di persone decise a sottrar loro gli strumenti coi quali stavano suonando alcuni dischi in un parco del Bronx e che dovettero puntare una pistola per fare desistere questa gente.
Lo stesso Disco Wiz sottolinea in un’intervista che fino a quel blackout conosceva cinque crew di dj in tutta New York mentre, dopo quegli eventi, nuove crew spuntavano come funghi e se ne potevano trovare a ogni angolo della città.

Il blackout e i saccheggi legati ad esso danno una spinta decisiva alla diffusione dell’Hip-Hop, regalando di fatto a ogni giovane che aspiri a diventare dj (e che non si faccia particolari scrupoli) gli strumenti per farlo.
La corrente torna intorno alle 22.30 del 14 luglio, restituendo alla città una parvenza di normalità, ma quattromila arresti, milleseicento negozi saccheggiati, più di mille incendi e un ammontare di danni per circa trecento milioni di dollari sono un conto decisamente salato per una città già in gravi difficoltà. Si verificano alcuni decessi durante le venticinque ore di emergenza, ma incredibilmente nessuno di essi è conseguenza degli scontri.

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I grattacieli di Midtown avvolti dall’oscurità (fonte: boweryboyshistory.com)

Il blackout costa la rielezione al sindaco uscente Abraham Beame e sarà uno dei temi principali sui quali Ed Koch impernierà la sua vincente campagna elettorale, divenendo sindaco e partendo proprio dal fondo toccato quella notte per dare il via a un progressivo risanamento della città, con una lotta senza tregua alle gang di strada e, in generale, al degrado.

Quello del 1977 non è stato l’unico blackout verificatosi nella storia di New York (ce ne fu uno nel 1965 e uno nel 2010), ma è stato indubbiamente il più catastrofico considerando le condizioni precarie in cui versava la città, nonché uno degli eventi emblematici di quell’epoca di grandi tumulti che sono stati gli anni ’70. Riguardando oggi a quegli avvenimenti sembra incredibile come, nel giro di poche ore e in una eccezionale situazione di emergenza, molte cose possano essere cambiate per sempre.

 

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Lo schiaffo della settimana #12

e483e30d4309a8b4b39774d0e1603adaCari lettori, oggi vi giochiamo un tiro veramente mancino, ce ne rendiamo perfettamente conto e vi chiediamo scusa in anticipo. Il brano – lo schiaffo, per essere più precisi – di questa settimana è un pezzo del mitologico duo Simon & Garfunkel, dal titolo quanto mai eloquente di The 59th Street Bridge Song (Feelin’ Groovy).

Notiamo che qualcuno tra voi è già fuggito a gambe levate e non possiamo certo biasimarlo. Per chi è invece rimasto, dobbiamo nostro malgrado spiegare il carico di dolore che tali parole sottintendono, ma non prima di avervi dato un paio di nozioni. La canzone, scritta da quell’indiscusso fuoriclasse di Paul Simon che l’ha interpretata e incisa in coppia con Art Garfunkel, venne pubblicata nel 1966 all’interno del loro terzo album Parsley, Sage, Rosemary and Thyme ed è tutt’oggi uno dei loro pezzi più amati.
Ma passiamo alle note dolenti. Come purtroppo il fato ha deciso, Simon & Gurfunkel sono di New York e 59th Street Bridge non è altro che un nome più colloquiale col quale indicare il ponte suà-maestà-signore-del-male Queensboro Bridge che, con i suoi 1.1325,2 metri di acciaio, bulloni e arroganza, dal 1909 collega il distretto del Queens a Manhattan, passando con sfacciata impertinenza per Roosevelt Island.

Vi possiamo garantire che è un’esperienza assolutamente gratificante passeggiare nei pressi del ponte prendendo alla lettera ciò che Simon & Garfunkel consigliano con il loro brano: rallentare, nel caos del traffico cittadino come nella vita, per apprezzare il piacere delle cose semplici come i ciottoli della strada, i fiori e, perché no, fermarsi a parlare con un lampione.

Oltre alla versione in studio di 59th Street Bridge Song (Feelin’ Groovy) che trovate di seguito, qui vi proponiamo il live dallo storico concerto di Central Park.

La montagna d’oro

Alzi la mano chi non ha mai desiderato essere nei panni di Zio Paperone e trovarsi davanti a una montagna d’oro o chi non hai mai voluto essere Lupin III per mettere gli occhi su un caveau zeppo di lingotti luccicanti… ebbene, leggendo questa chicca tremenda potrete farlo! E secondo voi qual è l’unico luogo al mondo dove può accadere una cosa simile? Las Vegas? Risposta sbagliata. New York? Esatto!

