The poison garden

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Quando si parla di parco pubblico, si pensa a un meraviglioso e lussureggiante polmone verde in cui regnano e convivono frescura, tranquillità e zanzare. Ci si siede su una bella panchina e si ozia con la mente sgombra, pensando che è proprio il posto in cui portarci i figli, vista l’assenza di pericoli e predatori naturali… certo, questo discorso vale per tutti i parchi e giardini del mondo tranne che per uno, o meglio, per una porzione di esso.

Nel nord/est dell’Inghilterra, affacciata sul mare del Nord, sorge la graziosa cittadina di Alnwick, la quale, come praticamente tutte le cittadine d’Inghilterra, ha il suo meraviglioso castello sulla collina verde fosforescente; tutta questa collina stabilo-boss è completamente accessibile a tutti e nei pomeriggi d’estate le famigliole felici inglesi pascolano tranquille e piccoli gruppi di turisti camminano ordinati sui sentierini per raggiungere e visitare il castello. Scenario idilliaco, certo, ma se guardate bene là in fondo, un’ombra nera e minacciosa si staglia all’orizzonte; laggiù, vicino alla capanna di Rubeus Hagrid, un pesante cancello nero ne delimita una porzione. Sul cancello campeggiano due grossi cartelli rettangolari raffiguranti ciascuno un teschio con ossa incrociate e la scritta “These plants can kill”, “Queste piante possono uccidere”.

I turisti medi all’ascolto si tappino immediatamente le orecchie, vi stó per comunicare che siete di fronte all’ingresso del velenosissimo The Poison Garden (qui il sito ufficiale), il quale contiene una collezione di un centinaio di piante ed essenze potenzialmente mortali per gli esseri viventi della terra.

Se vi capitasse di parlare con la signora Jane Percy Duchessa di Northumberland, genitrice della pericolosissima sezione del parco, vi risponderà che la creazione è stata voluta a scopo didattico. La collezione infatti, seguendo scrupolosamente le precauzioni che vi spiegherà Hagrid all’ingresso, è assolutamente visitabile e comprende piante conosciute e usate da secoli in piccolissime dosi per scopi medicinali, afrodisiaci ed allucinogeni. È ovviamente severamente vietato fermarsi a toccare e annusare i vegetali, dato che tutte le cento essenze sono potenzialmente assassine. Volete qualche esempio? Se per sbaglio doveste mettervi le mani in bocca dopo aver toccato la Conium Maculatum (o Veleno di Socrate) morireste dopo una gradevolissima paralisi respiratoria, oppure se vi venisse di farvi un bel tè con le efflorescenze della Brugmansia Arborea, vi sentireste inizialmente molto molto bene (i fiori hanno la capacità di annullare quasi del tutto qualsiasi dolore), dopodiché sopraggiungerebbero le allucinazioni tipo LSD, quindi la morte. Qualcuno, vedendo i giganteschi oleandri all’ingresso, potrebbe tirare un sospiro di sollievo affermando «meno male qualche cosa di conosciuto e tranquillo…»; ragazzi bastano solo cinque foglie ingerite per portarvi alla casa del Padre.

Per aumentare l’acquolina in bocca, vi lascio qui un paio di menzioni come le scene post-credit che vanno tanto di moda al cinema:

  • come avete avuto modo di leggere, questo velenosissimo giardino si trova nel parco del castello della cittadina di Alnwick. Avete notato che è la STESSA IDENTICA cittadina del White Swan Hotel del precedente articolo? Anche io e Davide ce ne siamo accorti solo dopo aver scritto i due articoli!
  • il castello sopra citato non vi sembra familiare? Sì? Vi sembra stranamente identico a Hogwarts nelle scene dei film della saga di Harry Potter? Vi svelo un segreto, non è che sembra, È PROPRIO LUI! (qui un po’ di info da un altro blog).

