The Pole House, la casa sospesa

La chicca che sto per descrivere in questo articolo ha molti pregi, ma anche un grosso e purtroppo incancellabile difetto: il contesto in cui è inserita. Sfortunatamente si trova lungo la Great Ocean Road (mamma mia che male!), a mio modesto parere una delle cinque strade più belle del mondo, ed è quell’oscena highway che parte un centinaio di chilometri a sud-ovest di Melbourne, collegando la cittadina di Torquay ad Allansford, nello Stato di Victoria – Australia.

pole03

243 chilometri che, per la maggior parte, costeggiano l’oceano e attraversano foreste pluviali, parchi nazionali, spiagge color oro… credetemi, la vostra macchina fotografica chiederà pietà; è uno dei pochi posti al mondo da cui, guardando verso l’oceano, si può vedere a occhio nudo la curvatura terrestre! Sì, perché di fronte a voi, schivando per un pelo la Nuova Zelanda, avete solo acqua per 3500 chilometri e poi il Polo Sud.

pole01Dopo aver noleggiato un’auto e preso le prime due rotonde contromano, immettetevi sulla Great Ocean Road in direzione Allansford; vi avviso, la sofferenza sarà tantissima perché ciò che il vostro cervello immagazzinerà durante il viaggio sarà qualcosa di inimmaginabile. Schivate attentamente i pullman pieni di turisti medi giapponesi (endemica specie di turista medio particolarmente aggressiva e ostile per il viaggiatore, molto rumorosa e fastidiosa) e attraversate i graziosissimi paesi costieri di Torquay, Anglesea e Aireys Inlet; più o meno a metà del territorio cittadino di Fairhaven vedrete sulla destra una costruzione che sbuca dalla vegetazione e che vagamente ricorda una sorta di torre di controllo. Un grosso pilone in cemento sostiene una casetta scura di circa un centinaio di metri quadrati, collegata al resto della collina da una sottile passerella. Molto carina, perché buona parte delle pareti perimetrali e tutti i corrimano di balcone e passerella sono completamente in vetro e questo permette una visuale privilegiata sull’oceano (e più precisamente sulla Lorne-Queenscliff Coastal Reserve). A parte lo stravagante pilone centrale di sostegno, il resto è sì molto bello, ma di ville e costruzioni sicuramente più avveniristiche di questa ce ne sono a bizzeffe. E allora la chicca si sgonfia clamorosamente? Tutto fumo e poco arrosto?

Ragazzi… RAGAZZI! Questo è il punto di partenza per far detonare la chicca!

Innanzitutto vi dico che quella che state guardando si chiama The Pole House e vi dico anche che probabilmente è la costruzione più fotografata dell’intera Great Ocean Road. Questo dovrebbe già farvi drizzare le antenne (e far tremare le gambe al turista medio); altra informazione, questa casa non è privata ma è una holiday house e quindi si può affittare per le vacanze (il vostro cervello ora è focalizzato sull’obbiettivo vero? E il turista medio fa le bolle dalla bocca). Adesso cercate un posto dove fermarvi con l’auto e fare inversione, poche centinaia di metri indietro trovate la svolta a sinistra per Yarringa Road, piccola via in salita che passa tra le basse abitazioni in legno nella zona residenziale della cittadina, percorretela quasi tutta e svoltate a sinistra su Banool Road (questi nomi di derivazione aborigena mi fanno impazzire di gioia!); proseguite fino quasi alla fine di essa e troverete il civico 60 (microscopico cartello bianco poco prima di un accesso sterrato nella boscaglia), entrate a piedi, lasciatevi alle spalle il primo fabbricato e aggrappatevi a qualcosa perché a questo punto il respiro si ferma improvvisamente! 

Di fronte a voi avrete uno strabiliante esempio di studio architettonico fortemente voluto dal progettista della casa solo ed esclusivamente allo scopo di sbalordire; ora è chiarissima la scelta dell’unico pilone centrale di sostegno e del lungo e stretto accesso dalla collina. L’elegante passerella in cemento infatti copre alla perfezione il pilastro centrale e la casa, laggiù in fondo, sembra sospesa nel vuoto! Avete presente l’ultima prova di fede che il Professor Indiana Jones deve sostenere prima di raggiungere la grotta in cui è custodito il Santo Graal nel film Indiana Jones e l’ultima crociata? Ecco l’illusione ottica è di tale livello!

pole05

Purtroppo non ci si può accedere, ma per darvi un’idea dei meravigliosi interni della casa potete consultare qui il sito ufficiale facendo molta attenzione: le gigantesche vetrate della zona giorno e della zona notte che danno sull’oceano sconfinato sono a dir poco illegali!

Nel frattempo, il turista medio di prima purtroppo non ce l’ha fatta…

Lo Skifiltor

Signori, oggi è una di quelle giornate in cui parte la fissa per qualcosa. Di questa particolare patologia – quella della fissa intendo – ne avevo già parlato in un’altra occasione (qui) se vi ricordate, ma si può tranquillamente dire che sia una costante nella vita degli autori di questo blog.

Oggi è la volta di frugare nei ricordi d’infanzia per ritrovarsi coperti da una sostanza verdognola e appiccicosa. Vi dice niente? Ebbene sì, non so come, oggi ho avuto una visione nitidissima di uno di quei giochi che solo negli anni ’80 potevano essere concepiti. Una sorta di gelatina, uno slime freddo e viscido, del quale non riuscivo a ricordare il nome (in realtà mi ricordavo Skifidol, il nome con cui è commercializzata la riedizione di questo fantasmagorico gadget), ma nessun problema: rapida consultazione con Mauro ed ecco la risposta. Skifiltor!

skifiltor

La confezione dello Skifiltor (fonte)

Un uragano Katrina di ricordi mi ha assalito ed è scattata la ricerca selvaggia di immagini per supportare anche visivamente il momento amarcord. Ecco qui di fianco come si presentava la famigerata confezione. Barattolo di plastica con coperchio di un verde che non ci azzeccava niente con quello dell’illustrazione su fondo nero. In poche parole, l’essenza di tutta la magia degli anni ’80!

In commercio da noi fino agli anni ’90, non ho mai avuto il privilegio di possedere questo giocattolo tra l’impertinente e il romantico, ma ricordo come fosse ieri quel giorno in cui il bambino della porta accanto mi invitò a casa sua per ammirare il celeberrimo Skifidol in tutto il suo splendore. La disgustosa sostanza aveva la proprietà di brillare al buio, caso conclamato di magia nera bella e buona, per quanto ci riguardava! In religioso silenzio aprimmo la confezione e in estasi mistica spegnemmo la luce per vedere coi nostri occhi il miracolo della fosforescenza. Presi dal momento di adorazione, non ci accorgemmo che il barattolo si stava ribaltando sui miei pantaloni. Ricordo ancora la sensazione di freddo, umidità e l’assoluta convinzione che lo Skifiltor mi avrebbe inglobato come una sorta di Blob verde!

Sono sopravvissuto, cavandomela con un cazziatone al rientro a casa per avere sporcato i pantaloni.

Inutile dire che la ricerca è degenerata e, in men che non si dica, mi sono ritrovato a piangere copiose e disperate lacrime su foto di vecchi giochi in scatola e video di pubblicità di giocattoli riesumati grazie a YouTube. Insomma, l’epilogo è sempre lo stesso cari lettori: tanta, troppa sofferenza!

Le Cabmen’s Shelters di Londra, fast food di fine ‘800

casetta4
Come dicevo nell’articolo sui parchi sopraelevati di qualche tempo fa, il vecchio continente è stato culla di un gran numero di correnti, tendenze, stili e idee. Anche in questo caso, secondo me, è andata così… qualcuno al di là dell’oceano ha preso spunto.

Prima però un piccolo salto nel passato. Immaginate di essere a Londra alla fine dell ‘800, i taxi come li conosciamo oggi ovviamente non esistono, ma il servizio in sé sì, e già da un paio di secoli (si avete capito bene!); gli hackney carriage infatti – piccole carrozze trainate da cavalli – cominciarono la loro attività nei primi anni del 1600 e piano piano, come in una specie di evoluzione darwiniana, siamo arrivati ai famosissimi black cabs dei giorni nostri. A quell’epoca Londra era già molto grande (tra il 1800 e il 1900 la popolazione passò da 1 a 6,8 milioni) e, come potete ben immaginare, possedere un taxi era una cosa estremamente importante, remunerativa – all’epoca tra l’altro il numero di essi era regolamentato – spesso era la cosa più importante che una persona potesse avere nella propria vita; dannatamente importante, tanto che i cabmen non si fidavano a lasciare incustodita la propria carrozza nemmeno per mangiare… “parcheggiare” cavallo e carrozza sul ciglio della strada ed entrare in un ristorante a mangiare un boccone senza averlo sott’occhio? Troppo rischioso. Piuttosto si saltava il pranzo! In più all’epoca la posizione di guida era completamente allo scoperto e di conseguenza i poveri autisti erano soggetti per l’intera giornata all’inclemenza del meteo londinese.

Ok, facendo un riepilogo, abbiamo i seguenti dati: 1800, cavalli e carrozze, pochi taxi e moltissima gente da portare in giro, cabmen costretti a non abbandonare mai il mezzo, nemmeno per mangiare.

casetta1

Cabmen’s Shelter in Russell Square – fonte

Immagazziniamo queste informazioni e torniamo alla Londra di oggi. Se vi siete appena ripresi dalla visione della palazzina bianca con la scritta Abbey Road Studios all’ingresso (Beatles, Oasis, Pink Floyd, Queen, Spandau Ballet, The Police, U2 e mi fermo qui per amore della pace!) e state cercando una panchina per sedervi ai vicini St. John’s Wood Church Gardens, sicuramente noterete in Wellington Place (la via che costeggia il fronte nord-ovest del parco) una graziosa quanto bizzarra casettina verde in legno; noterete anche come essa sia contornata solo ed esclusivamente da black cabs.

casetta2

Cabmen’s Shelter in Kensington Road – fonte

Se state invece girovagando inebetiti sul marciapiede davanti alla gloriosa Royal Albert Hall dopo aver assistito al concerto di uno a caso dei gruppi sopra citati (scegliete voi il vostro preferito tanto non fa differenza, nuocciono tutti gravemente alla salute in egual misura) e cercate di riprendere il senno bramando ossigeno ad Hyde Park, su Kengsington Road vedrete la stessa cosa; piccolo edificio verde e taxi… di nuovo? Sì, di nuovo!

Ma vi dirò di più, facendo un po’ di attenzione girando per la città ne troverete altre undici (in totale sono tredici e alcune non proprio in centro, anzi, tutt’altro) tutte esattamente identiche e tutte sempre contornate da una fila di taxi neri. Il black cab in effetti – addirittura più dello stile di costruzione – è la costante caratteristica di queste piccole casette, e come mai questo fatto? Cosa sono esattamente? Cosa si cela al loro interno? Ebbene, vado a snocciolare la chicca strabiliante: esse si chiamano Cabmen’s shelters (letteralmente “rifugio dei tassisti“) e sono state costruite grazie ai soldi di un fondo bancario (il Cabmen’s Shelter Found per l’appunto) in diversi punti della città, in prossimità delle stazioni dei taxi – ecco spiegata la presenza dei cabs – e permettevano all’autista di allontanarsi dalla vettura per trovare ristoro e riparo tenendola sempre sott’occhio. Furono così costruite poco alla volta le prime casette dove i tassisti potevano consumare pasti caldi a prezzi vantaggiosi, leggere il giornale o semplicemente rifugiarsi per proteggersi dal freddo e dalla pioggia; le loro dimensioni risultano ridotte in quanto all’epoca, essendo nel bel mezzo del traffico cittadino, fu deciso che avrebbero dovuto occupare non oltre lo spazio di un carro trainato da cavalli. Si potrebbe dire che siamo davanti a una sorta di primissimo esempio di fast food? Secondo me è proprio così.

Oggi queste costruzioni – oltre a essere ancora utilizzate dai tassisti, i quali hanno la precedenza e l’esclusivo privilegio di sedersi all’interno – presentano una piccola differenza: sono usufruibili anche da tutti noi (tranne il turista medio) che possiamo così gustare frugali ma gustose specialità; all’interno lo spazio è perfettamente organizzato e molto spartano, la cucina è ultra compatta ma dotata di tutto il necessario per preparare per esempio una classica english breakfast come Dio comanda.

casetta3

Planimetria del 1897 della Cabmen’s Shelter in Thurloe Place – fonte

Qui trovate le indicazioni per trovarle tutte. Attenzione, ne risultano quattordici perché è inserita anche la casetta di Surrey Rove che è più che altro una bancarella e non propriamente una shelter.