Esattamente al 33 di Liberty St. (fermata metro J e Z – Fulton Street) troverete l’ingresso piantonato da almeno un paio di terrificanti poliziotti del NYPD di un bel palazzotto di una decina di piani rivestito in quadrotti rettangolari che sembrano degli Oro Saiwa. Siete al cospetto del Federal Reserve Bank of America Building, un luogo dove – come si può capire – il denaro è di casa e sopratutto in quantità smisurate.

È vero, siamo in una delle zone più turistiche di Manhattan, i marciapiedi pullulano di esemplari di mediocris tornacense stupet (turista medio imbambolato) intenti a cercare chissà cosa e lo sconforto potrebbe assalirvi, ma non abbiate paura cari viaggiatori, non abbiate paura! Svoltate l’angolo e, al 44 di Maiden Lane una volta varcata la soglia d’ingresso, vi troverete in un’oasi di pace fuori dalle visite guidate usuali. Potrete partecipare infatti al Museum & Gold Vault Tour che la Federal Reserve Bank of America offre gratuitamente a un massimo di 25 persone per volta e che vi porterà a scoprire come è gestita e a che cosa serve non una, ma la più colossale riserva aurea monetaria del pianeta. Non so voi, ma al solo pensiero ho i brividi di freddo…

Dopo ovviamente un controllo a dir poco “accurato” di qualsiasi granello di polvere voi abbiate addosso, l’interessante visita guidata ha inizio, ma è quando scenderete sotto terra che il fiato vi si interromperà bruscamente in gola lasciandovi ansimanti per il resto del tour. Si arriva a circa 25 metri sotto il livello stradale e si fa conoscenza con l’unica entrata al caveau sotterraneo, vale a dire una gradevolissima porta in acciaio e cemento armato di 140 tonnellate e, attraversata questa (direi qualche metro di spessore), si arriva al tanto agognato deposito di Zio Paperone, al tanto bramato caveau di Lupin III e cioè alla zona di stoccaggio dei lingotti d’oro.

Lo spettacolo è a dir poco raggelante, davanti a voi avete un muro di centinaia di migliaia (nel 2015 erano 508.000) di barre auree luccicanti come le lucine di Natale che vi fanno diventare la pupilla a forma di $ come nei cartoni animati; la frase “il fascino del dio denaro” qui è quanto mai appropriata, la sensazione – anzi la certezza! – di avere a pochi centimetri da voi svariati miliardi di euro è da ponderare a piccole dosi perchè può dare veramente alla testa.

Quello che state guardando – e che il turista medio che passeggia 25 metri sopra di voi intento a cercare il negozio di Tiffany & Co. ignora completamente – non è nient’altro che una delle diverse riserve auree che esistono al mondo nelle quali le nazioni, e in questo caso ovviamente anche gli USA, accantonano e depositano i propri “risparmi” per prelevarli nel momento del bisogno. Oggi questo luogo sta vivendo un lento ma inesorabile declino in quanto i vari stati mondiali tendono a riportare in patria il proprio oro e quindi il valore di ciò che c’è qui dentro, pur essendo comunque gigantesco, non è più quello di una volta; il deposito dell’oro infatti cominciò qui subito dopo la seconda guerra mondiale ed ebbe il suo picco nel 1973, quando le tonnellate del prezioso minerale arrivarono a 12.000 (sì esatto, come una di quelle grosse navi container che vedete in tv su Sky!). Io progetto case di mestiere e quindi, per deformazione professionale, una domanda mi sorge spontanea: ma per sostenere un peso simile, che razza di fondazioni deve avere l’Oro Saiwa Building? Chicca nella chicca! Il caveau NON ha fondazioni, ma poggia direttamente sulla dura roccia sottomarina di Manhattan Island! Il turista medio di prima è stato sbalzato dal marciapiede dall’onda d’urto!

Ultima cosa carina del posto, se volete come souvenir potete portarvi via un sacchettino di dollari tritati ormai ritirati dal mercato… il turista medio è spacciato, anzi tritato.

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Qui trovate tutte le informazioni che vi possono servire, tranne una: l’esterno del Federal Reserve Bank of America Building è stato utilizzato nel film Il Padrino come sede della riunione dei Don… ok e poi?!

Lo schiaffo della settimana #7

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Oggi vi propongo Fame del fuoriclasse David BowieLa canzone è il secondo singolo estratto dal disco Young Americans del 1975 ed è usata e abusata come colonna sonora di un sacco di cose (purtroppo è il destino delle grandissime canzoni). In sé, neanche a dirlo, nasconde un segreto.
Verso la fine del 1974 il Duca Bianco si trovava a New York e decise di contattare l’ex Beatle John Lennon per farsi una suonata assieme. Dopo un po’ di improvvisazioni e strimpellate la posta in palio si alzò e Bowie decise di provare un nuovo pezzo – Fame, per l’appunto – che si sviluppò piano piano e per bene in studio, con l’aiuto del genio scarafaggio. Lennon contribuì sia nella stesura del testo che nel cantato, sua è la voce che canta Fame! nei cori e di nuovo sua è la voce che ripete la stessa parola, con diverse modulazioni elettroniche. Il risultato è sovrannaturale.

