Lo schiaffo della settimana #69

I R.E.M. ci hanno regalato molte perle nella loro trentennale carriera musicale, ahimè conclusasi nell’ormai lontano 2011, ma devo dirvi cari lettori che poche hanno il fascino delirante di un pezzo intitolato It’s the end of the world as we know it (and I feel fine). Il brano, pubblicato anche come singolo dall’album Document del 1987, non è altro che un ininterrotto flusso di coscienza che ci schiaffeggia per quattro minuti con frammenti di immagini evocative e concetti più o meno astratti, tutti messi in fila seguendo quel genere di ritmo incalzante che in breve ci fa cogliere da una deliziosa labirintite.

In realtà Michael Stipe, che non è certo l’ultimo arrivato, sa benissimo dove andare a pescare gli assi da nascondersi nella manica. I più attenti di voi, nell’ascoltare questo brano, sentiranno sicuramente l’eco di Subterranean Homesick Blues di Bob Dylan, canzone che a metà degli anni ’60 fece scuola per l’uso evocativo delle parole (e per il rivoluzionario videoclip), tanto che un certo John Lennon, nemmeno lui l’ultimo arrivato, la definì così accattivante da ritenere impossibile scriverne un’altra che potesse anche solo competere con essa.

Ma tornando ai R.E.M., Stipe ha più volte dichiarato di trarre ispirazione da qualsiasi cosa per i suoi testi, persino dalle esperienze che gli capitano durante il sonno – dopotutto il nome della sua band non può essere un caso, vi pare? – e proprio da un sogno ha origine l’ultima strofa di It’s the end of the world as we know it (and I feel fine), in cui viene elencata una serie di personaggi senza un apparente nesso tra loro. E invece sta proprio qui la folle genialità, signori miei: il cantante aveva sognato di trovarsi alla festa di compleanno di Lester Bangs con Lenny Bruce, Leonid Breznev, Leonard Bernstein, ecc… e di rendersi conto di essere l’unica persona presente le cui iniziali non fossero L.B.

Non so voi amici, ma io spero ardentemente che la fine del mondo non sia lontana.

Lo schiaffo della settimana #68

È tardo pomeriggio nei corridoi quasi deserti dell’ospedale della contea di Sheffield in Alabama. Dalle finestre aperte entra la brezza calda e umida tipica delle zone a ridosso del fiume Tennessee, le cicale fanno un frastuono assordante, ma qualcosa, anzi qualcuno, canta più forte di loro… la voce è potente, straordinariamente soul e “…sembra uscire direttamente dal fango del fiume Tennessee” (cit. Bono Vox, leader degli U2). Ma ehi, è quello nuovo! È il giovanotto di colore che fino a pochi giorni fa lavorava nelle piantagioni di cotone di Leighton, non male! Il ragazzo si chiama Percy Sledge, assunto come infermiere, ma per ora smista solo i farmaci negli scaffali, la sua passione è il canto e infatti durante i weekend si esibisce nei locali della zona riscontrando un discreto successo. Una sera la sua voce magica viene notata da Mr. Rick Hall, fondatore e titolare dei leggendari studi di registrazione Muscle Shoals Sound Studio, che, vista la sua straordinaria dote, lo invita a passare a trovarlo. Percy ottiene un contratto e nel 1966 incide la sua prima canzone… ne farà molte altre, ma la prima è più che sufficiente per farlo diventare una star planetaria e catapultarlo (nel 2005) nella Rock and Roll Hall of Fame. Il brano, scritto in collaborazione con Calvin Lewis e Andrew Wright, si intitola When a man loves a woman e non ha bisogno di nessun tipo di commento, né presentazione.

Quella volta che sono stato a Castle Rock

Oggi vorrei parlarvi di un’altra tappa del viaggio negli Stati Uniti fatto lo scorso settembre (ne ho parlato anche qui), ma prima vi suggerisco la colonna sonora adatta a ciò che sto per descrivere, capirete presto perché.