Il fantasma dell’Olympic (e forse del Titanic)

Vista la piega “marittima” che ha preso il blog con l’ultimo articolo di Mauro, vorrei rilanciare con qualcosa a tema. Se si parla di grandi navi storiche, non c’è persona al mondo credo la cui mente non vada almeno per un attimo alla più famosa di tutte: il Titanic. È quasi un’equazione elementare, d’altronde bisogna dire che col passare del tempo il leggendario transatlantico non ha perso nulla del suo inesauribile fascino.

Grazie al cielo questo articolo non tratterà l’argomento Titanic, ma si limiterà a toccarlo di striscio. Vi posso assicurare che i danni possono comunque essere notevoli, come una volta un iceberg ha già dimostrato.

Un po’ di storia: la RMS Olympic fu la prima di un trio di navi gemelle costruite tra il 1908 e il 1915 dalla compagnia di navigazione britannica White Star Line. Le altre due furono la RMS Titanic e la RMS (poi HMHS) Britannic. Diciamo subito che né Titanic, né Britannic ebbero lunga vita, essendo la prima naufragata durante il viaggio inaugurale e la seconda, convertita in nave ospedale durante la prima guerra mondiale, affondata a nemmeno un anno dall’entrata in servizio dopo aver urtato una mina subacquea. L’unica sopravvissuta rimase l’Olympic, che venne dismessa e smantellata a metà degli anni ’30.

L’Olympic (sulla sinistra) e il Titanic (sulla destra) fotografati a Belfast

Pur avendo ognuna la sua peculiarità, è indubbio che la scena l’abbia sempre rubata la sorella di mezzo, verso la quale l’interesse del pubblico è sempre stato maggiore; interesse che dopo 108 anni è ancora più vivo che mai. Storici e appassionati tuttavia non hanno sempre avuto vita facile nel ricostruire l’aspetto degli ambienti interni del Titanic, in quanto il materiale fotografico a disposizione scarseggia. In quest’operazione giunge però in aiuto l’Olympic. Si sa infatti che le due navi erano grossomodo identiche, basti pensare che spesso foto e filmati che si ritengono essere del Titanic, ritraggono in realtà l’Olympic. Qui di seguito alcuni tra gli esempi più famosi.

Ciò che davvero differenziava il Titanic era il lusso nettamente superiore dei suoi arredi. Per farci un’idea leggiamo le parole di Charless Burgess, panettiere che per la White Star Line lavorò a bordo di Olympic e Titanic e per la Cunard Line (la principale compagnia concorrente) a bordo di Majestic, Mauretania e Queen Elisabeth:

«Era come l’Olympic, sì, ma molto più lussuosa. Prendete per esempio la sala da pranzo: l’Olympic non aveva nemmeno un tappeto, mentre sul Titanic si affondava fino alle ginocchia. E i mobili: così pesanti che si potevano sollevare a fatica. E i rivestimenti… Potranno costruire delle navi più grandi e più veloci, ma difficilmente saranno altrettanto curate. Era bella, era una magnifica nave.»

– Tratto da “Titanic: la vera storia”, di Walter Lord

Questa testimonianza sottolinea che la sorella maggiore può essere utilizzata come riferimento, una base da cui partire per potersi fare un’idea, ma il lavoro è ancora arduo. Inoltre, anche dando per certo che alcuni dettagli fossero uguali sulle due navi, questo prezioso materiale ha un problema di fondo: è tutto in bianco e nero. Come si fa se si vuole risalire al colore originale? Molto semplice, si organizza una spedizione al relitto del Titanic e attraverso mini sottomarini telecomandati e dotati di videocamere ci si addentra nelle viscere del transatlantico, sperando che i dettagli che cerchiamo non siano nel frattempo stati erosi dai batteri. A parte gli scherzi, questa è un’ottima soluzione, ma pur restando a terra c’è qualcosa di molto più pratico. Ci si reca cioè al White Swan Hotel di Alnwick, una piccola cittadina nel nord dell’Inghilterra.

Quando tra il 1935 e il 1937 la RMS Olympic venne smantellata, il proprietario del White Swan di allora, tale Algernon Smart, ebbe la folle intuizione di comprare parte degli interni e di integrarli nei lavori di rinnovamento dell’edificio. Abbiamo così numerosi pannelli di quercia che rivestono le pareti, tutti provenienti dalla lounge di prima classe decorata in stile Luigi XV, finestre con vetrate, un soffitto, diversi specchi, un camino di marmo e parte della scalinata di poppa, del tutto simile, anche se di dimensioni più contenute, a quella del Titanic. Infine, entrando al White Swan Hotel si attraversano porte girevoli che altro non sono che l’ingresso al ristorante di prima classe.

Questo tipo di porta non era presente nel ristorante del Titanic, in quanto i ponti superiori del Titanic avevano maggiori porzioni coperte e le porte girevoli, utili a non fare entrare la brezza marina nel ristorante, non servivano. L’aspetto più emozionante però è che le stesse maestranze realizzarono gli ambienti più lussuosi di entrambe le navi, utilizzando gli stessi materiali e seguendo i medesimi progetti. Ecco perché l’hotel di Alnwick è una chicca in infusione per gli studiosi dei due transatlantici e una gioia per gli occhi se si vuole respirare l’atmosfera di un viaggio per mare durante la Belle Époque. Il fantasma dell’Olympic vive sicuramente qui e forse anche quello della sua sorella più sfortunata.

Se questa mania di prendere parti di navi ormai in disservizio per arredarci altre cose vi turba tanto quanto turba il sottoscritto, vi consiglio di non leggere questo articolo: Le porte del Normandie.

L’azzardo dei mari

Scenario: 1942, piena Seconda Guerra Mondiale, l’acciaio scarseggia pesantemente in quanto utilizzato quasi esclusivamente per la produzione degli armamenti. La marina militare statunitense necessita però di navi e la Commissione Marittima al completo è chiusa in una stanza da ore per cercare di trovare una soluzione. A un certo punto un ingegnere alza lo sguardo e timidamente dice: «Perché non utilizziamo il cemento armato?» Per una manciata di secondi cala il silenzio, poi una fragorosa risata di scherno esplode nella stanza. Signori, affrancatevi alle tubature dell’acqua perché mai reazione fu più sbagliata! Il turista medio con i sandali e le calze di spugna bianche potrebbe obbiettare: «Con il cemento armato si costruiscono i ponti, i palazzi, i bunker, non le navi.» Il turista medio va allontanato e messo in isolamento, SUBITO! L’idea super azzardata saltata fuori in Commissione Marittima, dopo il primo inevitabile scetticismo, fu analizzata per bene ed effettivamente aveva senso; il cemento armato era decisamente più economico e disponibile dell’acciaio e, in più, questa strada era già stata percorsa nei primi anni del ‘900 (quindi il brillantone della commissione aveva i bigini!) seppur con scarsi risultati. Esisteva quindi una base da cui partire, ma la richiesta era di navi ben più grandi e decisamente migliori di quelle realizzate agli inizi del secolo. Il contratto fu assegnato alla McCloskey and Co. e la costruzione iniziò nel luglio del 1943 nei cantieri di Tampa, in Florida. Nel giro di relativamente poco tempo le navi in cemento (probabilmente alleggerito con l’aggiunta di granelli di argilla) furono pronte e complessivamente ne furono realizzate 24 nel periodo della Seconda Guerra Mondiale. Due di queste, la SS David O. Saylor e la SS Vitruvius, si recarono addirittura in Inghilterra per poi salpare verso la Normandia in ruoli di supporto al D-Day; la rimanenza delle navi fu utilizzata per trasporto di vario genere, addestramento nel sud del Pacifico e, alla fine della guerra, vennero tutte attraccate nei porti nazionali.

Negli anni subito successivi la produzione di navi in acciaio riprese alla grande e quelle in cemento furono adibite per gli scopi più disparati. La petroliera SS Palo Alto, per esempio, fu rimorchiata a Santa Cruz County, in California e utilizzata come parco divertimenti con pista da ballo e caffetteria. La collezione più numerosa è invece visibile lungo la costa orientale della Virginia, nel Kiptopeke State Park (qui tutte le info che volete), una lunga fila di nove navi in condizioni più o meno fatiscenti portate lì nella speranza di poter incrementare il servizio di traghetti della zona, ma ora aventi funzione di frangiflutti a protezione della spiaggia e dei pier.

