Cassius, il gigante di Green Island

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Scorcio di Green Island

Premetto una cosa: oceano Australiano, orrendo!
Premetto un’altra cosa: atollo corallino di Green Island, altrettanto orrendo!

Questo atollo, immerso nel sensazionale Mar dei Coralli australiano, deve il suo nome a Charles Green, capo vedetta della nave oceanografica HMS Endeavour capitanata dal famoso esploratore James Cook (idolo assoluto di qualsiasi viaggiatore), il quale lo scoprì il 10 giugno del 1770. Dal punto di vista naturalistico è una perla rara: pur avendo una superficie di solo mezzo chilometro, l’isola è infatti l’unico dei circa trecento atolli sabbiosi della Grande Barriera Corallina a vantare al suo centro una vera e propria foresta pluviale! Centoventi specie di piante indigene – tra cui la sconcertante Socratea Exorrhiza o Albero che cammina, pianta che per il particolare sviluppo delle radici può spostarsi anche di circa venti metri l’anno alla ricerca del sole – che di giorno ospitano innumerevoli volatili dai colori mai visti e, di notte, colonie di pipistrelli grandi come aquiloni. Tutt’attorno il mare… ma va be’ ragazzi, inutile che vi dica cosa si può vedere facendo dieci passi (ma dieci di numero eh!) in acqua indossando una semplice maschera di plastica della Decathlon: pesci di ogni forma e colore, tartarughe, mante, squaletti di barriera e un giardino di coralli da spezzare il cuore, raggiungibile a nuoto con due bracciate. Già solo con queste informazioni il turista medio potrebbe venire colto da labirintite e vagare per giorni nel disimpegno davanti al bagno di casa, purtroppo per lui non ho ancora nemmeno introdotto il protagonista di questa memorabile chicca… eh sì amici, perché l’atollo, oltre a ospitare un meraviglioso resort di lusso (il Green Island Resort per l’appunto) con eleganti bungalow immersi nella foresta, è anche la sede della piccola riserva zoologica chiamata Marineland Crocodile Park (qui il sito ufficiale). Un percorso a piedi guidato vi porta a lambire alcuni acquitrini artificiali che ospitato un bel po’ di specie di coccodrilli e un meraviglioso acquario stracolmo di pesci autoctoni dai colori imperdonabili, ma è l’ultima delle vasche che vi lascerà senza fiato…

DSCN1254La chicca si avvicina, la recinzione questa volta è di metallo pesante e il cartello in legno riporta la scritta Cassius. Nell’acqua stagnante si intravedono solo due occhi gialli inespressivi che fanno venire i brividi e probabilmente risvegliano quell’istinto di sopravvivenza che avevamo sviluppato quando noi mammiferi eravamo ai primordi dell’evoluzione e loro ci cacciavano. La pelle d’oca aumenta quando dall’acqua spunta pigramente l’intera testa dell’animale, più di un metro di corazza e una fila di denti da far spavento, il tutto accompagnato da una specie di brontolio sordo e agghiacciante. I visitatori si radunano, l’inserviente in posizione di sicurezza porge all’animale un pollo che viene prontamente inghiottito e questo piccolo escamotage vi permetterà di rendervi conto che la punta della coda è a più di cinque metri di distanza, laggiù in fondo! Signore e signori, siete di fronte a Cassius, il coccodrillo marino in cattività più grande al mondo! Con i suo 5,48 metri (20 centimetri di coda sono purtroppo stati persi “in battaglia”) e la sua tonnellata di peso, è inserito al vertice della classifica del Guinnes Word Records ed è stato stimato che in base alla sua stazza possa avere più di centodieci anni.DSCN1240

Ormai la pelle d’oca è ai livelli massimi e quindi più di così non può aumentare, ma quando l’inserviente racconta che l’animale è stato catturato qualche decennio fa nei dintorni dell’isola, cioè dove ero io a fare il bagno fino a una mezz’oretta prima, vi devo confessare che una gocciolina di sudore freddo mi è scesa dalla fronte.

DSCN1252Una menzione su un fatto increscioso accaduto poco dopo. Una turista media, credo americana, pensando di risultare simpatica ha chiesto ridacchiando all’inserviente se con coccodrilli del genere si possano fare le borsette (in sottofondo le risatine dei suoi simili). Il ragazzo in modo gentile ma perentorio le ha risposto chiedendole se si fosse resa conto di quanto stesse osservando:
Quelli che ha davanti agli occhi, signora, sono mille chili di forza spaventosa, ricoperti da una corazza dura come la pietra… con cosa crede di poter uccidere un animale del genere per la sua borsetta? Con un bastone? Con una pistola? No signora, non credo proprio!“.
La turista media nel frattempo si stava rimpicciolendo sempre di più fino a scomparire tra le pieghe delle sue stesse calzette bianche. Giuro che è tutto vero.

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Il Boss a San Siro, esattamente un anno fa

Il 3 luglio 2016, esattamente un anno fa, abbiamo assistito alla prima tappa italiana del The River Tour, celebrazione del trentacinquesimo anniversario di The River, album che insieme a Born to Run e Darkness on the Edge of Town, rappresenta una delle tre punte di diamante della sterminata produzione targata Bruce Springsteen. Il Boss non ha bisogno di presentazioni, tantomeno le sue leggendarie esibizioni, per cui questo articolo non avrà la pretesa di essere il resoconto di quel concerto – operazione abbastanza inutile, dopo così tanto tempo – ma un collage di ricordi personali, di sensazioni che a trecentosessantacinque giorni di distanza rimangono ancora sedimentate sotto pelle.

Ricordo la schiena rimasta bloccata la mattina precedente, le mie due ernie al disco che hanno deciso di darmi filo da torcere proprio a poche ore dall’evento aspettato con impazienza, e di essermi imbottito di antidolorifici per affrontare al meglio le lunghe ore di attesa sul prato di San Siro. Ricordo lo stadio che sembrava sciogliersi e sprofondare nel piazzale antistante simile a una pozza di catrame bollente sotto il sole implacabile. Ricordo il momento in cui, accompagnato dal boato di chi aveva già varcato gli ingressi, il ragazzo di Freehold, New Jersey, ha deciso di interrompere la monotonia pomeridiana per regalarci una Growin’ Up in versione acustica, quella canzone che nei primi anni ’70 gli valse il primo contratto discografico, condannando noi del parterre a rimanere in piedi fino alla fine dello spettacolo. Ricordo i colori di una coreografia monumentale che coinvolgeva tutti i settori del Meazza e ricordo il sottoscritto strappare in piccole parti il suo cartoncino azzurro per lanciarlo in un gesto liberatorio sulle note di Land of Hope and Dreams, il brano di apertura. Dopodiché, quasi quattro ore di un concerto intenso e viscerale, in un ininterrotto contatto tra l’artista e il suo pubblico.

Qui potete trovare la scaletta se siete interessati, io mi limiterò a citare solo alcuni brani che più di altri mi hanno lasciato un segno quella sera.
Ecco allora Independence Day, sul rapporto conflittuale tra padri e figli, mai veramente risolto se non con un addio. Ecco il momento in cui, sulle note di Hungry Heart, il Boss si è avventurato tra la folla e in un attimo me lo sono ritrovato a pochi passi (di seguito il video).

