Cala Coticcio, il paradiso nascosto

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Sono stato diverse volte in vacanza in Sardegna e le due isolette del nord, La Maddalena e Caprera, sono state oggetto solo della classica, superficiale gita di una giornata; ricordo di esserci passato di striscio un paio di volte, ma immediatamente ne ho carpito le potenzialità, mi sono chiesto come sarebbe stato viverle per una vacanza intera, cosa si fosse nascosto fuori dai classici percorsi che si è obbligati a seguire standoci solo poche ore. Detto fatto. Qualche tempo dopo, per soddisfare il mio desiderio e la mia sete di avventura (sì, perché per raggiungere certe calette, di avventura si può parlare) ci ho trascorso un paio di settimane di vacanza e devo dire che l’esperienza è stata davvero notevole. Avevo base nella graziosa cittadina de La Maddalena, un bell’appartamentino con vista sull’isola di Santo Stefano (ex sede della base militare della Marina, di appoggio ai sommergibili nucleari U.S.A. stanziati in loco); da qui ho praticamente setacciato come un segugio le due isolette trovando calette e insenature talmente spettacolari da far venire i capelli brizzolati come George Clooney. Né la Maddalena né Caprera (collegate da un ponte di legno carrabile a senso unico alternato) avevano più segreti per me, o forse così pensavo…. una sera, intento a scartabellare le cartine e il materiale in mio possesso per organizzare l’itinerario del giorno dopo, mi imbatto in un nome che fa vibrare il mio cervello da viaggiatore: Cala Tahiti (qui la posizione). Dunque, fammi pensare, faccio due associazioni al volo: Tahiti, Polinesia Francese, posto orrendo, come mai dare questo nome a una spiaggia di Caprera? Forse perché potrebbe essere una delle più spettacolari dell’isola? Ok, deciso, domani si va lì. Scopro che il vero nome di Cala Tahiti è Cala Coticcio, insenatura nel nord-est dell’isola di Caprera raggiungibile solo via mare… come “solo via mare”? Eppure la cartina che ho in mano riporta un fantomatico sentiero per arrivarci a piedi e io sono intenzionato a trovarlo. La mattina arriva in fretta ed è già ora di partire, come Mikey Walsh de I Goonies prendo mappa e zaino e inforco la bici… cioè salgo in macchina e mi dirigo verso Caprera. I primo tratto di strada, subito dopo il ponte di collegamento tra le isole, si addentra in una spettacolare pineta di pini marittimi dove non è difficile incontrare deliziosi esemplari di cinghiale selvatico di almeno 50 kg che vi guardano, vi aspettano e all’ultimo secondo vi tagliano la strada; immediatamente nella mia mente compare l’immagine chiara e nitida di una grigliata galattica, ma subito devo tornare lucido perché poco dopo si presente la prima importante scelta da fare: bivio diabolico, a sinistra verso il Museo di Garibaldi o a destra direzione Museo del Mare e delle Tradizioni Marinaresche? Consulto la mappa di Chester Copperpot (vi ricordate chi è, vero? Se la riposta è no rinfrescatevi la memoria qui) e vado a destra senza battere ciglio. Dopo circa 150 metri abbandono la direzione che sto seguendo e inforco la curva a gomito che trovo sulla mia sinistra, che mi immette su una stradina di asfalto rossiccio in direzione nord; la percorro per circa 3,5 km senza fare caso né alle varie svolte che mi si presentano ai bordi della strada né, sopratutto, all’orrendo panorama che vedo fuori dai finestrini… cerco di descriverlo con non poco dolore: la strada sale leggermente – credo di essere nel punto più alto dell’isola, il monte Telaione – cielo in HD, cespugli bassi, rocce dalle forme bizzarre modellate dal vento, mare turchese sia a destra che a sinistra, l’isola della Maddalena che si taglia a ovest poco distante… in una sola parola, uno scempio per gli occhi.