Sono fotografabili? Sì. Sono visitabili? Sì, anche in kayak. Sembra di stare su set del film Waterworld? Sì, di brutto! Ci sono turisti medi? Sì, fungono anche loro da frangiflutti.

Il vecchio garage riprende vita

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A dispetto di quanto potrebbe suggerire il titolo, non parleremo di fatti paranormali… ma di molto peggiori, cari lettori! Avete presente quell’oggetto che tutti quanti abbiamo in soffitta o in cantina, che non usiamo più, che raccoglie una montagna di polvere, ma non abbiamo il coraggio di buttare perché ne siamo indissolubilmente legati per innumerevoli (e a volte sconosciuti) motivi? Ecco, benissimo! La chicca di questo articolo è esattamente una di quelle cose lì, o quasi. Sì, dico quasi perché quando di mezzo c’è una star planetaria dell’ hard rock, le cose prendono una piega quasi fuori controllo. Il giovanotto in questione è il signor James Alan Hetfield, 56enne chitarrista e frontman dei Metallica, che recentemente ha sfoggiato con arroganza la sua nuova chitarra costruita su misura; Carl – cosi si chiama lo strumento – è infatti nuova di zecca, pur avendo un aspetto grezzo e logoro. Eppure Hetfield la culla e la accudisce più dei suoi figli. Qualcuno potrà dire: ma questo barbone con tutti i soldi che ha, non può comprarsi un centinaio di chitare nuove e luccicanti e cambiarne una a ogni concerto?

Facciamo un passo indietro: nella metà degli anni ’80 la band, nata da poco, aveva come quartier generale il garage di una casa a Carlson Boulevard a El Cerrito in California. In quel garage furono scritte alcune canzoni che diventarono poi grandi successi e, sempre da lì, mossero i primi passi “che contano” fino a diventare la mega band da oltre 100 milioni di dischi venduti nel mondo che sono ora. Il successo e la fama portarono Hedfield e compagni ovviamente a cambiare location e diverso tempo dopo la casa venne completamente demolita. In onore della re-release di The $5.98 E.P.: Garage Days Re-Revisited – primo e.p. di heavy metal cover della band – e attanagliato dalla nostalgia, poco tempo fa il frontman è riuscito a recuperare parte del legname originario del garage grazie all’aiuto dei suoi dollari (96 milioni da marzo 2019 a marzo 2020!) e di alcuni suoi amici della zona. Il materiale è finito in tempo zero nelle mani del mastro liutaio Ken Lawrence il quale, con circa due anni di lavoro, ne ha ricavato quel tanto arrogante quanto meraviglioso strumento che ora sta sempre, e quando dico sempre intendo anche sotto la doccia, nelle mani di James Hetfield, in memoria dei vecchi tempi.

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Fonte

Menzione particolare per i particolari:

1) Per la felicità di Davide; sparsi un po’ dappertutto nel corpo della chitarra si possono notare i vecchi e originali chiodi ancora piantati nel legname volutamente lasciati e messi in risalto dal fabbricatore… a ogni concerto ci vuole l’antitetanica!

2) Nel retro sono incastonate quattro monete raffiguranti i componenti della band in versione “non morti”.

3) Sempre sul retro, nella faccia interna dello sportellino da cui si accede alla parte elettrica della chitarra, è incisa una menzione particolare e l’anno di creazione di Master of Puppets (di questo particolare purtroppo è difficile trovare delle foto ma potete vedere tutto nel video in fondo all’articolo da 04:31 in poi).

4) Il manico… una vera opera d’arte!

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Indipendentemente dal gradire o meno il genere musicale, questo meraviglioso strumento musicale merita senza ombra di dubbio un articolo su un blog come questo e in più ci insegna che se si mescolano, passione, nostalgia, dollari e rock and roll, anche il vostro garage potrebbe miracolosamente riprendere vita.