Le porte del Normandie

Quando sono venuto a conoscenza di ciò che state per leggere mi trovavo per strada, gli occhi fissi sullo schermo dello smartphone, e vi giuro che se avessi preso un lampione di cemento in pieno volto, il dolore sarebbe stato minore.

Vi anticipo che la location della chicca messa in infusione oggi non sarà per nulla d’aiuto, per cui via il dente, via il dolore come si suol dire. Ci troviamo a Brooklyn, nell’irriverente quartiere di Brooklyn Heights e per piacere non fate quella faccia, vi avevo avvisato che sarebbe stata dura.

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Ora facciamo un salto indietro di diversi decenni. Siamo nel febbraio del 1942, sempre a New York, ma questa volta nella zona dei moli. Attraccato al Pier 88 si trova l’SS Normandie, a detta di molti il più bel transatlantico che abbia mai solcato l’oceano nell’era d’oro della navigazione tra Europa e America, nonché il più grande del mondo al momento del varo. Da ore i suoi ponti sono avvolti da un incendio scoppiato durante i lavori di conversione da nave da crociera a mezzo di trasporto truppe nel conflitto mondiale (un paio di mesi prima i giapponesi avevano colpito a Pearl Harbor) e, nel cuore della notte tra il 9 e il 10 febbraio, lo scafo già ridipinto di grigio si capovolge sotto il peso dell’acqua che i battelli antincendio hanno riversato ininterrottamente nel tentativo di domare le fiamme. La gloriosa carriera del Normandie (che da nave militare avrebbe dovuto essere ribattezzato USS Lafayette) finisce qui.

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Abbiamo accennato alla bellezza del transatlantico. Entrato in servizio a metà degli anni ’30, la sua linea era lo specchio perfetto dello stile dell’epoca e i suoi interni l’esatto tipo di ambiente in cui vi aspettereste di incontrare Jay Gatsby. Ma non tutto quel lusso è andato perduto.

Torniamo a Brooklyn e dirigiamoci verso Our Lady of Lebanon (qui l’indirizzo), una cattedrale di una certa importanza, come confermano le sue dimensioni e i ricchi ornamenti. Adesso per piacere, fate un respiro profondo, stringete la mano del vostro vicino e, facendo appello a tutte le vostre forze, avvicinatevi al portone d’ingresso. Che cosa vedete? Due grandi battenti in bronzo decorati con sei medaglioni raffiguranti città della Normandia, il tutto in un delizioso gusto rétro, vero? Bene.
normandiedoors2Cercate di scollarvi da ciò che state osservando strabiliati e muovete pochi passi malfermi per andare a controllare anche il portone laterale. Troverete altri quattro medaglioni, uno dei quali riportante una scena marittima. Sia ben chiaro che nella vita le coincidenze esistono, ma non è questo il caso. I curiosi bassorilievi e i motivi ornamentali sono stati ripescati dall’Hudson, ripuliti e messi all’asta, in quanto provenienti niente meno che dal Normandie.
Nella loro precedente vita, questi si trovavano applicati ai portali d’ingresso alla sala da pranzo di prima classe e provate a immaginare per un momento quante persone ci siano passate attraverso nel cuore dell’Atlantico, durante le serate di gala in una delle lussuose traversate del leggendario transatlantico. A me gira vorticosamente la testa e a voi?

I bagni pubblici da 300.000 dollari

Vi dò subito un indizio sulla posizione di questa chicca: all’inizio degli anni ’80 il direttore dell’edificio adiacente al piccolo polmone verde in cui è inserita rincorse tre scienziati del paranormale, chiedendo a gran voce “Lo avete visto? Che cos’era?!”
Gli adepti hanno già capito. Per gli altri posso dire che quel direttore dirigeva una biblioteca pubblica, anzi, LA biblioteca pubblica per eccellenza. Avete già capito vero? Sentiamo. Laggiù, sì dimmi! Hyde Park? No, levati.
Tu, che mi sembri sveglio. New York? Ok, poi? Central Park? Guarda che Central Park non è l’unico parco di New York eh! Senti, toglimi una curiosità, per caso non sei salito sul Top of The Rock perché c’era coda? Ok, ho capito, levati anche tu.

