L’isola sacra dei cavalieri Jedi

Come spesso accade quando si scopre che le ambientazioni di film famosi non sono ricostruzioni ma luoghi realmente esistenti, il cuoricino comincia a battere forte. Se poi i film in questione sono di culto e le ambientazioni a dir poco sensazionali (come purtroppo ci è già capitato di riscontrare in questo articolo di Davide), allora il cuoricino smette di battere e saluti a tutti.
Pochi giorni fa mi capitava di rincasare dopo essermi gustato al cinema l’ultimo episodio, l’ottavo, della mitologica saga di Star Wars – per chi non lo avesse ancora visto, non preoccupatevi, non spoilero nulla – e ripensavo all’ambientazione da togliere il fiato in cui si svolge gran parte del film, vale a dire il pianeta Ahch-To.
Ma un momento, vedo una manina alzata laggiù in fondo. Sì, dimmi! Star Wars è la saga con il Capitano Kirk e l’altro con le orecchie a punta? Allora, prima cosa l’altro con le orecchie a punta si chiama Spock, seconda cosa ti stai confondendo con Star Trek. Per favore, qualcuno allontani l’individuo in malo modo, grazie.

Tornando a Star Wars, tra me e me pensavo a quanta fantasia e quanto lavoro ci devono essere dietro la creazione di ambientazioni da lasciare senza fiato il pubblico e, allo stesso tempo, essere talmente verosimili da sembrare reali. Tutto un ragionamento da buttare nel sacco dell’indifferenziato…

E sì, perché googlando un po’ di qua e un po’ di là scopro, col cuore colmo di dolore, che tutto ciò non è una affatto una ricostruzione, ma una location reale… ed è pure esattamente come la si vede nella pellicola!

Dopo una scoperta del genere ovviamente il mio cervello da viaggiatore, come posseduto dal demonio, mi costringe a saperne di più, fino ad arrivare a uno stato, un nome e una posizione: Irlanda, isola di Skellig Michael, 17 chilometri al largo delle coste della contea di Kerry, in pieno oceano Atlantico. Al solo pensiero sono ancora impaurito… pazzesco!

Nessuna raccomandazione riguardante l’eventuale presenza di turista medio con le calze di spugna bianche e i saldali, perché qui potete stare certi che non ne troverete. L’isola è di difficilissimo contatto anche per il viaggiatore esperto, in quanto ha una notevole importanza sia dal punto di vista paesaggistico che naturalistico ed è preservato in maniera eccellente dal governo irlandese, il quale ha imposto la seguente restrizione: raggiungibile esclusivamente via mare e solo da dieci imbarcazioni che hanno il permesso di salpare dalle coste del Kerry con un massimo di dodici persone a bordo, soltanto una volta al giorno. Ellamiseria ma dove siamo, ad Alcatraz?!

E, come se non bastasse, sulla sommità dell’isolotto è presente uno straordinario quanto poco accessibile monastero costruito nel 588 (sì, avete capito bene, 1430 anni fa) dai monaci del primo Cristianesimo irlandese, nonché patrimonio dell’UNESCO dal 1996.
A tale proposito mi sovviene la guida turistica australiana che ci indirizzava nella scoperta della città di Brisbane: di fronte alla Albert Street Uniting Church raccontava orgogliosa che la sua costruzione avvenne nel 1889… ecco brava, adesso per piacere raccogli le tue cose e sparisci senza fare confusione.

I monaci vivevano in piccole costruzioni circolari di pietra a secco (clochans), costruite sulla sommità di baratri a oltre 60 metri a picco sull’oceano e accessibili solo grazie a un’impervia scalinata scavata nella roccia (proprio quella che Luke Skywalker percorre più volte nel film). Da qui proclamavano il loro credo davanti a un’antica High Cross, anch’essa ancora presente in loco (e anche nel film).

Lo so viaggiatori, ho capito, smettete di sbattere la testa contro il muro! Le informazioni che bramate le trovate tutte qui. In più vi segnalo questo sito – vi avviso, secondo me lo ha fatto Satana in persona – che organizza tour lungo 2500 km di coste irlandesi e vi fa passare dai paesi della contea di Kerry dai quali partono le barchette per raggiungere l’isola in questione.

Come conclusione vi riporto una frase dell’attore Mark Hamill:
“Affrontare la terrificante scala in pietra e raggiungere la sommità della grande roccia per girare le scene del film è stato abbastanza facile. È bastato seguire il consiglio del barcaiolo Declan O’Driscoll: regolare il passo e non guardare mai giù.

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La montagna d’oro

Alzi la mano chi non ha mai desiderato essere nei panni di Zio Paperone e trovarsi davanti a una montagna d’oro o chi non hai mai voluto essere Lupin III per mettere gli occhi su un caveau zeppo di lingotti luccicanti… ebbene, leggendo questa chicca tremenda potrete farlo! E secondo voi qual è l’unico luogo al mondo dove può accadere una cosa simile? Las Vegas? Risposta sbagliata. New York? Esatto!

Esattamente al 33 di Liberty St. (fermata metro J e Z – Fulton Street) troverete l’ingresso piantonato da almeno un paio di terrificanti poliziotti del NYPD di un bel palazzotto di una decina di piani rivestito in quadrotti rettangolari che sembrano degli Oro Saiwa. Siete al cospetto del Federal Reserve Bank of America Building, un luogo dove – come si può capire – il denaro è di casa e sopratutto in quantità smisurate.

È vero, siamo in una delle zone più turistiche di Manhattan, i marciapiedi pullulano di esemplari di mediocris tornacense stupet (turista medio imbambolato) intenti a cercare chissà cosa e lo sconforto potrebbe assalirvi, ma non abbiate paura cari viaggiatori, non abbiate paura! Svoltate l’angolo e, al 44 di Maiden Lane una volta varcata la soglia d’ingresso, vi troverete in un’oasi di pace fuori dalle visite guidate usuali. Potrete partecipare infatti al Museum & Gold Vault Tour che la Federal Reserve Bank of America offre gratuitamente a un massimo di 25 persone per volta e che vi porterà a scoprire come è gestita e a che cosa serve non una, ma la più colossale riserva aurea monetaria del pianeta. Non so voi, ma al solo pensiero ho i brividi di freddo…

Dopo ovviamente un controllo a dir poco “accurato” di qualsiasi granello di polvere voi abbiate addosso, l’interessante visita guidata ha inizio, ma è quando scenderete sotto terra che il fiato vi si interromperà bruscamente in gola lasciandovi ansimanti per il resto del tour. Si arriva a circa 25 metri sotto il livello stradale e si fa conoscenza con l’unica entrata al caveau sotterraneo, vale a dire una gradevolissima porta in acciaio e cemento armato di 140 tonnellate e, attraversata questa (direi qualche metro di spessore), si arriva al tanto agognato deposito di Zio Paperone, al tanto bramato caveau di Lupin III e cioè alla zona di stoccaggio dei lingotti d’oro.

Lo spettacolo è a dir poco raggelante, davanti a voi avete un muro di centinaia di migliaia (nel 2015 erano 508.000) di barre auree luccicanti come le lucine di Natale che vi fanno diventare la pupilla a forma di $ come nei cartoni animati; la frase “il fascino del dio denaro” qui è quanto mai appropriata, la sensazione – anzi la certezza! – di avere a pochi centimetri da voi svariati miliardi di euro è da ponderare a piccole dosi perchè può dare veramente alla testa.

Quello che state guardando – e che il turista medio che passeggia 25 metri sopra di voi intento a cercare il negozio di Tiffany & Co. ignora completamente – non è nient’altro che una delle diverse riserve auree che esistono al mondo nelle quali le nazioni, e in questo caso ovviamente anche gli USA, accantonano e depositano i propri “risparmi” per prelevarli nel momento del bisogno. Oggi questo luogo sta vivendo un lento ma inesorabile declino in quanto i vari stati mondiali tendono a riportare in patria il proprio oro e quindi il valore di ciò che c’è qui dentro, pur essendo comunque gigantesco, non è più quello di una volta; il deposito dell’oro infatti cominciò qui subito dopo la seconda guerra mondiale ed ebbe il suo picco nel 1973, quando le tonnellate del prezioso minerale arrivarono a 12.000 (sì esatto, come una di quelle grosse navi container che vedete in tv su Sky!). Io progetto case di mestiere e quindi, per deformazione professionale, una domanda mi sorge spontanea: ma per sostenere un peso simile, che razza di fondazioni deve avere l’Oro Saiwa Building? Chicca nella chicca! Il caveau NON ha fondazioni, ma poggia direttamente sulla dura roccia sottomarina di Manhattan Island! Il turista medio di prima è stato sbalzato dal marciapiede dall’onda d’urto!