La mappa è chiara, dopo un microscopico ponticello con parapetti in legno, sulla destra dovrebbe apparire un piccolo spiazzo sterrato dove in teoria comincia il sentiero per raggiungere a piedi (a differenza di quello che ho letto la sera prima) la destinazione; e così è infatti, trovo lo slargo e abbandono al macchina per proseguire a piedi. Alle spalle della grossa roccia che ho difronte vedo il sentiero – diciamo più che altro una traccia nei cespugli – che scende ripido fino a raggiungere il versante orientale dell’isola. Fortunatamente indosso un paio di scarpe comode da trekking e un cappellino per il sole (indispensabili per una vacanza qui) e non un paio di infradito scassati di qualità scadente e una canotta dei Lakers del 1989 come il turista medio che ogni tanto vi capiterà di incontrare in queste zone assieme ai cinghiali. Dopo circa 500 metri il sentiero diventa pressoché in piano e arriva a una piccola spianata; consulto la mappa: freccia di sassi sul terreno che indica la direzione e piccoli omini di pietra nelle vicinanze… trovati, vado! Questo è l’unico punto del percorso dove bisogna fare un po’ di attenzione per evitare di perdersi. Mr Copperpot mi guida a scendere una ripida scalinata di roccia che porta a un’inquietante insenatura con sassi e detriti portati dal mare (qui di turista medio nemmeno l’ombra) e ancora più giù in mezzo alla folta vegetazione, ma ad un certo punto vedo un bagliore laggiù in fondo, una luce che mi attira… il fogliame si dirada e difronte ai miei occhi si materializza come per incanto una piccola baia dai colori soprannaturali. Mr. Copperpot aveva ragione, ecco la paradisiaca visone di Cala Coticcio.

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scoglio Murru

Ora, io ho avuto la fortuna di poter viaggiare, ho visto lo splendore dell’Oceano Indiano, ho ammirato gli atolli della Grande Barriera Corallina Australiana, ho assaporato la meraviglia delle Canarie e dell’Oceano Atlantico che le circonda, ma credetemi, una cosa simile non l’ho mai vista.

Il luogo si presenta così: piccola insenatura con sabbia finissima e morbida, mare a dir poco fluorescente, incastonata tra rocce selvagge e bassa vegetazione fortemente aromatica… ripeto, una cosa mai vista; e come se non bastasse 200 metri più avanti c’è una seconda insenatura altrettanto orribile con lo scoglio Murru a farla da padrone proprio al centro. Ricordo di essere rimasto inebetito e immobile per qualche minuto, completamente inebriato da quello che stavo vedendo, l’unica cosa che mi ha riportato alla realtà è stata l’incontrollabile ambizione di eseguire un tonante “tuffo a bomba” dalla sommità della roccia davanti a me… non ricordo nemmeno di essermi tolto i vestiti, tanto era forte il desiderio.

Sarà stata la piccola “caccia al tesoro” che ho dovuto affrontare per arrivarci, sarà stata la grigliata sfiorata, forse – anzi, sicuramente – é stata la meraviglia del posto in cui mi sono imbattuto, ma la caletta da cui non sono riuscito a staccare lo sguardo per tutta la giornata non faccio fatica a definirla uno dei posti di mare più belli mai visti in vita mia.

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Cala Coticcio

Concludo con un paio di indicazioni tecniche: il trekking non è lungo (circa 2 km), ma abbastanza impegnativo (infatti 30-40 minuti di percorrenza) e con scarsa ombra, non portatevi frigobar giganti e materassini gonfiabili a forma di balena appresso. Sono indispensabili scarpe comode, acqua per il cammino e pranzo al sacco. Un asciugamano più crema solare per la permanenza e il resto purtroppo saranno solo lacrime e incubi notturni.

Ah, dimenticavo! Se durante il tragitto, magari al ritorno all’ora dell’imbrunire, quando siete soli e attorno a voi avete solo cespugli, rocce e mare non fate caso al sottile fischio che potreste sentire in lontananza. Non abbiate paura, non si tratta assolutamente del richiamo degli spiriti dei molti soldati caduti nella seconda guerra mondiale in queste acque, Mr. Copperpot dice che è solo il vento.

La rivincita dell’8 e del 16 bit

Dalla fine degli anni ’80 fino a poco prima della metà degli anni ’90 il pianeta terra è stato invaso dalle console di videogiochi dalla grafica strabiliante per l’epoca che poteva vantare sistemi ad 8 e addirittura – sono tutto un tremore – a 16 bit. In particolar modo due sono stati i marchi che hanno ridotto la vita sociale di noi preadolescenti all’osso: SEGA (dieci secondi di raccogliemento) e Nintendo (altri dieci per favore); nello specifico parlo del glorioso Nintendo Entertainment System (Nes), il leggendario SEGA Master System e il suo fantascientifico successore SEGA Mega Drive… troppi ricordi, giuro che tra poco piango.