Volete le ultime due informazioni da lasciare pietrificato il turista medio? Ok, allora:
1) La prima cabmen’s shelter che vi ho descritto (St John’s Wood) è definita LA casetta, da qui infatti tutto è cominciato.
2) Una legge che non è mai stata abolita, obbliga i tassisti a portare una balla di fieno e un secchio d’acqua per nutrire e abbeverare il cavallo. Se a un controllo di un poliziotto zelante non viene trovato provvisto di questo equipaggiamento d’ordinanza, può beccarsi una bella multa!

Dublino dal mare: il faro di Poolbeg

faro1
Con questo articolo si inaugura oggi ufficialmente la categoria Viaggi futuri, per quegli articoli che parlano di luoghi con chicche da strapparsi i capelli scovate grazie all’egregio lavoro del nostro corpo speciale di segugi d’assalto, ma che purtroppo non abbiamo ancora visitato personalmente. È un esperimento che facciamo, quindi le incognite sul suo futuro sono molte, ma di una cosa sono assolutamente certo: ci regalerà enormi soddisfazioni.

Siamo in Irlanda e, più precisamente, nella sua capitale Dublino, dove vi segnalo un luogo da cui si può avere una visuale particolare della città e della sua baia per intero; e quando dico “particolare” intendo veramente particolare: dal mare. Facile, con la barca… e invece no! La chicca sta per esplodere, il posto è raggiungibile a piedi! Ed è subito vangelo di Matteo 14:26-27:

«…i discepoli, a vederlo camminare sul mare, furono turbati e dissero: “È un fantasma” e si misero a gridare dalla paura».

No ragazzi, calmi, non siamo chiamati a compiere il miracolo.

Dopo aver bevuto una bella pinta di Guinnes al Temple Bar, attraversiamo il fiume infilandoci nella centralissima O’Connell Street. Qui si trova facilmente la fermata del bus n°1 su cui bisogna salire senza indugio in direzione Sandymount (St. John’s Church) lasciandoci alle spalle le mandrie di turisti medi che girano pericolosamente per la città con i pantaloni a pinocchietto color cachi e il cappello imbottito con le orecchie (perché Dublino è a nord e quindi fa SOLO freddo). Dopo circa 20 minuti si arriva all’omonimo caratteristico e tranquillo quartiere costiero nella zona sud-est della città, si scende alla fermata Sandymount Road e ci si prepara per bene perché da qui comincia un trekking di circa 5 km (portate una sedia per quel turista medio laggiù che sta svenendo al solo pensiero) che ci porterà a destinazione. Si percorre completamente Marine drive fino ad attraversare l’incrocio con Beach road e da qui parte un sentiero che costeggiata da una parte prima un parco pubblico poi una zona industriale (che ha sempre il suo fascino) e dall’altra la Sandymont Bay… preferisco non immaginare il panorama qui al tramonto. A un tratto tutto scompare e come d’incanto ci si trova catapultati in un altro mondo, completamente inaspettato; il sentiero infatti si inoltra per circa 1 km nell’Irishtown Nature Park, una piccola ma suggestiva riserva naturale che costeggia il mare e ci fa dimenticare di essere nella capitale irlandese. Appena finita la riserva un’altra sorpresa: si costeggiano le famose ciminiere della Poolbeg Generating Station (che appaiono, tra altro, nel video di questa canzone suonata da un gruppo emergente che secondo me farà bene negli anni a venire) che, stando sulla nostra sinistra, ci accompagneranno fino a che, dopo un piccolo parcheggio, non le vedremo scomparire alle nostre spalle. Dobbiamo infatti imboccare una sorta di molo fatto di grossi blocchi di pietra e costeggiato dai frangiflutti (denominato South Wall) che ci permetterà di arrivare a quello che per adesso è solo un puntino rosso in lontananza ma che in realtà è il faro di Poolbeg.

faro3L’ultimo chilometro e mezzo della passeggiata è affascinante: si cammina su questa piccola striscia di pietra sferzati dal vento, aria salmastra, mare, mare, ancora mare e alle spalle sempre le mitologiche ciminiere, il tutto magari sotto un cielo plumbeo tipico di questa parti… e piano piano si avvicina la tozza sagoma rossa del faro, costruito nel 1768 (ritenuto il primo faro al mondo ad utilizzare alimentazione luminosa tramite candele… sì, va be’ ma le chicche si sprecano qui!) e poi completamente ristrutturato nel 1820; le grosse mura di cinta del faro sono pitturate di bianco candido e, come è facile comprendere, sono la “tela” ideale per i writers su cui esprimere la propria arte: ospitano infatti quasi sempre murales meravigliosi.

