I bagni pubblici da 300.000 dollari

Vi dò subito un indizio sulla posizione di questa chicca: all’inizio degli anni ’80 il direttore dell’edificio adiacente al piccolo polmone verde in cui è inserita rincorse tre scienziati del paranormale, chiedendo a gran voce “Lo avete visto? Che cos’era?!”
Gli adepti hanno già capito. Per gli altri posso dire che quel direttore dirigeva una biblioteca pubblica, anzi, LA biblioteca pubblica per eccellenza. Avete già capito vero? Sentiamo. Laggiù, sì dimmi! Hyde Park? No, levati.
Tu, che mi sembri sveglio. New York? Ok, poi? Central Park? Guarda che Central Park non è l’unico parco di New York eh! Senti, toglimi una curiosità, per caso non sei salito sul Top of The Rock perché c’era coda? Ok, ho capito, levati anche tu.

Allora, siamo a Midtown (Manhattan) e stiamo parlando del mitologico Bryant Park (beh, direi che è il mio preferito e che mi sento poco bene…), con la Public Library alle sue spalle (no, non va proprio bene, meglio che mi corichi un po’…); nella bella forma rettangolare del parco – siamo nell’angolo nord-est sul lato della 42sima – subito dietro la biblioteca sorge un edificio in stile beaux-arts che non molti sanno ospitare da sempre bagni pubblici. Per ragioni che potete ben comprendere, questi luoghi non brillano mai né per comfort né tantomeno per eleganza e qui è intervenuta, come Batman quando scorge il batsegnale, la Bryant Park Corp. (qui il sito ufficiale) per sistemare un po’ la situazione, data l’importanza del contesto. Ci sono voluti diversi sopralluoghi da parte dei progettisti nei bagni dei lussuosi alberghi della zona, circa tre mesi di lavoro e la bellezza di 300.000 dollari per concepire e concludere l’opera. Il risultato? Illuminazione di design, arredo e rivestimenti sceltissimi, sanitari auto-pulenti, quadri alle pareti, musica classica in filodiffusione e fiori freschi tutte le mattine. L’accesso è libero senza alcuna restrizione, i bagni sono aperti in concomitanza all’apertura del parco e si stima che circa un milione di persone l’anno – circa tremila al giorno – usufruiranno del servizio, infinitamente più del bagno di casa vostra.
Ma poi ragazzi, immaginate questo scenario: siete al limite della vostra “capacità idrica”, regolate il livello in una toilette di lusso, vi ordinate una bella bibita ghiacciata e vi godete l’ombra seduti sulle graziose sedie verdi in legno del parco, circondati dai grattacieli di Midtown (a pochissimi passi da lì gli iconici Chrysler ed Empire State Building, più questo che avevamo già avuto modo di presentare)… eccezionale!

Ah! Ultime tre cose:
1) Le maledette nonché ipnotiche seggioline verdi disseminate nel parco sono acquistabili online. Con dolore qui vi metto il sito.
2) Quei due meravigliosi palazzi di vetro e acciaio che vi luccicano di fronte e che vi lasciano senza fiato sono la Salesforce Tower e la Bank of America Tower (conosciuta anche col nome di One Bryant Park).
3) L’indizio iniziale era ovviamente un riferimento al film Ghostbusters del 1984.

Un grazie particolare agli amici Valentina e Simone che si sono coraggiosamente immolati per scattare le fotografie che vedete. Il vostro sacrificio non sarà stato vano.

 

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La chiesetta greco-ortodossa ai piedi delle Twin Towers

Tutti sanno che dopo l’11 settembre 2001, del vecchio World Trade Center di New York non rimaneva praticamente nulla. Le due torri gemelle collassate sugli edifici sottostanti hanno ridotto l’area nel cuore di Lower Manhattan a un ammasso di detriti e scheletri di palazzi in fiamme.
Ciò che pochi sanno è che tra le costruzioni devastate dal crollo dei due grattacieli ce n’era anche una di carattere religioso, la chiesa greco-ortodossa di San Nicola.

03trade_450L’edificio, risalente all’800, venne convertito in chiesa solo novant’anni più tardi e incredibilmente sopravvisse al mastodontico piano di riqualificazione che interessò l’area a metà degli anni ’60, con la costruzione del complesso del World Trade Center. La chiesetta di San Nicola rimase quindi intatta ai piedi delle Twin Towers per oltre ventotto anni, un puntino bianco ai piedi degli edifici più imponenti di New York, fino alla mattina dell’11 settembre 2001 quando il crollo della torre sud la seppellì. Pochissimi oggetti furono rinvenuti dal sito della chiesa, tra cui qualche candelabro contorto, una bibbia bruciacchiata e qualche icona sacra e per anni si ha avuto la sensazione che l’edificio di culto non sarebbe stato rimpiazzato.