Video blog dalla Terra di Mezzo

Bentrovati cari lettori. Recentemente, navigando senza una meta precisa su quella piattaforma demoniaca che è YouTube (o YouZuul come avevo già raccontato qui) mi sono imbattuto in una cosa a dir poco sconcertante. Pensate che non ho nemmeno avuto il coraggio di comunicarlo immediatamente al mio socio Mauro, come solitamente è prassi, ma ho dovuto lasciar decantare il tutto per qualche giorno.

Ebbene amici, il fatto è questo: il noto regista neozelandese Peter Jackson possiede un canale YouTube. Mi rendo conto che la cosa può lasciare indifferenti, voglio dire, chi al giorno d’oggi non ne ha uno? Avete ragione e aggiungo che il canale non è nemmeno aggiornato, dato che l’ultimo video risale a più di quattro anni fa. Dove sta allora la notizia? Ecco, ai tempi della lavorazione della trilogia de Lo Hobbit, il nostro amico fuori di testa ha pensato male di tenere un video diario attraverso cui aggiornare i suoi fan con video della durata di una decina di minuti l’uno, facendo vedere ogni sorta di curiosità riguardo la pre produzione, la produzione e la post produzione dei film. Sì lo so che i film della suddetta trilogia non sono certamente tra i più riusciti e sono nettamente inferiori a quelli de Il Signore degli Anelli, ma vi garantisco che questi video sono comunque da strapparsi i bulbi oculari! Il mio consiglio ovviamente è di non guardarli mai, ma se proprio volete farvi questo atto di autolesionismo, sappiate che ne sarà valsa la pena. In particolare il video diario in cui si vedono i sopralluoghi per le location esterne in Nuova Zelanda sono da non dormirci la notte… ah, poi vi capiterà di vedere apparire a tradimento personaggi come Gandalf, Frodo, Legolas e Saruman, ma tanto sono certo che seguirete il mio consiglio e ne starete alla larga.

Detto ciò, ecco qui la prima puntata del diario e, a seguire, l’elenco delle altre:

Tre anni di Mesedos!

E così, in un clima che non è decisamente dei migliori, ci troviamo a celebrare il terzo anniversario della fondazione del nostro blog. Anche se ultimamente abbiamo rallentato il ritmo con cui pubblichiamo i nostri articoli, ci sembra l’occasione giusta per tirare un po’ le somme e ripassare i dieci che in quest’ultimo anno vi hanno interessato di più. Perché proprio dieci? Così, per dare al tutto un’aria vagamente ufficiale. Eccoli qui allora cari lettori e alla prossima!

  1. Lo strano tombino
  2. Lo schiaffo della settimana #99
  3. Gli eschimesi alla Maggiolina
  4. Lo schiaffo della settimana #82
  5. Lo schiaffo della settimana #94
  6. Si scia sulla spazzatura
  7. Lo schiaffo della settimana #88
  8. Droxford Railway Station, l’illustre sconosciuta
  9. Lo schiaffo della settimana #100
  10. Mortsafes, la sicurezza prima di tutto

Lo strano tombino

Cosa vi verrebbe in mente se vi obbligassero a pensare alla cosa più innocua e insignificante del mondo? L’omino Stay Puft sulla confezione dei marshmallow? No ragazzi, un po’ più di sforzo, dai! Di più! Qualche cosa a cui paragonereste l’essere bipede senziente più banale che conoscete… ma certo! Un tombino! Magari di graziosissima ghisa, pesante come una Smart, incrostato e maleodorante, posizionato nelle zone più sconosciute della città… tutto molto romantico, ma inetto.

Ma signori, attenzione: come abbiamo imparato sulla nostra pelle, a volte l’apparenza inganna.

Proprio all’inizio della penisola di Kola – giusto per fare un esempio a caso – nell’estremità nord occidentale del territorio russo (esattamente qui), possiamo trovare un miserabile tombino tondo di ferraccio, chiuso con dodici grossi bulloni arrugginiti; tutto anonimissimo, tranne la scritta in russo sul coperchio che riporta la dicitura “12.226 метры”. La traduzione in italiano? 12.226 metri.