Mezzo pianeta terra era devoto al Nes e l’altra metà era discepolo del SEGA, metà della popolazione umana (e non solo!) aveva come unico dio Super Mario e l’altra metà accendeva ceri sotto l’immagine di Sonic the Hedgehog; cosa dire, i diabolici giapponesi avevano tirato fuori dal cilindro due invenzioni e due personaggi che avrebbero fatto la storia del videogioco da lì all’eternità. Personalmente mi sono innamorato e sono stato un fedelissimo della SEGA e, da un sondaggio tra i miei coetanei, è emerso che la giornata tipo era la seguente: ore 7:00 sveglia, ore 8:00-13:00 scuola, ore 13:10-13:12 pranzo, ore 13:12-13:30 compiti, ore 13:30-19:30 (o meglio, fino a che non venivamo trasportati di peso a tavola dalle rispettive mamme) console a manetta! Le partite erano innumerevoli, lo sforzo psico-fisico era immane tanto da avere il fiato corto a fine quadro e il tutto era condito dalle spettacolari colonne sonore di sottofondo (alcune di esse dovrebbero anche trovarsi su Spotify, ma non ho trovato conferma di questo, e meno male…) dalla qualità talmente scadente che a confronto i file Midi del karaoke sembravano canti gregoriani sparati dal più costoso impianto BOSE in commercio… qualità scadente sì, ma sicuramente riconoscibili immediatamente e capaci di rievocare ricordi indelebili che pensavamo di aver ormai rimosso dal nostro cervello.

Negli anni le due case si sfidavano sia per vie legali che con il lancio di titoli sempre più accattivanti che creavano moltissimo scompiglio tra noi utenti, l’unico argomento di discussione di alcuni pomeriggi era se avevamo visto o meno quello o quando fosse uscito ufficialmente quell’altro gioco; i nomi erano (e sono) mitologi, ma ragazzi… ma vi ricordate Donkey Kong? Ma non vi crea tremore Pac-Man e Legend of Zelda? Non sentite pulsare le tempie se vi nomino Double Dragon o Castelvania? No? Allora vi dò il colpo di grazia snocciolandovi qui di seguito alcuni titoli come se fosse la formazione della Grande Inter di Herrera: Alex Kidd, Shinobi, After Burner (After Burner… ma dai…), Street Fighter, Out Run, Cool Spot… devo continuare?

nesAttenzione, perché ora arriva la chicca. Già da qualche tempo si vociferava che qualcosa si stava muovendo sinuosamente sotto banco, un non so che di nostalgico stava per venire alla luce, ed ecco la grande notizia: l’11 novembre del 2016 è stata lanciata sul mercato una riedizione della leggendaria console Nintendo chiamata Nintendo Classic Mini (qui il sito ufficiale) corredata con un meraviglioso controller identico a quello originale e una bella porta HDMI per essere collegata ai moderni televisori! Dimensioni ridotte (per questo motivo il nome mini) ma capienza notevole, avete a disposizione 30 giochi completi tra i più famosi pubblicati per il vecchio Nes, che potrete visualizzare in tre modalità differenti: “tubo catodico” (simula l’aspetto sui vecchi televisori), “4:3” (riproduce l’aspetto della console originale) e “risoluzione originale” (per avere i pixel perfettamente quadrati… che goduria!).

segaE attenzione di nuovo! Sempre a fine 2016 la AtGames, su licenza ufficiale SEGA, ha fatto uscire SEGA Mega Drive Classic Game Console con la bellezza di ben due controller a infrarossi, meravigliosamente uguali a quelli del vecchio mega drive, cavo di collegamento per la tv HDMI e niente po’ po’ di meno che 80 giochi completi in memoria. Ma l’applauso scatta nello coprire che la piccola console ha lo slot per poterci inserire le vecchie cartucce impolverate che avete in cantina… sono veramente commosso.

Concludo con un video che ho trovato su YouTube a dir poco ipnotico, buon psico-viaggio.

Hai paura del buio?

083226cea13e1affed0c00a182a7cbf2-are-you-afraid-of-the-dark-season-4Hai paura del buio?
Per chi, tra voi, nel leggere questa domanda si sente catapultato nel cuore degli anni ’90, ci sono ottime notizie!