Fortunatamente negli ultimi mesi è possibile notare, più o meno nella stessa posizione, in un angolo del nuovissimo Liberty Park, un edificio in costruzione che va rapidamente prendendo la forma di una chiesa. Si tratta della nuova chiesa greco-ortodossa di San Nicola, ad opera di Santiago Calatrava, già autore del sorprendente World Trade Center Transportation Hub, la stazione di collegamento tra diverse linee ferroviarie e metropolitane che si intersecano proprio sotto il complesso di grattacieli.

La chiesa avrà un aspetto totalmente diverso rispetto a quello che aveva in passato, a sottolineare ancora una volta l’idea che ciò che è andato perduto non potrà essere sostituito, idea alla base di tutto il masterplan di ricostruzione di Ground Zero.
Un nuovo edificio quindi che, a giudicare dallo stato dei lavori, non tarderà a essere completato e aperto al pubblico.

Se vi interessano altri articoli riguardanti l’11 settembre, abbiamo scritto sull’argomento anche qui e qui.

Sulle tracce dei Ghostbusters

I nostri lettori si saranno certamente accorti che New York è per noi fonte di continuo tormento e notti insonni… ci rendiamo conto di tirare fuori molto spesso nei nostri articoli il nome di questa graziosa cittadina, ma non ci possiamo fare nulla: le chicche e gli spunti che offre sono innumerevoli e, forse anche a scopo terapeutico, puntualmente torniamo a parlarne. D’altronde, come si suol dire, mal comune mezzo gaudio. Per cui avanti con la prossima infusione!

Avendo avuto occasione negli ultimi mesi di passare più volte dalla Grande Mela, ho deciso di andare a scovare esclusivamente per voi alcune perle nascoste, tipicamente trascurate dal turista medio. Le potete trovare qui, qui, qui e qui, se malauguratamente non le avete ancora lette. Non disturbatevi a ringraziare, per noi è un piacere!
Oggi invece vorrei compiere qualcosa di inaudito, rischiare la catastrofe incrociando i flussi per formare un binomio dalle potenzialità altamente devastanti: New York e Ghostbusters.

Scusate esco un attimo a prendere una boccata d’aria.

Eccomi, dicevo, la mitologica (per usare un eufemismo) pellicola degli anni ’80 è indissolubilmente legata a New York e sono numerosi i luoghi utilizzati come set per gli esterni (gli interni sono stati invece girati a Los Angeles e qui sento il tonfo sordo dello spettatore medio che cade dal pero) sparsi per l’isola di Manhattan. Trovandomi una sera a passeggiare amabilmente per i giardini della Columbia University (che sorvoleremo per non soffrire ulteriormente), ho voluto andare a caccia del punto esatto in cui è stata girata la scena del dialogo tra Ray e Peter che potete vedere di seguito.

Rapido giro del cortile principale e obiettivo centrato: con un esagerato timore reverenziale, neanche stessi toccando il Sacro Graal, ho potuto appoggiarmi allo stesso parapetto su cui il dottor Venkman stava sdraiato trentatré anni fa e osservare gli austeri edifici circostanti dalla cima della stessa scalinata. Un’ondata di nostalgia mi ha investito come un treno e magicamente mi sono ritrovato nel cuore degli anni ottanta!

Ecco le foto scattate da me in preda a spasmi, sudori freddi e svenimenti vari ed eventuali (cliccate per ingrandirle)

Un piccolo bonus
abcc6209-b405-491e-ad09-f6df7f44d4bcSe siete abbastanza forti di stomaco e ve la sentite, vi regalo un’ulteriore emozione. Due giorni dopo la sconvolgente serata alla Columbia University, su Central Park West, mi sono trovato a tu per tu con la monumentale facciata dell’edificio in cui, nel primo film, avevano residenza Dana e Louis, rispettivamente Guardia di Porta e Mastro di Chiavi. Mentre scattavo la foto che vedete, una signora mi è passata accanto chiedendomi con un sorriso “Ghostbusters fan?”. Interrotto nel magico momento, mi sono girato con gli occhi rossi limitandomi a ruggire uno sconnesso “Zuul”.

