Lo schiaffo della settimana #48

Signori oggi si scrive la storia. Lo schiaffo che vi propongo batte non uno, ma ben due record mondiali: quello di oggi è infatti lo sberlone più breve, ma anche più violento che l’uomo abbia mai conosciuto!

Molto semplice, sapete cosa accomuna la meravigliosa Hey Jude dei soprannaturali Bealtles e non uno, ma IL capolavoro Bohemian Rapsody degli sconvolgenti Queen?

Il pianoforte usato da Sua Maestà Freddie Mercury è lo stesso identico usato da Sir Paul McCartney per la sua canzone.

Addio.

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Lo schiaffo della settimana #46

ryanadamsLo schiaffo di questa settimana, alla vigilia dell’anniversario dell’11 settembre, è un brano che rende omaggio alla città di New York, più volte trattata in questo blog in quanto fonte inesauribile di chicche. È una canzone di Ryan Adams, artista alternative country statunitense, intitolata New York, New York e pubblicata proprio nel 2001, nei mesi successivi agli attentati terroristici e inserita nell’album Gold.

Si potrebbe pensare che il pezzo fu concepito proprio come tributo alla città duramente colpita, in realtà venne scritto prima dei noti eventi e la vera particolarità sta proprio nel videoclip che lo accompagna. Questo infatti, oltre a una serie di immagini della metropoli, mostra l’artista che suona la sua chitarra stando sotto il ponte di Brooklyn, con alle spalle la classica veduta di Lower Manhattan, Torri Gemelle incluse. Come specifica una scritta all’inizio del video, le riprese avvennero venerdì 7 settembre, solo pochi giorni prima che lo skyline sullo sfondo cambiò per sempre e si tratta quindi di una delle ultimissime produzioni a immortalare gli iconici grattacieli.

Lo schiaffo della settimana #45

carl-perkinsScenario: Louisiana, imbrunire, caldo umido e qualche zanzara; un cestino con un tovagliolo a quadri unto che avvolge in qualche maniera i resti di un paio di code di gambero. Due persone si sono contese i gamberi, uno si chiama Johnny Cash e l’altro Carl Perkins; hanno appena finito di mangiare un boccone in attesa di esibirsi sul palco del Louisiana Hayride, un evento che li porta in tour negli Stati Uniti del sud assieme ad altri artisti, tra i quali spicca anche il nome di Elvis Presley. Johnny racconta a Carl che un giorno, mentre faceva il servizio militare in Germania, conobbe un aviatore nero che si vantava delle sue splendide scarpe in camoscio blu, in dotazione con la divisa.
«Hey Carl, perché non ci scrivi una canzone?»
«Dai Johnny, come posso scrivere una canzone su un paio di scarpe? E poi non ne so nulla.»

Il 4 dicembre del 1955, mentre è in concerto, Perkins nota una coppietta che balla in prossimità del palco. A un tratto il tizio grida: «Uh-uh, don’t step on my suedes!”» (non calpestarmi le scamosciate!); Carl guarda in basso e vede che il giovanotto indossa un paio di scarpe di camoscio blu, una delle quali calpestata inavvertitamente dalla ragazza. Perkins pensa: «Quel tizio ha accanto a sé una fanciulla così carina e tutto ciò che riesce a fare è solo pensare alle sue scarpe di camoscio blu». La sera stessa Perkins inizia a lavorare a una canzone circa il curioso fatto accaduto.

Ovviamente la canzone in questione è Blue suede shoes e la versione più famosa è quella interpretata da Elvis “The King” Presley, ma io vi propongo la versione originale di Carl Perkins, direttamente dalle afose notti della Louisiana.

Milano, la stazione fantasma di Corso Sempione

Oggi cari lettori torniamo a parlare di Milano perché, come già avevamo avuto modo di sottolineare, spesso si va lontano alla ricerca di chicche rischiando di non accorgersi di quelle che si hanno “in casa”. Detto questo, la nostra missione prevede comunque il giro del mondo per scovare qualsiasi cosa possa essere messo in infusione; questo per sgombrare il campo da dubbi: non ci stiamo fermando!

Anche Milano possiede ovviamente le sue chicche e quella di cui parleremo oggi ha il fascino arrogante delle cose che provengono da un’altra epoca. Se vi trovaste a passeggiare su Corso Sempione, all’altezza dell’incrocio con via Moscati (questa la posizione esatta), trovereste infatti uno strano oggetto che sbuca da un’aiuola. Nello specifico si tratta di un respingente, quegli elementi ferroviari che solitamente vengono posti alla fine dei binari tronchi per ammortizzare la frenata dei treni nel caso questi vadano “un po’ troppo lunghi”. L’oggetto in questione però è decisamente fuori luogo qui: non ci sono binari o treni, né tantomeno stazioni. Ma allora cosa succede? Quelli della Scuola di Magia si sono dimenticati di nascondere un pezzo di banchina dell’Hogwarts Express? Niente di tutto ciò.

Quello che vedete amici è l’ultimo rimasuglio di una stazione ferroviaria che fino all’800 costituiva il capolinea della linea Milano-Gallarate, in seguito divenuta insufficiente con la veloce espansione della città e demolita. Rimane appunto questo unico elemento, a testimoniarne l’esistenza in un’epoca in cui la moderna rete di trasporti urbani e interurbani era ancora di là da venire.

Quella di Corso Sempione non è l’unica stazione fantasma che potete trovare a Milano, ma sarebbe una pessima idea cercarle tutte e ricavarne un tour, vero? Vero?! Bene, ci siamo capiti.

Se vi interessano altre chicche milanesi:
Milano, sulle tracce dei bombardamenti
“770”, la casa che si ripete uguale in tutto il mondo
Milano, il quartiere che non ti aspetti

Se vi interessano altre stazioni fantasma:
La vecchia stazione della City Hall a New York

Lo schiaffo della settimana #44

Bob SegerUna sera della scorsa settimana mi trovavo in un pub non lontano da casa, senza pretese e pressoché deserto nell’agosto lombardo. Mentre mi avviavo verso la cassa per pagare e uscire, ho udito provenire dall’impianto del locale, debole ma inconfondibile, una canzone che non ascoltavo da qualche tempo. Immediatamente tutti i miei sensi si sono attivati davanti alla consapevolezza di essere al cospetto dello schiaffo di questa settimana.

Mettetevi comodi cari lettori, indossate il vostro piumino smanicato sopra una camicia a quadri e calcatevi in testa il cappello con la retina da camionista, che si parte. Il brano in questione è Against the Wind di Bob Seger, un pezzo del 1980 da classico scenario on the road. Tratto da quello che molti considerano l’album più riuscito del cantautore, fonde in sé atmosfere dolci e melodiche con il background rock dell’artista. Ne risulta una ballata fortemente evocativa, vincitrice tra l’altro di un Grammy Award per la miglior performance rock.

C’è un curioso aneddoto riguardante il passaggio del testo che recita “Wish I didn’t know now what I didn’t know then” – traducibile in italiano come “Vorrei non sapere ora ciò che non sapevo allora” – che in qualche modo suonava a Seger come grammaticalmente scorretto, infastidendolo. A fargli cambiare idea fu l’entusiasmo dei suoi collaboratori, su tutti quello di Glenn Frey e Don Henley degli Eagles, che incisero per lui i cori del brano; ritenevano che quella fosse la miglior frase dell’intera canzone e che sarebbe stato un peccato eliminarla. Alla fine Bob scese a compromessi e la lasciò dov’era, affermando in seguito «…dovevo mettermi in testa che i cantautori non possono punteggiare nulla di ciò che scrivono».

A conferma del carattere on the road del brano – sfido infatti chiunque a chiudere gli occhi e a non avere tragiche visioni di sconfinati paesaggi mozzafiato mentre la si ascolta (i turisti medi sono chiaramente esonerati) – questo venne selezionato per la colonna sonora del film Forrest Gump, e utilizzato proprio in una delle sequenze che mostrano la corsa del protagonista attraverso gli Stati Uniti (la trovate qui al minuto 05:25).

Bene cari lettori, io metto in moto il camion e riparto.

Le fortezze marine Maunsell

In questo periodo sto organizzando un weekend a Rotterdam e qualche giorno fa, mentre navigavo serenamente internet alla ricerca di curiosità e notizie sulla città, Satanagoogle mi ha fatto inspiegabilmente comparire sullo schermo un’immagine tanto inquietante quanto attraente. Allora signori, per spiegarvi ciò che mi è apparso come un calcio volante in faccia, bisogna prendere una bella e generosa manciata del film Waterworld, aggiungerci un pizzico della prima trilogia di Star Wars e coprire il tutto con acqua salmastra, meglio se della foce del Tamigi, lasciando sobbollire per una settantina di anni. Il risultato saranno le sconvolgenti fortezze marine Maunsell.

Il turista medio qui non ci può arrivare perché questo non è un luogo di passaggio, ma piuttosto un posto a cui bisogna chiedere di essere portati (dalle mie ricerche non ho trovato nessuna compagnia che faccia un qualche tipo di escursione dedicata o roba simile), visto che siamo a una ventina di chilometri oltre la foce del Tamigi, in pieno Mare del Nord (qui la posizione esatta). Troppo ostile, la calza di spugna col sandalo avrebbe vita brevissima.

Ciò che si staglia in mezzo alle onde è una serie di fortezze in metallo arrugginito, sostenute da piloni in cemento che ancorano le strutture al fondale. Le costruzioni risalgono alla seconda guerra mondiale e sono state volute dalla Gran Bretagna come ulteriore difesa dagli attacchi tedeschi. Prendono il nome dal loro ideatore, l’Ingegnere Guy Maunsell e all’epoca erano per la maggior parte collegate tra loro, ovviamente armate fino ai denti, vista la loro funzione difensiva. Abbandonate dalla marina e dall’esercito intorno agli anni ’50, divennero prima sede di alcune radio pirata (le meglio conservate), poi qualcuno le battezzò addirittura Principato di Sealand, rivendicandone l’indipendenza (mai riconosciuta) dalla Gran Bretagna, per il fatto di sorgere fuori dalle acque territoriali inglesi; nel 2014 infine è stato affidato allo studio Aros Architects (gli stessi che hanno realizzato gli interni della sede londinese della Sacra Scrittura Lonely Planet!) l’ambizioso progetto di riqualificazione delle fortezze in resort di lusso per super ricchi… tutto pazzesco!

Sarà perché queste fortezze abbatterono un numero indefinito di aerei tedeschi, sarà per i bulloni arrugginiti che sbucano un po’ dappertutto, sarà perché dalle loro finestre si può pescare del pesce azzurro freschissimo, ma su di me hanno avuto un effetto ipnotico talmente forte da meritarsi un articolo sul blog.

Lo schiaffo della settimana #43

3725È estate e per affrontare il caldo si consiglia di bere molta acqua, non uscire nelle ore più calde della giornata e soprattutto ricevere il consueto schiaffo settimanale che lascerà sulla pelle una piacevole sensazione di freschezza.

Questa settimana facciamo le valigie e ci trasferiamo di prepotenza nel cuore degli anni ’60, nel pieno di quel fenomeno conosciuto come brit invasion.
È un periodo di forte sperimentazione, il rock si sta rapidamente evolvendo dando vita a una miriade di sottogeneri e, dal canto suo, anche l’industria degli strumenti musicali si sta dando da fare per venire incontro alle sempre nuove esigenze degli artisti.

Come spesso accade però l’innovazione arriva in maniera del tutto inaspettata, detonando da una semplice e geniale intuizione. È il 1964 e la band The Kinks ha già un piede fuori dai giochi per via di un paio di flop commerciali che la sua etichetta non è più disposta a perdonare, per cui o si azzecca la hit o si cambia aria.
Come in una sceneggiatura hollywoodiana, quando tutto sembra perduto ecco che avviene il miracolo; nello specifico succede tutto in una notte buia e tempestosa in cui il chitarrista Dave Davies si aggira spiritato e in preda a insonnia: deve fare qualcosa per dare una svolta all’impronta musicale del gruppo o per loro sarà la fine. Ecco allora che, preso un taglierino, in preda a un raptus di follia – il volto deformato da uno spaventoso ghigno messo in luce da un fulmine che attraversa il cielo londinese – come un moderno Jack lo Squartatore accoltella il proprio amplificatore, aprendone uno squarcio nel cono. Non contento, con lo strumento deturpato ma ancora funzionante, inizia a suonare la propria chitarra. La mattina seguente si sveglia sconvolto e madido di sudore… la chitarra è ancora lì, l’amplificatore pure! Non è stato solo un incubo e ha finalmente trovato il sound particolare che stava cercando!

La scoperta viene subito messa a frutto durante la registrazione del successivo singolo dei Kinks, una canzone intitolata You Really Got Me. In studio, servendosi di un amplificatore più adatto, viene riprodotto quel timbro acido e fortemente distorto ottenuto tagliando il cono del primo e il resto è storia: il pezzo si piazza in vetta alle classifiche restandoci per numerose settimane, divenendo uno dei simboli della brit invasion, nonché il brano di maggior successo del gruppo e ispirandone numerosi altri a venire, ponendo secondo alcuni critici la prima pietra per lo sviluppo del punk rock.

Ovviamente tutta la scena di Dave Davies che in una notte di follia accoltella il proprio amplificatore l’ho inventata per aggiungere pathos all’aneddoto, ma è comunque così che lo immagino e il succo di tutto è assolutamente vero: il chitarrista ottenne un timbro sonoro unico e innovativo semplicemente tagliando il cono dell’amplificatore.

Ah, per i forti di stomaco c’è anche una leggenda metropolitana che gira intorno a You Really Got Me: all’epoca un certo Jimmy Page lavorava proprio con i Kinks come turnista e l’assolo di chitarra che sentite nel brano sarebbe il suo. Grazie al cielo questa è solo una leggenda infondata, dato che la cosa è stata più volte smentita da chiunque abbia preso parte alle sessioni di registrazione, nonché dallo stesso Page che in un’intervista ha dichiarato: «Non suonai mai in You Really Got Me, e fu proprio questo a far incazzare Ray Davies [NdR: cantante e leader dei Kinks]»