Lo schiaffo della settimana #73

Il 1958 fu un anno eccezionale per la musica, in cui nacquero Prince e Michael Jackson, rispettivamente uno dei più grandi e il più grande artista pop che abbia mai calcato la Terra. Le loro storie furono molto simili, entrambi provenienti da famiglie dedite alla musica e con un rapporto col padre a dir poco burrascoso. Prince e Michael amavano gli stessi musicisti, tutti e due avevano il desiderio di abbattere le barriere razziali e, soprattutto, ognuno era intenzionato a primeggiare l’uno sull’altro. La loro fu in effetti una delle maggiori rivalità musicali mai esistite nella storia del pop e quella volpe di Quincy Jones cercò di capire come sfruttarla al meglio. Nel 1987 Jones convinse The King of Pop, al lavoro sul disco Bad, che la title track sarebbe stata perfetta cantata in duetto col suo rivale. Quincy dichiarò in un’intervista che Prince disse a Jackson che non voleva partecipare al progetto, in quanto la canzone “sarebbe stata una hit anche senza di lui”; in realtà Prince si mostrò stranamente favorevole alla cosa, arrivando addirittura ad ascoltare la canzone in anteprima per decidere se dare l’ok definitivo. Fu proprio questo ascolto tuttavia, dopo solo pochi secondi, a fargli cambiare idea! La canzone comincia con la frase Your butt is mine (il tuo culo è mio) e Prince non volle cadere in quella che considerava una trappola del rivale: lui non avrebbe mai cantato quelle parole, né tantomeno se le sarebbe fatte cantare da Jackson. La collaborazione svanì in pochi secondi, così come la possibilità per l’umanità intera di ascoltare qualcosa di assolutamente straordinario. Chissà se, nelle stanze dell’Area 51 dove i due si sono rifugiati dopo la loro “morte”, l’argomento ogni tanto viene ancora a galla…

Due anni di Mesedos!

E così, carissimi lettori, il nostro blog ha già due anni di vita… come vola il tempo quando si viene presi a schiaffi da tutte le parti!
Anche quest’anno vorremmo passare in rassegna gli articoli più seguiti per ognuno degli ultimi dodici mesi, per fare un tuffo nel passato e prepararci a iniziare il terzo anno di attività illegali. Dobbiamo confidarvi che, nel rivederli così tutti insieme, le guance si arrossano… sia per l’emozione che per il ricordo di antichi sberloni mai del tutto riassorbiti.

Marzo 2018
La partita più spettacolare di sempre

Aprile 2018
Trigger, la diabolica chitarra di Willie Nelson

Maggio 2018
Il Singer Building

Giugno 2018
L’edificio che non c’è

Luglio 2018
Lo schiaffo della settimana #40

Agosto 2018
Milano, la stazione fantasma di Corso Sempione

Settembre 2018
Lo schiaffo della settimana #48

Ottobre 2018
Lo schiaffo della settimana #49

Novembre 2018
Himalaya, la valle segreta dell’Eden

Dicembre 2018
Lo schiaffo della settimana #62

Gennaio 2019
Il Lego-Brucke

Febbraio 2019
Quella volta che sono stato a Castle Rock

Jakub Wejher, il cattivo più potente dell’universo

È un periodo un po’ teso per noi, perché una dei nostri inviati d’assalto si trova a New York da ormai una settimana, non si è ancora fatta sentire e questo ci disturba molto. A complicare il tutto, stamattina i messaggi sul mio telefonino cominciano ad arrivare presto, con insistenza, uno dietro l’altro, e la cosa mi spaventa… non sono news dalla città di Satana, ma Davide che, in modalità “napalm”, mi sta tempestando di input; capisco subito che ha trovato qualcosa di estremamente pericoloso. A un tratto mi compare un’immagine inequivocabile ed emblematica. Sì, abbiamo effettivamente qualche cosa di sconvolgente da mettere in infusione.

