Lo schiaffo della settimana #56

Siamo, a mio parere, nel più glorioso e prolifico decennio che la musica mondiale abbia mai visto: gli anni ’70. Come un fallout nucleare, la creatività si propaga dappertutto, dal vecchio al nuovo continente e ovviamente anche l’Italia ne viene investita; le classiche sonorità e i colori sgargianti prendendo a schiaffi tutto e tutti e le classifiche si riempiono di nomi altisonanti. Verso la fine del decennio, in qualche studio di registrazione segreto dove moquette arancione e carta da parati ipnotica regnano sovrane, si sta riunendo un gruppo di musicisti fenomenali  per lavorare a un progetto top secret… secondo alcune indiscrezioni, dal Giappone è arrivato del materiale interessantissimo che ha bisogno di una colonna sonora. Nel 1978 il capolavoro è compiuto, il singolo può finalmente uscire e i grandi nomi in quel momento in classifica (Bee Gees, Kate Bush, Lucio Battisti, Olivia Newton-John & John Travolta, Patty Pravo e Celentano, per citarne alcuni) sono terrorizzati da ciò che vedono avvicinarsi a velocità supersonica! Un lampo blu e rosso piomba sulla terra arrivando fino al quarto posto assoluto e a un disco d’oro – più di un milione di copie vendute! –  salvando l’umanità dai nemici.

Il gruppo di artisti si fa chiamare Actarus e il singolo è UFO Robot.

Kelburn Castle, il castello funky

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I viaggiatori che hanno la sventurata idea di partire alla scoperta della Scozia sono consapevoli che sicuramente troveranno due cose sul loro cammino: natura spettacolare e castelli meravigliosi, come se non ci fosse un domani. Quindi segnalarvi con questo articolo un castello da visitare nei dintorni di Glasgow non sembrerebbe una cosa molto interessante… ma mai, e dico MAI abbassare la guardia! Satana è sempre dietro l’angolo, pronto colpire coloro che anche solo per un attimo pensano di essere in salvo!

A circa 35 miglia dalla città scozzese infatti (qui la posizione precisa) si erge in tutto il suo splendore il castello di Kelburn, lì fin dal XIII secolo, appartenuto alla casata dei Boyle da quell’epoca fino ai giorni nostri. Nel 2007 quel matto furibondo che risponde al nome di Patrick Boyle Conte di Glasgow sta passeggiando nei dintorni del castello e nota che lo strato superficiale di intonaco aggiunto negli anni ’50 è abbastanza malconcio, decidendo così di farlo rimuove. Come si procede in questi casi? Si prende il telefono, si chiamano i muratori e si fa eseguire il lavoro in tutta sicurezza.

Il signor Boyle invece, sicuramente spinto dal maligno, cosa fa? Prima di partire con la demolizione decide di “dare in pasto” le pareti a un gruppetto di artisti e writers brasiliani, per farci ciò che gli passa per al testa… tutti inconsapevoli del fatto che stanno per rendere il castello unico nel suo genere. Gli indiavolati sudamericani utilizzano più di 1500 bombolette spray per realizzare un gigantesco murales che da lì a poco ottiene risonanza mondiale venendo addirittura accostato a opere di livello assoluto come quelle dei signori Banksy, Keith Haring e via discorrendo.

Il castello diventa così la perfetta fusione tra la modernità e l’assenza di regole dei murales e il rigore e l’austerità dell’architettura medioevale, tanto da farlo divenire una delle principali attrazioni di tutta la Scozia. L’opera nata come temporanea è ovviamente diventata permanente (e ci mancherebbe!), le visite guidate sono numerose (qui c’è tutto), il turista medio con le calze di spugna e i sandali viene immediatamente colto da malore appena intravede i colori da lontano e quindi direi tutto bene ciò ce finisce bene.

Lo schiaffo della settimana #55

van-halen-1984-coverBuona settimana cari lettori. Allora, dato che è da un po’ di schiaffi che non torniamo nei ruggenti e cotonatissimi anni ’80, abbiamo pensato di farlo in grande stile, proponendovi un pezzo che è senza dubbio uno dei più rappresentativi della decade.

Il gruppo – il cui chitarrista è già stato peraltro tirato in ballo in questo nostro articolo –  è quello dei Van Halen, e lo schiaffo è la loro prima e unica hit in carriera ad aver raggiunto il primo posto in classifica. Stiamo parlando di Jump signore e signori e il solo nominare il titolo dovrebbe già avervi spettinato a dovere.

La genesi della canzone avviene nel lontano 1981, quando Eddie Van Halen scrive il celeberrimo riff di tastiera, scartato però dal cantante David Lee Roth che pensa sia troppo commerciale e poco affine alla classica produzione della band. Insomma, il sintetizzatore è vietato!

Solo un paio di anni dopo Eddie ottiene la rivincita, possedendo ormai uno studio di registrazione tutto suo e potendosi quindi permettere di sviluppare quella prima idea, incoraggiato dal suo produttore che, a quanto pare, ne ha intravisto il potenziale.

A questo punto Roth si arrende e inizia a scrivere il testo ispirato, dice la leggenda, da un servizio visto al telegiornale in cui un uomo minaccia di suicidarsi gettandosi da un edificio. “Might as well jump” pensa, anche se allo stesso cantante piace raccontare l’aneddoto aggiungendo che scrisse l’intero testo mentre guidava per Los Angeles a bordo della sua Mercury Convertible del 1951.

Jump è impreziosita dal miglior assolo di chitarra mai composto da Eddie Val Halen – a detta sua – e viene inserita nell’album 1984, pubblicato nel 1983, l’anno prima che Roth lascia il gruppo, secondo le malelingue proprio a causa degli attriti dovuti anche all’incisione di questa canzone.

Lo schiaffo della settimana #54

the-byrds-colorBuongiorno cari lettori e buona settimana. Sentite, ieri c’è stata la maratona di New York, seguita in diretta con angoscia da entrambi gli autori del blog, possiamo non parlarne e pensare ad altro per piacere? Grazie.

Allora… ah sì, lo schiaffo!

Questa settimana torniamo ai mitici anni ’60, quando la maratona di New York grazie a Dio non era ancora stata inventata: la prima edizione è infatti del 1970… ehm, scusate sto divagando di nuovo. Adesso mi concentro!

A-L-L-O-R-A dicevamo: anni ’60!

Nel 1964 Bob Dylan esce con un album dal significativo titolo di Another side of Bob Dylan. Dopo essersi affermato come uno dei principali esponenti del movimento di contestazione di quegli anni, con canzoni divenute presto inni di protesta contro un certo tipo di sistema, Dylan sente l’esigenza di prendere un attimo le distanze da quel tipo di musica. Non perché nel frattempo abbia cambiato idea riguardo alle grandi questioni, ma piuttosto per non sentirsi ingabbiato tra etichette e stereotipi. Ne esce un album poco apprezzato all’epoca, ma che contiene My back pages, pezzo in cui il cantautore parla proprio dei suoi anni passati e che, come molto spesso accade per il suo repertorio, dà vita a una lunga serie di cover.

Quella che vi presentiamo questa settimana cari amici è a nostro avviso la più riuscita ed è interpretata dal gruppo The Byrds. A distanza di soli tre anni la band, che fino a quel punto aveva già pubblicato sei cover di Bob Dylan, decide di inserire My Back Pages nel suo terzo album intitolato Younger than yesterday, con chiaro riferimento al testo del brano.

Cucendole una nuova veste in chiave elettrica, i Byrds riescono a trasformare la canzone in un grande successo. I versi, non sempre di immediata interpretazione e spesso criptici, in puro stile dylaniano, sembrano acquistare maggior potenza in questa versione contribuendo a conferirle un taglio introspettivo e un’aura di misterioso fascino… un po’ come il traguardo della maratona a Central Park.

Lo schiaffo della settimana #53

ArtboardLo schiaffo di oggi potremmo considerarlo una specie di back to the future della musica, il brano infatti è del 1994 ma a suon di sberloni ci porta indietro nel tempo fino agli anni ’70, che a loro volta ci scaraventano con violenza a cavallo degli anni ’50 e ’60. Detta cosi sembra complicata, vado a spiegare.  La canzone in questione, intitolata Buddy Holly del gruppo pop/rock Weezer, è dedicata al celebre cantautore e uscì nel giorno del suo 58° compleanno (Buddy purtroppo non può festeggiare perché è morto più di trent’anni prima nell’incidente aereo in cui perse la vita anche Mr La Bamba Ritchie Valens, come descritto anche in questo nostro precedente schiaffo) e il relativo video ha una peculiarità ripugnante: è ambientato da Arnold’s, il celebre locale della serie tv culto Happy Days. Ora le date vi tornano? Molto bene.

Diretto magistralmente da Spike Jonze, con un gioco di montaggi ed effetti speciali, nel video la band si trova a suonare il brano sul piccolo palco di moquette marrone che veniva allestito all’interno del famoso locale e piano piano tutti i personaggi della serie fanno la loro impertinente comparsa, creando scompiglio e nostalgia alle migliaia di affezionati che in quegli anni guardavano MTV. Per questo motivo il video, e la canzone di conseguenza, hanno immediatamente un enorme successo e diventano una pietra miliare della cultura Indie/pop/rock degli anni ’90. Godetevi in video e mi raccomando non emozionatevi troppo nel rivedere Fonzie che alla fine ruba completamente la scena accompagnato da uno stuolo di donzelle ululanti.

Lo schiaffo della settimana #52

61n2nwmx3qlRieccoci, cari lettori. Essendo tornato solamente da un mese dall’ultimo viaggio negli USA, mi perdonerete se porto ancora addosso le scorie accumulate in diciassette giorni passati a ridosso della Pacific Coast e se, inevitabilmente, queste riaffioreranno di tanto negli articoli del blog.

Lo schiaffo di questa settimana ha infatti a che fare con una delle tappe del mio viaggio e, siccome mi piace prenderla larga, inizio dicendo che il gruppo in questione è The Ataris, una band punk-rock dalle sonorità sfrontatamente anni ’90-’00.
Nel 2003, i ragazzi di Anderson, Indiana, pubblicano un album intitolato So long, Astoria e i più attenti di voi dovrebbero già drizzare le antenne, mentre i più distratti possono rinfrescarsi la memoria dando un’occhiata a questo nostro articolo pubblicato più di un anno fa.

Ma torniamo a noi. La title-track dell’album è uno sfacciato riferimento, per non dire un vero e proprio omaggio, ad Astoria, cittadina dell’Oregon settentrionale utilizzata come scenario del film cult The Goonies e quindi entrata a far parte dell’immaginario dei nati a cavallo tra gli anni ’70 e ’80 come una vera e propria Mecca. E proprio a The Goonies il brano si riferisce, infarcito di rimandi a navi pirata, tesori sepolti, per finire citando parola per parola il discorso di Mouth nella scena in fondo al pozzo dei desideri (se non sapete di cosa stiamo parlando, ci dispiace seriamente per voi, andate qui a colmare questa terribile lacuna immediatamente!). Insomma questa canzone è un inno alle avventure, nonché ai tormenti pre-adolescenziali che hanno reso mitologica la pellicola del 1985. Si può vivere benissimo senza conoscere il resto della discografia dei The Ataris, ma questo brano qui è un perla che non può mancare nelle vostre playlist.

Lo schiaffo della settimana #51

Sabato scorso ho pranzato tenendo la tv accesa su un programma di cultura, giusto per avere un sottofondo che mi tenesse compagnia. E invece, del tutto inaspettata, dall’infernale aggeggio è fuoriuscita una mano che mi ha schiaffeggiato facendomi andare tutto di traverso.

A un certo punto è iniziata infatti un’intervista a Joan Baez, la mitologica cantautrice americana soprannominata l’Usignolo di Woodstock. Capite che già qui il mio stato d’animo ha iniziato a essere irrequieto, ma il giornalista ha pensato bene di girare ulteriormente il coltello nella piaga portando il discorso sulla sua partecipazione al celeberrimo festival (ma lascia perdere, cosa vai a tirare in ballo?!) del 1969.

Innanzitutto la Baez mi ha assestato un primo colpo col seguente aneddoto:

«Qualche settimana fa, mentre mi trovavo a San Francisco, ho sentito qualcuno toccarmi una spalla e girandomi ho visto un uomo che si è presentato come il pilota dell’elicottero che mi portò sul luogo del concerto. Quello fu l’ultimo volo prima dell’uragano che in quei giorni trasformò tutto in fango. È stato bellissimo, ci siamo abbracciati.»

A questo punto non capivo più nulla, ma il colpo di grazia doveva ancora arrivare col secondo aneddoto:

«Ricordo un episodio con Janis Joplin, eravamo molto amiche» prosegue inarrestabile la signora di cui sopra, col sottoscritto irrigidito e teso come una corda di violino. “Faceva freddo e pioveva e così le proposi di andare a prendere una tazza di tè. Janis mi ferma e dice “hey, ma quale tè? Questo è il mio tè!” e solleva una bottiglia di whisky.»

Intontito, con gli occhi pesti e un rivolo di sangue che mi colava dalla narice destra ho capito quale sarebbe stato lo schiaffo di questa settimana. Signore e signori, Take me back to the sweet sunny South di Joan Baez, uno dei pezzi eseguiti il 15 agosto 1969 al festival di Woodstock. Io nel frattempo non mi sento affatto bene, buon ascolto: