Lo schiaffo della settimana #2

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Quest’oggi vi propongo una canzone del 1979, scritta e composta da Sua Maestà Freddie Mercury, uno dei più incredibili cantanti di tutti i tempi nonché in-dis-cu-ti-bil-men-te il più grande frontman della storia della musica. Il titolo è Crazy little thing called love, roba molto semplice ma che con quel suo inconfondibile stile anni ’50 (derivante dalla profonda ammirazione che Freddie aveva per Elvis Aaron The King Presley) arriva direttamente al cervello per non uscirne più.

Ecco la pillola.

I Queen si trovano a Monaco per registrare del materiale inedito, e Sua Maestà sta facendo la diva nella vasca da bagno di un lussuoso albergo. Ricoperto solo di schiuma sta canticchiando distrattamente fino a che, a un certo punto, chiede ferocemente a Peter Hince (assistente della band) una chitarra. Le dita tamburellano e pizzicano le corde, la scintilla è scattata, l’idea sta diventando improvvisamente realtà! Ancora gocciolante esce dalla vasca, si annoda un asciugamano alla vita, raduna il resto della band e i tecnici di registrazione per incidere in dieci minuti il brano.

Pazzesco.

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Lo schiaffo della settimana #1

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Carissimi, inauguriamo quest’oggi Lo schiaffo della settimana, rubrica in cui ogni lunedì mattina vi proporremo un brano musicale che – se lo vorrete – potrà accompagnarvi per i sette giorni successivi. Ovviamente NON mancherà la chicca annessa, talmente piccola da trasformarsi in pillola in infusione. Badate bene però: ricordate l’arma grillo tonante del film Men in Black? Piccolo non vuol dire innocuo, anzi!

Bene, cominciamo.

Gruppo da strapparsi i capelli: Pink Floyd.
Album da riattaccarseli tutti uno ad uno: The dark side of the moon.

Il brano che vi propongo questa settimana è Time e la chicca lampo su di esso è la seguente: un giorno un ragazzotto un po’ strambo che di professione fa l’ingegnere del suono dei Pink Floyd si presenta in un negozietto d’antiquariato con tutti i suoi strumenti e “per diletto” si mette a registrare tintinnii di campanelli e ticchettii di orologi. Mesi e mesi dopo, ricordandosi di avere quel materiale, si presenta in studio e dice «Ragazzi, sentite che roba ho registrato un po’ di tempo fa» e David Gilmour (sempre sia lodato) risponde «Figo, capita a fagiolo! Abbiamo appena registrato questo brano, lo inseriamo nella traccia!»

Ed ecco la genesi del capolavoro… godetevelo!

L’illusione ottica di Ísafjörður

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Appena scoperta la chicca di questo articolo l’istinto di condividerla sul blog è stato incontrollabile; sarebbe come tentare di opporsi al lato oscuro, o sei Luke Skywalker oppure è inutile (cit. il collega di questo blog, Davide). Allora, prendiamo un Walter Mitty, mettiamolo su un longboard e facciamolo filare a tutta velocità dentro un paesaggio a dir poco struggente, dove siamo? Islanda, benissimo!

Più precisamente ci troviamo nel paesino dal nome impronunciabile di Ísafjörður dove ci sono probabilmente più foche e balene che persone; le casette colorate sono “appoggiate” sulle rive del fiordo omonimo, su una piccola penisola di 1,5 km di lunghezza proprio al centro dell’insenatura ed è il classico paesello dove fa freddissimo sempre, ma dove le persone sono molto felici di viverci. Questa felicità probabilmente deriva anche dal fatto che, a parte il gelo, gli orsi polari affamati e i vulcani esplosivi, la gente fa molto comunità ed è consapevole di vivere in un luogo sicuro. Ma vuoi che anche lì non esista l’elemento che fa il matto con la macchina o con il motorino in giro per il paese? Beh, per ovviare al problema la compagnia islandese Vegamálun, specializzata in segnaletica stradale, ha avuto un’idea a dir poco geniale: le strisce pedonali 3D!