Un canale YouTube (qui il link) interamente dedicato ad Are You Afraid of the Dark?, negli ultimi mesi sta infatti pubblicando tutti gli episodi (in lingua originale) della popolare serie televisiva andata in onda dal 1991 al 2000 in Canada (e dal 1994 al 2010 in Italia). Si tratta di un prodotto per ragazzi, uno show pensato in forma di antologia del brivido, in cui ogni episodio narra una storia che può andare dal thriller alla fantascienza, dal mistero all’horror. A introdurre i racconti c’è sempre Il Club di Mezzanotte, un gruppo formato da alcuni adolescenti che di sera si ritrovano in un bosco per raccontarsi a turno storie “di paura” seduti intorno a un falò.

Una curiosità: il grande successo del programma spinse la produzione della serie tv tratta da Piccoli Brividi, i libri che hanno invaso, colonizzato, le scrivanie di tutti i bambini degli anni ’90 (ah, che fitta di nostalgia!).

Dall’anno scorso, alcuni episodi di Are You Afraid of the Dark sono disponibili anche su Netflix e per chi vuole scaraventarsi con una violenza inaudita nelle atmosfere di quegli anni, diremmo che è l’ideale! Di seguito la mitologica sigla iniziale:

11 settembre, tutto iniziò da un tombino

Ci troviamo di nuovo a New York. Camminando per Lower Manhattan e oltrepassando la linea ideale di Canal Street, la memoria non può che andare a un momento ben preciso, indelebile nella storia della città: l’11 settembre 2001. Impossibile infatti non riconoscere, nel susseguirsi degli scorci verso la punta meridionale dell’isola, lo scenario di quello che è stato l’evento storico che ha segnato una svolta anche nel modo di raccontare la cronaca. Si è infatti detto e scritto moltissimo su come la copertura mediatica sia stata una delle caratteristiche principali di quel giorno; per la prima volta un fatto di importanza mondiale ha avuto milioni di spettatori che, in diretta televisiva, hanno seguito l’evolversi della situazione. Uno spunto interessante riguarda proprio il ruolo che centinaia di persone che si trovavano sul posto hanno rivestito, trasformandosi di fatto, grazie alle proprie videocamere amatoriali, da testimoni oculari a reporter.
È toccato proprio a due registi dare inconsapevolmente il via alla trasmissione, riprendendo lo schianto del primo aereo sulla Torre Nord del World Trade Center.

Ma come è andata?
I fratelli Naudet, registi francesi, alle 8.46 dell’11 settembre 2001, stavano realizzando delle riprese utili alla realizzazione di un documentario che avrebbe dovuto mostrare il percorso di una recluta aspirante a diventare vigile del fuoco a New York. Si troveranno a essere testimoni oculari di un evento di ben più vasta scala, raccontato poi nel loro film 9/11 uscito nello stesso anno.
Mentre stavano filmando alcuni pompieri intenti a ispezionare un tombino, la loro attenzione è stata attratta dal rombo di un aereo che passava sopra Manhattan, fatto già di per sé insolito trattandosi di uno spazio interdetto al traffico aereo, e per giunta troppo basso sopra le case. Pochi istanti dopo il velivolo si abbatte su una delle Twin Towers, segnando l’inizio dell’attacco terroristico più grave della storia degli Stati Uniti.

I fratelli Naudet, convinti di aver catturato le immagini di un disastroso incidente, hanno inconsapevolmente ripreso i secondi decisivi di un passaggio storico ben preciso, la fine e l’inizio di due epoche, oltre ad aver fornito un documento di estrema importanza. Mentre gli istanti successivi sono stati documentati da innumerevoli telecamere, esistono pochissimi filmati che mostrano l’impatto del volo 11 dell’American Airlines. Il loro video è uno dei tre che immortalano chiaramente questo momento e sicuramente quello che lo descrive meglio (qui un approfondimento).

