Lo schiaffo della settimana #4

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Tutti in piedi per piacere, lo schiaffo di oggi riguarda THE KING Elvis Presley.

Il brano che vi propongo è Love me tender (applauso, grazie), interpretato dal sopra citato Re e uscito come singolo nel 1956; per questa ballata viene adattata la melodia di un vecchio brano tradizionale chiamato Aura Lee, risalente alla seconda metà del 1800, e la sua scalata alle classifiche ha a dir poco del paranormale.

The King la esegue per la prima volta durante l’Ed Sullivan Show nel settembre del ’56, poco prima dell’uscita del singolo e dell’omonimo film. Ebbene, il giorno seguente la casa discografica ricevette un milione (ripeto, un milione!) prenotazioni del singolo, facendolo diventare disco d’oro ancora prima che uscisse. Dopo poco più di un mese il brano balza al primo posto di tutte le classifiche conosciute scalzando Hound Dog, sempre del Re… signore e signori, il più grande di tutti.

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Le porte del Normandie

Quando sono venuto a conoscenza di ciò che state per leggere mi trovavo per strada, gli occhi fissi sullo schermo dello smartphone, e vi giuro che se avessi preso un lampione di cemento in pieno volto, il dolore sarebbe stato minore.

Vi anticipo che la location della chicca messa in infusione oggi non sarà per nulla d’aiuto, per cui via il dente, via il dolore come si suol dire. Ci troviamo a Brooklyn, nell’irriverente quartiere di Brooklyn Heights e per piacere non fate quella faccia, vi avevo avvisato che sarebbe stata dura.

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Ora facciamo un salto indietro di diversi decenni. Siamo nel febbraio del 1942, sempre a New York, ma questa volta nella zona dei moli. Attraccato al Pier 88 si trova l’SS Normandie, a detta di molti il più bel transatlantico che abbia mai solcato l’oceano nell’era d’oro della navigazione tra Europa e America, nonché il più grande del mondo al momento del varo. Da ore i suoi ponti sono avvolti da un incendio scoppiato durante i lavori di conversione da nave da crociera a mezzo di trasporto truppe nel conflitto mondiale (un paio di mesi prima i giapponesi avevano colpito a Pearl Harbor) e, nel cuore della notte tra il 9 e il 10 febbraio, lo scafo già ridipinto di grigio si capovolge sotto il peso dell’acqua che i battelli antincendio hanno riversato ininterrottamente nel tentativo di domare le fiamme. La gloriosa carriera del Normandie (che da nave militare avrebbe dovuto essere ribattezzato USS Lafayette) finisce qui.

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Abbiamo accennato alla bellezza del transatlantico. Entrato in servizio a metà degli anni ’30, la sua linea era lo specchio perfetto dello stile dell’epoca e i suoi interni l’esatto tipo di ambiente in cui vi aspettereste di incontrare Jay Gatsby. Ma non tutto quel lusso è andato perduto.

Torniamo a Brooklyn e dirigiamoci verso Our Lady of Lebanon (qui l’indirizzo), una cattedrale di una certa importanza, come confermano le sue dimensioni e i ricchi ornamenti. Adesso per piacere, fate un respiro profondo, stringete la mano del vostro vicino e, facendo appello a tutte le vostre forze, avvicinatevi al portone d’ingresso. Che cosa vedete? Due grandi battenti in bronzo decorati con sei medaglioni raffiguranti città della Normandia, il tutto in un delizioso gusto rétro, vero? Bene.
normandiedoors2Cercate di scollarvi da ciò che state osservando strabiliati e muovete pochi passi malfermi per andare a controllare anche il portone laterale. Troverete altri quattro medaglioni, uno dei quali riportante una scena marittima. Sia ben chiaro che nella vita le coincidenze esistono, ma non è questo il caso. I curiosi bassorilievi e i motivi ornamentali sono stati ripescati dall’Hudson, ripuliti e messi all’asta, in quanto provenienti niente meno che dal Normandie.
Nella loro precedente vita, questi si trovavano applicati ai portali d’ingresso alla sala da pranzo di prima classe e provate a immaginare per un momento quante persone ci siano passate attraverso nel cuore dell’Atlantico, durante le serate di gala in una delle lussuose traversate del leggendario transatlantico. A me gira vorticosamente la testa e a voi?

Lo schiaffo della settimana #3

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Arriviamo subito al sodo. Siamo nel 1983 e siamo all’apice del successo della band texana ZZ Top, di cui vi propongo oggi il brano intitolato Gimme all your lovin’, direttamente dall’album Eliminator.

E la chicca-pillola? Eccola.

In quel periodo, come dicevo, il trio era nel suo punto più alto e, di conseguenza, le richieste di contratti di sponsorizzazione fioccavano a destra e a manca. La nota marca di rasosi Gillette, dopo aver visto il video della canzone, fece una proposta a dir poco indecente al leader del gruppo Billy Gibbons e al suo bassista: un milione di dollari per apparire in uno spot dove i due avrebbero dovuto radersi completamente la foltissima barba con l’ultima fantastica lametta progettata. Ovviamente i due rifiutarono.

Pillolina nella pillonina: chi è l’unico componete del gruppo senza barba? Il batterista. Come si chiama l’individuo? Frank Beard = Franco Barba… fantastico!

Gli alberi di Avatar

Ero titubante nel mettere in infusione questa chicca che, a mio parere, non è di questo mondo; qualcosa o qualcuno al di fuori del sistema solare ci deve aver messo lo zampino, non c’è altra spiegazione. Ci troviamo nelle foreste pluviali dell’isola di Maui – ebbene sì turista medio, non si tratta solo di una marca di capi di abbigliamento – ma potremmo benissimo trovarci sul pianeta di Pandora, casa del popolo dei Na’vi nel film Avatar; dopo uno dei consueti acquazzoni hawaiani ci si aspetterebbe di vedere in cielo l’arcobaleno… e invece questo si palesa in forma inconsueta, proprio davanti ai vostri occhi stupiti. Si fa fatica a crederci!

Passeggiando cautamente vi accorgerete di essere nel bel mezzo di sconfinate foreste della versione più psichedelica di eucalipti giganteschi (l’alberello può arrivare a 70 metri di altezza!), l’Eucalyptus deglupa che risulta del tutto identico ai suoi fratelli meno appariscenti, tranne che per un particolare: la sua corteccia è variopinta e assume tutti i colori dell’iride!

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Fonte National Geographic

L’effetto strabiliante deriva dalla naturale esfoliazione della corteccia, che non si stacca tutta nello stesso momento ma gradualmente durante tutta la vita dell’albero, lasciando scoperta ed esposta all’atmosfera tropicale la parte più giovane, di un verde intenso. Si passa poi ai toni del giallo e del rosso, si arriva al blu, al viola e, infine, al marrone scuro della vecchia corteccia. Lo sapevo che James Cameron non aveva inventato nulla! Ah, nei dintorni potreste imbattervi in curiosi monoliti con sembianze di umani posti in posizione rannicchiata: non sono manufatti preistorici degli antichi abitanti dell’isola, bensì i corpi pietrificati di qualche sventurato turista medio portato lì contro la propria volontà.

Attenzione, perché se voleste googlare un po’ e cercare qualche foto in più, in rete girano immagini modificate con programmi di grafica nelle quali gli alberi risultano più simili a un evidenziatore Stabilo Boss rispetto a quello che realmente sono, per cui non cadete nel tranello. Dovrebbero togliere l’impostazione Anni ’90 dal comando per aumentare la saturazione, non credete?

Lo schiaffo della settimana #2

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Quest’oggi vi propongo una canzone del 1979, scritta e composta da Sua Maestà Freddie Mercury, uno dei più incredibili cantanti di tutti i tempi nonché in-dis-cu-ti-bil-men-te il più grande frontman della storia della musica. Il titolo è Crazy little thing called love, roba molto semplice ma che con quel suo inconfondibile stile anni ’50 (derivante dalla profonda ammirazione che Freddie aveva per Elvis Aaron The King Presley) arriva direttamente al cervello per non uscirne più.

Ecco la pillola.

I Queen si trovano a Monaco per registrare del materiale inedito, e Sua Maestà sta facendo la diva nella vasca da bagno di un lussuoso albergo. Ricoperto solo di schiuma sta canticchiando distrattamente fino a che, a un certo punto, chiede ferocemente a Peter Hince (assistente della band) una chitarra. Le dita tamburellano e pizzicano le corde, la scintilla è scattata, l’idea sta diventando improvvisamente realtà! Ancora gocciolante esce dalla vasca, si annoda un asciugamano alla vita, raduna il resto della band e i tecnici di registrazione per incidere in dieci minuti il brano.

Pazzesco.

Lo schiaffo della settimana #1

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Carissimi, inauguriamo quest’oggi Lo schiaffo della settimana, rubrica in cui ogni lunedì mattina vi proporremo un brano musicale che – se lo vorrete – potrà accompagnarvi per i sette giorni successivi. Ovviamente NON mancherà la chicca annessa, talmente piccola da trasformarsi in pillola in infusione. Badate bene però: ricordate l’arma grillo tonante del film Men in Black? Piccolo non vuol dire innocuo, anzi!

Bene, cominciamo.

Gruppo da strapparsi i capelli: Pink Floyd.
Album da riattaccarseli tutti uno ad uno: The dark side of the moon.

Il brano che vi propongo questa settimana è Time e la chicca lampo su di esso è la seguente: un giorno un ragazzotto un po’ strambo che di professione fa l’ingegnere del suono dei Pink Floyd si presenta in un negozietto d’antiquariato con tutti i suoi strumenti e “per diletto” si mette a registrare tintinnii di campanelli e ticchettii di orologi. Mesi e mesi dopo, ricordandosi di avere quel materiale, si presenta in studio e dice «Ragazzi, sentite che roba ho registrato un po’ di tempo fa» e David Gilmour (sempre sia lodato) risponde «Figo, capita a fagiolo! Abbiamo appena registrato questo brano, lo inseriamo nella traccia!»

Ed ecco la genesi del capolavoro… godetevelo!

L’illusione ottica di Ísafjörður

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Appena scoperta la chicca di questo articolo l’istinto di condividerla sul blog è stato incontrollabile; sarebbe come tentare di opporsi al lato oscuro, o sei Luke Skywalker oppure è inutile (cit. il collega di questo blog, Davide). Allora, prendiamo un Walter Mitty, mettiamolo su un longboard e facciamolo filare a tutta velocità dentro un paesaggio a dir poco struggente, dove siamo? Islanda, benissimo!

Più precisamente ci troviamo nel paesino dal nome impronunciabile di Ísafjörður dove ci sono probabilmente più foche e balene che persone; le casette colorate sono “appoggiate” sulle rive del fiordo omonimo, su una piccola penisola di 1,5 km di lunghezza proprio al centro dell’insenatura ed è il classico paesello dove fa freddissimo sempre, ma dove le persone sono molto felici di viverci. Questa felicità probabilmente deriva anche dal fatto che, a parte il gelo, gli orsi polari affamati e i vulcani esplosivi, la gente fa molto comunità ed è consapevole di vivere in un luogo sicuro. Ma vuoi che anche lì non esista l’elemento che fa il matto con la macchina o con il motorino in giro per il paese? Beh, per ovviare al problema la compagnia islandese Vegamálun, specializzata in segnaletica stradale, ha avuto un’idea a dir poco geniale: le strisce pedonali 3D!

L’idea è stata ingannare l’occhio di automobilisti e motociclisti che nelle vicinanze degli attraversamenti sono spinti a toccare il freno per evitare di schiantarsi contro quelle che sembrano travi di cemento che fluttuano nell’aria; l’illusione ottica viene creata con la particolare rappresentazione grafica delle strisce che sembrano muoversi e alzarsi da terra man mano che ci si avvicina. Per la verità non è un’innovazione, l’amministratore delegato della Vegamálun ha infatti dichiarato di avere preso l’idea da qualcosa di molto simile realizzato qualche anno prima in India e che ha ridotto sensibilmente gli incidenti. E vi dirò di più: sembra che anche quegli spacconi di Pechino le abbiano adottate in alcune zone.

Uno spunto di riflessione: ma ve la immaginate la copertina di Abbey Road dei Beatles con le strisce 3D cosa sarebbe?