Destinazione raggiunta.. non so voi, ma a me è venuta una sfrenata voglia di andare sul sito della Ryanair.

Milano, sulle tracce dei bombardamenti

Luglio 1943, Mussolini viene arrestato. Agosto 1943, per accelerare la resa dell’Italia, gli inglesi programmano un ciclo di bombardamenti che sconvolgono la città di Milano. Due cose balzano all’occhio immediatamente: 1) La rinomata cautela e ragionevolezza del popolo inglese. 2) Per Milano è l’estate più “calda” di sempre. I danni sono ingentissimi; la città ne esce pesantemente mutilata, anche in molti dei suoi pezzi pregiati, La Scala (colpita in pieno), Santa Maria delle Grazie (il Cenacolo di Leonardo rimane forzatamente e per parecchio tempo all’aperto), la Galleria (la maggior parte della copertura non esiste più), l’Ospedale Maggiore (centrato da mezza dozzina di bombe), solo per citarne alcuni. Passata la paura però i milanesi si rimboccano le maniche e cominciano la ricostruzione, lenta ma inesorabile. Tutto torna (quasi) come prima; qualche cosa a testimonianza dell’accaduto – a parte le fotografie d’epoca e i libri di scuola – è però tutt’ora rimasto, fermo immobile dove è sempre stato, basta cercarlo. Ed è qui che la chicca milanese ha inizio.

Come al solito vi farò fare una piccola marcia di avvicinamento (come già capitato per raggiungere il mitologico Rucker Park di quella città che non nominerò) perché la zona vale veramente la pena di essere assaporata per bene; subito una rassicurazione: non temete, non troverete nessun turista medio in questa zona, sono tutti in via Monte Napoleone a guardare le vetrine dei negozi oppure in Galleria Vittorio Emanuele II a spendere 25 euro per un piatto di riso con lo zafferano (perché SOLO lì si mangia il vero risotto alla milanese).

Prendete la metropolitana M1 (linea rossa) e scendete alla fermata Palestro, siamo al limite della seconda cerchia della città, grossomodo a metà strada tra il centro e la Stazione Centrale, risalendo in superficie vi troverete su Corso di Porta Venezia e dopo pochi passi in direzione nord-est sulla sinistra vi si apriranno i Giardini Pubblici Indro Montanelli; qui avete due opzioni: o svoltate a sinistra in via Palestro e dopo circa duecento metri entrare alla GAM (Galleria di Arte Moderna), oppure potete buttarvi a capofitto nel parco dove troverete ombra, fresco, il Museo Civico di Storia Naturale (un po’ obsoleto ma a me molto caro, mi ero follemente innamorato della ricostruzione a grandezza naturale del Triceratopo che c’è al suo interno) e il Planetario Ulrico Hoepli. A fine giornata, dopo esservi acculturati per bene, fatevi una bella passeggiata lungo i sentieri dei giardini pubblici fino ad arrivare all’uscita della punta nord dove vi troverete improvvisamente di nuovo nel folle caos cittadino di Piazza della RepubblicaL’area occupata dalla piazza, pur essendo molto ampia, risulta comunque estremamente intricata per via dell’incrocio di numerose vie e linee del tram che si concentrano in questo punto, una miriade di pali della luce ed elettricità sono sparsi un po’ ovunque, ma voi dovete essere molto concentrati sull’obbiettivo; facendo attenzione a non essere investiti almeno una volta ogni metro percorso, dovete portarvi dall’altra parte della piazza, dove confluisce viale Monte Santo e camminare sulle strisce pedonali che attraversano le due linee del tram.

palo01

fonte: blog.urbanlife.com

Esattamente al centro di esse, proprio sopra a un paio di gradini che ne creano una sorta di piedistallo, troverete un palo verde identico ma nello stesso tempo diverso da tutti: ebbene, se guardate attentamente potrete facilmente scorgere alcuni grossi buchi (un paio passanti da parte a pare) che ne martoriano la superficie, essi sono la conseguenza delle esplosioni degli ordigni bellici raccontati prima e che devastarono la città; questo è quello più evidente ma se cercate bene potrete trovare piccoli danni anche su altri pali in zona.