Dove è avvenuto?
Come è facile intuire, a Lower Manhattan esistono molti luoghi legati ai fatti dell’11 settembre, dal 9/11 Memorial (dove fisicamente sorgeva il complesso del World Trade Center e dove si è consumata la parte peggiore della tragedia) e 9/11 Museum (un museo dedicato agli attentati del’11 settembre 2001 e del 26 febbraio 1993 realizzato nelle fondamenta del vecchio World Trade Center) al 9/11 Tribute Center (un museo curato dai familiari delle vittime), dalla chiesa di St. Paul (la più vecchia di New York, risalente a prima dell’indipendenza degli Stati Uniti, situata proprio di fronte alle Torri Gemelle, rimasta sorprendentemente intatta e trasformata in punto di appoggio per le operazioni di recupero. Fino a qualche anno fa conteneva una piccola mostra con reperti e testimonianze di quei giorni, ora rimossa) alla Sfera della World Trade Center Plaza, situata a Battery Park, solo per citarne alcuni.
Abbiamo voluto dedicare particolare attenzione a un luogo bene preciso, raramente preso in considerazione, ma dove simbolicamente tutto ebbe inizio: il tombino dove alcuni pompieri di New York stavano lavorando nel momento esatto in cui una normale giornata di routine si trasformò nel giorno più duro della loro storia. Si trova all’incrocio tra Church Street e Lispenard Street, poco sotto Canal Street e nelle foto che abbiamo scattato si possono facilmente riconoscere alcuni elementi presenti nel filmato dei fratelli Naudet.

 

Europa Vs America, la sfida dei parchi sopraelevati

Inutile nasconderlo, qualsiasi grande città che si rispetti ha sul groppone zone e/o infrastrutture obsolete o ormai in disuso che sono cadute nel dimenticatoio. Alcune Amministrazioni Comunali ultimamente si stanno molto adoperando per cercare di trasformare questo problema in un punto di forza, si sono fatti e si stanno facendo sempre più analisi e progetti di recupero urbano per convertire tutto ciò in qualcosa che diventi bello, funzionale e appetibile per i propri cittadini; è partita cosi una “sfida a distanza” tra Europa e America nel convertire in maniera più spettacolare possibile queste – fino a poco tempo fa – fastidiose appendici urbane, una sorta di evoluzione. Le infrastrutture che meglio si prestano per questi progetti sono le vecchie linee ferroviarie cittadine dismesse sia per conformazione (spesso attraversano le “zone calde” delle città) che per struttura (quasi sempre sopraelevate rispetto al livello della strada e quindi lontane dal traffico)

Di esempi spettacolari ne stanno spuntando come funghi, da Rotterdam (in fase di studio) a Philadelphia (The Rail Park in fase di progetto) e Chicago (The 606 – Bloomingdale Trail di recentissima apertura); tutto però e cominciato col botto da Parigi nel 1993 con la Coulée verte René-Dumont e poi è proseguito in maniera oserei dire impertinente a New York nel 2009 con la High Line.

La Coulée verte René-Dumont di Parigi (qui le info)

pp02Qui è dove è nato tutto (come spesso accade per moltissime cose nel vecchio continente…), il primo esempio di recupero di questo tipo. Chiamata anche la Promenade Plantée, è stata realizzata sul tracciato della vecchia linea ferroviaria sopraelevata Ligne de Vincennes ed è una meraviglia all’interno della seconda città più bella d’Europa (la prima a mio modestissimo parere è Caput Mundi Roma, e mi spiace anche per il resto del pianeta ma purtroppo non esiste nulla di paragonabile). Si snoda per 4,7 km, i primi 1,5 km sul poderoso Viaduc des Arts, partendo dalle vicinanze di Place de la Bastille (rimango cauto, luogo con storia a vagonate!) fino a Boulevard périphérique e possiede la particolarità che le permette di offrire allo sciagurato viaggiatore che la percorre scorci su vie e piazze del centro da farsi portare via in lettiga. La prima parte, appunto quella sul viadotto della ferrovia, scorre in mezzo alle case e la cosa incredibile è che se si allunga la mano oltre i cespugli si arriva a bussare alle finestre del terzo piano delle abitazioni e sopratutto si ha un punto osservazione privilegiato su quartiere della Gare de Lyon. La sopraelevata si conclude al meraviglioso Jardin de Reully-Paul Pernin e il percorso continua “a terra” tra tunnel e aree verdi che si aprono all’improvviso ad insaputa del viaggiatore che non può far altro che gettare la spugna ed abbandonarsi tra le braccia di cotanto orrore. Un’ulteriore informazione, ecco da dove arriva il nome Viaduc des Arts (viadotto delle arti): tutti i portici al di sotto della sopraelevata sono stati convertiti in botteghe per arti e mestieri, qui i negozietti di artigianato parigino regnano sovrani e danno bella mostra di se tra le arcate in mattoni rossi. Per gli amanti della musica invece consiglio di fare il percorso a ritroso partendo dalla tangenziale e arrivando a Place de la Bastille, da qui imboccate Rue Saint-Antoine, dopo circa 450 metri girate a sinistra in Rue Beautreillis, sedetevi per una pausa ristoratrice ad uno dei tavolini del Le Dindon en Laisse, locale assiduamente frequentato fino alla sua morte da un certo James Duglas Morrison detto Jim (se va be’ ciao eh!) il quale abitava esattamente di fronte, al civico 17, al terzo piano dell’elegante palazzina bianca che vedete.

