Lo schiaffo della settimana #21

pobraneAncora gli U2? Sì, ancora gli U2!
L’album questa volta è Achtung Baby e non ha bisogno di presentazioni. Ciò che invece ha bisogno di un fascio di luce, il classico occhio di bue, a illuminare la scena in cerca della chicca nascosta è la traccia numero 10. Siamo frastornati da uno degli album migliori degli anni ’90 (e non solo), abbiamo duramente resistito ai duri colpi di pezzi come One, The Fly, Mysterious Ways e, proprio quando pensiamo di poterci rilassare scivolando serenamente verso la fine del disco, PEM! ecco la legnata tra capo e collo.

Signore e signori stiamo parlando di Ultraviolet (Light my way), canzone di certo struggente, ma per una volta non ci soffermeremo sull’aspetto artistico. Ciò che vogliamo portare alla vostra attenzione è quanto segue, state bene attenti:

Il brano, dopo una breve introduzione nello stile di una ballata, sale di ritmo e per tutta la sua durata viene sostenuto dalla batteria di Larry Mullen Jr. fino a quando, esattamente al minuto 3:10, avviene il fattaccio. Secondo quanto narra la leggenda infatti, in fase di registrazione Larry perde una bacchetta e per quattro lunghissimi secondi la batteria rimane priva del rullante. Ciò che risulta inspiegabile è come mai non si sia deciso di ripetere la registrazione, lasciando ben udibile nella versione di Ultraviolet (Light my way) incisa sul disco l’errore. Uno dei miliardi di misteri sparpagliati nella galassia del rock.

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Un anno di Mesedos! Ecco cosa avete rischiato di perdervi.

Ebbene sì cari lettori, oggi il nostro blog compie un anno (qui potete rileggere il primissimo articolo pubblicato). Per chi ci segue dall’inizio possiamo quasi dire di non avere segreti. Quasi, perché la chicca distruggi-certezze è sempre dietro l’angolo, sappiatelo!
Per chi di voi invece si fosse imbattuto da poco nella nostra creazione, qui di seguito potete farvi una veloce idea di cosa stiamo parlando, mentre per chi fosse stato distratto o non fosse stato costante nella lettura (male!), proponiamo una sorta di best-of, una selezione di articoli pubblicati durante questo anno, uno per mese in base alle visualizzazioni ricevute.
Ovviamente vi ringraziamo per averci seguiti fin qui e vi invitiamo a rimanere nei paraggi: nuove chicche sono pronte per essere messe in infusione per voi!

Marzo 2017
Uno dei voli più difficili della mia vita

Aprile 2017
Le Streghe dello Sciliar

Maggio 2017
Dublino dal mare: il faro di Poolbeg

Giugno 2017
Abbiamo incontrato Raffaele Minichiello, il marine reduce del Vietnam con una storia incredibile da raccontare.

Luglio 2017
L’appartamento segreto della Tour Eiffel

Agosto 2017
Wave Rock, l’onda nel deserto

Settembre 2017
“770”, la casa che si ripete uguale in tutto il mondo

Ottobre 2017
Milano, il quartiere che non ti aspetti

Novembre 2017
Le porte del Normandie

Dicembre 2017
Lo schiaffo della settimana #6

Gennaio 2018
Peter Pan nei Giardini di Kensington

Febbraio 2018
La diga del Gleno

La più spettacolare partita di sempre

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Dream Team (fonte)

Anno 1992, il mega evento delle olimpiadi di Barcellona sta per cominciare, le selezioni di tutti gli sport che parteciperanno stanno facendo gli ultimi preparativi tecnici e tattici, compresa la squadra di pallacanestro USA; ma non una squadra qualsiasi: LA SQUADRA, il leggendario Dream Team.
Si tratta probabilmente della più forte formazione mai creata nella storia dello sport a squadre, composta da Sua Maestà Michael Jordan più otto giocatori – tutti fuoriclasse nei rispettivi ruoli – panchina compresa (Charles Barkley, Larry Bird, Clyde Drexler, Pat Ewing, Magic Johnos, Karl Malone, Chris Mullin, Scottie Pippen, David Robinson e John Stockton), più uno dei più grandi giocatori di college basket di sempre (Christian Laettner dalla Duke University). In una parola, imbattibili.
Al torneo olimpico – e fino ai confini della galassia, aggiungerei – non c’è nessuna squadra in grado di impensierire gli dei; tutte le partite sono un’asfaltata tremenda per gli avversari, travolti sia dal punto di vista del punteggio (almeno 30 punti di scarto per tutti), sia dal punto di vista del gioco; questi giovanotti non giocano, ma passeggiano senza sforzo apparente sui resti degli avversari, non esistendo rivali al loro livello.
Eppure questi individui sono stati protagonisti della più spettacolare partita di pallacanestro nella storia del gioco del basket. Come è stato possibile questo fatto? Da dove è venuto fuori un antagonista di tale caratura? Oppure, quale maligno trucco si può adottare per far giocare insieme questi atleti al massimo delle loro (infinite) possibilità? Semplice! Farli giocare uno contro l’altro!
Il genio del male è l’head coach Chuck Daly, il quale qualche giorno prima, nel mese di luglio, probabilmente per mantenere alta la tensione agonistica della squadra, decide di dividere il gruppo in due quintetti e farli sbranare tra loro come se non ci fosse un domani. Che intuizione signori, che intuizione!

Vi descrivo lo scenario: palazzetto Louis II del Principato di Monaco. Presenze sugli spalti: una, il cameraman di fiducia di Daly. Giornalisti presenti: nessuno, se non una piccola manciata di non accreditati, ma accreditatisssssimi solo nel finale. Stockton e Drexler sono infortunati e quindi da una parte del campo ci sono i blu di Magic con Barkley, Robinson Mullin e Laettner, dall’altra i bianchi di Sua Maestà Jordan con Malone, Ewing, Pippen e Larry Bird. In mezzo alle belve feroci il povero signor Bruno Duranti, super arbitro italiano e internazionale… la classica coscia di pollo nella vasca dei piranha, praticamente.
Tra l’altro quale miglior occasione per stabilire definitivamente chi comanda la brigata tra gli amici-nemici Magic Johnson, il mitologico veterano, e Michael Jordan, l’attuale dominatore della NBA? Direi che di presupposti ce ne siano a vagonate!

La partita comincia e l’arbitro lancia la palla in aria per la contesa, il primo possesso palla è di Laettner (giocatore universitario) che la soffia a Scottie Pippen (fino a quel momento due volte vincitore del campionato NBA e due volte convocato all’NBA All-Star Game). Da questo si capisce che stavolta si fa veramente sul serio e, badate bene, questa è LA PRIMA E ULTIMA VOLTA che la frase “Laettner che la soffia a Scottie Pippen” verrà utilizzata nella storia del basket.
Pippen infatti si trasforma in Superman come tutti i membri dei due quintetti, dando vita a qualcosa di mai visto prima in nessun campo da gioco in nessuna parte del mondo. Tutti si trasformano, tranne Sua Maestà – lui è già Superman – che decide di giocare sì a livelli altissimi, ma non al limite. Solo dopo una dubbia chiamata arbitrale la belva ha il sopravvento e decide di entrare in modalità Air Jordan. Adesso sì che sono cavoli!

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Magic Johnson e Michael Jordan (fonte)

Le poche manciate di minuti che seguono sono un condensato di talento, agonismo, giocate sensazionali e trash-talking che non potranno avere mai più eguali perché non esisterà mai più una selezione cosi; tutti i giocatori sono stati luccicanti, l’impegno è stato al massimo del livello possibile e come era prevedibile Sua Maestà Michael Jordan (17 punti) ha surclassato nettamente Magic Johnson (5 punti).
Risultato finale? Team Jordan 40 – Team Magic 36 e Michael se ne va a sedere canticchiando il jingle “Sometimes I dream, if I could be like Mike…” (A volte sogno, se potessi essere come Mike…) inventato appositamente per lui dai creativi della Gatorade per uno spot che lo vede protagonista e che sta spopolando in tutti gli Stati Uniti.

Quando tutto finisce i pochissimi presenti, ormai senza parole, capiscono di aver assistito a qualcosa di sensazionale e sono ben consapevoli che adesso c’è un nuovo sceriffo in città: Michael Jordan.

Lo schiaffo della settimana #20

algreen

Prendete il primo presidente afroamericano della storia degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, e mettetelo sul palco di una convention elettorale a New York. Ora prendete presidente + palco e posizionateli all’interno del leggendario Apollo Theater di Harlem, uno di più famosi club musicali degli USA e il più noto al mondo per quanto riguarda gli spettacoli di artisti afroamericani. Fulcro della convention è un concerto per raccogliere fondi e il presidente Obama, chiamato sul palco poco prima per un breve discorso, comincia a canticchiare una canzone mandando in visibilio il pubblico presente, tra cui anche l’autore del brano. Il clamore è talmente enorme che la canzone, ormai vecchia di quarant’anni, il giorno seguente risulta tra le più scaricate.