Ultima cosa carina del posto, se volete come souvenir potete portarvi via un sacchettino di dollari tritati ormai ritirati dal mercato… il turista medio è spacciato, anzi tritato.

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Qui trovate tutte le informazioni che vi possono servire, tranne una: l’esterno del Federal Reserve Bank of America Building è stato utilizzato nel film Il Padrino come sede della riunione dei Don… ok e poi?!

Cannon Beach, la spiaggia dei Goonies

Va bene, non giriamoci troppo attorno e veniamo subito al dunque: questa chicca farà molto male per cui, se non ve la sentite, vi invitiamo ad abbandonare immediatamente la pagina e a stare tranquilli: non sarete giudicati per questo.
Allora, se come noi fate parte della generazione dei nati negli anni ’80, vi sarà bastato leggere il titolo di questo articolo per essere colti da vertigini, dolore alle ossa, mancanza d’ossigeno e da un diffuso, lancinante e persistente senso di nostalgia. È normale ragazzi, niente che non abbiamo già provato anche noi sulla nostra pelle.

Il guaio è che in questo periodo abbiamo preso la malsana abitudine di parlare di posti conosciuti anche per essere stati location di film famosi. E qui dovrete munirvi di tutto il coraggio di cui siete capaci, perché andiamo a tirare in ballo uno dei film più illegali mai concepiti dall’uomo e quindi fondamentali per la nostra infanzia, vale a dire I Goonies.
Scenario: Stati Uniti occidentali, nello specifico l’Oregon, dove l’autunno arriva molto presto. Cittadina (Astoria) che si affaccia sulla foce del fiume Columbia poco prima che si tuffi nel Pacifico, nuvole basse e pioggerellina insistente. Avete un k-way giallo canarino da indossare? Ok, bravi, io intanto vado un attimo in bagno a cercare di vomitare, magari mi libero di questa sensazione di nausea.

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Astoria, Oregon

Dando per scontato che avrete visto il film almeno un centinaio di volte, vi ricorderete che, a fare da sfondo alla caccia al tesoro, c’è una spiaggia con grandi formazioni rocciose che si innalzano a pochi metri dalla riva e dove, alla fine dell’avventura, i ragazzi si riuniscono alle loro famiglie, mentre la nave di Willy l’Orbo prende il largo. No, niente da fare, devo andare a rimettere di nuovo…

Eccomi, scusate, sono veramente costernato.

Dicevamo, la suddetta spiaggia ovviamente esiste realmente ed è una delle più famose degli Stati Uniti. Stiamo parlando di Cannon Beach (qui e qui un paio di siti internet), che dà il nome all’omonima città (Wikipedia parla di 1.705 abitanti… mi ci trasferirei subito!), non lontano dalla più grande e importante Astoria (9.802… sono pronto a diventare il numero 9.803).

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Cannon Beach vista da Ecola State Park

Cannon Beach è situata immediatamente a sud di Ecola State Park (qui il sito ufficiale), un parco nazionale con viste mozzafiato su un tratto di costa caratterizzato da alte scogliere e foreste di sempreverdi, dove l’oceano, la nebbia e il sole che filtra attraverso di essa, creano un panorama mai uguale a sé stesso e che vale assolutamente la pena di vedere almeno una volta nella vita.

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Cannon Beach in una scena del film

Già così mi sento come un pugile che si trova all’angolo, ma il colpo del k.o. mi arriva dalla più grande e riconoscibile formazione rocciosa di questo scenario apocalittico, uno scoglio conosciuto col nome di Haystack Rock. Arrogantemente piazzato tra i flutti che si infrangono su Cannon Beach, questo monolite di settantadue metri d’altezza è raggiungibile a piedi dalla spiaggia e fa da guardia a flotte di surfisti che percorrendo la mitologica Highway 101 raggiungono questo tratto di Pacifico per esibirsi in evoluzioni fuori dalla grazia di Dio.

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Haystack Rock

Astoria, Cannon Beach e i dintorni di Ecola State Park sono stati l’ambientazione anche di altri film sfacciatamente anni ’80 e ’90, tra cui Corto Circuito, Free Willy, Point Break e Un poliziotto alle elementari. Andate pure a controllare, ritroverete le stesse ambientazioni in cui i ragazzini di Goon Docks si gettano alla ricerca di un antico tesoro scomparso.

Bene ragazzi, io mi fermerei qui. I medici sconsigliano di affrontare certi argomenti e, se proprio non si può farne a meno, bisogna limitare il più possibile l’esposizione a queste situazioni potenzialmente letali.

Grazie per essere stati con noi, mi metto in malattia…

Devils Tower, la torre del Diavolo

Bentrovati cari lettori, la chicca che sto per mettere in infusione mi porta indietro nel tempo, a un’estate di qualche anno fa. Avete presente quelle lunghe serate afose in cui, sfiancati dal caldo, si rimane a oziare sul divano cimentandosi in uno zapping compulsivo? Ecco amici, prima regola: mai sottovalutare questa antica pratica, perché spesso e volentieri il telecomando diventa una vanga con la quale vi troverete a dissotterrare tesori di cui non sospettavate nemmeno l’esistenza.
8dd50a6adfd02cee545b4afa4ebef0bc-fiction-movies-science-fictionSono proprio quelli i momenti in cui le chicche più inaspettate si palesano ai vostri occhi e un costante allenamento vi permetterà di seguirne la traccia fino ad arrivare alla meta.
Capita ogni tanto che la programmazione estiva regali perle inaspettate, tuffi nel passato della produzione cinematografica e si dà il caso che quella serra m’imbattei in Incontri ravvicinati del terzo tipo, un film che non ha bisogno di presentazioni, vero? Vero?! Bene, andiamo avanti.
Ricorderete senz’altro la montagna che nel film funge da punto di incontro tra umani e alieni… ebbene, non so come dirvelo, ma quella montagna esiste realmente.

La formazione rocciosa conosciuta come Devils TowerTorre del Diavolo in italiano – si trova negli Stati Uniti e più precisamente nel Wyoming. Circondata dal classico nulla che scatena le fantasie dei viaggiatori più intraprendenti e mette in fuga i turisti medi a bordo dei sightseeing bus (i loro mezzi di locomozione per eccellenza), si erge per un’altezza di 386 metri su una prateria pressoché sconfinata.
Questo sarebbe potuto bastare a sprofondarmi in uno stato di incoscienza ma, non contento, ho proceduto sui gomiti nella ricerca di ulteriori informazioni circa questa meraviglia geologica. Pare che la teoria più accreditata sull’origine del monolite – sì, avete capito bene, mo-no-li-te – affermi che si tratti del magma che anticamente si trovava all’interno di un cono vulcanico poi scomparso con l’erosione del tempo.

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Devils Tower (fonte)

Ma c’è dell’altro: com’è facile immaginare la montagna risulta sacra nelle credenze di diverse tribù della zona, le quali credono che abbia a che fare con un grande spirito. In realtà il nome Torre del Diavolo nasce da un’errata traduzione del nome indigeno del luogo che significherebbe Rifugio dell’Orso. Una leggenda lakota infatti narra di come il picco sia stato il rifugio di alcune bambine rincorse da un orso che le voleva divorare. Il grande spirito le avrebbe messe al riparo sulla sommità del monte, con l’orso che invano cercava di raggiungerle ed ecco spiegate le tipiche scanalature verticali che ne caratterizzano le pareti.
La roccia è comprensibilmente irresistibile per molti scalatori, ma ricordatevi che gli indiani considerano l’arrampicata niente meno che sacrilega, per cui la scelta sta un po’ a voi e alla vostra sensibilità. Di sicuro non potrete raggiungere la cima in giugno, mese in cui hanno luogo diverse cerimonie sacre.
Qualche altra informazione prima di svenire. Nel 1906, torre e area circostante divennero il primo monumento nazionale degli USA (qui il sito governativo), istituito niente meno che da Theodore Roosevelt e, ad oggi, è considerata tappa imperdibile per chi si trova a viaggiare verso parchi i più conosciuti della zona, Yellowstone su tutti.

Tornando alla mia esperienza ultraterrena, posso dirvi che dopo avere appreso tutte queste nozioni sono scivolato in stato catatonico e per una settimana non ho mangiato né dormito, limitandomi a starmene seduto sul divano, fissando il televisore spento.

Wave Rock, l’onda nel deserto

Eccomi di nuovo alle prese con una sensazionale chicca che purtroppo ho solo sfiorato (oddio, sfiorato… diciamo che sono stato più vicino di quanto lo sia adesso, ma la distanza non è mai scesa sotto i millecinquecento chilometri) e che quindi rientra alla grande nella categoria dei viaggi futuri inaugurata qualche tempo fa dall’articolo sul faro di Poolbeg a Dublino (qui l’articolo).
Siamo nel sud-ovest dell’Australia, per capirci in zona Perth, capitale dello stato del Western Australia; il viaggio infatti potrebbe partire proprio da qui, prima di tutto perché è tappa prescritta dalla legge per chi vuole fare un tour della costa ovest, e poi perché è il luogo abitato di una certa importanza più prossimo a ciò che vi sto per raccontare e che, sono sicuro, vi farà schizzare i neuroni come un flipper.

Come di consueto si deve fare da sé e, viste le strade che si possono trovare fuori dalle città australiane, si comincia col noleggiare una bella auto “robusta” (fummm-fummm! Ma che rumore è? Ah, è il turista medio che si dilegua al solo pensiero di doverlo fare) e ci si avvia fuori città in direzione est, fino a imboccare la statale 40 – Brookton Highway; essendo una statale, l’asfalto e la segnaletica ovviamente ci sono, ma più ci si allontana dalla civiltà, più la strada diventa piccola e le due corsie risultano sempre più risicate. Per circa trecento chilometri si incrociano pochissime macchine e si attraversano scenari spettacolari di foreste di eucalipto e, improvvisamente, lo spettacolare nulla più sconfinato, ancora foreste, poi qualche piccolo gruppo i case ogni tanto e qualche farm qua e là… semplicemente eccezionale. Si, laggiù? Dimmi! È una noia mortale e le foto vengono tutte uguali? Per favore potete arrestare quel turista medio per sproloqui? Grazie.

In prossimità del Kondinin Lake Nature Reserve, la statale cambia nome e diventa Kondinin-Hayden Road e infatti, dopo una sessantina di chilometri, si arriva nella cittadina di Hayden, dove si possono trovare diverse sistemazioni per trascorrere la notte. Qui la chicca si sta avvicinando prepotentemente e si trovano facilmente le indicazioni per il Wave Rock Wildlife Park (qui il sito ufficiale), un parco naturalistico che racchiude un sacco di cose interessantissime da vedere, tra cui la chicca esplosiva di questo articolo e per la quale vale la pena fare tre ore di macchina al caldo in mezzo al nulla: la spettacolare Wave Rock.

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Davanti a voi si estende un’eccezionale formazione rocciosa a forma di onda alta quindici metri e lunga centodieci, qui da diversi milioni di anni e la cui particolare concavità deriva dalla lenta erosione del vento e dell’acqua; probabilmente camminarci dentro – cosa che si può fare – deve essere un’esperienza notevole. Questa roccia è anche oggetto di una credenza ancestrale per le tribù aborigene di Ballardong, le quali credono che l’onda si sia formata per il passaggio del famoso Serpente Arcobaleno, dal corpo gonfio fino allo spasmo per aver consumato tutta l’acqua della Terra e quindi – come al solito – rispetto, mi raccomando!

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Scusate, per piacere, mi recuperate quel turista medio con i sandali che si sta facendo un selfie in cima all’onda facendo finta di surfare come Kelly Slater? Grazie!

 

Dublino dal mare: il faro di Poolbeg

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Con questo articolo si inaugura oggi ufficialmente la categoria Viaggi futuri, per quegli articoli che parlano di luoghi con chicche da strapparsi i capelli scovate grazie all’egregio lavoro del nostro corpo speciale di segugi d’assalto, ma che purtroppo non abbiamo ancora visitato personalmente. È un esperimento che facciamo, quindi le incognite sul suo futuro sono molte, ma di una cosa sono assolutamente certo: ci regalerà enormi soddisfazioni.

Siamo in Irlanda e, più precisamente, nella sua capitale Dublino, dove vi segnalo un luogo da cui si può avere una visuale particolare della città e della sua baia per intero; e quando dico “particolare” intendo veramente particolare: dal mare. Facile, con la barca… e invece no! La chicca sta per esplodere, il posto è raggiungibile a piedi! Ed è subito vangelo di Matteo 14:26-27:

«…i discepoli, a vederlo camminare sul mare, furono turbati e dissero: “È un fantasma” e si misero a gridare dalla paura».

No ragazzi, calmi, non siamo chiamati a compiere il miracolo.

Dopo aver bevuto una bella pinta di Guinnes al Temple Bar, attraversiamo il fiume infilandoci nella centralissima O’Connell Street. Qui si trova facilmente la fermata del bus n°1 su cui bisogna salire senza indugio in direzione Sandymount (St. John’s Church) lasciandoci alle spalle le mandrie di turisti medi che girano pericolosamente per la città con i pantaloni a pinocchietto color cachi e il cappello imbottito con le orecchie (perché Dublino è a nord e quindi fa SOLO freddo). Dopo circa 20 minuti si arriva all’omonimo caratteristico e tranquillo quartiere costiero nella zona sud-est della città, si scende alla fermata Sandymount Road e ci si prepara per bene perché da qui comincia un trekking di circa 5 km (portate una sedia per quel turista medio laggiù che sta svenendo al solo pensiero) che ci porterà a destinazione. Si percorre completamente Marine drive fino ad attraversare l’incrocio con Beach road e da qui parte un sentiero che costeggiata da una parte prima un parco pubblico poi una zona industriale (che ha sempre il suo fascino) e dall’altra la Sandymont Bay… preferisco non immaginare il panorama qui al tramonto. A un tratto tutto scompare e come d’incanto ci si trova catapultati in un altro mondo, completamente inaspettato; il sentiero infatti si inoltra per circa 1 km nell’Irishtown Nature Park, una piccola ma suggestiva riserva naturale che costeggia il mare e ci fa dimenticare di essere nella capitale irlandese. Appena finita la riserva un’altra sorpresa: si costeggiano le famose ciminiere della Poolbeg Generating Station (che appaiono, tra altro, nel video di questa canzone suonata da un gruppo emergente che secondo me farà bene negli anni a venire) che, stando sulla nostra sinistra, ci accompagneranno fino a che, dopo un piccolo parcheggio, non le vedremo scomparire alle nostre spalle. Dobbiamo infatti imboccare una sorta di molo fatto di grossi blocchi di pietra e costeggiato dai frangiflutti (denominato South Wall) che ci permetterà di arrivare a quello che per adesso è solo un puntino rosso in lontananza ma che in realtà è il faro di Poolbeg.

faro3L’ultimo chilometro e mezzo della passeggiata è affascinante: si cammina su questa piccola striscia di pietra sferzati dal vento, aria salmastra, mare, mare, ancora mare e alle spalle sempre le mitologiche ciminiere, il tutto magari sotto un cielo plumbeo tipico di questa parti… e piano piano si avvicina la tozza sagoma rossa del faro, costruito nel 1768 (ritenuto il primo faro al mondo ad utilizzare alimentazione luminosa tramite candele… sì, va be’ ma le chicche si sprecano qui!) e poi completamente ristrutturato nel 1820; le grosse mura di cinta del faro sono pitturate di bianco candido e, come è facile comprendere, sono la “tela” ideale per i writers su cui esprimere la propria arte: ospitano infatti quasi sempre murales meravigliosi.

Destinazione raggiunta.. non so voi, ma a me è venuta una sfrenata voglia di andare sul sito della Ryanair.