 

La High Line di New York (sito ufficiale)

hl06È vero, ovviamente prende spunto dalla sua illustre collega appena descritta, ma qui ragazzi la meraviglia è evidente e tangibile. 2,5 km completamente sopraelevati ricavati dal percorso della West Side Line (degli anni ’30) che da Gansevoort Street arriva fino alla 34th Street e 12th Avenue, in maniera molto imprudente attraversa quindi la zona ovest del quartiere di Chelsea (per la precisione Hudson Rail Yard, West Chelsea e Gansevoort Meatpacking District)... non vi sto ad elencare l’innumerevole presenza di cose spettacolari da vedere che gravitano in questa zona perché sarebbe veramente bruttissimo e stucchevole. Sopraelevata andata in disuso dal 1980 in poi e “sopraffatta” dalla natura con flora (e fauna!) spontanea; viene acquistata a bassissimo costo dai proprietari degli edifici a cavallo della linea ferroviaria che vogliono far fruttare il loro investimento rendendo la zona edificabile, viene quindi siglato l’accordo per la demolizione dall’allora sindaco Rudy Giuliani (fine 2001). Il destino sembra segnato ma qui accade il miracolo. Piccolo passo indietro: due ragazzi, tali Joshua David e Robert Hammond, visceralmente innamorati della vecchia linea ferroviaria non si sa bene per quale motivo, nel dicembre del 1999 partecipano ad un consiglio di circoscrizione (ordine del giorno: la sopraelevata la vorremmo demolire…) nella speranza di trovare qualcuno che voglia salvare la struttura; nessuno. Non si danno per vinti ed inaugurano immediatamente la fondazione no profit “Friends of the High Line“, creano un reportage da diffondere alla cittadinanza (con foto di Joel Sternfeld da loro incaricato) e i primi consensi cominciano ad arrivare. La cosa si espande in breve tempo a macchia d’olio, gli articoli e le richieste di interviste fioccano da tutte le parti, prima a New York e poi nel resto d’America. Nel 2002 viene fatto ricorso all’accordo di demolizione e dopo circa tre anni di lavoro legale, pianificazioni e azioni politiche, l’amministrazione comunale si convince: la High Line è salva e diventerà un parco pubblico. La flora spontanea è rimasta, ma ora è ben curata, è stato progettato e realizzato un contesto di arredo urbano di grande gusto, in molti punti si possono ammirare i vecchi binari della ferrovia e l’area è tra le più frequentate della città; inutile dire che gli scorci che si vedono da questo punto di vista tanto insolito quando privilegiato è come se riempissero di calci e pugni il viaggiatore e trasformano i 2,5 km nella via crucis del Venerdì Santo. Se siete appassionati di murales, quando incrociate sotto di voi la West 25th Street mettetevi l’Hudson River alle spalle e guardate difronte a voi; vi apparirà come d’incanto e vi travolgerà con estrema violenza il meraviglioso “bacio americano” di Eduardo Kobra, riproduzione della celebre foto scattata da Alfred Eisenstaedt il 14 agosto 1945 a Times Square, in cui un’infermiera viene baciata da un soldato americano durante la parata di celebrazione della vittoria sul Giappone… i colori dell’opera incastonati tra i mattoni rossi dei palazzi… se va be’ ciao di nuovo!

Vorrei concludere con un monito. Attenzione perché secondo quanto si legge da un articolo dell’Internazionale quegli spacconi di Singapore hanno appena approvato il loro personale progetto di un recupero del genere. Anche qui si tratta di una vecchia linea ferroviaria, ma questa volta i chilometri sono 23… come al solito esagerati ‘sti asiatici.