Il pezzo si intitola Let’s stay together e l’artista è il Reverendo Al Green.

Classe a palate e schiaffi a profusione.

Lo schiaffo della settimana #19

maxresdefaultIl brano di oggi ci scaraventa a tutta forza negli anni ’60 e, per non tenervi inutilmente sulle spine, vi diciamo subito che si tratta di Helter Skelter dei Beatles.
Qualcuno potrà obiettare che in realtà tutti i brani del quartetto di Liverpool sono indiscutibilmente emblematici del decennio, ed è vero, noi però andiamo subito a illustrarvi perché la scelta sia ricaduta proprio su questo.

Ci troviamo, come è quasi superfluo sottolineare, in un momento di grandi cambiamenti, prima di tutto culturali, e la musica (così come altre arti) si fa portavoce delle rivoluzioni che stanno via via ridefinendo la società occidentale. Come è noto i Beatles sono tra i massimi sperimentatori in ambito musicale e nel ‘68 se ne escono con questo pezzo che per la verità non assomiglia affatto alle altre canzoni prodotte in precedenza dalla band.

Helter Skelter è un brano innovativo in cui il suo autore, Paul McCartney, risponde idealmente a una sfida lanciata dagli Who con la loro I can see for miles, recensita allora come una canzone molto sporca e cattiva.
McCartney riprende le stesse sonorità esasperandole ulteriormente, ottenendo, grazie a chitarre fortemente distorte, un brano dall’aspetto ancora più aggressivo e col senno di poi c’è chi intravede in Helter Skelter gli elementi che una volta sviluppati daranno vita a generi come il metal e l’hard rock.

Ma c’è un altro motivo, molto più cupo, per cui questo pezzo si lega indissolubilmente alla sua epoca. Sono gli anni in cui in California hanno luogo i delitti di Charles Manson e della sua family. Nei suoi ossessivi deliri, il criminale credeva fermamente di essere una sorta di messaggero e si convince di riconoscere nelle canzoni dei Beatles fantomatici messaggi apocalittici indirizzati a lui.
Sulle diverse scene del crimine, i suoi adepti lasciano inquietanti scritte realizzate col sangue delle vittime, tra cui la ricorrente “Helter Skelter”, intesa nell’accezione di quel caos che i complici di Manson si credevano incaricati di dover portare ovunque nel mondo. Ecco perché, suo malgrado, questo brano diventa icona anche del lato più oscuro e doloroso degli anni ’60.

Bene, dato che la materia trattata è pericolosissima e rischia di togliermi il sonno per intere settimane, non mi resta che fermarmi qui e, prima di lasciarvi alla versione del brano eseguita da Paul McCartney al festival di Glastonbury, citare il mitico Ringo Starr in chiusura di Helter Skelter: «I’ve got blisters on my fingers!»

Lo schiaffo della settimana #18

La pillola schiaffeggiante di oggi viene fuori proprio dal cuore dello sfarzoso e malfamato mondo dal rap; l’artista in questione è Christopher George Latore Wallace III, in arte The Notoriuos B.I.G., uno dei più grandi – nonché influenti – rapper di sempre.
Nel marzo del 1997 l’omino si trova in California per promuovere il suo secondo album, Life After Death… ‘Til Death Do Us Par, noncurante della tremenda faida che in quegli anni si è scatenata tra East e West Coast (nella quale lui è fortemente coinvolto); a mezzanotte e mezza del 9 marzo B.I.G. abbandona per il troppo affollamento la festa al Petersen Automotive Museum di Los Angeles e si siede sul sedile posteriore del gigantesco Chevy Suburban con un paio di suoi pesci pilota. La strada è affollatissima e, dopo solo una cinquantina di metri dal museo, la carovana è costretta a fermarsi; proprio in quel momento si affianca un’altra auto, il finestrino si abbassa e un afroamericano con uno smoking blu scarica quattro colpi nel torace del rapper… Wallace muore poco dopo in ospedale.

L’ultimo video musicale in cui si vede B.I.G. vivo in carne e ossa è quello della canzone Hypnotize, inserita in quel famoso secondo album che stava promuovendo e che, uscendo postumo, fu chiamato solo Life After Death.

