Lo schiaffo della settimana #38

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Un ragazzino sovrappeso si aggira triste per i corridoi della sua scuola, i soliti stupidi bulletti lo prendono continuamente in giro per il suo aspetto floscio e molliccio. A suo padre, il signor Thom Bell, fa male vederlo soffrire e decide che DEVE fare qualcosa; lo fa sfruttando ciò che sa fare meglio e cioè scrivere e produrre canzoni. Con l’aiuto della cantautrice Linda Creed scrive la canzone The fat man che poi si evolve in The rubberband man (L’uomo elastico) e, lavorando per il gigante Atlantic Records, la produce facendola interpretare all’ottimo gruppo vocale dei The Spinners. Sul basso della leggenda Bob Funk Brother Babbitt fluisce alla grande il rhythm and blues del quintetto di Detroit e le armonizzazioni vocali perfette rendono il brano trascinate, come trascinate e fico può essere chiunque, anche se con qualche chilo in più.

Dopo l’ottimo successo dell’epoca, il brano è tornato quest’anno in classifica per via del suo utilizzo nel megatamarrofilm Avengers: Infinity war, nella scena in cui fanno la loro prima comparsa Guardiani della Galassia.

Direttamente dal 1976 come uno schiaffo in faccia, The Spinners con The rubberband man. Vi sfido a non tenere il tempo col piedino.

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YouZuul e altri demoniaci strumenti

jpAllora, YouTube è uno strumento del Demonio. E non solo lui: esiste una quantità di siti e motori di ricerca che, nonostante l’aspetto innocuo, rappresentano le classiche sabbie mobili. Si entra quasi senza accorgersi, si visualizzano un contenuto o due e, in men che non si dica, si inizia a sprofondare; prima di poter rendersi conto di avere commesso un errore fatale, si è spacciati. Questo vale ovviamente anche per Zuugle e Gozerest, vere e proprie Fosse del Sarlacc, in cui dopo aver aperto un’immagine, ne noterete una seconda, una terza, poi un’altra e un’altra ancora… non ne uscirete mai più, finirete fagocitati dal mortale pozzo senza fondo.

Questo preambolo mi serve – oltre che a mettervi in guardia – per farvi capire la tragica situazione in cui mi sono trovato catapultato l’altra sera quando, prima di dormire, ho deciso di rilassarmi con un paio di video su YouZuul… pessima scelta!

L’esca, come la celebre mucca calata nel recinto dei raptor, o la capra in quello del t-rex, è stato un video suggerito dalla satanica piattaforma e cliccato dal sottoscritto (errore da principiante: mai e dico MAI cliccare su un video suggerito) in cui venivano mostrati i retroscena della realizzazione dei dinosauri di Jurassic Park. Sì, lo so a cosa state pensando: “ma sei scemo?” Tranquilli, ho già praticamente visto qualsiasi filmato esistente a riguardo, per cui mi considero abbastanza immune ormai… e invece no! È proprio quando si abbassa la guardia che ZAC! il Maligno colpisce.

Un secondo video suggerito mi ha infatti portato ad aprire una nuova finestra e la raccapricciante scena che si è parata davanti ai miei occhi terrorizzati è stata la seguente:
1992, set hawaiiano di Jurassic Park, numerosi e dolorosissimi behind the scenes di cui uno in particolare mi ha fatto rabbrividire fin nelle ossa. In questo filmato il cast si sta preparando a girare una scena, mentre il regista dà indicazioni agli attori prima del ciak; signore e signori è inutile ricordarvi che stiamo parlando di Steven Spielberg e la scena, nello specifico, è quella in cui i visitatori si accingono a salire per la prima a volta a bordo dei mezzi che li condurranno nella visita al parco. Qui ha luogo un simpatico siparietto tra Alan Grant (Sam Neill) che non sopporta i bambini e Tim Murphy (Joe Mazzello), uno dei due nipoti di John Hammond (Richard Attenborough).

C’è abbastanza materiale per trascorrere notti insonni a fissare il soffitto chiedendosi come si è potuto essere tanto stolti da cadere in un simile tranello, ma non dovete eccessivamente colpevolizzarvi… anche i più esperti possono essere ingannati e mettere un piede in fallo. Le storie del web sono ricche di episodi spaventosi in cui vere e proprie ossessioni sono nate dal nulla, trascinando i navigatori nella perdizione più nera; d’altronde, molti degli articoli di questo blog hanno visto la luce così.

Di seguito vi lascio l’increscioso video, ma attenzione: guardatelo a vostro rischio e pericolo e ben consapevoli che questi sono gli strumenti che il Demonio dissemina nel web per rubarvi l’anima. Detto ciò, buona visione:

Lo schiaffo della settimana #37

the-cure-circa-1985Alla domanda “quali sono le band più rappresentative degli anni ’80”, sfido chiunque a non inserire i The Cure tra i primi posti. Con sonorità a cavallo tra il punk e il pop, il rock e la new-wave, il gruppo capitanato dall’iconico Robert Smith è infatti senza dubbio uno di quelli che hanno incarnato al meglio lo spirito del decennio.

La svolta nella loro carriera, che prosegue da più di quarant’anni, arriva nel 1985 quando pubblicano The head on the door, il disco che dà il via alla scalata verso il successo mondiale. A differenza delle precedenti produzioni, caratterizzate da toni cupi e suoni dark, l’atmosfera qui è più serena e le tracce hanno un’impronta decisamente più pop, senza ovviamente dimenticare la vena malinconica, vero marchio di fabbrica della band. Inoltre, proprio in occasione di quest’album, i Cure trovano la formazione ideale, con la quale pubblicheranno i loro lavori più importanti.

Da The head on the door vengono estratti due singoli di grande successo, In between days e Close to me, ma lo schiaffo di oggi cari lettori non proviene né dal primo né dal secondo. Ciò che dovete temere si trova alla traccia numero 4 e si intitola Six different ways. Racconta Robert Smith che in studio ci si intratteneva in bizzarre conversazioni, una di queste incentrata su quanti modi ci fossero per spellare un gatto. Qualcuno rispose «beh, ci sono sicuramente almeno sei modi diversi» – six different ways per l’appunto – e questo gli sembrò un ottimo titolo per un brano suonato su un tempo di 6/8.
Signore e signori, ci troviamo di fronte a un tripudio di sintetizzatori, tastiere, delay di chitarra e batteria shuffle, su cui la voce di Smith canta il proprio messaggio d’amore. Insomma, gli anni ’80 in tutto il loro osceno e irresistibile splendore!

Lo schiaffo della settimana #36

Ci sono band che, nonostante una carriera non proprio longeva, sono comunque destinate a lasciare il segno. La storia del rock ci insegna che non è necessario rimanere decenni sulla cresta dell’onda per assicurarsi un posto nell’Olimpo della musica, basti pensare ad esempio ai Beatles che, con una sola decade di attività, sono considerati tra i gruppi più importanti e influenti di sempre.

In altri casi però i successi sfornati si riducono a pochissimi, se non a uno o due pezzi al massimo e la fama raggiunta rimane modesta. Ma, anche in questi casi, può bastare un solo brano ben riuscito per rendersi in qualche modo indelebili.

È questo il caso del gruppo americano Blue Öyster Cult, rimasto celebre soprattutto per il loro pezzo – da novanta – (Don’t Fear) The Reaper.

La canzone, incisa a metà degli anni settanta, si presenta come permeata di una densa atmosfera dark e parla dell’ineluttabilità della morte. Paradossalmente la morte ci accompagna per tutta la vita e il messaggio qui è che è inutile preoccuparsi troppo per essa, riducendosi a vivere frenando i propri sentimenti. A rappresentare l’ingombrante presenza ci pensa l’ossessivo riff di chitarra ripetuto per tutta la durata del brano.

Qualcuno ha interpretato la citazione di Romeo e Giulietta presente nel testo come un richiamo al suicidio, interpretazione smentita però dal suo autore Buck Dharma.

Ma come ogni pezzo leggendario che si rispetti, la soluzione che gli dà un timbro immediatamente riconoscibile è tanto semplice quanto geniale: l’utilizzo cioè del campanaccio (cowbell in inglese), una sorta di campana appunto, che ne scandisce il ritmo. Questo escamotage è entrato così a fondo nell’immaginario collettivo che circa 25 anni dopo ha dato vita a un simpatico sketch interpretato dagli attori Will Ferrell e Christopher Walken e andato in onda durante il programma Saturday Night Live. Nella scenetta viene introdotta l’espressione More cowbell! diventata in breve tempo virale ed entrata nel linguaggio comune americano.