Chi conosce il signor Jakub Wejher alzi la mano! Nessuno? Sicuri? Sicuri, sicuri? Avete ragione, effettivamente in Italia e nel resto del mondo (esclusa la Polonia) nessuno sa chi sia costui, ma tranquilli che ci siamo noi a diffondere notizie. Wejher era figlio di un governatore prussiano che nella prima metà del 1600 studiò all’Università di Bologna, per poi seguire le orme del nonno e del padre arruolandosi nell’esercito e dandovi i sui servigi per molti anni.

Nel 1694 fondò la città di Wejherowo, dove possiamo trovare tutt’oggi una statua in suo onore. Infatti, se per motivi ignoti e stravaganti, a qualcuno venisse in mente di passarci un bel weekend (luoghi e/o attrazioni da segnalare in città: zero!), fermandosi in Plac Jakuba Wejhera (esattamente qui) non potrebbe non notare la sgraziata figura dell’omino di cui sopra in posizione impertinente e spavalda… non bellissima, sinceramente.

Come nei cartoni animati, vedo le facce che si allungano verso il pavimento e posso sentire distintamente il silenzio rotto solo dal verso di un grillo in lontananza… ah, perché, voi siete andati a Wejherowo durante la bella stagione? Enno! Ci dovete andare d’inverno, o al massimo in questo periodo, quando la possibilità di una nevicata improvvisa è ancora alta! Proprio così, perché quando l’aria comincia a farsi gelida e le nubi bianche e cariche si addensano nel cielo il discorso cambia, il mansueto e anonimo Jakub si trasforma addirittura nel cattivo più potente dell’universo… i primi fiocchi di neve cadono e lo strato di neve si fa sempre più spesso sulla statua, sfigurandola a tal punto da trasformarne le fattezze e fare apparire niente po’ po’ di meno che Lord Fener… o Dart Fener o Darth Vader, chiamatelo come vi pare, tanto fa paura lo stesso!

Non vi fa tremare abbastanza? Provate a guardare il video che vi abbiamo proposto alla fine del nostro articolo di circa un paio di anni fa, ve la farete sotto senza accorgervene.

Lo schiaffo della settimana #72

Buona settimana cari lettori. Se avete seguito gli ultimi due schiaffi, vi sarete resi conto che manca solo un elemento per completare la trilogia, vale a dire Good Times degli Chic. Come abbiamo detto, il brano ha costituito il nucleo dal quale sono state estratte le due perle già descritte, ma quali sono le chicche che la riguardano?

Nile Rodgers, chitarrista degli Chic, scrisse il pezzo la mattina stessa in cui venne registrato; la cosa di per sé ha dell’incredibile, considerando che da anni il gruppo aveva trovato la linea di basso che lo contraddistingue, ma non riusciva trovare la canzone giusta nella quale inserirla. Ironia della sorte, quel giorno proprio Bernard Edwards, bassista, si presentò in studio in ritardo e quando apparve tutti erano già al lavoro. Forse sentendosi in colpa, non fece storie e iniziò a seguire chitarra e batteria e, per ragioni ultraterrene, finalmente di punto in bianco la parte di basso aveva trovato la sua giusta collocazione.

Pubblicata nel 1979, Good Times è un raggio di ottimismo nei confronti dei tempi a venire, pur nascondendo una dura critica nei confronti delle politiche che hanno caratterizzato il decennio precedente. Le conseguenze della presidenza Nixon e della guerra del Vietnam sono paragonate agli effetti della Grande Depressione Americana; non è un caso infatti che il testo riprenda i versi di Happy Days Are Here Again e About a Quarter to Nine, rispettivamente del 1929 e del 1935, due brani considerati emblematici del difficile periodo.

Concludendo questa sorta di trilogia schiaffeggiante, vi invito a riflettere sull’enorme eredità lasciata da Good Times. Per farlo vi basta dare un’occhiata (qui) alla lista delle canzoni che contengo campionamenti della sua inconfondibile linea di basso. Grazie a tutti e buonanotte.

Lo schiaffo della settimana #71

Bentornati cari lettori e buona settimana. Ricorderete che nell’ultimo schiaffo, oltre al brano Rapper’s Delight degli Sugarhill Gang, abbiamo citato Another one bites the dust dei Queen e Good Times degli Chic. Perché? Cosa lega queste canzoni? Beh, in Rapper’s Delight ritroviamo intere sezioni campionate da Good Times e riproposte in una coinvolgente versione hip hop vecchia maniera, mentre in Another one bites the dust abbiamo una linea di basso molto simile. Che ci sia sotto qualcosa? Ma certo che sì!

Allora, innanzitutto bisogna considerare che nel periodo precedente la pubblicazione di The Game, i Queen passarono diverso tempo in studio di registrazione con gli Chic, interessati – soprattutto Mercury e non senza qualche tensione interna – a nuove sonorità. Non c’è da meravigliarsi quindi che John Deacon venne fortemente ispirato dal basso di Bernard Edwards, fino a partorire un pezzo iconico come Another one bites the dust, per l’appunto.
Il brano rappresentò una grossa novità rispetto a ciò a cui il pubblico della band britannica era abituato, tanto che al lancio del singolo i più distratti non ne riconobbero nemmeno gli autori, scambiandolo per un pezzo di musica nera. Com’è noto, i quattro componenti dei Queen componevano i pezzi in egual misura e, a dispetto della sua natura schiva che lo poteva far apparire come più defilato, su questo che diverrà uno dei loro successi più noti, Deacon lasciò l’impronta più di chiunque altro. In studio suonò la maggior parte degli strumenti, tra cui il basso, le chitarre solista e ritmica, il piano invertito (effetto che, per esempio, potete notare al minuto 00:14) e alcune percussioni. 

Anni dopo, durante un’intervista, qualcuno chiese a Bernard Edwards se fosse infastidito dal fatto che i Queen sfruttarono un elemento di una loro canzone per ottenere un successo planetario. Il bassista disse che no, non c’era problema. Ciò che invece gli causava qualche problema era il fatto che parte della stampa iniziò a mettere in giro la voce che gli Chic avevano plagiato i Queen!

Lo schiaffo della settimana #70

Nel 1979 nessun disco hip hop era mai stato pubblicato. Nel Bronx il genere si era già affermato da qualche anno (qui e qui due nostri vecchi articoli a riguardo), ma veniva suonato solo ed esclusivamente dal vivo nelle feste di quartiere, coi rapper che si esibivano cantando rime spesso improvvisate e godendo di ben poca considerazione al di fuori di questi ambienti. Durante l’estate, la crew conosciuta come Fatback Band anticipò tutte le altre tentando quello che a tutti gli effetti era un esperimento: incidere e immettere sul mercato un singolo hip hop. Il pezzo si chiamava Kim Tim III (Personality Jock) e trovò posto sul lato b di un singolo R&B.

La svolta vera e propria avvenne però a settembre, quando la crew Sugarhill Gang pubblicò quello che per convenzione è il primo vero singolo hip hop a sbarcare sul mercato, facendo da apripista a una nuova stagione discografica. Il brano, intitolato Rapper’s Delight, vede i testi cantanti su un beat campionato (senza permesso) dalla canzone Good Times degli Chic, con lo stesso basso funky che quasi contemporaneamente ispirò i Queen per la loro Another one bites the dust. Il tutto funzionò così bene che il successo costituì una svolta per l’hip hop, catapultando il genere oltre i confini di New York e divenendone una pietra miliare. Un anno dopo gli Sugarhill Gang pubblicarono il loro primo pionieristico album, che raggiunse il successo internazionale.