Allora, siamo a Midtown (Manhattan) e stiamo parlando del mitologico Bryant Park (beh, direi che è il mio preferito e che mi sento poco bene…), con la Public Library alle sue spalle (no, non va proprio bene, meglio che mi corichi un po’…); nella bella forma rettangolare del parco – siamo nell’angolo nord-est sul lato della 42sima – subito dietro la biblioteca sorge un edificio in stile beaux-arts che non molti sanno ospitare da sempre bagni pubblici. Per ragioni che potete ben comprendere, questi luoghi non brillano mai né per comfort né tantomeno per eleganza e qui è intervenuta, come Batman quando scorge il batsegnale, la Bryant Park Corp. (qui il sito ufficiale) per sistemare un po’ la situazione, data l’importanza del contesto. Ci sono voluti diversi sopralluoghi da parte dei progettisti nei bagni dei lussuosi alberghi della zona, circa tre mesi di lavoro e la bellezza di 300.000 dollari per concepire e concludere l’opera. Il risultato? Illuminazione di design, arredo e rivestimenti sceltissimi, sanitari auto-pulenti, quadri alle pareti, musica classica in filodiffusione e fiori freschi tutte le mattine. L’accesso è libero senza alcuna restrizione, i bagni sono aperti in concomitanza all’apertura del parco e si stima che circa un milione di persone l’anno – circa tremila al giorno – usufruiranno del servizio, infinitamente più del bagno di casa vostra.
Ma poi ragazzi, immaginate questo scenario: siete al limite della vostra “capacità idrica”, regolate il livello in una toilette di lusso, vi ordinate una bella bibita ghiacciata e vi godete l’ombra seduti sulle graziose sedie verdi in legno del parco, circondati dai grattacieli di Midtown (a pochissimi passi da lì gli iconici Chrysler ed Empire State Building, più questo che avevamo già avuto modo di presentare)… eccezionale!

Ah! Ultime tre cose:
1) Le maledette nonché ipnotiche seggioline verdi disseminate nel parco sono acquistabili online. Con dolore qui vi metto il sito.
2) Quei due meravigliosi palazzi di vetro e acciaio che vi luccicano di fronte e che vi lasciano senza fiato sono la Salesforce Tower e la Bank of America Tower (conosciuta anche col nome di One Bryant Park).
3) L’indizio iniziale era ovviamente un riferimento al film Ghostbusters del 1984.

Un grazie particolare agli amici Valentina e Simone che si sono coraggiosamente immolati per scattare le fotografie che vedete. Il vostro sacrificio non sarà stato vano.

 

La chiesetta greco-ortodossa ai piedi delle Twin Towers

Tutti sanno che dopo l’11 settembre 2001, del vecchio World Trade Center di New York non rimaneva praticamente nulla. Le due torri gemelle collassate sugli edifici sottostanti hanno ridotto l’area nel cuore di Lower Manhattan a un ammasso di detriti e scheletri di palazzi in fiamme.
Ciò che pochi sanno è che tra le costruzioni devastate dal crollo dei due grattacieli ce n’era anche una di carattere religioso, la chiesa greco-ortodossa di San Nicola.

03trade_450L’edificio, risalente all’800, venne convertito in chiesa solo novant’anni più tardi e incredibilmente sopravvisse al mastodontico piano di riqualificazione che interessò l’area a metà degli anni ’60, con la costruzione del complesso del World Trade Center. La chiesetta di San Nicola rimase quindi intatta ai piedi delle Twin Towers per oltre ventotto anni, un puntino bianco ai piedi degli edifici più imponenti di New York, fino alla mattina dell’11 settembre 2001 quando il crollo della torre sud la seppellì. Pochissimi oggetti furono rinvenuti dal sito della chiesa, tra cui qualche candelabro contorto, una bibbia bruciacchiata e qualche icona sacra e per anni si ha avuto la sensazione che l’edificio di culto non sarebbe stato rimpiazzato.

Fortunatamente negli ultimi mesi è possibile notare, più o meno nella stessa posizione, in un angolo del nuovissimo Liberty Park, un edificio in costruzione che va rapidamente prendendo la forma di una chiesa. Si tratta della nuova chiesa greco-ortodossa di San Nicola, ad opera di Santiago Calatrava, già autore del sorprendente World Trade Center Transportation Hub, la stazione di collegamento tra diverse linee ferroviarie e metropolitane che si intersecano proprio sotto il complesso di grattacieli.

La chiesa avrà un aspetto totalmente diverso rispetto a quello che aveva in passato, a sottolineare ancora una volta l’idea che ciò che è andato perduto non potrà essere sostituito, idea alla base di tutto il masterplan di ricostruzione di Ground Zero.
Un nuovo edificio quindi che, a giudicare dallo stato dei lavori, non tarderà a essere completato e aperto al pubblico.

Se vi interessano altri articoli riguardanti l’11 settembre, abbiamo scritto sull’argomento anche qui e qui.