Lo schiaffo della settimana #35

4ff6f56808b9c90fd82cec2fa889cd99Che gli schiaffi facciano male non è un mistero e, siccome ci teniamo a lasciare il segno (sempre per il vostro bene, si intende), dedichiamo particolare attenzione alla selezione musicale del nostro blog.
Devo però ammettere che il brano di questa settimana ha implicazioni socio-politiche che mi hanno colto del tutto impreparato. Stavo navigando per il web all’interno del mio consueto sottomarino antiatomico (meglio essere preparati a tutto) giallo quando, estraendo il periscopio, ho notato stagliarsi all’orizzonte uno schiaffo di proporzioni mostruose. Passo a descriverlo.

Siamo nel cuore degli anni ’80, il gruppo punk dei Ramones ha già scritto tutto ciò che doveva scrivere per assicurarsi un posto nella storia della musica contemporanea e nel 1986 sforna il suo nono album, Animal Boy. A metà disco, per la precisione alla traccia n.7, c’è My brain is hanging upside down (Bonzo goes to Bitburg), un pezzo dal titolo lungo ed enigmatico. Cosa vuol dire? Chi è questo Bonzo e cosa va a fare a Bitburg?

Torniamo indietro di un anno. Nel maggio del 1985, l’allora presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan andò in visita ufficiale al cimitero di guerra di Bitburg, cittadina della Germania dell’Ovest, sollevando uno strascico di polemiche. In mezzo a quelle dei soldati tedeschi infatti, nel cimitero vi erano le tombe di ben 49 SS, motivo per cui ci si chiese se fosse il caso di rendere omaggio a persone che si erano macchiate di crimini contro l’umanità.
Reagan si giustificò dichiarando di vederli come «semplici soldati tedeschi…. Ci furono migliaia di questi soldati per cui il nazionalsocialismo non significò nient’altro che una fine atroce di una vita troppo corta» e a molti la cosa non andò giù.

Joey Ramone, ebreo, rimase addirittura sconvolto dalla dichiarazione del presidente e sfogò la sua indignazione nei versi di una canzone (scritta con Dee Dee e Jean Beauvoir), intitolandola appunto Bonzo goes to Bitburg. Bonzo infatti altri non è che Reagan che, nella sua precedente carriera di attore, aveva interpretato un film in cui uno scimpanzé era chiamato con quel nome. A questo punto si intromise però il chitarrista del gruppo Johnny che, essendo repubblicano, spinse per modificare il titolo, limitandosi a inserire solo tra parentesi il riferimento a Bonzo.

Pur essendo My brain is hanging upside down (Bonzo goes to Bitburg) uno dei pezzi meno famosi dei Ramones, è interessante notare come negli anni abbia avuto un cospicuo numero di cover e che sia, tra le altre cose, inserito nella colonna sonora del film School of Rock, proprio in una delle scene fondamentali (qui) in cui Jack Black insegna la storia del Rock ai suoi piccoli allievi.

Lo schiaffo della settimana #34

lucille02Lo schiaffo di questa settimana arriva con la rincorsa direttamente dal Mississippi, per lasciarvi un gigantesco segno rosso sulla guancia.

Siamo nell’inverno del 1945 e un giovanotto di colore di nome Riley sta suonando in una sala da ballo dell’Arkansas e, a quell’epoca, è usanza utilizzare la tanto intelligente quanto assolutamente sicura soluzione di accendere barili contenenti kerosene all’interno dei locali di quel genere per scaldarli. La temperatura della sala è alta e la musica fluisce, finché due uomini non iniziano a litigare, urtando e rovesciando il barile sul pavimento. In breve si scatena un violento incendio e il locale viene evacuato.
Una volta fuori il giovane Riley si accorge di aver lasciato la sua prima e unica chitarra – una Gibson semi acustica – all’interno del locale e, noncurante del grosso pericolo, rientra per recuperare l’attrezzo che gli consente di guadagnarsi da vivere.
L’edificio crolla completamente e addirittura due persone perdono la vita in quella tragica serata.
Il giorno dopo Riley scopre che i due uomini si sono azzuffati per una donna chiamata Lucille e decide di dare quello stesso nome alla sua chitarra, così come a tutte quelle che possederà in seguito, per ricordarsi di non correre mai più un rischio simile.
Da allora la fama e la carriera di Riley arrivarono alle stelle, facendone un gigante della musica mondiale e, pur potendosi permettere molte altre chitarre, una in particolare verrà sempre associata a lui e lo seguirà fino al giorno della sua morte il 14 maggio del 2015, vale a dire la magnifica Gibson ES-355 nera, “Lucille” per l’appunto.

Signori, ecco a voi Riley B. King dello “B.B.”, con il brano My Lucille del 1985, dedicato ovviamente alla sua chitarra.

E per i cultori del genere: Lucille del 1968, capolavoro 100% blues di più di 10 minuti.

La Big Boy (ma più probabilmente Satana in persona)

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Un esemplare di Big Boy in servizio (fonte)

Il mondo delle ferrovie americane è qualcosa di devastante, punto. Se qualcuno di voi, cari lettori, ha mai osato addentrarsi in quella giungla fatta di convogli infiniti, rotaie che passano nel nulla, ponti incastonati in vasti paesaggi mozzafiato ed è sopravvissuto, capirà bene di cosa parlo. Negli Stati Uniti, e in special modo nell’ovest, la ferrovia ha raggiunto livelli altissimi di follia, fin dai suoi albori nell’800, ed è tutt’oggi il mezzo più pratico, sicuro ed economico per far circolare le merci all’interno del continente.

E secondo voi la chicca di oggi in quale scandaloso contesto si colloca? Purtroppo per voi, temo che abbiate indovinato.

Prima dell’avvento delle locomotive diesel, relativamente più compatte e dalle prestazioni migliori, il carbone era l’unico combustibile in grado di far muovere queste macchine a vapore, per cui immaginatevi pure la classica motrice col classico sbuffo di fumo che viaggia nel classico paesaggio da frontiera americana.

Per far fronte a un sempre più alto bisogno di potenza, necessaria a trainare convogli via via più lunghi e pesanti, le locomotive sono esponenzialmente cresciute di dimensione, fino ad arrivare all’inevitabile punto di non ritorno, rappresentato da due semplici parole: Big Boy.

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(Fonte: bangshift.com)

Di cosa si tratta? Semplice, la Big Boy è una delle più grandi locomotive mai costruite nella storia della galassia. E quando dico grandi, intendo dire che per ottenere una Big Boy potete tranquillamente mettere insieme due o tre locomotive comuni. Tra le esigenze che hanno portato la Union Pacific – ma più probabilmente Satana in persona – a progettare questa leggendaria macchina c’era infatti il dover evitare la doppia trazione (due locomotive agganciate insieme e fatte lavorare in coppia), per semplificare le operazioni su terreni particolarmente impervi.

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Le impressionanti proporzioni di una Big Boy (fonte)

Il risultato è impressionante: una macchina di più di 500 tonnellate, sprigionante una potenza di 4.700 kW, più di 40 metri di lunghezza con il tender, quasi 5 metri di altezza e un rodiggio di – ATTENTI BENE – 4-8-8-4 (12 ruote fino a 1.73 metri di diametro per fiancata, disposte su 4 carrelli che rendevano la Big Boy incredibilmente agile sulle curve)… vi sfido a trovarne uno più alto tra le sue contemporanee, basti pensare che la Challenger, suo immenso predecessore, vantava un 4-6-6-4.

Furono prodotti venticinque esemplari di Big Boy tra il 1941 e il 1944, i quali prestarono servizio fino al 1961. La leggenda narra che durante il secondo conflitto mondiale, alcune Big Boy furono viste trainare in tutta tranquillità convogli colmi di carri armati destinati al fronte, ma siccome non riesco a capacitarmene, preferisco far finta di non aver mai udito queste dicerie.

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La Union Pacific 4012 in esposizione a Scranton, Pennsylvania (fonte)

Una volta divenute obsolete le locomotive sono state via via smantellate e solo otto ne sono sopravvissute, sette delle quali oggi giustamente esposte come pezzi da museo. E l’ottava?

Vi pentirete di averlo chiesto! L’ottava, per la precisione la numero 4014, è attualmente in fase di recupero per essere rimessa in esercizio entro il 2019, in occasione del 150° anniversario della Prima Ferrovia Transcontinentale statunitense. Non vorrei mai trovarmi sul suo tragitto e vedermela passare davanti!

Bene, resta solo una domanda a cui rispondere: da dove arriva il nome Big Boy?

Per quanto mi è dato di sapere e narrare, pare che mentre il primo esemplare era in fase di costruzione, qualcuno, probabilmente un operaio – ma più probabilmente Satana in persona – scrisse con il gesso sull’immensa caldaia le parole “Big Boy”. Il soprannome piacque così tanto che non le fu mai più tolto.

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La Union Pacific 4014 (fonte)