Definita una delle migliori canzoni rap della storia, vi invitiamo ad ascoltarla senza se e senza ma, altrimenti ci vedremo costretti a chiamare un paio di amici sulla West Coast…

L’isola di Avalon

Tor and surrounding Somerset Levels Glastonbury UK aerial view

Glastonbury Tor (fonte)

La pillola che è in infusione quest’oggi riguarda un luogo leggendario dal fascino indiscusso e, se un giorno fosse mai scovato, sarebbe a mani basse la scoperta archeologica più sensazionale della storia. Sto parlando della mitologica isola di Avalon… (pausa scenica) …luogo dove Giuseppe di Arimatea si rifugiò dopo aver raccolto nel Sacro Graal il sangue di Cristo crocifisso e dove si dice venne sepolto Re Artù di Camelot; due cosine da niente, direi!

Le teorie su dove Avalon possa realmente trovarsi sono innumerevoli e, a volte, anche molto fantasiose. Quella che mi è stata segnalata dall’archeologo di fama mondiale Dr. Henry Walton Jones Jr. in persona (non voglio vedere mani alzate per chiedere chi è costui! Potrei diventare molto scontroso!) mi ha molto incuriosito e ho deciso i metterla immediatamente in infusione.

Siamo nel sud dell’Inghilterra, poco prima che cominci la Cornovaglia e, nello specifico, nelle vicinanze della graziosa cittadina di Glastonbury; all’interno dei ruderi dell’abbazia si trova un anonimo rettangolo di pietra con cartello annesso riportante la seguente scritta: “Site of King Artur’s tomb”. Ok trovata, due foto in posa con i sandali e le calze di spugna e a posto cosi…
No ragazzi, no! Ma stiamo scherzando?! Siccome “…la X non indica mai il punto dove scavare” (cit. sempre del Dr. Jones), non è lì che dobbiamo cercare. Troppo facile.

Bisogna spostarsi dal villaggio verso est per circa un chilometro e mezzo e imboccare Wellhouse Lane. Qui tra la boscaglia si comincia a intravedere qualcosa di interessante… no, non è quel turista medio che si sta per strangolare col la cartina plastificata di dimensioni sconsiderate, ma ciò che si staglia un po’ più in là. Una stranissima collina chiamata Glastonbury Tor (qui la posizione corretta), con una costruzione slanciata sulla cima – la Torre di San Michele risalente al XIV secolo – spicca in mezzo alla campagna; ehi ma poco più avanti c’è un accesso, qualche cosa nella vostra testa vi ordina di imboccarlo, vero? Questo qualche cosa ve lo spiego io cos’è: è semplicemente la possibilità concreta che noi si sia al cospetto dell’isola di Avalon! Effettivamente alcuni studi scientifici affermano che queste zone attorno all’anno 1000 erano completamente ricoperte da paludi e acquitrini derivanti da acque alluvionali facilmente navigabili, dalle quali spiccava appunto “l’isola” su cui si appoggiava il villaggio di Glastonbury e, poco più avanti, quella più piccola di Glastombury Tor, raggiungibili in alcuni periodi dell’anno addirittura in barca.
I primi cristiani vi costruirono qui un’antichissima chiesa (ormai andata perduta) e i particolari terrazzamenti sui fronti della collina sarebbero il tortuoso percorso, una specie di labirinto, che i pellegrini dovevano percorrere prima di raggiungerla; la sacralità del luogo è ancora più accentuata dal fatto che esso è attraversato da un antico sentiero – la St. Michael Ley – che collegava in linea retta  altri luoghi sacri della zona e, ancora, dalla sua appartenenza al segno dell’Acquario nello Zodiaco di Glastonbury (meglio non accennare nemmeno l’argomento perché potrebbe essere deleterio per tutti, guardatevelo in queste foto).

Sommate tutto questo al fatterello della possibile presenza del Santo Graal, portato da Giuseppe di Arimatea, descritto in principio e avete il motivo per cui dopo la battaglia di Camlann fu deciso di seppellire qui il corpo di Re Artù.

Ok adesso però ricomponiamoci, spostiamo i resti dei turisti medi che ricoprono il pavimento come colpiti da una misteriosa epidemia e ragioniamo razionalmente: come potete immaginare tutto ciò non è la verità assoluta, ma quando un sito archeologico di questo tipo si fonde con il mito e la leggenda, il suo fascino aumenta indiscutibilmente in maniera esponenziale e il viaggiatore ha il dovere di andarlo a visitare.
E poi scusate, ma quando nelle gelide giornate invernali la collina di Glastonbury Tor ritorna a essere l’isola che era, sbucando dalle nebbie inglesi, sfido chiunque a non credere a tutto ciò.

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L’isola di Avalon (fonte)