Con San Francisco alle spalle e diretti a nord in stile rigorosamente on-the-road, io e Pippo, il mio compagno di viaggio, superiamo il confine della California per addentrarci nel sorprendente stato dell’Oregon; prima fermata: Crater Lake, meraviglioso lago di origine vulcanica immerso in una sconfinata area boschiva. Passiamo poi la notte a Eugene, cittadina sede della University of Oregon, con due interessanti mete nei dintorni su cui abbatterci il giorno seguente, vale a dire Springfield (indicata da un certo Matt Groening come ispiratrice della città dei Simpson) e Brownsville (qui la posizione esatta) che letta così sinceramente non dice nulla. Ma è proprio questa, signore e signori, la chicca che sto per mettere in infusione.

Chi è nato negli anni ’80 non può non aver mai sentito parlare di un film intitolato Stand by me, ricordo di un’estate, spesso proposto nelle scuole medie durante le deliranti ore di supplenza. Si tratta in realtà di una perla nostalgica, una bellissima celebrazione dell’amicizia in età pre-adolescenziale tratta da Il Corpo, un racconto di Stephen King. E chi ha bazzicato l’universo narrativo di King sa che tra le città nate dalla sua immaginazione ricorre spesso quella Castle Rock che fa da sfondo proprio a questo racconto. In realtà Castle Rock si troverebbe idealmente nel Maine, ma per qualche motivo la produzione del film ha deciso di situarla nell’Oregon, identificando in Brownsville la location ideale. Ora, essendo io fan di King e Stand by Me, potevo lasciarmi sfuggire l’occasione di visitarla? Ma certo che no!

Arriviamo a Brownsville in una soleggiata domenica mattina e la sensazione è immediatamente quella di un salto indietro nel tempo. Per raggiungerla si guida attraverso strade secondarie che tagliano attraverso campi ingialliti e, nonostante non siamo mai troppo distanti da aree più popolate, non facciamo fatica a comprendere perché il posto è stato scelto per riprodurre l’America rurale degli anni ’50.


Lasciata l’auto nel parcheggio di un minimarket, ci incamminiamo sulla sonnolenta Main Street e, superato l’iconico ponte di ferro, siamo in città. Ci divertiamo ad andare a caccia degli angoli utilizzati come set per le riprese del film (dò per scontato che l’abbiate visto, perciò non mi perderò in eccessive descrizioni) e, aiutati da una mappa, troviamo un penny incastonato nell’asfalto proprio nel punto in cui Vern ne trova uno nel momento in cui si congeda dai suoi amici.

Brownsville è una realtà minuscola e pressoché deserta mentre la visitiamo e con pochi passi raggiungiamo le case di Teddy e di Gordie. Poco distante si trova il parco in cui viene ambientato l’esilarante racconto di Palla di Lardo e risalendo un lieve pendio arriviamo all’albero sul quale fu montata la casetta di legno dove i ragazzi giocano a carte all’inizio del film.

Tornando nei pressi di Main Street ci spostiamo sul retro di un pub per cercare il punto esatto in cui Gordie e Chris provano una pistola sparando inavvertitamente a un bidone dell’immondizia e veniamo raggiunti da uno strano individuo con una divisa che ricorda quella di un boy scout. Ci chiede se siamo fan di Stand by me e prende a narrarci con un’esagerata dovizia di particolari dove la scena della pistola è stata girata e come è cambiata quella zona della città negli ultimi trentadue anni.

Main Street, Brownsville

Liberatici non senza fatica della logorroica guida locale (la ritroveremo al parcheggio poco prima di ripartire… doveva assicurarsi che avessimo visto tutto) che vuole farci fare un tour per il quale ci servirebbero a occhio e croce almeno un paio di giorni, ci riportiamo sulla via principale e ci avviamo verso l’auto. Trascorriamo in tutto un paio d’ore a Brownsville, la Castel Rock di Stand by me, ma l’esperienza è valsa senza dubbio la piccola deviazione. Tutto è come lo si potrebbe immaginare, le piccole costruzioni antiquate, il cielo terso, il frinire delle cicale nell’aria immobile, l’America della provincia e l’atmosfera decisamente Kinghiana.

Il luogo senza dubbio più emozionante, almeno per il sottoscritto che ha in Stand by me uno dei suoi film preferiti, è stato il ponte di ferro di fronte al quale, alla fine del film i ragazzi – uno dei quali interpretato da un giovanissimo River Phoenix – si fermano prima di tornare in città e la voce narrante del Gordie Lachance adulto spiega:

«Eravamo stati via solo due giorni, eppure la città sembrava diversa. Più piccola.»

Lo schiaffo della settimana #67

Lo schiaffo di oggi è dark, molto dark. Stiamo per scomodare niente po’ po’ di meno che Il Principe delle Tenebre, Ozzy Osbourne, e il suo gruppo, i Black Sabbath… quindi per piacere create tenebra nella stanza e alzate il volume. Negli ultimissimi anni ’60 il glorioso gruppo si sta concentrando per concludere le tracce che faranno parte del loro prossimo album, uscita prevista per settembre 1970; hanno molto materiale, potente e di ottima qualità, qualcosa diverrà addirittura – ancora a loro insaputa – leggenda, peccato per quel buchino di poco meno di tre minuti che, porca miseria, non si riesce a riempire con niente di adatto! Siamo all’ultima seduta di registrazione negli Island Studios di Londra, si lavora duro e serve assolutamente una pausa per il pranzo. Il chitarrista Tommy Iommi rimane, si siede e strimpella svogliatamente un riff. Finito il fish and chips nel locale all’angolo il bassista torna, collega lo strumento all’amplificatore e improvvisa qualcosa che sembra si appoggi bene. Il batterista si mette semplicemente a seguire la chitarra e Ozzy, con la sua vagonata di carisma, afferra il microfono e abbozza qualche parola.
«Beh ragazzi, abbiamo tanto ottimo materiale. Direi che questa può andare bene cosi, come tappabuco per quegli stramaledetti tre minuti è più che sufficiente» dice qualcuno.

Signori, è cosi che nasce Paranoid, uno dei più importanti e influenti brani dell’intera storia del genere heavy metal.

La Provincetown Public Library e il suo tesoro

Carissimi lettori, oggi abbiamo un’ospite. Per la prima volta pubblichiamo l’articolo di una lettrice che ha deciso di contribuire alla follia mia e di Mauro. Si tratta di Valentina, amica già in passato collaboratrice di Mesedos. Sua infatti l’organizzazione dell’intervista a Raffaele Minichiello e sempre sue le foto dei bagni pubblici da 300.000 dollari, scattate durante la spedizione punitiva nella quale l’abbiamo prontamente imbarcata subito dopo avere appreso del suo viaggio a New York. Di seguito vi riportiamo il resoconto di una chicca da lei scoperta in una biblioteca a Provincetown, nel New England. Non possiamo non provare orgoglio e commozione nel costatare che con la nostra opera pia siamo riusciti a traviare altre persone. Vai Vale, a te la parola.

Il 17 settembre 2017 è iniziato il viaggio credo più indimenticabile della mia vita, un viaggio di nozze super itinerante, alla ricerca di emozioni in posti immaginati solo tramite film o racconti, e alla scoperta di chicche che avrebbero meritato tanti chilometri macinati ogni giorno. Tutte le tappe più o meno programmate nel dettaglio, tra cui quella a Cape Cod, nel Massachusetts, con pernottamento a Sandwich – no, non ci siamo ripromessi di mangiare sandwich qui, abbiamo mangiato pesce in un posto molto carino (qui la posizione). 

Il mattino seguente iniziamo a esplorare i dintorni, tra cui la Sandwich Boardwalk; la nebbia non si è ancora alzata per dare luce a una splendida giornata, quindi la passeggiata è molto suggestiva, forse anche un po’ inquietante per una fifona come me!
Dopo un giretto in paese, prendiamo l’auto per percorrere la Old King’s Highway che attraversa alcuni dei villaggi più vecchi d’America e arriva fino alla punta di questa lingua di terra a forma di uncino che è Cape Cod. Facciamo in modo di raggiungere una spiaggia sulla punta per osservare il tramonto – no, non è stato un momento particolarmente romantico, perché c’erano dei conchiglioni di dimensioni notevoli che distraevano – che riusciamo a immortalare e rendere indimenticabile.

Visto che abbiamo optato per il tramonto in spiaggia, lasciamo per la serata l’esplorazione di Provincetown, il villaggio sulla punta di Cape Cod che avevo notato e segnato da vedere prima di partire perché, avendo vissuto a Siena per quattro anni, mi era subito saltata all’occhio una torre dichiaratamente ispirata alla Torre del Mangia in Piazza del Campo. Poco dopo aver parcheggiato notiamo subito la Torre illuminata che, lasciatemi dire, è ben lontana, ma molto ben lontana dalla Torre del Mangia: copiare è un’arte e stavolta non è riuscita benissimo!

Ci incamminiamo lungo la strada principale piena di negozietti, ma tutti chiusi, trovando in giro una decina di persone in tutto. C’è una leggera foschia e tra le case basse ci incuriosisce un edificio decisamente più alto degli altri, illuminato e con uno spiazzo erboso sul davanti, che sembra una chiesa e invece non lo è: è la Provincetown Public Library. Non avevo letto nulla a riguardo prima di partire, ma quella costruzione fa troppo la differenza rispetto al resto del villaggio, peraltro è ancora aperta, quindi va assolutamente esplorata (brava Vale, BRAVA! Ndr).

All’interno c’è solo una bibliotecaria che mette a posto libricini piuttosto vecchiotti che all’entrata ci avvolgono subito. Rispetto alle biblioteche a cui siamo solitamente abituati noi italiani, con un’atmosfera antica, calda e raccolta, questa è completamente bianca e c’è qualcosa di strano al centro della sala principale, qualcosa di molto grande e scuro… siòre e siòri, ebbene sì, è un veliero!

Aumento subito il passo per cercare di capire come è stato collocato lì, cerco qualche didascalia e scopro che un tempo l’edificio era una Chiesa Metodista Episcopale, costruita nel 1860. Col passare degli anni è diventato museo d’arte fino a diventare il museo del Patrimonio di Provincetown e alla fine degli anni ’70 del secolo scorso hanno riprodotto all’interno il Rose Dorothea in scala 1:2, uno degli innumerevoli velieri che popolavano l’affollato porto di Provincetown durante il diciannovesimo secolo, all’apice della pesca commerciale. Il Rose Dorothea non è stato solo un ottimo peschereccio, ma ha anche vinto un’importante regata, quindi è stato più che lecito aggiudicargli il posto in una biblioteca, e soprattutto aggiungerlo ai ricordi di un viaggio strepitoso!

Lo schiaffo della settimana #66

The Dream Academy è una band pop-folk che negli anni ’80 ha sfornato il suo singolo più famoso, intitolato Life in a Northern Town, lo schiaffo di questa settimana cari amici.

La storia è la seguente. Un giorno Nick Laird-Clowes e Gilbert Gabriel, due dei tre membri del gruppo, si siedono sul pavimento con l’intento di comporre un brano e che suoni un po’ come una canzone popolare africana. Hanno due chitarre, una con solo tre corde e l’altra appartenuta a Nick Drake, un cantautore inglese morto per overdose di antidepressivi nel 1974. La chitarra di Drake, apparsa sulla copertina di uno dei suoi album, è costata solo 100 sterline, ma fa subito il suo lavoro: immediatamente infatti i due hanno l’idea di dedicare il pezzo proprio alla memoria del cantante, ispirazione per molti musicisti.

La canzone però non ha ancora un titolo definitivo e un certo Paul Simon chiede «Come la intitolerete? Ah Hey Ma Ma Ma?» (che è il coro che si sente nel ritornello.
«Pensavamo di intitolarla Morning Lasted All Day» risponde Laird-Clowes. «Mmm non suona bene…»
«Beh allora che ne dici di Life in a Northern Town
«Sì, questo è un bel titolo!»

Superato lo “scoglio” Paul Simon, la canzone deve solo essere prodotta e inserita all’interno di album e a questo ci pensa un altro personaggio che risponde al nome di David Gilmour. Bene, direi che può bastare. Aprite le finestre e preparatevi ad affrontare la settimana respirando l’aria frizzante e malinconica della periferia nord-est di Newcastle, in un periodo di depressione e mancanza di lavoro, che è essenzialmente ciò di cui questo brano parla.

La gola di Almannagja

Fonte: wikipedia.org

Qualche giorno fa, dopo aver letto stupidamente senza nessun tipo di precauzione alcune pericolosissime recensioni sui viaggi in Islanda, mi sono soffermato a pensare tra me e me su una cosa: quell’isola mi attira in maniera potente, sicuramente ci andrò prima o poi. Subito dopo, in balia di quell’intorpidimento che non ti fa capire dov’è il limite tipico degli adolescenti, decido di dare un’occhiata a cosa si potrebbe fare e vedere nella zona di Reykjavik in un ipotetico viaggio. Mi rendo conto di aver commesso un gravissimo errore, perché più cose trovo, più la mia curiosità si accende e mi spinge ad approfondire, ed è da queste ricerche che iniziano sonnecchianti e finiscono a sberloni in faccia che sbucano le chicche migliori da mettere in infusione. Scopro che a circa una cinquantina di chilometri ad est della capitale (esattamente qui) esiste un luogo come pochissimi altri sul pianeta Terra, dove è possibile vedere e toccare con mano ciò che il professore di scienze delle medie ci spiegava con così tanta brama. Siamo nel parco naturale di Thingvellir (qui il sito ufficiale), il primo istituito in Islanda nel 1930 e dichiarato patrimonio dell’umanità dall’UNESCO nel 2004, dove dal 930 (non è un errore, non manca un “1” davanti, avete capito bene, stiamo parlando di 70 anni prima dell’anno 1000!) al 1789 si riuniva il consiglio islandese per discutere dei problemi dell’intera isola ed emanare leggi. Il consiglio veniva chiamato Althing e per la sua conformazione decisionale e deliberativa gli storici lo considerano la prima forma di parlamento “moderno” al mondo; Thingvellir, Þingvellir in lingua locale, significa infatti “pianura del parlamento”. Questa notizia mi fa vacillare sulla sedia, ma incurante del pericolo come Ambrogio Fogar decido di andare avanti nelle ricerche e scopro la notizia per cui mi sono sentito in dovere di scrivere l’articolo. In questo parco naturale c’è un luogo chiamato gola di Almannagja dove, allargando le braccia, si possono toccare l’Europa e l’America contemporaneamente… sbam! Definitivamente caduto dalla sedia! Ebbene sì signori miei, la gola altro non è che la dorsale medio-atlantica e cioè la spaccatura creata dallo spostamento (da 1 a 18 mm ogni anno) della zolla tettonica americana (orientati a nord, a sinistra) e quella euroasiatica (a destra)! Ho l’istinto di mangiarmela la sedia.

Fonte

Con drammatica facilità si può imboccare il sentiero sterrato sul fondo del canyon, percorrerlo per tutti i suoi 5 chilometri circa di lunghezza e lasciarsi prendere a sberle dal meraviglioso contrasto tra il verde fluo dell’erbetta fresca e il nero delle pareti di roccia lavica che si innalzano a destra e a sinistra, pareti che – vi ricordo ancora con estremo rammarico – hanno più di 200 milioni di anni e sono l’inizio di due smisurati pezzi di litosfera che si estendono da qui fino in Russia, uno passando passando dal nord America e l’altro dall’Europa… il concetto è semplice, il fatto di poterli toccare tutti e due con le mani nello stesso momento è invece da far ribaltare gli occhi indietro tipo svenimento.

E purtroppo non è finita qui, perché terminato il cammino ci si può infilare una bella e pesante muta da sub per immersioni in acqua gelata e sguazzare allegri nella fessura di Silfra… eh sì, perché la gola a un certo punto, terminato il sentiero, si abbassa ulteriormente, si riempie d’acqua e può essere osservata facendo un po’ di sano snorkeling nella faglia in un’acqua talmente cristallina che la visibilità è ottimale fino a oltre 100 metri! (qui le info).

Nota a margine: il turista medio lo potete trovare sotto forma di grazioso portachiavi, resistente ombrellino pieghevole da viaggio e/o calamita da frigorifero.