Fortunatamente in quegli anni Milano era piena di sotterranei e rifugi antiaerei allestiti per la guerra dove la gente si è potuta in qualche maniera proteggere e salvare, queste strutture erano segnalate da indicazioni e scritte sui muri dei palazzi e sono in qualche caso ancora oggi visibili (qui un esempio)

palo02

fonte: blog.urbanlife.com

Come ultima informazione – e per farvi rendere conto della devastazione avvenuta – vorrei riportarvi questo dato: con le macerie dei bombardamenti, verso la fine degli anni quaranta è stato realizzato il bellissimo parco urbano Monte Stella (teneramente ribattezzata dai milanesi “montagnetta di San Siro”) le cui dimensioni sono 370.000 mq di prati e boschi per circa 50 metri di altezza… prendete la piramide di Micerino e moltiplicatela per 3,5.

Per smorzare un po’ di tutta questa drammaticità vi riporto che dalla sua sommità si scorge chiaramente lo stadio Giuseppe Meazza dove l’F.C. Internazionale quest’anno ha fatto una memorabile stagione calcistica condita da un record storico: 2 punti nelle ultime 8 partite (fino alla data odierna…). Eccezionale!

Sulle tracce dei Ghostbusters

I nostri lettori si saranno certamente accorti che New York è per noi fonte di continuo tormento e notti insonni… ci rendiamo conto di tirare fuori molto spesso nei nostri articoli il nome di questa graziosa cittadina, ma non ci possiamo fare nulla: le chicche e gli spunti che offre sono innumerevoli e, forse anche a scopo terapeutico, puntualmente torniamo a parlarne. D’altronde, come si suol dire, mal comune mezzo gaudio. Per cui avanti con la prossima infusione!

Avendo avuto occasione negli ultimi mesi di passare più volte dalla Grande Mela, ho deciso di andare a scovare esclusivamente per voi alcune perle nascoste, tipicamente trascurate dal turista medio. Le potete trovare qui, qui, qui e qui, se malauguratamente non le avete ancora lette. Non disturbatevi a ringraziare, per noi è un piacere!
Oggi invece vorrei compiere qualcosa di inaudito, rischiare la catastrofe incrociando i flussi per formare un binomio dalle potenzialità altamente devastanti: New York e Ghostbusters.

Scusate esco un attimo a prendere una boccata d’aria.

Eccomi, dicevo, la mitologica (per usare un eufemismo) pellicola degli anni ’80 è indissolubilmente legata a New York e sono numerosi i luoghi utilizzati come set per gli esterni (gli interni sono stati invece girati a Los Angeles e qui sento il tonfo sordo dello spettatore medio che cade dal pero) sparsi per l’isola di Manhattan. Trovandomi una sera a passeggiare amabilmente per i giardini della Columbia University (che sorvoleremo per non soffrire ulteriormente), ho voluto andare a caccia del punto esatto in cui è stata girata la scena del dialogo tra Ray e Peter che potete vedere di seguito.

Rapido giro del cortile principale e obiettivo centrato: con un esagerato timore reverenziale, neanche stessi toccando il Sacro Graal, ho potuto appoggiarmi allo stesso parapetto su cui il dottor Venkman stava sdraiato trentatré anni fa e osservare gli austeri edifici circostanti dalla cima della stessa scalinata. Un’ondata di nostalgia mi ha investito come un treno e magicamente mi sono ritrovato nel cuore degli anni ottanta!

Ecco le foto scattate da me in preda a spasmi, sudori freddi e svenimenti vari ed eventuali (cliccate per ingrandirle)

Un piccolo bonus
abcc6209-b405-491e-ad09-f6df7f44d4bcSe siete abbastanza forti di stomaco e ve la sentite, vi regalo un’ulteriore emozione. Due giorni dopo la sconvolgente serata alla Columbia University, su Central Park West, mi sono trovato a tu per tu con la monumentale facciata dell’edificio in cui, nel primo film, avevano residenza Dana e Louis, rispettivamente Guardia di Porta e Mastro di Chiavi. Mentre scattavo la foto che vedete, una signora mi è passata accanto chiedendomi con un sorriso “Ghostbusters fan?”. Interrotto nel magico momento, mi sono girato con gli occhi rossi limitandomi a ruggire uno sconnesso “Zuul”.