E non finisce qui, perché abbiamo documentato altri luoghi in cui le valenze di energia psicocinetica sono oltre i valori massimi!

11 settembre, tutto iniziò da un tombino

Ci troviamo di nuovo a New York. Camminando per Lower Manhattan e oltrepassando la linea ideale di Canal Street, la memoria non può che andare a un momento ben preciso, indelebile nella storia della città: l’11 settembre 2001. Impossibile infatti non riconoscere, nel susseguirsi degli scorci verso la punta meridionale dell’isola, lo scenario di quello che è stato l’evento storico che ha segnato una svolta anche nel modo di raccontare la cronaca. Si è infatti detto e scritto moltissimo su come la copertura mediatica sia stata una delle caratteristiche principali di quel giorno; per la prima volta un fatto di importanza mondiale ha avuto milioni di spettatori che, in diretta televisiva, hanno seguito l’evolversi della situazione. Uno spunto interessante riguarda proprio il ruolo che centinaia di persone che si trovavano sul posto hanno rivestito, trasformandosi di fatto, grazie alle proprie videocamere amatoriali, da testimoni oculari a reporter.
È toccato proprio a due registi dare inconsapevolmente il via alla trasmissione, riprendendo lo schianto del primo aereo sulla Torre Nord del World Trade Center.

Ma come è andata?
I fratelli Naudet, registi francesi, alle 8.46 dell’11 settembre 2001, stavano realizzando delle riprese utili alla realizzazione di un documentario che avrebbe dovuto mostrare il percorso di una recluta aspirante a diventare vigile del fuoco a New York. Si troveranno a essere testimoni oculari di un evento di ben più vasta scala, raccontato poi nel loro film 9/11 uscito nello stesso anno.
Mentre stavano filmando alcuni pompieri intenti a ispezionare un tombino, la loro attenzione è stata attratta dal rombo di un aereo che passava sopra Manhattan, fatto già di per sé insolito trattandosi di uno spazio interdetto al traffico aereo, e per giunta troppo basso sopra le case. Pochi istanti dopo il velivolo si abbatte su una delle Twin Towers, segnando l’inizio dell’attacco terroristico più grave della storia degli Stati Uniti.

I fratelli Naudet, convinti di aver catturato le immagini di un disastroso incidente, hanno inconsapevolmente ripreso i secondi decisivi di un passaggio storico ben preciso, la fine e l’inizio di due epoche, oltre ad aver fornito un documento di estrema importanza. Mentre gli istanti successivi sono stati documentati da innumerevoli telecamere, esistono pochissimi filmati che mostrano l’impatto del volo 11 dell’American Airlines. Il loro video è uno dei tre che immortalano chiaramente questo momento e sicuramente quello che lo descrive meglio (qui un approfondimento).

Dove è avvenuto?
Come è facile intuire, a Lower Manhattan esistono molti luoghi legati ai fatti dell’11 settembre, dal 9/11 Memorial (dove fisicamente sorgeva il complesso del World Trade Center e dove si è consumata la parte peggiore della tragedia) e 9/11 Museum (un museo dedicato agli attentati del’11 settembre 2001 e del 26 febbraio 1993 realizzato nelle fondamenta del vecchio World Trade Center) al 9/11 Tribute Center (un museo curato dai familiari delle vittime), dalla chiesa di St. Paul (la più vecchia di New York, risalente a prima dell’indipendenza degli Stati Uniti, situata proprio di fronte alle Torri Gemelle, rimasta sorprendentemente intatta e trasformata in punto di appoggio per le operazioni di recupero. Fino a qualche anno fa conteneva una piccola mostra con reperti e testimonianze di quei giorni, ora rimossa) alla Sfera della World Trade Center Plaza, situata a Battery Park, solo per citarne alcuni.
Abbiamo voluto dedicare particolare attenzione a un luogo bene preciso, raramente preso in considerazione, ma dove simbolicamente tutto ebbe inizio: il tombino dove alcuni pompieri di New York stavano lavorando nel momento esatto in cui una normale giornata di routine si trasformò nel giorno più duro della loro storia. Si trova all’incrocio tra Church Street e Lispenard Street, poco sotto Canal Street e nelle foto che abbiamo scattato si possono facilmente riconoscere alcuni elementi presenti nel filmato dei fratelli Naudet.

 

Il bunker antiatomico sotto il ponte di Brooklyn

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L’interno del bunker (fonte idealista.it)

Negli anni ’80 e ’90 in tutti i film americani, indistintamente tv o cinema, qualsiasi cosa succedeva era colpa dei russi. Il nemico da combattere – da Ivan Drago di Rocky ai MiG 28 di Top Gun – aveva sempre la bandiera rossa appesa da qualche parte. Effettivamente però nel periodo della Guerra Fredda, tra Stati Uniti e Russia (diciamo dalla fine degli anni ’40 fino a circa il 1991) la tensione c’era eccome, tanto che la frase “la fine del mondo sta arrivando” è stata usata più e più volte e soltanto le due superpotenze sanno realmente quanto ci siamo andati vicini. Per questo motivo negli Stati Uniti furono costruiti centinaia di bunker che avrebbero dovuto fornire adeguato riparo ed essere autosufficienti per settimane in caso di attacco nucleare da parte dell’allora URSS. Sareste curiosi di vederne uno, vero?

L’impresa è ardua perché sulla Lonley Planet non mi risulta ce ne sia menzione e per le strade delle città americane non credo ci sia segnaletica con scritto “per il bunker, di qua“, ma ragazzi… ragazzi! È proprio qui che arriviamo in aiuto noi, no?

Allora, innanzitutto prendete un aereo e atterrate nella città innominabile per eccellenza, il cui nome inizia per N e finisce per ew York; prendete la metropolitana linee 4, 5 o 6 (verde) e scendete alla fermata Brooklyn Bridge-City Hall. Vi trovate ora nel City Hall Park (qui tra l’altro trovate la nostra recensione della chicca galattica che si trova esattamente sotto di voi!), cercate di non farvi distrarre da ciò che avete intorno e imboccate Spruce Street. Ecco, attenzione, qui vi consiglio di camminare a passi veloci e di non alzare MAI lo sguardo per nessun motivo… potreste essere inceneriti all’istante alla vista del sinuoso e luccicante drappeggio di acciaio della Beekman TowerSe avete seguito il consiglio e avete passato indenni il pericolo, girate a sinistra in Gold Street e proseguite fino al Brooklyn Bridge. Passate quindi sotto la prima rampa di accesso in ferro e bulloni a vista (troppi per i miei gusti) e vi troverete di fronte un grosso arco che passa da parte a parte l’intera carreggiata del ponte sovrastante; sotto la galleria, se fate attenzione, troverete un’apertura in breccia nel possente muro sulla sinistra, chiusa da una vecchia porta di spesso ferro arrugginito. Bene ragazzi, siete davanti all’ingresso dell’ultimo bunker in ordine di tempo scoperto in città!

Il bunker fu reso pronto per l’uso al culmine della crisi dei missili a Cuba nel 1962 e avrebbe dovuto ospitare e proteggere l’allora sindaco della città e il suo staff dal famoso attacco nucleare prospettato, ma mai avvenuto; dimenticato lì, è stato poi riscoperto 44 anni dopo da un gruppo di operai della manutenzione (alcune fonti parlano di ispettori del dipartimento dei trasporti) che, dopo aver aperto la porta, si sono trovati di fronte una cinquantina di barili di acqua, scatoloni di viveri tra cui una marea di barrette ipercaloriche e molto materiale di primo soccorso. Se siete fortunati e guardate dal buco al centro della porta (probabilmente alloggiamento di qualche tipo di serratura o non so cos’altro) potreste riuscire a vederne l’interno. Dopo una rapida analisi, tra l’altro, il luogo si rivelò inadatto allo scopo per cui era stato costruito perché per niente interrato e troppo ventilato… e poi si sa che le vie di comunicazione sono le prime a saltare per aria in caso di guerra. Un ponte forse non lo è?

Il materiale rinvenuto è stato dichiarato cimelio della Guerra Fredda e quindi è stato donato al museo della Protezione Civile, i medicinali sono stati smaltiti dalle autorità sanitarie e le barrette energetiche sono state distribuite agli sciami di turisti medi per prevenire il calo di zuccheri nel caso in cui per sbaglio gli capitasse di passare da queste parti.

Rucker Park, La Mecca dello street basket

rucker05Parlare di New York è molto dura, le ferite si riaprono, sanguinano e i ricordi del viaggio fanno venire il mal di testa. Facciamoci forza l’un l’altro però e cominciamo il racconto. La spedizione questa volta ci porta ad Harlem (mamma che fitta!), profondamente Harlem, il confine con il Bronx è lì a due passi; siamo al Holcombe Rucker Park, per gli appassionati La Mecca della pallacanestro di strada.
Il playground, che prende il nome dal veterano di guerra Holcombe Rucker, ha tutto ciò che ci deve essere: la classica recinzione di rete metallica, graffiti spaziali (oppure chiamiamole opere d’arte, fa lo stesso) sul muro di cemento, gradoni spartani per assistere alle partite, gruppo di ragazzotti afroamericani che giocano a pallacanestro a un livello fuori dalla grazia di Dio, tutti attorno palazzoni color nocciola con un sacco di finestre e là dietro, sullo sfondo, il mitologico Yankee Stadium… che dire, vorrei essere seppellito qui.

Il luogo è famosissimo per la gente che intende di basket perché qui, ogni estate dal 1947, si svolge il più grande e importante torneo di street basket che si conosca, l’Holcombe Rucker Tournament, al quale partecipano le migliori squadre di New York – e di conseguenza del pianeta – con spesso e volentieri la partecipazione di qualche marziano dell’NBA del calibro di Kobe Bryant (grazie e arrivederci), Kareem Abdul-Jabbar, Julius “Doctor J” Erving, Wilt Chamberlain (Mr. 100 punti in un’unica partita di pallacanestro, si va bene ciao!) e addirittura Sua Maestà Michael Jeffrey Jordan (“…indiscutibilmente il più grande giocatore di pallacanestro di tutti tutti i tempi”, come afferma il maestro Federico Buffa).

Per raggiungere questo posto magico, non fate come il turista medio che prende la metro Linee B e D in direzione Bedford Park blvd fermata 155 street-8 Avenue e se lo trova difronte alla faccia; intraprendete piuttosto una piccola marcia di avvicinamento, un piccolo pellegrinaggio gustandovi quello che vi circonda. Salite allora sulla Linea 4 in direzione Woodlawn e abbandonate il mezzo alla fermata sopraelevata 161 street-Yankee Stadium, lasciatevi prendere a cazzotti dalla monumentale facciata del più famoso stadio d’America, mangiatevi un hamburger al fast food lì davanti, con annessa foto di rito alla strada che passa sotto la metro, oltrepassate il Macomb’s Dam Bridge (travi di ferro e bulloni arrugginiti ovunque) e senza accorgervene arriverete a destinazione.

Ah! Chicca nella chicca! La stazione dello Yankee Stadium è una strutturina in ferro facente parte della vecchia linea sopraelevata dei treni risalente al 1917 ed è la più trafficata del Bronx… sento la tempesta che gira vorticosamente, meglio concludere qui l’articolo e, per piacere, al turista medio di prima – che magari non sale a vedere il panorama dall’Empire State Building perché c’è coda – non dite nulla della stazione, tanto non serve a niente.

Davide, l’altro autore di questo blog, che in questi giorni si trova a New York (maledetto!), ha gentilmente fatto per voi il percorso descritto. Le foto le vedete nell’articolo.

Aggiornamento (scritto da Davide)
32236d4f-cfbe-4478-8414-755eb93abf24Ebbene sì, trovandomi a New York (in questo momento scrivo dalla mia stanza e sta passando un treno sferragliante sulla sopraelevata davanti alla finestra), approfittandone per fare solo per voi il pellegrinaggio descritto da Mauro con estrema sofferenza, ho pensato bene di aggiungere un’ulteriore tappa, già che c’ero. Anziché partire dallo Yankee Stadium sono sceso alla fermata della 181sima (Linea 1), ho attraversato a piedi il ponte sul fiume Harlem (vista di Manhattan in lontananza da capogiro) e in un tragico istante mi sono ritrovato nel Bronx. Qui mi sono fiondato a un indirizzo ben preciso: 1520 di Sedgwick Avenue, prima di proseguire per lo Yankee Stadium e il Rucker Park. Il motivo? Ve lo racconta Federico Buffa nel video che vedete di seguito. Roba da non dormirci la notte:

Quella volta che ho visto Tom Hanks a teatro

Davanti al Broadhurst Theatre

Oggi faccio appello a tutte le mie forze e trovo il coraggio di raccontare un’esperienza sconvolgente avuta qualche anno fa. Stavo pianificando una vacanza negli Stati Uniti con mio fratello, New York e Miami le città principali, più una serie di posti che preferisco non ricordare perché inizierei a perdere sangue dal naso e in questo momento non ho i fazzolettini a portata di mano… magari un’altra volta.

Dicevo, stavo pianificando il viaggio e, non ricordo bene come, sono venuto a conoscenza del fatto che Tom Hanks, in assoluto uno dei miei attori preferiti, si sarebbe esibito nel suo debutto teatrale per una serie di date a Broadway.

Tom Hanks. Debutto teatrale.

Fatemi capire, questa stella del cinema mondiale non ha mai fatto teatro e debutta proprio nei giorni in cui mi trovo a New York? Ho capito bene? Ma devo anche stare a pensarci? Sono inebetito, ma raccolgo ugualmente tutte le mie energie e mi scaravento con una violenza inaudita sul sito di Broadway per accaparrarmi due biglietti. Quando mi ricapita di vedere un attore due volte premio Oscar, dal vivo?

Lo spettacolo in questione è Lucky Guy, storia di Mike McAlary, giornalista ed editorialista del New York Daily News, e della sua ascesa da comune giornalista a vincitore del premio Pulitzer per un’inchiesta su un caso di tortura nei confronti di un immigrato haitiano da parte della polizia di New York. L’ambientazione è delle più suggestive: la Grande Mela degli anni ’80, tra graffiti, scandali e corruzione.
La sera dello spettacolo ci dirigiamo, camminando nella calda luce del tramonto su Manhattan, verso il Broadhurst Theatre e lì cado per la prima volta. Il cartellone con tanto di faccione di Tom Hanks che campeggia sopra l’ingresso del teatro mi arriva in faccia con una cattiveria del tutto gratuita e ingiustificata, facendomi stramazzare sul marciapiede della Quarantaquattresima Ovest. Sconvolto, ma non sconfitto, mi raccomando a Dio ed entro nel teatro.

L’attesa è spasmodica. Sul sipario chiuso davanti al palco campeggia l’inconfondibile profilo delle Twin Towers tra ponti, sopraelevate e muri ricoperti di graffiti, a ricordare l’osceno contesto in cui la storia si svolge. La vista mi si abbassa, sento un fischio nelle orecchie, ma stringo i denti e riesco a non svenire… almeno per il momento, dopodiché avviene l’inevitabile: lo spettacolo ha inizio.
Si parte con la ricostruzione di un pub all’interno del quale alcuni uomini – tutto lascia intendere che siano giornalisti – cantano e discutono allegramente tra loro, in una sorta di introduzione alle scene successive. Passano meno di dieci minuti, poi la situazione si fa disperata: è il momento in cui Tom Hanks entra in scena. Qui resisto pochissimo, mi aggrappo con le unghie all’ultimo barlume di ragione, ma niente da fare… cado in un oblio dal quale mi riprenderò molto tempo dopo.

Inutile dire che lo spettacolo è da pelle d’oca, specialmente nei momenti in cui quel signore lì, che con una disinvoltura sconcertante dà vita a un personaggio tutt’altro che banale, ruba la scena per interminabili momenti, da solo o in compagnia del resto del cast. Mi piacerebbe raccontarvi i dialoghi, i silenzi, gli scambi di battute tra lui e la moglie, ma in quei momenti mi trovavo in un’altra dimensione, totalmente rapito, mi dispiace.

Alla fine, dopo due ore di calvario, il supplizio ha fine. Vengo rianimato e portato fuori, sul marciapiede che già avevo avuto modo di conoscere da vicino. Usciamo e qui c’è un piccolo particolare che si rivelerà devastante: la porta dalla quale escono gli attori si trova esattamente di fianco all’uscita principale, quindi, se tanto mi dà tanto, Tom Hanks passerà di lì. A confermare le mie più recondite paure, gli addetti alla sicurezza sistemano alcune transenne a limitare la zona e, dopo interminabili minuti di attesa, ecco che il protagonista di Lucky Guy esce dal teatro, fermandosi a salutare i fan e a firmare qualche autografo, prima di salire in macchina e andare via. L’ultima cosa che vedo prima di chiudere gli occhi per sempre è lui che mi passa di fianco in macchina e, immediatamente dopo, la macchina che passa davanti al Bubba Gump Shrimp Co. di Times Square. No, dico, ci siamo capiti? Ah ecco! Un cerchio si è chiuso, l’ultimo pezzo di puzzle è stato messo al suo posto con un clic risuonato in tutto il creato. Io invece nel frattempo stavo già vagando per i verdi spazi dell’eternità.