L’idea è stata ingannare l’occhio di automobilisti e motociclisti che nelle vicinanze degli attraversamenti sono spinti a toccare il freno per evitare di schiantarsi contro quelle che sembrano travi di cemento che fluttuano nell’aria; l’illusione ottica viene creata con la particolare rappresentazione grafica delle strisce che sembrano muoversi e alzarsi da terra man mano che ci si avvicina. Per la verità non è un’innovazione, l’amministratore delegato della Vegamálun ha infatti dichiarato di avere preso l’idea da qualcosa di molto simile realizzato qualche anno prima in India e che ha ridotto sensibilmente gli incidenti. E vi dirò di più: sembra che anche quegli spacconi di Pechino le abbiano adottate in alcune zone.

Uno spunto di riflessione: ma ve la immaginate la copertina di Abbey Road dei Beatles con le strisce 3D cosa sarebbe?

Milano, il quartiere che non ti aspetti

Dopo la chicca milanese di qualche settimana fa (qui l’articolo), torniamo ad abbatterci con l’impeto dell’uragano Katrina sul capoluogo lombardo per scovare – non senza una dose di dolore – un angolo che onestamente nessuno di noi si aspetterebbe di trovare nella capitale economica del Paese.

Come in una battuta di caccia grossa, sistematevi sottovento e lentamente avvicinatevi alla preda. Ci troviamo nella centralissima zona di Piazza Cinque Giornate. Resistendo all’istinto primordiale di farvi investire da uno dei tram che vi sferragliano attorno, allontanatevi di un paio di isolati fino a giungere in via Lincoln (qui la posizione su Google Maps), una strada come tante sulla quale si affacciano basse abitazioni. Tutto sembrerebbe normale, se non fosse che inizierete letteralmente a dubitare dei vostri occhi. Cosa sono quei colori sgargianti e del tutto avulsi dal contesto meneghino? Siete nel cosiddetto quartiere Arcobaleno, un caso urbanistico la cui singolarità (almeno a queste latitudini) dovrebbe attrarre come falene gli instancabili cacciatori di chicche. E ci aspettiamo che sia così.

Pensato e costruito nella seconda metà dell’800 da una cooperativa di operai decisi a migliorare la propria qualità della vita, questo angolo di Milano avrebbe dovuto rappresentare la prima tappa di un ambizioso progetto di idealizzazione urbana, con quartieri pensati ad uso e consumo degli operai che sempre più numerosi si andavano insediando nella crescente metropoli. Un quartiere Giardino, con piccole case indipendenti e soprattutto dai prezzi accessibili, destinato alla manodopera. Purtroppo il progetto non vide mai la sua conclusione, causa problemi di reperimento fondi e due guerre mondiali scoppiate nei decenni successivi. Rimane tuttavia questo piccolo gioiello, un gruppo di case decorate con colori sgargianti in quella che sembra sia stata una sorta di competizione nell’avere la casa più bella e vivace del quartiere.

Le villette sono circondate da giardini curatissimi e vialetti acciottolati e pare che il periodo migliore per visitare il quartiere Arcobaleno sia la primavera, quando le piante in fiore incorniciano in modo perfetto questo quadro urbano.

La libreria Acqua Alta

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Libreria “Acqua Alta” (fonte)

Ci sono molte cose che il mondo intero ci invidia e una di queste è sicuramente la città di Venezia, unica nel suo genere e sfacciatamente tra le città più belle del pianeta.

Vedo una mano alzata. Sì tu, dimmi! A Venezia però c’è troppo umido, meglio Fort Lauderdale in Florida, conosciuta anche come la Venezia d’America? Sicurezza, per piacere potete allontanarlo sgarbatamente? Grazie.

Ovviamente meglio non entrare nel merito della città in sé, perché ci vorrebbero innanzitutto quattro o cinque blog e poi i vicoli, i canali, le fondamenta sommerse, la sua architettura… troppo dolore, meglio evitare. Meglio andare nello specifico e soffermarsi sulla chicca in infusione di oggi; è un luogo seminascosto e molto particolare, che farà fuggire come lepri i turisti medi e attirerà come api al miele i viaggiatori, roba veramente demoniaca.

Sicuramente la sacra scrittura Lonley Planet nella vostra visita della città vi farà passare da Campo dei Santi Giovanni e Paolo, dove sorge l’omonima basilica (spettacolare edificio del 1300 tra i più imponenti della città, ergo imperdibile) e dove potete ammirare la strabiliante facciata rinascimentale della Scuola Grande di San Marco. Da qui inoltratevi nei vicoli verso sud, attraversate Rio de Santa Maria e cercate di individuare Calle Longa Santa Maria Formosa (cosa assolutamente non complicata per la verità); la viuzza è angusta ma riuscirete sicuramente a scorgere un portoncino verde di legno molto usurato, con una la scioccante scritta gialla Libreria Acqua Alta. Questo nome – che possiamo tranquillamente considerare una sorta di ossimoro – vi farà tintinnare i neuroni in testa, e questo è un bene. Ora i vostri sensi sono al massimo come quelli di Spiderman e potete varcare la soglia della malefica porta verde con sicurezza.

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Libreria “Acqua Alta” (fonte)

L’impatto è folle, la porta è come uno stargate che vi proietta in un’altra dimensione, un microcosmo fatto di libri di qualsiasi genere ed epoca, arredi stravaganti e ovviamente acqua alta. Sì, perché in fondo al locale c’è un’apertura raso acqua (indicata come uscita di emergenza…) che dà direttamente su Rio de la Tetta, che quotidianamente invade la libreria. Ma, come direte voi, e i libri? Il colpo di genio del proprietario – il sig. Luigi – è stato non alloggiare il prezioso contenuto del suo negozio su mensole o scaffali, ma direttamente all’interno di piccole gondole, canoe o simili e vasche da bagno di riciclo! Il labirinto di libri è impressionante e perdersi al suo interno con l’odore dell’umidità che fa da sottofondo è un’esperienza quasi mistica e, la sensazione che qui da qualche parte ci si possa trovare il volume di stregoneria della famosa scuola di Hogwarts o gli appunti sul Sacro Graal del professor Henry Jones Sr., diventa piano piano una certezza.

Ben presto capirete anche per quale motivo il proprietario vi farà notare con immensa fierezza il belvedere della libreria; questo è infatti un piccolo balconcino raggiungibile tramite una scaletta, dal quale si ha un punto di vista privilegiato sui canali veneziani. Ah, dimenticavo, il tutto è fatto di libri! Fidatevi, rimarrete a bocca aperta e del panorama non ve ne fregherà più nulla.

Uscendo dalla libreria potrebbero infine accadere le seguenti due cose:
1) vi sentirete profondamente appagati perché avrete trovato il libro che cercavate da tempo immemorabile.
2) vi sentirete profondamente appagati, tanto da non accorgervi nemmeno di essere andati via senza neanche una cartolina.

I bagni pubblici da 300.000 dollari

Vi dò subito un indizio sulla posizione di questa chicca: all’inizio degli anni ’80 il direttore dell’edificio adiacente al piccolo polmone verde in cui è inserita rincorse tre scienziati del paranormale, chiedendo a gran voce “Lo avete visto? Che cos’era?!”
Gli adepti hanno già capito. Per gli altri posso dire che quel direttore dirigeva una biblioteca pubblica, anzi, LA biblioteca pubblica per eccellenza. Avete già capito vero? Sentiamo. Laggiù, sì dimmi! Hyde Park? No, levati.
Tu, che mi sembri sveglio. New York? Ok, poi? Central Park? Guarda che Central Park non è l’unico parco di New York eh! Senti, toglimi una curiosità, per caso non sei salito sul Top of The Rock perché c’era coda? Ok, ho capito, levati anche tu.

Allora, siamo a Midtown (Manhattan) e stiamo parlando del mitologico Bryant Park (beh, direi che è il mio preferito e che mi sento poco bene…), con la Public Library alle sue spalle (no, non va proprio bene, meglio che mi corichi un po’…); nella bella forma rettangolare del parco – siamo nell’angolo nord-est sul lato della 42sima – subito dietro la biblioteca sorge un edificio in stile beaux-arts che non molti sanno ospitare da sempre bagni pubblici. Per ragioni che potete ben comprendere, questi luoghi non brillano mai né per comfort né tantomeno per eleganza e qui è intervenuta, come Batman quando scorge il batsegnale, la Bryant Park Corp. (qui il sito ufficiale) per sistemare un po’ la situazione, data l’importanza del contesto. Ci sono voluti diversi sopralluoghi da parte dei progettisti nei bagni dei lussuosi alberghi della zona, circa tre mesi di lavoro e la bellezza di 300.000 dollari per concepire e concludere l’opera. Il risultato? Illuminazione di design, arredo e rivestimenti sceltissimi, sanitari auto-pulenti, quadri alle pareti, musica classica in filodiffusione e fiori freschi tutte le mattine. L’accesso è libero senza alcuna restrizione, i bagni sono aperti in concomitanza all’apertura del parco e si stima che circa un milione di persone l’anno – circa tremila al giorno – usufruiranno del servizio, infinitamente più del bagno di casa vostra.
Ma poi ragazzi, immaginate questo scenario: siete al limite della vostra “capacità idrica”, regolate il livello in una toilette di lusso, vi ordinate una bella bibita ghiacciata e vi godete l’ombra seduti sulle graziose sedie verdi in legno del parco, circondati dai grattacieli di Midtown (a pochissimi passi da lì gli iconici Chrysler ed Empire State Building, più questo che avevamo già avuto modo di presentare)… eccezionale!

Ah! Ultime tre cose:
1) Le maledette nonché ipnotiche seggioline verdi disseminate nel parco sono acquistabili online. Con dolore qui vi metto il sito.
2) Quei due meravigliosi palazzi di vetro e acciaio che vi luccicano di fronte e che vi lasciano senza fiato sono la Salesforce Tower e la Bank of America Tower (conosciuta anche col nome di One Bryant Park).
3) L’indizio iniziale era ovviamente un riferimento al film Ghostbusters del 1984.

Un grazie particolare agli amici Valentina e Simone che si sono coraggiosamente immolati per scattare le fotografie che vedete. Il vostro sacrificio non sarà stato vano.

 

“770”, la casa che si ripete uguale in tutto il mondo

Spesso, scrutando come l’occhio di Sauron ogni angolo del pianeta alla spasmodica ricerca di chicche da mettere in infusione, si finisce per trascurare le cose più a portata di mano. Ma se queste chicche credono di essere al sicuro, trovandosi troppo vicine per essere scovate, si sbagliano di grosso!
Non indugiamo oltre cari amici e scagliamoci con tutto l’impeto del caso sulla protagonista del prossimo articolo, che si trova a una manciata di chilometri dal nostro perfido raggio d’azione, vale a dire a Milano.

Vi sarà capitato di passeggiare nei pressi di Porta Venezia, guardando distrattamente il panorama cittadino attorno a voi, oppure ci sarete passati di corsa, intenti a sbrogliarvi dal traffico per raggiungere l’ufficio. Comunque sia, pochi dedicano più di una distratta occhiata a un particolare edificio nascosto in una delle vie che corrono ortogonali tra loro (qui l’esatta posizione). Si tratta di una costruzione dall’aspetto austero e vagamente opulento, incastrata tra due edifici nel classico stile milanese. Possibile che questa casa rappresenti la chicca che stiamo cercando? La risposta è inesorabilmente !

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Via Carlo Poerio, 35 – Milano (fonte)

La sua origine risale agli anni ’40 del secolo scorso, quando una famiglia di ebrei – i Lubavitcher – migrò oltreoceano stabilendosi a Brooklyn (ahia! Ecco la solita fitta di dolore, puntuale e implacabile come sempre), in un palazzo neogotico utilizzato sia come residenza che come sinagoga, scuola ebraica e centro comunitario (qui la posizione). Dato il continuo espandersi dell’attività, negli anni successivi alcuni membri della famiglia aprirono altri centri simili al primo, prestando sempre attenzione a replicare la struttura originale nelle sue caratteristiche salienti, in svariate città del mondo. Perciò vi capiterà di trovare lo stesso curioso edificio a New York, Los Angeles, New Brunswick, Montreal, San Paolo, Buenos Aires, Melbourne, Gerusalemme, Tel Aviv, Haifa e Milano, per l’appunto (qui potete vederle ritratte dai fotografi Andrea Robbins e Max Becher).

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La casa a Brooklyn (fonte)

Concludiamo con una chicca nella chicca: dato che nella cultura ebraica la numerologia è molto importante, è curioso sottolineare che la casa è universalmente conosciuta come “770”, dall’indirizzo dell’edificio a Brooklyn (770 Eastern Parkway) e che lo stesso numero abbia un significato ben preciso. Secondo la gematria infatti, questi numeri significano Paratzta, una parola traducibile con rompere le barriere, aprire una breccia.