Peter Pan nei Giardini di Kensington

Londra è per molti aspetti una città magica e sono molte le storie fantastiche legate per un motivo o per l’altro ad essa. Sì, però state calmi che vi vedo già agitati. Bene, proseguiamo.

Dicevo, sono molte le storie fantastiche legate ad essa e tra le più famose vi è senza dubbio quella di Peter Pan. Certo che non occorra presentare il celeberrimo personaggio letterario in questione, passo direttamente a illustrarvi l’angolo di Londra in cui potete incontrarlo. Ammetto che per un periodo ho creduto che ciò non rappresentasse una vera e propria chicca, dato che il luogo è piuttosto conosciuto, ma chiacchierando con diverse persone a riguardo ho avuto modo di appurare – non senza una punta di stupore – che molti ne ignorassero del tutto l’esistenza. Ed è qui che arriviamo noi a illuminarvi la via.

Prendete nota. Innanzitutto dovete ovviamente addentrarvi nei Kensington Gardens. Perché dico ovviamente? Ma perché è qui che Peter idealmente viveva quando fu creato dalla penna del suo autore J.M. Barrie. Peter Pan era infatti un bambino che volò via dalla finestra di casa ancora in tenerissima età (una settimana appena) per andare a vivere con gli uccelli e le fate nei giardini di Kensington, precisamente in un’isola situata in mezzo al lago conosciuto col nome di Serpentine, e sarà proprio all’interno di questo parco che il bambino vivrà le sue prime avventure. Solo successivamente Barrie sviluppò ulteriormente il personaggio, inventando nuove storie e il mito dell’Isola che non c’è, facendone la sua dimora.
Bene, addentratevi nel parco da una delle numerose entrate, probabilmente la più comoda è quella di Lancaster Gate, anche se personalmente vi suggerirei una piacevole passeggiata partendo proprio dal quartiere di Kensington. Sulla sponda del Serpentine (qui la posizione esatta) si erge la statua in bronzo del bambino che non voleva crescere mai, colto mentre suona il suo flauto per fate e altre creature fantastiche. La statua, situata nel punto esatto in cui il bambino atterrò una volta fuggito di casa, fu voluta da Barrie che la concepì come un suo personale regalo alla città di Londra e in particolare ai bambini. È difficile infatti non emozionarsi davanti a questa scultura e non provare un piacevole ritorno alla propria infanzia.

74211_1661455939995_1827040_n

Visita alla statua di Peter Pan, marzo 2008

Credete che fu questo l’unico regalo che lo scrittore fece ai bambini della propria città? Nient’affatto. Egli decise infatti di lasciare in eredità i diritti d’autore del suo personaggio più celebre all’ospedale pediatrico di Great Ormond Street che ne avrebbe usufruito ogni qualvolta Peter Pan fosse stato rappresentato.

Un’ulteriore curiosità: la piazzetta in cui si trova la statua appare anche in una delle ultime scene del film Hook, con Robin Williams che nei panni di un Peter Pan adulto e reduce dalla sua ultima avventura sull’Isola che non c’è si risveglia proprio qui, ai piedi della scultura che lo ritrae.

Annunci

Lo schiaffo della settimana #12

e483e30d4309a8b4b39774d0e1603adaCari lettori, oggi vi giochiamo un tiro veramente mancino, ce ne rendiamo perfettamente conto e vi chiediamo scusa in anticipo. Il brano – lo schiaffo, per essere più precisi – di questa settimana è un pezzo del mitologico duo Simon & Garfunkel, dal titolo quanto mai eloquente di The 59th Street Bridge Song (Feelin’ Groovy).

Notiamo che qualcuno tra voi è già fuggito a gambe levate e non possiamo certo biasimarlo. Per chi è invece rimasto, dobbiamo nostro malgrado spiegare il carico di dolore che tali parole sottintendono, ma non prima di avervi dato un paio di nozioni. La canzone, scritta da quell’indiscusso fuoriclasse di Paul Simon che l’ha interpretata e incisa in coppia con Art Garfunkel, venne pubblicata nel 1966 all’interno del loro terzo album Parsley, Sage, Rosemary and Thyme ed è tutt’oggi uno dei loro pezzi più amati.
Ma passiamo alle note dolenti. Come purtroppo il fato ha deciso, Simon & Gurfunkel sono di New York e 59th Street Bridge non è altro che un nome più colloquiale col quale indicare il ponte suà-maestà-signore-del-male Queensboro Bridge che, con i suoi 1.1325,2 metri di acciaio, bulloni e arroganza, dal 1909 collega il distretto del Queens a Manhattan, passando con sfacciata impertinenza per Roosevelt Island.

Vi possiamo garantire che è un’esperienza assolutamente gratificante passeggiare nei pressi del ponte prendendo alla lettera ciò che Simon & Garfunkel consigliano con il loro brano: rallentare, nel caos del traffico cittadino come nella vita, per apprezzare il piacere delle cose semplici come i ciottoli della strada, i fiori e, perché no, fermarsi a parlare con un lampione.

Oltre alla versione in studio di 59th Street Bridge Song (Feelin’ Groovy) che trovate di seguito, qui vi proponiamo il live dallo storico concerto di Central Park.

L’isola sacra dei cavalieri Jedi

Come spesso accade quando si scopre che le ambientazioni di film famosi non sono ricostruzioni ma luoghi realmente esistenti, il cuoricino comincia a battere forte. Se poi i film in questione sono di culto e le ambientazioni a dir poco sensazionali (come purtroppo ci è già capitato di riscontrare in questo articolo di Davide), allora il cuoricino smette di battere e saluti a tutti.
Pochi giorni fa mi capitava di rincasare dopo essermi gustato al cinema l’ultimo episodio, l’ottavo, della mitologica saga di Star Wars – per chi non lo avesse ancora visto, non preoccupatevi, non spoilero nulla – e ripensavo all’ambientazione da togliere il fiato in cui si svolge gran parte del film, vale a dire il pianeta Ahch-To.
Ma un momento, vedo una manina alzata laggiù in fondo. Sì, dimmi! Star Wars è la saga con il Capitano Kirk e l’altro con le orecchie a punta? Allora, prima cosa l’altro con le orecchie a punta si chiama Spock, seconda cosa ti stai confondendo con Star Trek. Per favore, qualcuno allontani l’individuo in malo modo, grazie.

Tornando a Star Wars, tra me e me pensavo a quanta fantasia e quanto lavoro ci devono essere dietro la creazione di ambientazioni da lasciare senza fiato il pubblico e, allo stesso tempo, essere talmente verosimili da sembrare reali. Tutto un ragionamento da buttare nel sacco dell’indifferenziato…

E sì, perché googlando un po’ di qua e un po’ di là scopro, col cuore colmo di dolore, che tutto ciò non è una affatto una ricostruzione, ma una location reale… ed è pure esattamente come la si vede nella pellicola!

Dopo una scoperta del genere ovviamente il mio cervello da viaggiatore, come posseduto dal demonio, mi costringe a saperne di più, fino ad arrivare a uno stato, un nome e una posizione: Irlanda, isola di Skellig Michael, 17 chilometri al largo delle coste della contea di Kerry, in pieno oceano Atlantico. Al solo pensiero sono ancora impaurito… pazzesco!

Nessuna raccomandazione riguardante l’eventuale presenza di turista medio con le calze di spugna bianche e i saldali, perché qui potete stare certi che non ne troverete. L’isola è di difficilissimo contatto anche per il viaggiatore esperto, in quanto ha una notevole importanza sia dal punto di vista paesaggistico che naturalistico ed è preservato in maniera eccellente dal governo irlandese, il quale ha imposto la seguente restrizione: raggiungibile esclusivamente via mare e solo da dieci imbarcazioni che hanno il permesso di salpare dalle coste del Kerry con un massimo di dodici persone a bordo, soltanto una volta al giorno. Ellamiseria ma dove siamo, ad Alcatraz?!

E, come se non bastasse, sulla sommità dell’isolotto è presente uno straordinario quanto poco accessibile monastero costruito nel 588 (sì, avete capito bene, 1430 anni fa) dai monaci del primo Cristianesimo irlandese, nonché patrimonio dell’UNESCO dal 1996.
A tale proposito mi sovviene la guida turistica australiana che ci indirizzava nella scoperta della città di Brisbane: di fronte alla Albert Street Uniting Church raccontava orgogliosa che la sua costruzione avvenne nel 1889… ecco brava, adesso per piacere raccogli le tue cose e sparisci senza fare confusione.

I monaci vivevano in piccole costruzioni circolari di pietra a secco (clochans), costruite sulla sommità di baratri a oltre 60 metri a picco sull’oceano e accessibili solo grazie a un’impervia scalinata scavata nella roccia (proprio quella che Luke Skywalker percorre più volte nel film). Da qui proclamavano il loro credo davanti a un’antica High Cross, anch’essa ancora presente in loco (e anche nel film).

Lo so viaggiatori, ho capito, smettete di sbattere la testa contro il muro! Le informazioni che bramate le trovate tutte qui. In più vi segnalo questo sito – vi avviso, secondo me lo ha fatto Satana in persona – che organizza tour lungo 2500 km di coste irlandesi e vi fa passare dai paesi della contea di Kerry dai quali partono le barchette per raggiungere l’isola in questione.

Come conclusione vi riporto una frase dell’attore Mark Hamill:
“Affrontare la terrificante scala in pietra e raggiungere la sommità della grande roccia per girare le scene del film è stato abbastanza facile. È bastato seguire il consiglio del barcaiolo Declan O’Driscoll: regolare il passo e non guardare mai giù.

Lo schiaffo della settimana #11

ArtboardLo schiaffo di oggi va oltre il gusto personale. Oggettivamene un capolavoro galattico e, indiscutibilmente, una delle più belle canzoni mai scritte trasversalmente a tutte le categorie musicali conosciute.

Il brano si intitola Redemption Song e l’autore è ovviamente Robert Nesta “Bob” Marley. In quel periodo (1979) al genio Marley successero de cose:
1) il cancro diagnosticatogli qualche tempo prima si stava ormai diffondendo in maniera irreversibile
2) arrivò alla conclusione del suo (ultimo a sua insaputa) album intitolato Uprising.

Quando presentò il lavoro al suo produttore Chris Blackwell, egli rispose: «Bello, ma manca qualcosa. Vai e torna quando l’hai trovato».
Bob Marley, probabilmente anche ispirato dalla sofferenza fisica dovuta alla malattia, il giorno seguente tornò con Redemption Song che divenne il singolo estratto dall’album, nonché brano di chiusura dello stesso.
Un’antica credenza narra che il cigno, appena prima di morire, sia in grado di cantare una struggente e bellissima melodia… Redemption Song è il canto del cigno di Marley, anche se “il Rasta non teme la morte, perché il Rasta non vive e non muore mai.”
Un piccolo bonus: il brano è stato omaggiato con innumerevoli cover, provate ad ascoltare (qui) la versione di un’altra leggenda, al secolo Joe Strummer.

La montagna d’oro

Alzi la mano chi non ha mai desiderato essere nei panni di Zio Paperone e trovarsi davanti a una montagna d’oro o chi non hai mai voluto essere Lupin III per mettere gli occhi su un caveau zeppo di lingotti luccicanti… ebbene, leggendo questa chicca tremenda potrete farlo! E secondo voi qual è l’unico luogo al mondo dove può accadere una cosa simile? Las Vegas? Risposta sbagliata. New York? Esatto!

Esattamente al 33 di Liberty St. (fermata metro J e Z – Fulton Street) troverete l’ingresso piantonato da almeno un paio di terrificanti poliziotti del NYPD di un bel palazzotto di una decina di piani rivestito in quadrotti rettangolari che sembrano degli Oro Saiwa. Siete al cospetto del Federal Reserve Bank of America Building, un luogo dove – come si può capire – il denaro è di casa e sopratutto in quantità smisurate.

È vero, siamo in una delle zone più turistiche di Manhattan, i marciapiedi pullulano di esemplari di mediocris tornacense stupet (turista medio imbambolato) intenti a cercare chissà cosa e lo sconforto potrebbe assalirvi, ma non abbiate paura cari viaggiatori, non abbiate paura! Svoltate l’angolo e, al 44 di Maiden Lane una volta varcata la soglia d’ingresso, vi troverete in un’oasi di pace fuori dalle visite guidate usuali. Potrete partecipare infatti al Museum & Gold Vault Tour che la Federal Reserve Bank of America offre gratuitamente a un massimo di 25 persone per volta e che vi porterà a scoprire come è gestita e a che cosa serve non una, ma la più colossale riserva aurea monetaria del pianeta. Non so voi, ma al solo pensiero ho i brividi di freddo…

Dopo ovviamente un controllo a dir poco “accurato” di qualsiasi granello di polvere voi abbiate addosso, l’interessante visita guidata ha inizio, ma è quando scenderete sotto terra che il fiato vi si interromperà bruscamente in gola lasciandovi ansimanti per il resto del tour. Si arriva a circa 25 metri sotto il livello stradale e si fa conoscenza con l’unica entrata al caveau sotterraneo, vale a dire una gradevolissima porta in acciaio e cemento armato di 140 tonnellate e, attraversata questa (direi qualche metro di spessore), si arriva al tanto agognato deposito di Zio Paperone, al tanto bramato caveau di Lupin III e cioè alla zona di stoccaggio dei lingotti d’oro.

Lo spettacolo è a dir poco raggelante, davanti a voi avete un muro di centinaia di migliaia (nel 2015 erano 508.000) di barre auree luccicanti come le lucine di Natale che vi fanno diventare la pupilla a forma di $ come nei cartoni animati; la frase “il fascino del dio denaro” qui è quanto mai appropriata, la sensazione – anzi la certezza! – di avere a pochi centimetri da voi svariati miliardi di euro è da ponderare a piccole dosi perchè può dare veramente alla testa.

Quello che state guardando – e che il turista medio che passeggia 25 metri sopra di voi intento a cercare il negozio di Tiffany & Co. ignora completamente – non è nient’altro che una delle diverse riserve auree che esistono al mondo nelle quali le nazioni, e in questo caso ovviamente anche gli USA, accantonano e depositano i propri “risparmi” per prelevarli nel momento del bisogno. Oggi questo luogo sta vivendo un lento ma inesorabile declino in quanto i vari stati mondiali tendono a riportare in patria il proprio oro e quindi il valore di ciò che c’è qui dentro, pur essendo comunque gigantesco, non è più quello di una volta; il deposito dell’oro infatti cominciò qui subito dopo la seconda guerra mondiale ed ebbe il suo picco nel 1973, quando le tonnellate del prezioso minerale arrivarono a 12.000 (sì esatto, come una di quelle grosse navi container che vedete in tv su Sky!). Io progetto case di mestiere e quindi, per deformazione professionale, una domanda mi sorge spontanea: ma per sostenere un peso simile, che razza di fondazioni deve avere l’Oro Saiwa Building? Chicca nella chicca! Il caveau NON ha fondazioni, ma poggia direttamente sulla dura roccia sottomarina di Manhattan Island! Il turista medio di prima è stato sbalzato dal marciapiede dall’onda d’urto!

Ultima cosa carina del posto, se volete come souvenir potete portarvi via un sacchettino di dollari tritati ormai ritirati dal mercato… il turista medio è spacciato, anzi tritato.

fed01

Qui trovate tutte le informazioni che vi possono servire, tranne una: l’esterno del Federal Reserve Bank of America Building è stato utilizzato nel film Il Padrino come sede della riunione dei Don… ok e poi?!

Lo schiaffo della settimana #10

Ed eccoci al primo schiaffo del 2018. Ok, potrebbe sembrare fin troppo scontato scegliere questo brano per inaugurare il nuovo anno, ma aspettate mentre andiamo a mettere in infusione un paio di chicche a riguardo e non ne rimarrete delusi.

Innanzitutto New Year’s Day era in origine una semplice canzone romantica dedicata da Bono alla moglie Ali, ma i fatti di cronaca provenienti dalla Polonia – dove la legge marziale e il conseguente giro di vite ai danni del movimento Solidarność stavano scavando un solco cupo nella storia del paese – hanno dirottato testo e significato su qualcosa di più impegnato.

Il singolo venne pubblicato il 1 gennaio del 1983 divenendo uno dei maggiori successi della band irlandese e, coincidenza, nello stesso anno il governo polacco annunciò la sospensione della legge marziale.

Anche il videoclip che accompagna la canzone nasconde una curiosità. Avete presente i quattro componenti del gruppo che cavalcano nella neve? Ecco, non si tratta dei quattro componenti del gruppo. Nella biografia The Edge dichiara infatti che né lui né tantomeno i suoi compagni si trovavano nelle condizioni di poter girare quelle scene. La location si trovava in Svezia e le temperature abbondantemente sotto lo zero che li avevano accompagnati per tutto il primo giorno di riprese li avevano semplicemente messi ko. Inoltre Bono, in un gesto sfacciatamente anni ’80, si era rifiutato di indossare un cappello perché gli avrebbe impedito di sfoggiare la sua celebre e molto sobria acconciatura. I quattro cavalieri quindi non sono altro che ragazze camuffate per l’occasione.

Ultima chicca in omaggio: provate a guardare la performance live di questo brano a Red Rocks nel 1983 e aspettate l’assolo di chitarra. Pare che The Edge non si fosse ancora del tutto scongelato.

Buon anno a tutti!

Lo schiaffo della settimana #9

elton-john-john-lennonPensavate che vi avremmo risparmiato un bello schiaffo d’auguri, proprio il giorno di Natale? No, vero? Bravi.
Mentre vi preparate al pranzo più impegnativo dell’anno o state cercando di riprendervi aspettando terrorizzati il momento del dolce, seduti in disparte sul divano, vi raccontiamo questo curioso aneddoto.
Siamo negli anni ’70 e John Lennon, dopo l’esplosiva esperienza con i Beatles, ha già intrapreso la carriera da solista. C’è in particolare una canzone destinata a finire in Walls and Bridges, l’album che sta ultimando, dal titolo Whatever Gets You Thru the Night e si dice che la genesi stessa della canzone sia molto particolare. Pare infatti che Lennon passasse le nottate a guardare improbabili show televisivi prendendo nota delle cose che lo colpivano di più e, una notte, finì per ascoltare un predicatore dichiarare “Let me tell you guys, it doesn’t matter, it’s whatever gets you through the night.” La frase gli piacque tantissimo, la annotò e la fece diventare una canzone.
A collaborare al brano Lennon chiama l’amico Elton John che incide i cori e la parte di pianoforte. Lennon però non è affatto convinto del risultato finale e non sembra disposto a puntare molto sul suo successo. Elton invece è più ottimista e fa promettere a John di salire sul palco durante un dei suoi concerti se il pezzo si fosse piazzato al primo posto in classifica.
Ovviamente va esattamente così, il 45 giri schizza in vetta alle classifiche e John Lennon duetta con Elton John durante una delle sue esibizioni al Madison Square Garden di New York (qui trovate diversi spezzoni della serata ricostruiti in un unico video), il 28 novembre 1974, in quella che è anche la sua ultima apparizione dal vivo.