Ecco la struggente e sentitissima The River, in cui si riassumono le voci di tutti gli eroi dell’epopea Springsteeniana, quelle persone sconvolgentemente normali che si consumano nel cercare di ritagliarsi il proprio posto ai margini della società ed ecco Trapped, con momenti alternati di luce e oscurità, un esempio illustre di cover che, a mio modesto parere, eguaglia e supera la versione originale del brano. Ecco The Promised Land, sulla necessità di continuare a inseguire ciò che ogni giorno sfugge di mano, in questo caso tra la polvere del deserto americano, ed ecco la scanzonata Working on the Highway, con più di una citazione al Re per eccellenza Elvis Presley. Ecco il desiderio implacabile e il tormento di I’m on Fire ed ecco The Rising, inno alla vita e alla capacità di ripartire, così cara al popolo americano. Arriva poi Badlands, vero e proprio monumento alla filosofia del Boss, echi di speranza che si perdono in periferie malfamate così ben descritte e celebrate in Jungleland, in cui esistenze al limite trovano la propria voce nelle note di un assolo di sax che alla fine dice tutto. E poi i drammi personali dei reduci del Vietnam in Born in the USA, la voglia di riscatto in Born to Run, l’omaggio all’indimenticabile amico e compagno di viaggio Clarence Big Man Clemons in Tenth Avenue Freeze-Out e la fine in acustico come l’inizio: Thunder Road sussurrata voce e chitarra.

A distanza di un anno esatto, queste sono le tracce più profonde di quell’esperienza. Un live mostruoso, energico e infine catartico. Un viaggio nel cuore misterioso e affascinante del vero mito Americano.

Ma tu lo sai chi sono io?

Mio papà è sempre stato un grande appassionato di ciclismo e, come qualsiasi altro amante di questo sport, non appena ne ha occasione esce a fare una pedalata. Le strade della Pianura Padana sono percorse da individui senza subbio stravaganti e sono tanti gli aneddoti che nel corso degli anni mi è capitato di ascoltare a riguardo. Oggi voglio riportarne uno in particolare.

Una decina di anni fa, mentre si trovava in sella alla sua bicicletta, mio papà è stato avvicinato da un signore già anziano, ma ancora atletico che, in dialetto e saltando i convenevoli, l’ha subito messo alla prova.
«Ma tu lo sai chi sono io?»
«No, mi dispiace… chi è lei?»
«Sono il Maule! Ho vinto il Giro di Lombardia nel ’55!»
E ha attaccato a ricordare l’eroica impresa.
Cleto Maule, tra gli anni ’50 e ’60, è stato effettivamente un ciclista professionista, dal palmarès non particolarmente ricco, ma con una vittoria che a distanza di oltre cinquant’anni racconta ancora a tutti con orgoglio. Motivo? Avere vinto quella corsa arrivando davanti a niente meno che Fausto Coppi e Fiorenzo Magni.
Ecco come, in dialetto e con un linguaggio piuttosto colorito, il ciclista riporta più meno la sua versione dei fatti: a Milano – allora l’arrivo era al Vigorelli – all’ultima curva prima del velodromo, Coppi calcola male la traiettoria e colpisce col pedalino il marciapiede, perdendo l’equilibrio. Magni per non andargli addosso cerca di scansarlo perdendo però velocità ed è qui che Maule ha la possibilità di avere il suo giorno di gloria. Approfittando della situazione si fionda verso il traguardo, riuscendo a ottenere la vittoria più importante della sua carriera.

Oggi purtroppo Cleto Maule non è più in vita, ma la sua storia merita di essere raccontata per ricordare che a volte può capitare che anche un gregario possa arrivare primo, almeno una volta nella vita. Ecco di seguito la sintesi della gara in un filmato d’epoca:

L’appartamento segreto della Tour Eiffel

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Lo sappiamo, è passato un po’ di tempo dall’ultimo articolo pubblicato, la lunga intervista a Raffaele Minichiello, ma sinceramente dopo un incontro del genere avevamo bisogno di una pausa per ponderare e recuperare il bandolo della matassa… due settimane sabbatiche sono un tempo sufficiente. Non preoccupatevi comunque, non vi libererete mai di noi.

Questa nuova chicca pronta ad andare in infusione riguarda uno dei posti più famosi e conosciuti del mondo, visitato ogni anno da milioni di persone, ed è proprio lì che si nascondono i segreti, sotto il naso di tutto il mondo. Fantastico, è proprio ciò che cerchiamo!

Il luogo in questione si chiama Tour Eiffel e direi che non ha bisogno né di presentazione né di commento, non voglio sentire nessun turista medio affermare che si tratta solo di un ammasso di ferraglia incompleta e stridente con il contesto o, peggio ancora, che sarebbe stato meglio se dopo l’Expo del 1889 l’avessero smontata come previsto. La struttura è indiscutibilmente un capolavoro di metallo divenuto il simbolo della città, della Francia e di un’intera epoca, punto.
Si? Tu turista medio laggiù in fondo con la mano alzata, vuoi dire qualcosa? No, vero? Ah ecco!

Per vedere ciò che vi sto per raccontare dovrete armarvi di tanta pazienza per affrontare le inevitabili code che portano ai meravigliosi ascensori panoramici fino al terzo piano della torre, oppure avere ottimo fiato e salire i 1665 scalini fino alla sommità (qui il sito ufficiale in italiano con tutte le informazioni); inutile dire che da lassù la vista è a dir poco eccezionale, Trocadéro da una parte, Champs de Mars dall’altra, tutta la città con la sua secolare storia e architettura è ai vostri piedi (stiamo camminando a quasi 300 metri di altezza!). Dopo aver fatto le foto d’obbligo date tregua alla vostra povera macchina fotografica e guardate attraverso i vetri che avete alle vostre spalle: noterete un laboratorio meteorologico, uno per l’astronomia, uno per lo studio della fisiologia e poi un quarto spazio gradevolmente arredato con figure in abiti della fine del ‘800 che discutono di qualche cosa. La chicca è proprio davanti ai vostri occhi cari amici, state guardando all’interno del Bureau de Gustave Eiffel, l’appartamento/ufficio segreto del famoso ingegnere.

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La piccola suite incastonata tra le travi della torre è molto accogliente e curata nei minimi dettagli; divanetti di velluto e arredi in legno dell’epoca sono ben disposti su eleganti tappeti, la carta da parati con tonalità calde e la luce soffusa conferiscono un tocco misterioso a questo locale, in cui Gustave Eiffel era solito ospitare l’elite francese e gli illustri collegi, godendo di una vista spettacolare sulla città, mentre si discuteva di progetti e molto altro.

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Le statue di cera al suo interno – devo dire molto realistiche – rappresentano infatti un’amichevole conversazione tra Eiffel e Mr. Thomas Edison, più una copia del fonografo che quest’ultimo inventò e presentò durante la stessa esposizione universale. Se solo quelle pareti potessero parlare!
Non ho trovato conferma da fonti ufficiali, ma sembra proprio che il piccolo gioiello sia da poco aperto al pubblico e non più ammirabile solo da dietro un vetro. Ho invece la certezza che molti turisti medi si siano incatenati ai piedi della torre per protesta contro il fatto che il piccolo locale non sia stato trasformato in un negozietto di souvenir e calamite per il frigorifero.

Sempre tu, turista medio con la manina alzata là in fondo, dimmi. La Tour Eiffel sarebbe la chiara rappresentazione di una piramide e l’appartamento in questione ricondurrebbe all’occhio che tutto vede, elementi tipici della simbologia massonica? Come seguace del divulgatore scientifico per eccellenza Sua Maestà Piero Angela, faccio finta di non aver sentito. Altre domande?

Abbiamo incontrato Raffaele Minichiello, il marine reduce del Vietnam con una storia incredibile da raccontare.

51xbgorykxlNei giorni dell’apertura di questo blog ho ricevuto un messaggio da Valentina, una mia carissima amica. «Leggi questa trama per favore, poi ti dico chi è» diceva, ed era accompagnato da un link (questo) rimandante alla scheda descrittiva di un libro intitolato Il marine: Storia di Raffaele Minichiello, il soldato italo-americano che sfidò gli Stati Uniti d’America.

Raffaele è un italiano emigrato giovanissimo dall’Irpinia agli Stati Uniti. A diciott’anni entra nel corpo dei Marines e, non ancora ventenne, trascorre oltre un anno a combattere nel Vietnam, dove viene decorato per le sue azioni eroiche. Al ritorno in patria però, a causa di un torto subito, qualcosa si inceppa; improvvisamente quel Paese che lo aveva accolto e per il quale era disposto a sacrificare la propria vita, sembra rivoltarglisi contro e, per una questione di duecento dollari, Raffaele tenta di farsi giustizia da sé. La situazione precipita e rischia di trovarsi davanti alla Corte Marziale. Determinato a non farsi catturare, escogita un piano che ha dell’incredibile, un’azione che lo porta a dirottare un aereo di linea da Los Angeles a New York e da New York, con l’FBI che gli dà la caccia, proseguire fino a Roma, dove sequestra un’auto della polizia e continua la fuga ancora per qualche chilometro prima di essere arrestato.
Il caso assume contorni sempre più vasti, con il processo che si trasforma in un braccio di ferro tra Italia e Stati Uniti e con un ragazzo che, a soli vent’anni, diventa un simbolo per quella generazione che protesta contro la guerra del Vietnam.
Quella di Raffaele, che si dice abbia ispirato il personaggio di Rambo, è la storia di continue cadute e riscatti, disperazione e ripartenza “da solo contro tutto il mondo”, come si legge nella sinossi del libro.

«Ok, ho letto» ho risposto a Valentina, e lei «lavora come cameriere nel posto dove pranzo tutti i giorni». Non stava scherzando: conosceva davvero il Raffaele Minichiello protagonista del libro e io ho immediatamente deciso che dovevamo incontralo, sederci a un tavolo con lui e sentire tutta la storia dalla sua viva voce.
Ci sono voluti più di due mesi per far coincidere gli impegni di tutti, tempo sfruttato per leggere il libro e documentarci il più possibile in preparazione all’incontro, ma alla fine ci siamo riusciti.
Incontriamo Raffaele in un tardo pomeriggio di inizio giugno, proprio dove lavora. Con lui c’è Fabio, titolare del locale e suo amico personale da più di quarant’anni. Raffaele ci conquista già dal primo sguardo e, dietro ai suoi occhi profondi, non fatichiamo a riconoscere un uomo buono. Seduti intorno a un tavolo dopo l’orario di chiusura e con la luce calda del sole che filtra dalle finestre, iniziamo la nostra conversazione.

Dall’Irpinia all’America

Ripercorriamo la tua storia, a quattordici anni hai lasciato il paese dove sei nato per trasferirti negli Stati Uniti. Che cosa significa per un ragazzino lasciare l’Irpinia e arrivare in America, vedere New York e successivamente attraversare in treno un paese così vasto?

A quattordici anni non conoscevo niente, non avevo mai visto un film, non avevo mai visto la televisione e solo qualche volta avevo ascoltato la radio. Un paio di volte ero stato ad Avellino e solo una volta, passando da Napoli, mi era capitato di vedere il mare. Non avevo mai visto le fotografie e nessuno mai mi aveva spiegato cosa volesse dire New York, un palazzo di dieci piani o addirittura un grattacielo. Oggi il mondo è molto diverso, ma nell’Irpinia di più di cinquant’anni fa non c’era niente, non avevamo elettricità, acqua corrente e, solo da pochi anni, era arrivata la bombola del gas per avere un piccolo fornello in casa. Potete quindi immaginare un ragazzino di quattordici anni che non aveva mai visto niente, prendere un aereo e ritrovarsi nel centro di New York, con le luci, le macchine e le strade immense. Un altro mondo, che non avevo neanche mai immaginato.
In quella città avevamo qualche conoscenza e, dopo esserci fermati per poco più di una settimana, abbiamo preso il treno e attraversato tutti gli Stati Uniti per raggiungere Seattle. Per me era una cosa stupenda, incredibile! Il treno aveva due piani e dalle larghe finestre di quello superiore, ho potuto ammirare i panorami con fiumi, laghi e piccoli centri abitati.

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The Pole House, la casa sospesa

La chicca che sto per descrivere in questo articolo ha molti pregi, ma anche un grosso e purtroppo incancellabile difetto: il contesto in cui è inserita. Sfortunatamente si trova lungo la Great Ocean Road (mamma mia che male!), a mio modesto parere una delle cinque strade più belle del mondo, ed è quell’oscena highway che parte un centinaio di chilometri a sud-ovest di Melbourne, collegando la cittadina di Torquay ad Allansford, nello Stato di Victoria – Australia.

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243 chilometri che, per la maggior parte, costeggiano l’oceano e attraversano foreste pluviali, parchi nazionali, spiagge color oro… credetemi, la vostra macchina fotografica chiederà pietà; è uno dei pochi posti al mondo da cui, guardando verso l’oceano, si può vedere a occhio nudo la curvatura terrestre! Sì, perché di fronte a voi, schivando per un pelo la Nuova Zelanda, avete solo acqua per 3500 chilometri e poi il Polo Sud.

pole01Dopo aver noleggiato un’auto e preso le prime due rotonde contromano, immettetevi sulla Great Ocean Road in direzione Allansford; vi avviso, la sofferenza sarà tantissima perché ciò che il vostro cervello immagazzinerà durante il viaggio sarà qualcosa di inimmaginabile. Schivate attentamente i pullman pieni di turisti medi giapponesi (endemica specie di turista medio particolarmente aggressiva e ostile per il viaggiatore, molto rumorosa e fastidiosa) e attraversate i graziosissimi paesi costieri di Torquay, Anglesea e Aireys Inlet; più o meno a metà del territorio cittadino di Fairhaven vedrete sulla destra una costruzione che sbuca dalla vegetazione e che vagamente ricorda una sorta di torre di controllo. Un grosso pilone in cemento sostiene una casetta scura di circa un centinaio di metri quadrati, collegata al resto della collina da una sottile passerella. Molto carina, perché buona parte delle pareti perimetrali e tutti i corrimano di balcone e passerella sono completamente in vetro e questo permette una visuale privilegiata sull’oceano (e più precisamente sulla Lorne-Queenscliff Coastal Reserve). A parte lo stravagante pilone centrale di sostegno, il resto è sì molto bello, ma di ville e costruzioni sicuramente più avveniristiche di questa ce ne sono a bizzeffe. E allora la chicca si sgonfia clamorosamente? Tutto fumo e poco arrosto?

Ragazzi… RAGAZZI! Questo è il punto di partenza per far detonare la chicca!

Innanzitutto vi dico che quella che state guardando si chiama The Pole House e vi dico anche che probabilmente è la costruzione più fotografata dell’intera Great Ocean Road. Questo dovrebbe già farvi drizzare le antenne (e far tremare le gambe al turista medio); altra informazione, questa casa non è privata ma è una holiday house e quindi si può affittare per le vacanze (il vostro cervello ora è focalizzato sull’obbiettivo vero? E il turista medio fa le bolle dalla bocca). Adesso cercate un posto dove fermarvi con l’auto e fare inversione, poche centinaia di metri indietro trovate la svolta a sinistra per Yarringa Road, piccola via in salita che passa tra le basse abitazioni in legno nella zona residenziale della cittadina, percorretela quasi tutta e svoltate a sinistra su Banool Road (questi nomi di derivazione aborigena mi fanno impazzire di gioia!); proseguite fino quasi alla fine di essa e troverete il civico 60 (microscopico cartello bianco poco prima di un accesso sterrato nella boscaglia), entrate a piedi, lasciatevi alle spalle il primo fabbricato e aggrappatevi a qualcosa perché a questo punto il respiro si ferma improvvisamente! 

Di fronte a voi avrete uno strabiliante esempio di studio architettonico fortemente voluto dal progettista della casa solo ed esclusivamente allo scopo di sbalordire; ora è chiarissima la scelta dell’unico pilone centrale di sostegno e del lungo e stretto accesso dalla collina. L’elegante passerella in cemento infatti copre alla perfezione il pilastro centrale e la casa, laggiù in fondo, sembra sospesa nel vuoto! Avete presente l’ultima prova di fede che il Professor Indiana Jones deve sostenere prima di raggiungere la grotta in cui è custodito il Santo Graal nel film Indiana Jones e l’ultima crociata? Ecco l’illusione ottica è di tale livello!

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Purtroppo non ci si può accedere, ma per darvi un’idea dei meravigliosi interni della casa potete consultare qui il sito ufficiale facendo molta attenzione: le gigantesche vetrate della zona giorno e della zona notte che danno sull’oceano sconfinato sono a dir poco illegali!

Nel frattempo, il turista medio di prima purtroppo non ce l’ha fatta…

Lo Skifiltor

Signori, oggi è una di quelle giornate in cui parte la fissa per qualcosa. Di questa particolare patologia – quella della fissa intendo – ne avevo già parlato in un’altra occasione (qui) se vi ricordate, ma si può tranquillamente dire che sia una costante nella vita degli autori di questo blog.

Oggi è la volta di frugare nei ricordi d’infanzia per ritrovarsi coperti da una sostanza verdognola e appiccicosa. Vi dice niente? Ebbene sì, non so come, oggi ho avuto una visione nitidissima di uno di quei giochi che solo negli anni ’80 potevano essere concepiti. Una sorta di gelatina, uno slime freddo e viscido, del quale non riuscivo a ricordare il nome (in realtà mi ricordavo Skifidol, il nome con cui è commercializzata la riedizione di questo fantasmagorico gadget), ma nessun problema: rapida consultazione con Mauro ed ecco la risposta. Skifiltor!

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La confezione dello Skifiltor (fonte)

Un uragano Katrina di ricordi mi ha assalito ed è scattata la ricerca selvaggia di immagini per supportare anche visivamente il momento amarcord. Ecco qui di fianco come si presentava la famigerata confezione. Barattolo di plastica con coperchio di un verde che non ci azzeccava niente con quello dell’illustrazione su fondo nero. In poche parole, l’essenza di tutta la magia degli anni ’80!

In commercio da noi fino agli anni ’90, non ho mai avuto il privilegio di possedere questo giocattolo tra l’impertinente e il romantico, ma ricordo come fosse ieri quel giorno in cui il bambino della porta accanto mi invitò a casa sua per ammirare il celeberrimo Skifidol in tutto il suo splendore. La disgustosa sostanza aveva la proprietà di brillare al buio, caso conclamato di magia nera bella e buona, per quanto ci riguardava! In religioso silenzio aprimmo la confezione e in estasi mistica spegnemmo la luce per vedere coi nostri occhi il miracolo della fosforescenza. Presi dal momento di adorazione, non ci accorgemmo che il barattolo si stava ribaltando sui miei pantaloni. Ricordo ancora la sensazione di freddo, umidità e l’assoluta convinzione che lo Skifiltor mi avrebbe inglobato come una sorta di Blob verde!

Sono sopravvissuto, cavandomela con un cazziatone al rientro a casa per avere sporcato i pantaloni.

Inutile dire che la ricerca è degenerata e, in men che non si dica, mi sono ritrovato a piangere copiose e disperate lacrime su foto di vecchi giochi in scatola e video di pubblicità di giocattoli riesumati grazie a YouTube. Insomma, l’epilogo è sempre lo stesso cari lettori: tanta, troppa sofferenza!