Il bunker antiatomico sotto il ponte di Brooklyn

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L’interno del bunker (fonte idealista.it)

Negli anni ’80 e ’90 in tutti i film americani, indistintamente tv o cinema, qualsiasi cosa succedeva era colpa dei russi. Il nemico da combattere – da Ivan Drago di Rocky ai MiG 28 di Top Gun – aveva sempre la bandiera rossa appesa da qualche parte. Effettivamente però nel periodo della Guerra Fredda, tra Stati Uniti e Russia (diciamo dalla fine degli anni ’40 fino a circa il 1991) la tensione c’era eccome, tanto che la frase “la fine del mondo sta arrivando” è stata usata più e più volte e soltanto le due superpotenze sanno realmente quanto ci siamo andati vicini. Per questo motivo negli Stati Uniti furono costruiti centinaia di bunker che avrebbero dovuto fornire adeguato riparo ed essere autosufficienti per settimane in caso di attacco nucleare da parte dell’allora URSS. Sareste curiosi di vederne uno, vero?

L’impresa è ardua perché sulla Lonley Planet non mi risulta ce ne sia menzione e per le strade delle città americane non credo ci sia segnaletica con scritto “per il bunker, di qua“, ma ragazzi… ragazzi! È proprio qui che arriviamo in aiuto noi, no?

Allora, innanzitutto prendete un aereo e atterrate nella città innominabile per eccellenza, il cui nome inizia per N e finisce per ew York; prendete la metropolitana linee 4, 5 o 6 (verde) e scendete alla fermata Brooklyn Bridge-City Hall. Vi trovate ora nel City Hall Park (qui tra l’altro trovate la nostra recensione della chicca galattica che si trova esattamente sotto di voi!), cercate di non farvi distrarre da ciò che avete intorno e imboccate Spruce Street. Ecco, attenzione, qui vi consiglio di camminare a passi veloci e di non alzare MAI lo sguardo per nessun motivo… potreste essere inceneriti all’istante alla vista del sinuoso e luccicante drappeggio di acciaio della Beekman TowerSe avete seguito il consiglio e avete passato indenni il pericolo, girate a sinistra in Gold Street e proseguite fino al Brooklyn Bridge. Passate quindi sotto la prima rampa di accesso in ferro e bulloni a vista (troppi per i miei gusti) e vi troverete di fronte un grosso arco che passa da parte a parte l’intera carreggiata del ponte sovrastante; sotto la galleria, se fate attenzione, troverete un’apertura in breccia nel possente muro sulla sinistra, chiusa da una vecchia porta di spesso ferro arrugginito. Bene ragazzi, siete davanti all’ingresso dell’ultimo bunker in ordine di tempo scoperto in città!

Il bunker fu reso pronto per l’uso al culmine della crisi dei missili a Cuba nel 1962 e avrebbe dovuto ospitare e proteggere l’allora sindaco della città e il suo staff dal famoso attacco nucleare prospettato, ma mai avvenuto; dimenticato lì, è stato poi riscoperto 44 anni dopo da un gruppo di operai della manutenzione (alcune fonti parlano di ispettori del dipartimento dei trasporti) che, dopo aver aperto la porta, si sono trovati di fronte una cinquantina di barili di acqua, scatoloni di viveri tra cui una marea di barrette ipercaloriche e molto materiale di primo soccorso. Se siete fortunati e guardate dal buco al centro della porta (probabilmente alloggiamento di qualche tipo di serratura o non so cos’altro) potreste riuscire a vederne l’interno. Dopo una rapida analisi, tra l’altro, il luogo si rivelò inadatto allo scopo per cui era stato costruito perché per niente interrato e troppo ventilato… e poi si sa che le vie di comunicazione sono le prime a saltare per aria in caso di guerra. Un ponte forse non lo è?

Il materiale rinvenuto è stato dichiarato cimelio della Guerra Fredda e quindi è stato donato al museo della Protezione Civile, i medicinali sono stati smaltiti dalle autorità sanitarie e le barrette energetiche sono state distribuite agli sciami di turisti medi per prevenire il calo di zuccheri nel caso in cui per sbaglio gli capitasse di passare da queste parti.