Ebbene, tenetevi a qualcosa di molto solido perché state guardando il tombino che chiude il foro artificiale più profondo del mondo, scavato per scopi scientifici dagli studiosi della Grande Madre Russia alla fine degli anni ’70, il quale ha il punto più basso a -12.226 km sotto la terra su cui state appoggiando i piedi.

Ciò che si cela sotto la crosta terrestre è sempre stato esaminato e descritto da illustri scrittori e studiosi – pensiamo per esempio a Dante e Jules Verne – ma l’immaginazione era naturalmente maggiore rispetto alla realtà. Negli gli anni ’50 gli scienziati decisero di affrontare il problema di petto, costruendo enormi trivelle con lo scopo di svelare i segreti del sottosuolo. Ovviamente tra Stati Uniti e URSS scattò la gara a chi faceva più il gradasso e partirono quindi sfrenate le trivellazioni; l’Unione sovietica fece partire il progetto “Kolskaya Sverkhglubokaya Skvazhina” il 24 maggio 1970, il quale prevedeva di raggiungere circa 1/3 dello spessore della crosta terrestre solo per scopi scientifici. Quando però i cervelloni capirono che, a causa della presenza di temperature ben più alte di quelle previste, il proseguimento del progetto era molto difficoltoso, ne dichiararono la non relizzabilità verso la fine degli anni ’90; il ramo più profondo delle perforazioni quindi rimase quello denominato SG-3 che nel 1989 aveva raggiunto la comunque ragguardevole profondità di più di 12 km, portando a casa nonostante tutto diverse e importanti scoperte scientifiche. C’è chi dice che il progetto fu interrotto perchè i russi si imbatterono nell’ingresso della famosa miniera di Shandor (per chi non sapesse di cosa sto parlando vi linko qui un indizio) e la scusa delle alte temperature fu imbastita dai governi USA e URSS per insabbiare il pericolo ed evitare psicosi globali, ma questa è solo una teoria.

A spasso per le università americane, 1 episodio: Berkeley

Qualche giorno fa mi sono imbattuto in un articolo (questo) che parlava di un libro fotografico sulle confraternite universitarie americane e, leggendolo, ho scoperto che il fotografo che ha realizzato gli scatti, li ha ottenuti frequentando gli studenti dell’università di Berkeley, in California. Questo mi ha spinto a riprendere la vecchia bozza di un articolo lasciata per alcuni mesi nel cassetto intitolata per l’appunto A spasso per le università americane e a darle una forma definitiva. L’articolo è il primo di una serie di quattro in cui vorrei raccontare le impressioni che ho avuto visitando quattro diversi campus universitari durante i miei viaggi oltreoceano. Ora, chi conosce un minimo la società americana sa che queste scuole sono vere e proprie istituzioni che vanno ben oltre la formazione degli studenti. Spesso riuscire a entrare nelle più prestigiose di queste università significa avere un ottimo biglietto da visita per la propria futura carriera, senza contare il senso di orgoglio e appartenenza che unisce gli studenti e che va dallo sport alle attività politiche. Il fascino che mi ha spinto a curiosare all’interno di questi campus è stato quindi per me irresistibile.

Partiamo dunque con la prima tappa. In una soleggiata mattina di inizio settembre io e Pippo, mio compagno di avventure statunitensi, prendiamo la linea BART (Bay Area Rapid Transit) e da Oakland ci dirigiamo a nord. Poche fermate e siamo a Berkeley, cittadina della Bay Area famosa appunto per ospitare la University of California. Appena riemersi in superficie ci rendiamo subito conto del clima piacevolmente studentesco che si respira nella zona e anche il contesto è molto piacevole; l’università si trova sulle colline e i suoi edifici sono immersi nel verde. Cercando con scarso successo di mimetizzarci tra gli studenti che si dirigono all’ingresso del campus (ormai l’età avanza inesorabilmente anche per noi) iniziamo il nostro tour. La prima struttura di una certa importanza in cui ci imbattiamo è il palazzetto in cui gioca la squadra di basket e qui parte subito la prima suggestione; è sufficiente pensare al ruolo determinante che i college hanno nella carriera di un atleta per rimanere affascinati dai campi da gioco presenti nelle università. Subito dopo ci immergiamo in un boschetto di eucalipti in cui scorre un corso d’acqua e una serie di cartelli indicano le direzioni da seguire per raggiungere i diversi college e facoltà. Noi tiriamo dritto e raggiungiamo Upper Sproul Plaza, uno spiazzo in cui alcuni studenti per una raccolta fondi stanno organizzando i banchetti di quella che sembra una vendita di vestiti di seconda mano.

Altri ragazzi studiano, fanno colazione o semplicemente si godono il sole. Per non essere da meno passiamo anche noi in una caffetteria e, poco più in là, passiamo attraverso uno dei simboli di Berkeley – vale a dire Sather Gate, un portale in bronzo e metallo risalente al 1910 – addentrandoci nel cuore del campus; di tanto in tanto curiosiamo negli edifici, tra studenti che si recano a lezione o che controllano bacheche stracolme di annunci di vario tipo. Si prova una certa emozione a percorrere le stradine di Berkeley, il cui ruolo è stato di primo piano per la storia del secolo scorso. Gli scienziati di Berkley contribuirono ad esempio allo sviluppo della bomba atomica, i suoi ricercatori isolarono il virus della poliomielite e trovarono il vaccino contro l’influenza ; sempre Berkeley, è stato scenario di importanti movimenti studenteschi che negli anni ’60 segnarono passi fondamentali nello sviluppo di una nuova società.

Proseguendo il tour passiamo di fianco all’imponente Museo di Paleontologia, notiamo l’iconica struttura del campanile nel centro del campus e ci fermiamo a osservare gli edifici dedicati alle scienze naturali. Quando usciamo e ci dirigiamo verso la metro la mattinata volge ormai al termine e gli studenti affollano le numerose caffetterie che danno sulle strade nei dintorni del campus. Personalmente rimango affascinato da questi giovani e mi domando quali future figure di spicco si nascondano tra loro. Nell’attraversare il quartiere pieno di vita, che ha tutta l’aria di essere in simbiosi con l’università, rimango piacevolmente colpito da un’energia positiva e vorrei violentemente tornare sui miei passi per iscrivermi a una qualsiasi facoltà!

Si scia sulla spazzatura

copen04Signori tenetevi a qualche cosa di solido perché i simpatici abitanti della Scandinavia ne hanno combinata un’altra. Nell’immaginario collettivo gli inceneritori – o, come dicono quelli fighi, i termovalorizzatori – sono grossi edifici grigi e puzzolenti, perennemente avvolti dalla foschia come Isla Nublar e pieni di spazzatura immonda; a Brescia hanno tentato ti renderlo carino e mimetico giocando con le diverse tonalità del blu e dell’azzurro, ma un brucia pattume rimane. In questi casi è oggettivamente molto difficile abbinare la funzionalità dell’edificio con l’ambiente circostante ed è complicato fondere la struttura con il paesaggio, come si fa per esempio con un villaggio turistico. A tal proposito nel 2017 a Copenaghen, più precisamente sull’isola di Amager, ha aperto i battenti Amager Bakke (anche conosciuto come Copenhill, qui il sito ufficiale), un gigante di metallo e cemento che sembra uscito da Blade Runner o Terminator e che giorno e notte brucia la spazzatura dei tanto simpatici quanto folli danesi. Ecco, anche in questo caso, l’edificio non si confonde per nulla con l’ambiente circostante (anche se ad onor del vero la zona non è certo di incommensurabile bellezza), ma gli autoctoni cosa hanno deciso di fare per migliorare la situazione? Lo hanno reso fruibile a grandi e piccini! Sì signori, avete capito bene. Vado a spiegare. I folli chiamano in Italia, la Neveplast di Albano Sant’Alessandro (Bergamo) e chiedono: «Buongiorno, scusate potete aiutarci?» E loro rispondono: «Buongiorno, certo!» No, ma fate pure eh! Diventate pure complici dell’assassino!

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I bergamaschi forniscono e posano più di 10.000 metri quadrati di speciale materiale sintetico sulla copertura dell’inceneritore, rendendola completamente usufruibile dagli appassionati di sci tutto l’anno, anche in assenza di neve… incredibile! Il mese scorso il complesso sciistico (tre piste presenti di diverse difficoltà) ha aperto i battenti con tanto di impianti di risalita, punti di ristoro, noleggio e scuola di sci.

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Lo studio dell’architetto danese Bjarke Ingels (qui il suo sito a dir poco vintage), che ha seguito il progetto, ha previsto anche percorsi per fare trekking e strumenti per attività sportiva all’aperto, nonché una parete da arrampicata alta 85 metri che, quando verrà inaugurata, diventerà la più alta al mondo… non c’è più limite alla follia! Ah, nota a margine: il termovalorizzatore in questione brucia 70 tonnellate di rifiuti all’ora, e in un anno è in grado di trattare circa 400mila tonnellate di rifiuti solidi prodotti a Copenaghen. Con la spazzatura bruciata viene prodotta energia elettrica per circa 60mila famiglie e riscaldamento per 120mila. Per cortesia, finiamola lì con le ottime notizie, perché altrimenti questo inceneritore lo rado al suolo io a mani nude!

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Gli eschimesi alla Maggiolina

A Milano, la zona che sta tra piazzale Istria e la cintura nord della ferrovia che porta alla stazione Garibaldi è chiamata La Maggiolina, difficilmente distinguibile dal vicinissimo Villaggio dei Giornalisti; in questo piccolo e tranquillo agglomerato di casette basse si è trovato disgraziatamente il sottoscritto per lavoro, proprio a ridosso dei binari sferraglianti. Nel cercare un microposto per infilarci l’auto, causa deformazione professionale, mi accorgo che nel prospetto di via Lepanto c’è qualche cosa che non va… casa, casa, casa, buco, buco, casa, casa. Noto poi che in quel buco tecnicamente qualcosa c’è, ma, rispetto a tutto ciò che c’è attorno, è completamene differente nella forma e nella dimensione. Noto immediatamente infatti che la mia Panda è posteggiata a 32,5 metri da quelle che sembrano delle zucche giganti. Senza nemmeno accorgermene sono arrivato di fronte a uno degli esempi più eclatanti di avanguardia architettonica del primo dopoguerra milanese, le famose case igloo di via Lepanto!

Queste mini abitazioni (solo 7,5 metri di diametro) furono costruite nel 1946 dall’Ingegnere Mario Cavallè che importò questo modello abitativo e la relativa tecnica costruttiva direttamente dagli Stati Uniti; ne furono realizzate 12, ma ad oggi ne sono sopravvissute solo 8. Per rispondere a quel turista medio che sta per chiedere “ma non potevano farle quadrate come tutte le altre case del mondo?” dico subito che la forma non è per nulla casuale: sono costruite con un sistema a volta formato da mattoni forati disposti a losanghe convergenti, sistema che permette la massima libertà sulla disposizione degli spazi interni. Tradotto? Si possono ricavare ambienti interni di qualsiasi forma indipendentemente dalla struttura portante, che è l’igloo stesso. Sono costituite da un piano terra di circa 45 metri quadrati e un piano seminterrato raggiungibile o dall’esterno tramite una scala, o dall’interno tramite una piccola botola nascosta nel pavimento.

Oggi solo due case igloo hanno mantenuto questo impianto, mentre le altre hanno subito importanti interventi di ampliamento e ristrutturazione: una di loro ha un nuovo vano accorpato all’igloo originale, destinato a bagno, mentre un’altra è stata ripensata come loft open space.

Il progetto di Mario Cavallè, che oggi appare eccentrico, all’epoca era in realtà piuttosto concreto: dodici unità abitative provvisorie che avrebbero potuto rappresentare una risposta veloce ai bisogni delle famiglie sfollate causa i bombardamenti della seconda guerra mondiale

Certo, il disorientamento ora è tanto, ma il fascino nettamente di più.