E non finisce qui, perché abbiamo documentato altri luoghi in cui le valenze di energia psicocinetica sono oltre i valori massimi!

Cala Coticcio, il paradiso nascosto

Immagine 281

Sono stato diverse volte in vacanza in Sardegna e le due isolette del nord, La Maddalena e Caprera, sono state oggetto solo della classica, superficiale gita di una giornata; ricordo di esserci passato di striscio un paio di volte, ma immediatamente ne ho carpito le potenzialità, mi sono chiesto come sarebbe stato viverle per una vacanza intera, cosa si fosse nascosto fuori dai classici percorsi che si è obbligati a seguire standoci solo poche ore. Detto fatto. Qualche tempo dopo, per soddisfare il mio desiderio e la mia sete di avventura (sì, perché per raggiungere certe calette, di avventura si può parlare) ci ho trascorso un paio di settimane di vacanza e devo dire che l’esperienza è stata davvero notevole. Avevo base nella graziosa cittadina de La Maddalena, un bell’appartamentino con vista sull’isola di Santo Stefano (ex sede della base militare della Marina, di appoggio ai sommergibili nucleari U.S.A. stanziati in loco); da qui ho praticamente setacciato come un segugio le due isolette trovando calette e insenature talmente spettacolari da far venire i capelli brizzolati come George Clooney. Né la Maddalena né Caprera (collegate da un ponte di legno carrabile a senso unico alternato) avevano più segreti per me, o forse così pensavo…. una sera, intento a scartabellare le cartine e il materiale in mio possesso per organizzare l’itinerario del giorno dopo, mi imbatto in un nome che fa vibrare il mio cervello da viaggiatore: Cala Tahiti (qui la posizione). Dunque, fammi pensare, faccio due associazioni al volo: Tahiti, Polinesia Francese, posto orrendo, come mai dare questo nome a una spiaggia di Caprera? Forse perché potrebbe essere una delle più spettacolari dell’isola? Ok, deciso, domani si va lì. Scopro che il vero nome di Cala Tahiti è Cala Coticcio, insenatura nel nord-est dell’isola di Caprera raggiungibile solo via mare… come “solo via mare”? Eppure la cartina che ho in mano riporta un fantomatico sentiero per arrivarci a piedi e io sono intenzionato a trovarlo. La mattina arriva in fretta ed è già ora di partire, come Mikey Walsh de I Goonies prendo mappa e zaino e inforco la bici… cioè salgo in macchina e mi dirigo verso Caprera. I primo tratto di strada, subito dopo il ponte di collegamento tra le isole, si addentra in una spettacolare pineta di pini marittimi dove non è difficile incontrare deliziosi esemplari di cinghiale selvatico di almeno 50 kg che vi guardano, vi aspettano e all’ultimo secondo vi tagliano la strada; immediatamente nella mia mente compare l’immagine chiara e nitida di una grigliata galattica, ma subito devo tornare lucido perché poco dopo si presente la prima importante scelta da fare: bivio diabolico, a sinistra verso il Museo di Garibaldi o a destra direzione Museo del Mare e delle Tradizioni Marinaresche? Consulto la mappa di Chester Copperpot (vi ricordate chi è, vero? Se la riposta è no rinfrescatevi la memoria qui) e vado a destra senza battere ciglio. Dopo circa 150 metri abbandono la direzione che sto seguendo e inforco la curva a gomito che trovo sulla mia sinistra, che mi immette su una stradina di asfalto rossiccio in direzione nord; la percorro per circa 3,5 km senza fare caso né alle varie svolte che mi si presentano ai bordi della strada né, sopratutto, all’orrendo panorama che vedo fuori dai finestrini… cerco di descriverlo con non poco dolore: la strada sale leggermente – credo di essere nel punto più alto dell’isola, il monte Telaione – cielo in HD, cespugli bassi, rocce dalle forme bizzarre modellate dal vento, mare turchese sia a destra che a sinistra, l’isola della Maddalena che si taglia a ovest poco distante… in una sola parola, uno scempio per gli occhi.

La mappa è chiara, dopo un microscopico ponticello con parapetti in legno, sulla destra dovrebbe apparire un piccolo spiazzo sterrato dove in teoria comincia il sentiero per raggiungere a piedi (a differenza di quello che ho letto la sera prima) la destinazione; e così è infatti, trovo lo slargo e abbandono al macchina per proseguire a piedi. Alle spalle della grossa roccia che ho difronte vedo il sentiero – diciamo più che altro una traccia nei cespugli – che scende ripido fino a raggiungere il versante orientale dell’isola. Fortunatamente indosso un paio di scarpe comode da trekking e un cappellino per il sole (indispensabili per una vacanza qui) e non un paio di infradito scassati di qualità scadente e una canotta dei Lakers del 1989 come il turista medio che ogni tanto vi capiterà di incontrare in queste zone assieme ai cinghiali. Dopo circa 500 metri il sentiero diventa pressoché in piano e arriva a una piccola spianata; consulto la mappa: freccia di sassi sul terreno che indica la direzione e piccoli omini di pietra nelle vicinanze… trovati, vado! Questo è l’unico punto del percorso dove bisogna fare un po’ di attenzione per evitare di perdersi. Mr Copperpot mi guida a scendere una ripida scalinata di roccia che porta a un’inquietante insenatura con sassi e detriti portati dal mare (qui di turista medio nemmeno l’ombra) e ancora più giù in mezzo alla folta vegetazione, ma ad un certo punto vedo un bagliore laggiù in fondo, una luce che mi attira… il fogliame si dirada e difronte ai miei occhi si materializza come per incanto una piccola baia dai colori soprannaturali. Mr. Copperpot aveva ragione, ecco la paradisiaca visone di Cala Coticcio.

Immagine 291

scoglio Murru

Ora, io ho avuto la fortuna di poter viaggiare, ho visto lo splendore dell’Oceano Indiano, ho ammirato gli atolli della Grande Barriera Corallina Australiana, ho assaporato la meraviglia delle Canarie e dell’Oceano Atlantico che le circonda, ma credetemi, una cosa simile non l’ho mai vista.

Il luogo si presenta così: piccola insenatura con sabbia finissima e morbida, mare a dir poco fluorescente, incastonata tra rocce selvagge e bassa vegetazione fortemente aromatica… ripeto, una cosa mai vista; e come se non bastasse 200 metri più avanti c’è una seconda insenatura altrettanto orribile con lo scoglio Murru a farla da padrone proprio al centro. Ricordo di essere rimasto inebetito e immobile per qualche minuto, completamente inebriato da quello che stavo vedendo, l’unica cosa che mi ha riportato alla realtà è stata l’incontrollabile ambizione di eseguire un tonante “tuffo a bomba” dalla sommità della roccia davanti a me… non ricordo nemmeno di essermi tolto i vestiti, tanto era forte il desiderio.

Sarà stata la piccola “caccia al tesoro” che ho dovuto affrontare per arrivarci, sarà stata la grigliata sfiorata, forse – anzi, sicuramente – é stata la meraviglia del posto in cui mi sono imbattuto, ma la caletta da cui non sono riuscito a staccare lo sguardo per tutta la giornata non faccio fatica a definirla uno dei posti di mare più belli mai visti in vita mia.

Immagine 284

Cala Coticcio

Concludo con un paio di indicazioni tecniche: il trekking non è lungo (circa 2 km), ma abbastanza impegnativo (infatti 30-40 minuti di percorrenza) e con scarsa ombra, non portatevi frigobar giganti e materassini gonfiabili a forma di balena appresso. Sono indispensabili scarpe comode, acqua per il cammino e pranzo al sacco. Un asciugamano più crema solare per la permanenza e il resto purtroppo saranno solo lacrime e incubi notturni.

Ah, dimenticavo! Se durante il tragitto, magari al ritorno all’ora dell’imbrunire, quando siete soli e attorno a voi avete solo cespugli, rocce e mare non fate caso al sottile fischio che potreste sentire in lontananza. Non abbiate paura, non si tratta assolutamente del richiamo degli spiriti dei molti soldati caduti nella seconda guerra mondiale in queste acque, Mr. Copperpot dice che è solo il vento.