Rucker Park, La Mecca dello street basket

rucker05Parlare di New York è molto dura, le ferite si riaprono, sanguinano e i ricordi del viaggio fanno venire il mal di testa. Facciamoci forza l’un l’altro però e cominciamo il racconto. La spedizione questa volta ci porta ad Harlem (mamma che fitta!), profondamente Harlem, il confine con il Bronx è lì a due passi; siamo al Holcombe Rucker Park, per gli appassionati La Mecca della pallacanestro di strada.
Il playground, che prende il nome dal veterano di guerra Holcombe Rucker, ha tutto ciò che ci deve essere: la classica recinzione di rete metallica, graffiti spaziali (oppure chiamiamole opere d’arte, fa lo stesso) sul muro di cemento, gradoni spartani per assistere alle partite, gruppo di ragazzotti afroamericani che giocano a pallacanestro a un livello fuori dalla grazia di Dio, tutti attorno palazzoni color nocciola con un sacco di finestre e là dietro, sullo sfondo, il mitologico Yankee Stadium… che dire, vorrei essere seppellito qui.

Il luogo è famosissimo per la gente che intende di basket perché qui, ogni estate dal 1947, si svolge il più grande e importante torneo di street basket che si conosca, l’Holcombe Rucker Tournament, al quale partecipano le migliori squadre di New York – e di conseguenza del pianeta – con spesso e volentieri la partecipazione di qualche marziano dell’NBA del calibro di Kobe Bryant (grazie e arrivederci), Kareem Abdul-Jabbar, Julius “Doctor J” Erving, Wilt Chamberlain (Mr. 100 punti in un’unica partita di pallacanestro, si va bene ciao!) e addirittura Sua Maestà Michael Jeffrey Jordan (“…indiscutibilmente il più grande giocatore di pallacanestro di tutti tutti i tempi”, come afferma il maestro Federico Buffa).

Per raggiungere questo posto magico, non fate come il turista medio che prende la metro Linee B e D in direzione Bedford Park blvd fermata 155 street-8 Avenue e se lo trova difronte alla faccia; intraprendete piuttosto una piccola marcia di avvicinamento, un piccolo pellegrinaggio gustandovi quello che vi circonda. Salite allora sulla Linea 4 in direzione Woodlawn e abbandonate il mezzo alla fermata sopraelevata 161 street-Yankee Stadium, lasciatevi prendere a cazzotti dalla monumentale facciata del più famoso stadio d’America, mangiatevi un hamburger al fast food lì davanti, con annessa foto di rito alla strada che passa sotto la metro, oltrepassate il Macomb’s Dam Bridge (travi di ferro e bulloni arrugginiti ovunque) e senza accorgervene arriverete a destinazione.

Ah! Chicca nella chicca! La stazione dello Yankee Stadium è una strutturina in ferro facente parte della vecchia linea sopraelevata dei treni risalente al 1917 ed è la più trafficata del Bronx… sento la tempesta che gira vorticosamente, meglio concludere qui l’articolo e, per piacere, al turista medio di prima – che magari non sale a vedere il panorama dall’Empire State Building perché c’è coda – non dite nulla della stazione, tanto non serve a niente.

Davide, l’altro autore di questo blog, che in questi giorni si trova a New York (maledetto!), ha gentilmente fatto per voi il percorso descritto. Le foto le vedete nell’articolo.

Aggiornamento (scritto da Davide)
32236d4f-cfbe-4478-8414-755eb93abf24Ebbene sì, trovandomi a New York (in questo momento scrivo dalla mia stanza e sta passando un treno sferragliante sulla sopraelevata davanti alla finestra), approfittandone per fare solo per voi il pellegrinaggio descritto da Mauro con estrema sofferenza, ho pensato bene di aggiungere un’ulteriore tappa, già che c’ero. Anziché partire dallo Yankee Stadium sono sceso alla fermata della 181sima (Linea 1), ho attraversato a piedi il ponte sul fiume Harlem (vista di Manhattan in lontananza da capogiro) e in un tragico istante mi sono ritrovato nel Bronx. Qui mi sono fiondato a un indirizzo ben preciso: 1520 di Sedgwick Avenue, prima di proseguire per lo Yankee Stadium e il Rucker Park. Il motivo? Ve lo racconta Federico Buffa nel video che vedete di seguito. Roba da non dormirci la notte: