Lo schiaffo della settimana #60

Bronx, 4 febbraio 1999. Durante un controllo, quattro poliziotti chiedono a uno studente di identificarsi. Il ragazzo porta una mano alla tasca e gli agenti, interpretando il gesto come potenzialmente pericoloso, fanno fuoco. 41 colpi, 19 dei quali vanno a segno uccidendo Amadou Diallo che, si scoprirà, è disarmato e voleva con tutta probabilità estrarre il portafoglio per mostrare i documenti. La tragedia ha immediatamente una risonanza smisurata. Come può la polizia uccidere a sangue freddo un ragazzo disarmato e che bisogno c’era di esplodere tutti quei colpi? La nazionalità liberiana della vittima non fa altro che alimentare i sospetti di razzismo nutriti da una fetta di popolazione contro le forze dell’ordine e il caso diventa una grossa gatta da pelare, con accuse e processi sia in tribunale che sui media.

Il fatto di cronaca arriva a toccare le corde di Bruce Springsteen che scrive una struggente canzone di denuncia intitolata American Skin (41 shots), chiaramente dedicata al giovane Amadou. Verso la fine del tour 1999-2000 inizia a inserirla in scaletta, suscitando qualche malumore che non tarda a trasformarsi in vere e proprie contestazioni nel momento in cui il cantante arriva a proporla nelle dieci date consecutive al Madison Square Garden che chiudono il tour. L’amministrazione cittadina e, in modo particolare, il sindacato della polizia vedono la decisione di suonare quel brano proprio a New York come una provocazione e un ingiusto attacco all’operato dei suoi ufficiali e qualcuno vorrebbe addirittura boicottare le serate. Come plateale gesto di protesta, più di un poliziotto si rifiuta di prestare servizio d’ordine ai concerti. Va detto che Springsteen ha sempre specificato che la sua canzone non è da intendersi come anti forze dell’ordine, ma contro questo tipo di tragedia. Fortunatamente e nonostante le tensioni, il tour si conclude senza intoppi e American Skin (41 shots) continuerà a essere eseguita saltuariamente, il più delle volte in occasione di fatti di cronaca analoghi a quello in cui ha trovato la morte Amadou Diallo. Alla fine del 2000 il brano varrà a Springsteen un premio umanitario riconosciutogli dalla National Association for the Advancement of Colored People e la versione in studio verrà pubblicata nell’album High Hopes, del 2014.

Lo schiaffo della settimana #59

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Immaginate un uomo sfinito, seduto su una poltrona nella penombra, veramente troppo stanco per rimanere in piedi. Stanco fuori e distrutto dentro da una malattia implacabile. Sulle sue orecchie si posano malinconicamente un paio di cuffie dalle quali esce il suono di una batteria leggera e una dolce chitarra; i due strumenti fusi insieme creano una melodia lenta e struggente, quasi ipnotica. L’uomo ascolta a occhi chiusi. A un tratto, prendendo il tempo in maniera impeccabile, comincia flebilmente a cantare. La melodia si riempie e cresce e l’uomo, che di esperienza ne ha da far impallidire chiunque altro, capisce che anche lui deve spingere ed esplode, anche se solo per poche strofe, con tutta la sua potenza canora – quella che lo ha reso il più grande di tutti – facendo sussultare il cuore di chi intorno a lui sta assistendo al suo inesorabile avvicinarsi alla fine. La canzone è drammaticamente meravigliosa, non tanto per l’esecuzione, quanto perché rappresenta uno dei più commoventi accoppiamenti tra testo – una sinossi della vita di quest’uomo – e musica che sia mai stato creato. Il brano si intitola Mother Love e l’uomo che la sta cantando aveva originariamente un nome esotico, cambiato legalmente per esigenze artistiche nel più occidentale Freddie Mercury, col quale è conosciuto in tutto il pianeta.

Manca una strofa, Freddie è stravolto. «Ho bisogno di andare a casa (Londra) qualche giorno a riposare un po’, la inciderò più avanti» dice. Non tornerà mai più, per via dell’aggravarsi delle sue condizioni di salute che lo porteranno fino alla morte e l’ultimissima parte della canzone viene infatti cantata dal suo grande chitarrista e amico Brian May.

Al termine della registrazione vennero anche inseriti nel brano i campionamenti iniziali di One Vision, le urla e gli applausi di Wembley ’86 e i vocalizzi che Mercury faceva a ogni concerto per “fare suo” il pubblico; e in fine il pianto innocente di un bambino, come se ci fosse la volontà di tornare alle origini, quando Freddie era solamente il piccolo Farrokh da Zanzibar.

Lo schiaffo della settimana #58

Il passaggio tra anni ’70 e ’80 è stato tumultuoso per molti artisti. La scena musicale cambiava velocemente e nuovi tipi di sonorità sembravano voler troncare di netto con tutto quanto era stato prodotto negli ultimi vent’anni.

C’è un personaggio che rappresenta a pieno questo passaggio, uno che si fa chiamare Billy Idol. Appena chiuso con i Generation X, band punk rock fondata da lui stesso nel 1976, Idol lascia l’inghilterra per recarsi negli Stati Uniti e tentare la carriera da solista. Non passa un bel momento, a New York si trova spaesato e non è sicuro della direzione musicale da prendere. Una sera si trova in un bar quand’ecco che succede qualcosa; la gente si sposta velocemente sulla pista da ballo mentre dalle casse arriva un brano intitolato Dancing with Myself, un pezzo che lui stesso aveva scritto e inciso nel 1980 con i Generation X e che costituiva la traccia di apertura del loro ultimo album insieme. La risposta che cercava gli arriva proprio dal suo recente passato: tutto ciò che gli serve è uno stile più new wave, adatto ad essere ballato, e quella canzone sarà il suo biglietto da visita per il mercato americano. Il brano viene rivisitato e accompagnato da un videoclip per venire incontro ai nuovi canoni imposti dalla nascente MTV e la strada verso il successo è spianata.

La genesi di Dancing with Myself, scritta in collaborazione col bassista dei Generation X Tony James e impreziosita dall’assolo del chitarrista dei Sex Pistols Steve Jones, è comunque abbastanza curiosa: all’epoca Billy Idol si trovava in un bar (sempre lì succedono le cose nel mondo della musica) a Tokyo, una sorta di discoteca dove i ragazzi ballavano con la propria immagine riflessa in grandi specchi posti sulle pareti. Ed ecco l’ispirazione per titolo e testo. 

Himalaya, la valle segreta dell’Eden

Fonte: bmcindia.org

Milano, circa metà ottobre. Giornata tersa e soleggiata, serata altrettanto gradevole grazie a un autunno che non ha nessuna intenzione di arrivare. Io e Davide cadiamo nel tranello del demonio e decidiamo di rovinarci completamente l’idillio andando ad ascoltare la conferenza sull’ultimo libro di quello che potremmo definire il più grande alpinista che fino a oggi la storia abbia mai conosciuto, e cioè il signor Reinhold Messner da Bressanone, colui che per primo ha scalato… ok, cambiamo discorso perché questo formicolio che sento salire dai piedi non mi piace per niente.

Usciamo dall’evento praticamente a carponi, ma con la mente letteralmente inondata di immagini e racconti che Reinhold ci ha scaraventato addosso per circa due ore e, ovviamente, la catena dell’Himalaya ne esce come la dominatrice assoluta della serata. I giorni successivi nei momenti liberi, come un piranha sulla caviglia del turista medio che puccia i piedi in Amazzonia perché fa caldo, mi fiondo su quello strumento satanico che risponde al nome di Google (ne avevamo parlato anche qui) in cerca di immagini dei posti raccontati dal grande scalatore e a un certo punto – tra ghiaccio, roccia, yeti, ancora ghiaccio e ancora roccia – mi compare l’immagine di una meravigliosa valle fiorita; dico “ma guarda te Google che associazioni idiote che fa, cerco Nanda Devi e compaiono le colline in fiore”. Poco dopo, un silenzio angosciante scende su di me.

Fonte: himalayanadventurejourney.com

Il luogo si chiama Valle di Bhyundar, non è un’associazione idiota di Google ma esiste veramente: si trova sperduta tra le profonde gole dell’Himalaya e si trova a circa 3.500 metri sul livello del mare… la fine è giunta!

La meraviglia è accessibile solo da un villaggio chiamato Gangharia, sul versante indiano dell’Himalaya – il cui raggiungimento è da considerarsi esso stesso un’avventura – e si presenta come un tappeto multicolore di rose bianche, primule, anemoni, violette, rododendri, gerani, loto degli dei e chi più ne ha più ne metta; in lontananza la vallata si eleva dolcemente fino ad arrivare ai piedi dei giganteschi e perennemente innevati Rataban (6.166 m) e Nilgiri Parbat (6.474 m) e il tutto è completato dalla presenza del classico torrente scintillante delle fiabe. 

Fonte: himalayanadventurejourney.com

Il sito, scoperto nel 1931, ovviamente si può ammirare soltanto da luglio a settembre causa clima leggermente sfavorevole in tutti gli altri mesi dell’anno e, proprio grazie alla sua complessiva scarsa accessibilità, è rimasto immutato in tutto il suo splendore, tanto che nel 1988 è stato dichiarato patrimonio mondiale dell’umanità dall’UNESCO. Essendo poi considerato la vera valle dell’Eden sulla Terra, non poteva che essere custodito e protetto dalla catena montuosa più imponente del pianeta e attorniato da una miriade di luoghi sacri della religione induista. Ultima notizia tecnica, il turista medio qui è presente solo sotto forma di barrette energetiche da sgranocchiare durante la salita.

I 6.474 metri del Nilgiri Parbat. Fonte: wikipedia.org

Lo schiaffo della settimana #57

Allora carissimi lettori, la settimana sta per cominciare come al solito malissimo, ma non preoccupatevi, avrete tutto il tempo di riprendervi prima del weekend, io stesso ne sono venuto fuori dopo soli 3 o 4 giorni.

Lo schiaffo di oggi ci porta a New York, nell’ottobre del 1986. Sì lo so, già così è dura, ma resistente: sarà anche peggio!
Dicevamo, un giorno d’ottobre del 1986 il giornalista televisivo Dan Rather passeggia per i sicurissimi marciapiedi di Manhattan, quando a un certo punto viene aggredito e pestato da un uomo (o forse un paio, secondo alcune ricostruzioni) che gli urla in maniera sconnessa «Qual è la frequenza Kenneth? Qual è la frequenza?!»
Se avete già fatto due più due, avete anche già capito che lo schiaffo (o il pestaggio) di questa settimana è What’s the frequency, Kenneth? dei R.E.M.
Michael Stipe, come altre persone nello show business, rimase molto colpito dal fatto di cronaca e anni dopo decise per l’appunto di tramutarlo in un pezzo da incidere con il gruppo.

Nel frattempo il povero Dan Rather ebbe modo di riprendersi e riuscire perfino a ironizzare sull’accaduto. Basti pensare che il giornalista cantò e ballò sulle note di questa canzone, uscita come singolo nel settembre del 1994, mentre coi R.E.M. si trovava ospite di una puntata del David Letterman Show.

Ma chi era lo squilibrato che lo aveva aggredito? Nel 1994, ironia della sorte meno di un mese prima dell’uscita del brano, un tale rispondente al nome di William Tager fu arrestato e condannato a 25 anni di carcere per l’omicidio di un addetto ai lavori fuori dagli studi televisivi del Today Show e si scoprì essere la stessa persona. Tager era convinto che i media stessero attuando un complotto per controllare la mente delle persone tramite le frequenze delle trasmissioni e che la conoscenza di tali frequenze gli avrebbe permesso di difendersi.

E ora cari amici il colpo di grazia, la chicca nella chicca, come si suol dire.
Nel videoclip di What’s the frequency, Kenneth? Peter Buck, chitarrista della band, sfoggia una chitarra appartenuta nientemeno che a Kurt Cobain, morto appena pochi mesi prima, e ricevuta in dono dalla vedova Courtney Love.

Quella volta che sono stato (anch’io) a Folsom Prison

Buongiorno cari lettori, oggi torno a parlarvi di viaggi e luoghi particolari che si possono trovare lungo i nostri itinerari. Ovviamente accade anche che siano gli itinerari stessi a modificarsi per raggiungere alcune di queste mete e il caso che vi sto per descrivere rientra proprio nella seconda categoria.

Nel corso del mio ultimo viaggio negli Stati Uniti, in buona parte trascorso on the road, mi sono trovato a fare tappa nella città di Sacramento. Giusto un luogo di passaggio, con visita serale alla capitale della California e un motel in cui dormire. Il tempo di visitare il super turistico Historic District, ammirare il Golden 1 Center (nuovissima casa dei Sacramento Kings), farsi schiaffeggiare a mano aperta dal sorprendente Capitol Building e la casella fatto è spuntata. Non del tutto però cari amici, perché nelle sempre concitate e sanguinolente fasi di preparazione del viaggio, il mio occhio – in quei frangenti sempre molto simile a quello di Sauron – si è soffermato su qualcosa che immediatamente mi ha spinto sull’orlo della follia. Un nome sulla mappa situato a nord-est di Sacramento, breve ma intenso come un autolavaggio quando vi dimenticate di tirare su i finestrini: Folsom.

Johnny Cash davanti ai cancelli del carcere di Folsom (Fonte)

Prima di tutto una domanda: si tratta di quella Folsom? Breve ricerca e risposta pesante come un macigno. Sì.
Seconda domanda: è lì che si trova Folsom Prison? Altra ricerca e altra risposta, questa volta pesante come una camionata di macigni. Sì, a Represa per l’esattezza, località a una manciata di miglia da Folsom.
Riprendendomi a distanza di giorni dalla tragica scoperta, ecco la decisione di immolarmi e andare a vedere di persona la mitica prigione, resa leggendaria da non uno, ma due concerti tenuti da Johnny Cash per i detenuti, dalla canzone Folsom Prison Blues ovviamente, tra le sue più celebri e, tra le altre cose, per avere ospitato un personaggio del calibro di Charles Manson.

Ed eccomi qui, 14 settembre 2018, io e Pippo, il mio compagno di viaggio, lasciamo Sacramento la mattina sul presto per dirigerci a nord-est, incanalandoci nel consueto traffico delle highways in un giorno lavorativo. Tempo un’oretta e raggiungiamo Folsom. A questo punto ci basta seguire i cartelli con le indicazioni per la prigione, attraversare la cittadina e, giunti in aperta campagna, sfondare la barriera del suono svoltando a sinistra alla vista di una struttura in pietra con la scritta Folsom State Prison. A questo punto seguiamo una strada secondaria (Prison Road) che serpeggia tra prati di erba ingiallita e sparuti alberi, fino a giungere a uno dei parcheggi della prigione. Attenzione, se siete così avventati da voler ripercorrere i nostri passi nel girone infernale, assicuratevi di dirigervi verso il parcheggio nei pressi dell’ingresso est della prigione. Questo perché il complesso è veramente smisurato e potreste impiegare parecchio tempo girandoci attorno, prima di trovare quello che noi stavamo cercando, vale a dire l’iconico portale costruito anni addietro dai detenuti condannati ai lavori forzati e reso immortale dall’indecente foto che avete visto poco sopra.

Ora, la prigione è tutt’oggi attiva e nel pieno delle sue funzioni e non ci si può avvicinare come se niente fosse. Dico questo perché il sottoscritto alla vista dell’East Gate non ha capito più nulla e ha provato ad arrivare in macchina proprio di fronte ad esso, salvo venire prontamente fermato da una guardia schizzata fuori dalla casupola nei pressi di una sbarra ed essere redarguito sul fatto che quello è un penitenziario e non si può in nessun modo varcarne i confini con intenti da gita turistica. Scusandomi e facendo il finto tonto ho ottenuto di poter lasciare la macchina nel parcheggio pubblico bellamente ignorato poco prima e di poter superare la sbarra a piedi, spingendomi fino a un punto in cui poter scattare una foto, ma assolutamente non oltre!

Folsom State Prison, East Gate

Scattata la foto che vedete qui sopra, ho il tempo di darmi un’occhiata attorno, ringraziare la guardia di poco prima per essere stata così magnanima (“It’s ok man, no problem!”), tornare alla macchina, trovare di guardia un paio di cervi spuntati da non si sa dove e ripartire canticchiando il motivetto di Folsom Prison Blues.

Lo schiaffo della settimana #56

Siamo, a mio parere, nel più glorioso e prolifico decennio che la musica mondiale abbia mai visto: gli anni ’70. Come un fallout nucleare, la creatività si propaga dappertutto, dal vecchio al nuovo continente e ovviamente anche l’Italia ne viene investita; le classiche sonorità e i colori sgargianti prendendo a schiaffi tutto e tutti e le classifiche si riempiono di nomi altisonanti. Verso la fine del decennio, in qualche studio di registrazione segreto dove moquette arancione e carta da parati ipnotica regnano sovrane, si sta riunendo un gruppo di musicisti fenomenali  per lavorare a un progetto top secret… secondo alcune indiscrezioni, dal Giappone è arrivato del materiale interessantissimo che ha bisogno di una colonna sonora. Nel 1978 il capolavoro è compiuto, il singolo può finalmente uscire e i grandi nomi in quel momento in classifica (Bee Gees, Kate Bush, Lucio Battisti, Olivia Newton-John & John Travolta, Patty Pravo e Celentano, per citarne alcuni) sono terrorizzati da ciò che vedono avvicinarsi a velocità supersonica! Un lampo blu e rosso piomba sulla terra arrivando fino al quarto posto assoluto e a un disco d’oro – più di un milione di copie vendute! –  salvando l’umanità dai nemici.

Il gruppo di artisti si fa chiamare Actarus e il singolo è UFO Robot.