E adesso, cari lettori, caliamoci insieme in una torrida estate newyorkese degli anni ’70 e muoviamoci a ritmo. Lo schiaffo è servito:

Lo squalo di Daytona

Distillatori clandestini negli anni ’20 (fonte)

La chicca di oggi non può che partire con uno scenario dai lineamenti apocalittici: fine anni ’20 / primi anni ’30, negli Stati Uniti siamo in pieno proibizionismo e, nel bel mezzo della notte, in Louisiana si sentono strani rumori provenire dal folto della foresta. È una specie di borbottio, come di qualcosa che sobbolle in pentola; il flebile ma continuo rumore viene da un piccolo capanno in legno, illuminato a stento da una miserabile lanterna e, al suo interno, tre uomini stanno armeggiando impazienti attorno a quello che sembra un distillatore rudimentale… ma certo, questi tizi stanno preparando qualche barattolo di Moonshine il famoso Whisky che all’epoca veniva prodotto clandestinamente, per poi essere consumato in “ambiti ricreativi” più o meno loschi.

Come è facile immaginare, dato il particolare periodo, spesso e volentieri si verificavano veri e propri agguati della polizia federale, dai quali non era raro che scaturissero folli inseguimenti in auto per le campagne in stile Hazzard. Visto l’andazzo, tra i moonshiner divenne usanza abituale “truccare” i motori delle auto per cercare di seminare le forze dell’ordine di turno e le prestazioni dei mezzi aumentarono in maniera esponenziale. Ok, ora che le auto della polizia non facevano più paura, da chi si poteva scappare? Come sfruttare l’enorme potenza dei mezzi – chiamati stock-cars – che si trovavano per le mani?
Una sera salta in piedi il folle di turno in salopette e camicia a quadri che dice: «ehi amico, ma quanto sferraglia il tuo pick-up? Scommettiamo che non riesce ad andare più forte del mio?»
«Ma per piacere, figuriamoci!» risponde l’altro. «Ti faccio mangiare la polvere e in più il tuo Moonshine è da donnicciole!».
Nacque così anche una serie di competizioni clandestine a margine della produzione di whisky, che ben presto divennero sempre più seguite e competitive.

Tali corse proseguirono anche dopo l’abolizione delle leggi contro le bevande alcoliche, specialmente negli stati meridionali degli USA, e Daytona Beach divenne forse la più importante piazza per gli eventi di questo genere, fino a essere considerata (anche tutt’ora) “La Mecca” della velocità di tutto il nord America. Come solo gli americani sanno fare, a un certo punto della storia e più precisamente nel 1948, il tutto venne trasformato in un business di proporzioni gigantesche da un tale Bill France, il quale istituì ufficialmente la National Association for Stock Car Auto Racing. Ebbene sì signori miei, il famosissimo campionato NASCAR che noi tutti oggi conosciamo e che conta decine e decine di milioni di appassionati in tutto il mondo, nacque proprio da un gruppo di campagnoli analfabeti (nel senso più buono del termine) che sfrecciavano in mezzo alla polvere con le auto piene di whisky, inseguiti da decine di volanti della polizia! Da quella baracca in legno il tutto si è evoluto fino ai giorni nostri e i pick-up arrugginiti si sono trasformati in mostri sputafuoco con motori V8 da quasi 900 cavalli di potenza e ben oltre 320 km/h di velocità massima… un accenno sul rumore? 125 decibel circa, quando la soglia del dolore fisico è per convenzione posizionata a 130.

Una competizione NASCAR a Daytona (fonte)

Si ma voi vi starete chiedendo che cosa significa il titolo? Perché lo squalo di Daytona? Che animale mitologico è mai questo?

Signori non è un animale, ma forse il più iconico, famoso, impertinente e spaventoso pezzo di metallo che abbia mai calcato l’asfalto dei circuiti di questo sport… a Daytona ci sono persone che si svegliano di soprassalto perché se lo sognando ancora la notte: sto parlando della leggendaria Plymouth Superbird blu, che agli inizi degli anni ’70 sconvolse l’intero circus con le sue forme estreme! Non fu la più vincente della storia, ma sicuramente la più impertinente della galassia.

Plymouth Superbird (fonte)